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Quaderni di Formazione online

Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

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Prima che giunga il termine

Riflessioni odierne sulla difficoltà di spingersi

 

Oltre il pieno Impiego

Pur disponendo di una teoria della crisi e della nuova base della ricchezza

 

Capitolo 6

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Presentazione

 

La critica ricorrente che Marx avanza nei confronti dell’Economia politica ortodossa è che tratta i rapporti che cerca di descrivere come se fossero naturali. Essi non avrebbero così avuto una genesi, e tutta la storia attraverso la quale l’economia classica ha mediato la loro conquista e il loro consolidamento si dissolve nel nulla. Purtroppo, però quest’approccio antistorico non permette nemmeno di comprendere il momento in cui quella forma dell’attività produttiva e dell’organizzazione sociale non è più in grado di mediare ulteriormente la riproduzione della società.

Nel sesto capitolo, che qui offriamo al lettore, ricostruiamo il modo in cui il rapporto di lavoro ha preso corpo, fino a diventare la relazione produttiva egemone.

Glosse (auto)critiche

 

Complice un contagio Covid, ho letto più volte il testo del capitolo sesto traendone di volta in volta sensazioni stranamente diverse. La prima rilettura mi ha visto ampiamente soddisfatto delle formulazioni che avevo dato al problema ormai quarant’anni fa. La critica di quella “naturalizzazione” del lavoro, operata in genere dagli economisti ortodossi, e fatta propria dal senso comune, sembrava quanto mai calzante. La ricostruzione del nesso esistente tra la forma di merce assunta universalmente dal prodotto e lo sviluppo corrispondente all’imporsi di quel rapporto sociale, sembrava a sua volta pienamente riuscita. L’arma teorica con la quale impostare la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro sembrava, dunque, costruita efficacemente.

Eppure, una seconda ed una terza lettura non hanno affatto confermato questa sensazione di appagamento. Anzi, hanno generato un senso di svuotamento, in quanto il testo sembrava lontanissimo dal sostenere efficacemente la lotta a cui era finalizzato.

Lentamente mi sono reso conto di ciò che mancava. La costruzione poggiava sull’ipotesi implicita che ci fosse un soggetto che si stava battendo per affrontare e superare la crisi che aveva cominciato a travolgerci da metà anni settanta. Ma questa convinzione era un retaggio di ciò che aveva caratterizzato la società europea fino alla fine degli anni ‘70.

All’inizio degli anni ‘80 era ancora sensato immaginare che il conflitto sociale evolvesse lungo le linee dei decenni precedenti. Ma già a metà anni ‘80, con la sconfitta sul referendum sulla scala mobile dei salari, il quadro cominciò a cambiare radicalmente. Il crollo del Muro di Berlino diede il colpo finale alle vecchie forme della soggettività. Privato delle sue vecchie credenze e del tutto incapace di dare un senso alla crisi, il soggetto cominciò a praticare forme di lotta del tutto inconsistenti. L’arma che avevo cercato di preparare, col riconoscimento della crescente difficoltà di riprodurre il rapporto di lavoro salariato, non fu nemmeno presa in considerazione e si finì col praticare lotte del tutto simili a quelle che avevano garantito la fase dell’ascesa dello stato sociale keynesiano, ma che ormai trasudavano impotenza ad ogni manifestazione.

Gli anni ‘90 furono poi gli anni della definitiva sconfitta col prevalere di un mistificante ripescaggio di un presunto liberismo rinnovato, come molla dello sviluppo, e col dilagare delle privatizzazioni. Non a caso la società finì, di lì a poco, nelle braccia di Berlusconi.

Possiamo dire che la prima rilettura richiamava ancora le aspettative e gli stati d’animo del periodo in cui il testo è stato scritto, mentre quelle successive sono state via via permeate dal disastro che è conseguito al rifiuto di confrontarsi con i problemi imposti dalla crisi del keynesismo. Ma nessuna delle tre letture è in sé più “vera” delle altre. Il problema con cui dobbiamo confrontarci è lì di fronte a noi, e fa ben poca differenza se esso viene sperimentato come espressione di un nostro potenziale potere, nel quale sviluppare le nostre capacità sociali, o come un compito che ci viene imposto dalla necessità.

 

Ultima modifica: 06 Novembre 2022