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Quaderni di Formazione online

Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

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Prima che giunga il termine

Riflessioni odierne sulla difficoltà di spingersi

 

Oltre il pieno Impiego

Pur disponendo di una teoria della crisi e della nuova base della ricchezza

 

Capitolo 5

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Presentazione

 

Riproduciamo qui il quinto capitolo del testo Oltre il pieno impiego, del 1984. L’analisi era incentrata su un aspetto essenziale del tentativo di elaborare una teoria che spiegasse coerentemente la crisi e fornisse una qualche indicazione di quella che poteva costituire una nuova base della ricchezza.  Il capitolo affronta un problema apparentemente banale:  Che cos’è il lavoro?, che però, come si vedrà si dimostra invece di grande complessità.  Lo svolgimento della risposta richiede infatti l’intervento simultaneo di più saperi settoriali, dall’economia politica alla sociologia, dall’antropologia alla psicologia, dalla storia alla critica dell’economia politica

Glosse (auto)critiche

 

Quando Marx, nei Grundrisse, sottolineava che la società dei nostri giorni sarebbe stata sempre più “dominata dalle astrazioni” , si riferiva al fatto che gli individui avrebbero incontrato difficoltà crescenti a confrontarsi concretamente con i fenomeni che li investivano, perché non avrebbero saputo distinguere la realtà, che avevano più o meno consapevolmente prodotto, dalle proiezioni con le quali l’avevano anticipata.

 

Questa previsione ha trovato ampia conferma nello svolgimento dello sviluppo successivo.  Non è un caso che si cerchi di ricondurre a “lavoro” qualsiasi  tipo di attività produttiva, proiettando in essa caratteri che ne contraddicono radicalmente la natura.  Come si fa, infatti, a chiedere che i lavoratori riversino pienamente nella loro attività la loro individualità e partecipazione, quando sono chiamati a farlo per finalità decise da altri e alla condizione che altrimenti non potrebbero acquisire le condizioni della loro stessa esistenza?   Tutto ciò in un momento nel quale la situazione è ben diversa da quella degli anni sessanta e settanta quando, grazie allo sviluppo del Welfare keynesiano, prendeva corpo la possibilità di scelte alternative tra lavori, anche qualitativi, in continua espansione, mentre oggi la stessa ricerca di un lavoro è uno dei compiti più disperati che il giovane o il disoccupato maturo debbono affrontare?

 

L’aver sottovalutato quest’aspetto dell’evoluzione in corso è forse il limite principale del capitolo che proponiamo al lettore in questo quaderno.  Mentre l’analisi della natura particolare del rapporto di lavoro, che permette di distinguerlo dalle altre forme storiche della produzione, è indubbiamente svolta con precisione, manca una sottolineatura dell’urgenza con la quale essa deve diventare una componente essenziale dell’individualità odierna, se si vuole superare la crisi determinata dalla crescente “difficoltà di riprodurre il lavoro”.

Senza questo passaggio la comprensione della natura particolare e contraddittoria del lavoro resterebbe  un’acquisizione astratta, che non giocerebbe alcun ruolo nello sviluppo della società, appunto perché si trasformerebbe in un fatto morto.

 

Si obietterà:  ma se è forse vero che nell’approfondimento analitico si deve saper distinguere il lavoro dalle attività produttive che hanno prevalso in passato e da quelle che possono sostituirlo in futuro, perché mai nel linguaggio quotidiano dovrebbe valere lo stesso vincolo?  La risposta è relativamente semplice:  perché altrimenti i fenomeni sociali finiscono con l’essere interpretati in modo strampalato.

Vale forse la pena di richiamare brevemente un esempio recente di un simile stravolgimento.  Com’è noto a chi vive il proprio tempo, i talebani in Afghanistan hanno stabilito, dopo la presa del potere, che le donne “non possono lavorare”.   Tutta la stampa occidentale ha lamentato istintivamente che in tal modo si agiva arbitrariamente, inibendo il godimento dei “diritti delle donne”.  Ma la società pashtun non può nemmeno concepire un simile diritto, che, nonostante sia stato proclamato da un’istituzione moderna come l’ONU, rappresenta una trasgressione del modo di vita prevalente in buona parte di quell’organismo sociale, nel quale i rapporti di dipendenza e di subordinazione comunitari, che coinvolgono ancora circa il 78% (!) della popolazione,  sono ancora predominanti.  Rapporti che sarebbero violati dal riconoscimento dell’indipendenza reciproca, cioè dal ricorso all’agire privato in opposizione a quello comunitario egemone.  E’ significativo che, gridando allo scandalo, si neghi il cambiamento nel modo di vivere e di produrre (indubbiamente regressivo per la minoranza che interagiva con gli occidentali, ma non per quella maggioranza che era rimasta estranea a questi rapporti importati e marginali) anche nel momento in cui interviene davanti ai propri occhi, continuando a considerare “i diritti” non come una conquista storica, venuta alla luce in una parte del mondo grazie a lotte secolari - e che può andar persa!  - bensì come un qualcosa di naturalmente pertinente agli individui in generale.  Cosicché questa dovrebbe imporsi nella vita non perché essi hanno imparato a praticarla, ma per sua stessa natura.

 

Fintanto che si coltiva quell’approccio anche il discorso che cerchiamo di sviluppare rimane incomprensibile, perché non si è in grado di intravedere quei cambiamenti senza i quali la società è destinata solo alla rovina.

Ultima modifica: 12 Settembre 2022