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Quaderni di Formazione online

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Prima che giunga il termine

Riflessioni odierne sulla difficoltà di spingersi

 

Oltre il pieno Impiego

Pur disponendo di una teoria della crisi e della nuova base della ricchezza

 

Capitolo 10

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Presentazione

 

Pubblichiamo, di seguito, il decimo capitolo del testo Oltre il pieno impiego, del 1984. In esso vengono analizzati alcuni degli effetti contraddittori scaturiti dal superamento dei limiti delle politiche keynesiane del pieno impiego. Le considerazioni attuali sullo svolgimento della riflessione dell’epoca si trovano nelle Glosse autocritiche che seguono il capitolo

 

 

Glosse (auto)critiche

 

Il capitolo gioca un ruolo chiave nell'articolazione della riflessione, anche se la tesi è sviluppata ancora solo in modo prevalentemente intuitivo. Si colga la sequenza:- il testo provava a prospettare la possibilità e la necessità di spingersi "Oltre il pieno impiego", cioè di elaborare delle strategie che superassero i limiti delle politiche keynesiane.- Non si dimentichi che eravamo nel 1983, cioè quando queste politiche hanno cominciato ad incappare in quei limiti, e cioè il tasso di aumento del PIL era crollato, la disoccupazione cominciava a dilagare, il deficit del bilancio pubblico cominciava a crescere, la conflittualità sociale raggiungeva un livello di distruttività prima sconosciuto.- In genere questi passaggi storici vengono rappresentati in forma ingenua, e cioè si attribuisce il regresso al prevalere degli avversari, che imporrebbero il ripescaggio degli elementi culturali di un mondo ormai tramontato.- In tal modo si ignorano però del tutto le dinamiche che stanno determinando il proprio indebolimento culturale e, in parallelo, fanno crescere la forza dell'avversario, che gli consente di prevalere nel contrasto sociale.- Fintanto che non si coglie qual è la forza che determina il regresso, tutta la riflessione poggia sull'ipotesi che l’affermazione o la sconfitta sia solo questione di maggiore o minore forza in termini puramente quantitativi, mentre il problema è di natura qualitativa.- Ciò comporta che per contrastare efficacemente l’affermarsi del neoliberismo si sarebbe dovuto smettere di esteriorizzare ciò che determinava la propria sconfitta, e rendeva la propria cultura e la propria prassi inconsistenti. Un accenno della comprensione di questo problema strutturale si trova nella seconda parte del capitolo, là dove fa capolino una tesi che per il senso comune dell'epoca era da rifiutare a priori: la possibilità che il diritto al lavoro, fulcro delle conquiste keynesiane, e sostegno per un trentennio di uno sviluppo economico straordinario, si stesse rovesciando in qualcosa di negativo. Si è trattato di un fenomeno apparentemente paradossale. Come può, infatti, un comportamento che per un'intera fase storica ha avuto una determinazione positiva rovesciarsi nel suo opposto? Senza chiamare in causa il ragionamento di Marx dell'Introduzione a Per la critica dell'economia politica, secondo il quale si tratta di un fenomeno consentaneo alla condizione umana, per cui le forze produttive di una fase storica si rovesciano, se c'è sviluppo, "in catene", soffermiamoci sul problema nella sua concretezza.

Per rispondere bisogna aver chiare le implicazioni sociali di quel fenomeno che abbiamo definito come esaurimento del ruolo propulsivo del moltiplicatore. Il suo sopravvenire comporta la dissoluzione di quel potere di riprodurre il lavoro che Keynes e Beveridge avevano attribuito allo stato. E con la scomparsa di questo potere finisce col dissolversi anche la configurazione razionale del diritto al lavoro.

Che cosa significa che il moltiplicatore "funziona"?

Significa che i bisogni che si punta a soddisfare sono di per sé evidenti, cioè possono essere concepiti come inerenti ad ogni essere umano. Si tratta cioè di quei bisogni che Keynes ha definito come "assoluti". La soddisfazione di questi bisogni, proprio perché non richiedono una particolare capacità personale per essere espressi, ha potuto essere mediata dal sistema dei cosiddetti "diritti sociali” (casa, istruzione, alimentazione, salute, assistenza, ecc.), sostenendo l’affermazione del diritto al lavoro.

Ciò che era necessario per soddisfarli poteva cioè essere definito e attuato anche nella forma esteriore della mediazione dello stato, da un lato, e dell'estrinsecazione del lavoro salariato, dall'altro. Poiché le condizioni di partenza, nel dopoguerra, erano decisamente miserevoli, la soddisfazione di quei diritti ha fatto da impetuoso traino dello sviluppo economico e sociale.

Ma dagli anni Ottanta il tasso di aumento del PIL e più che dimezzato, e dagli anni Novanta è caduto ad un quarto rispetto al tasso del ventennio 1950-1970. La ragione di questo crollo è presto detta: la spesa pubblica non riusciva più a generare un corrispondente aumento della domanda privata. Ciò significava che i bisogni emergenti erano meno imperativi di quelli che avevano sostenuto lo sviluppo del trentennio precedente. La società ha cominciato cioè a godere di una relativa affluenza, nonostante continuassero a sussistere ampie sacche di povertà.  Nella speranza di tornare a godere dei tassi di crescita del PIL che c'erano stati in precedenza, si è finto che il cambiamento della condizione economica del grosso della popolazione non comportasse uno scostamento dalle politiche economiche precedenti. Ma la crescente difficoltà di riprodurre il lavoro cominciò a determinare il rovesciamento degli effetti della politica economica.

Qual è il problema che venne ignorato all'epoca e che fa capolino nell’intuizione articolata nella parte finale del capitolo? Il fatto che potesse essere sbagliato spingere per un aumento del lavoro, garantendo il pieno impiego senza incidere sulla durata della giornata lavorativa, quando il moltiplicatore aveva esaurito il suo ruolo positivo. Il decadere del ruolo dello stato non si manifestava più solo nell'incapacità di realizzare questo obiettivo, ma anche nella situazione estremamente paradossale che il lavoro messo in moto dallo stato potasse sortire l’effetto opposto, e cioè ostacolare la soddisfazione dei bisogni invece di favorirla. Se il lavoro pubblico non avesse subito questa degradazione gli avversari del Welfare non sarebbero riusciti ad imporsi, e tanto meno la società avrebbe tollerato passivamente la riduzione del 40% dei dipendenti pubblici (pari ad 1.700.000 unità).

Tuttavia, la tesi non viene approfondita nel capitolo e rimane, dunque, come un’intuizione che è tutt’ora da svolgere.

 

 

Ultima modifica: 16 Gennaio 2023