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Quaderni di Formazione online

Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

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CAPIRE LA NATURA DELLA “DEMOCRAZIA ECONOMICA” E INDIVIDUARE I SUOI LIMITI

 

Giovanni MAZZETTI

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Nella sostanza, dunque, la “democrazia economica” è quel sistema nel quale, essendo sostanzialmente garantito un “diritto al lavoro” a tutti, ciascuno viene messo in condizione di contribuire normalmente al processo produttivo, ed essendo assicurati un insieme di “diritti sociali”, i più vengono messi in condizione di soddisfare, ad un livello ovviamente embrionale, i loro bisogni.

Presentiamo qui la trascrizione dell’intervento dell’ARELA in un seminario su Democrazia Economica e i suoi limiti tenutosi a Mantova nel 2008.

Il dibattito, purtroppo, non ebbe un approfondimento successivo e molti dei partecipanti a quell’evento abbandonarono ben presto il campo, rifugiandosi in una conferma privata delle loro posizioni.

Per spiegarmi sinteticamente: la politica keynesiana del pieno impiego ha una base economica, ma se viene ridotta al suo enunciato politico di un “diritto al lavoro”, precipita necessariamente nell’astrattezza. E si può ripetere mille volte che si ha un “diritto al lavoro”, ma se non si sa fondarlo con argomentazioni analitiche che sostengano questo asserto, la rivendicazione, proprio a causa della sua astrattezza, finisce prima o poi col diventare inconsistente.  Ciò specialmente se con le stesse politiche economiche di prima la disoccupazione torna a crescere, come accadde tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta

La tesi di Keynes è opposta: il denaro non è una misura coerente delle risorse e delle possibilità economiche. Perché, per esempio, un lavoratore disoccupato esiste. È una risorsa; ma qual è il suo valore monetario? Zero, cioè non vale nulla, perché sul mercato del lavoro non trova acquirenti.

Per questo la società deve imparare a riconoscere la sua esistenza e individuare il modo di “comperare” la sua forza lavoro, nonostante non sia domandata.  Quando arriviamo alla crisi fiscale dello Stato di fine anni Settanta il problema è, dunque, lo stesso col quale dovette misurarsi a suo tempo Keynes: le risorse, necessarie per un possibile sviluppo, ci sono o non ci sono?

Siamo così precipitati indietro di più di duecento anni, con un pieno recupero dell’ipotesi smithiana. Ma l’argomento di Smith era rivolto contro la posizione delle monarchie assolute, i cui bilanci non riflettevano affatto i bisogni della popolazione.

Che quella bandiera sia stata sventolata in un momento in cui si cercava di far fronte ai problemi conseguenti allo sviluppo della “democrazia economica”, dimostrava proprio che questa formazione sociale non era ancora divenuta la componente consapevole della cittadinanza. L’elemento teorico dal quale la critica di Keynes prende le mosse è proprio dall’anacronismo dell’assunto smithiano dell’equilibrio di bilancio.

Ed in una miriade di scritti Keynes spiega, agli specialisti e al grande pubblico, perché lo Stato deve spendere in deficit.  Se la sua spesa intervenisse in un orizzonte che prevedesse un pareggio di bilancio, sarebbe inutile. Infatti, se lo Stato imponesse sacrifici fiscali per equilibrare i propri esborsi contrarrebbe la capacità di spesa privata degli individui, determinando un effetto moltiplicativo negativo, e quindi il suo intervento risulterebbe inutile. Data la sottoutilizzazione delle risorse esistenti, solo il deficit può garantire l’effetto moltiplicativo positivo della spesa pubblica sul reddito e sull’occupazione

Dunque, quando la domanda tira, e il valore elevato del moltiplicatore garantisce un equilibrio dei conti pubblici, significa che ci sono una moltitudine di bisogni primari insoddisfatti, che possono essere soddisfatti con la spesa, cioè con il rapporto di denaro. In questo caso il rapporto salariato è del tutto coerente. Faccio un esempio: se voi andate nei paesi un po’ più marginali delle aree arretrate, trovate molte persone anziane che hanno problemi fisici molto seri. Perché? Perché non potevano essere soddisfatti i bisogni primari, quelli essenziali. Non c’erano ospedali in zona quarant’anni fa, e se qualcuno si rompeva una gamba gli veniva messa una stecca, lasciandolo storpio per tutta la vita. Lo Stato sociale interviene del tutto coerentemente su questo terreno. Aggiusta le gambe, aggiusta le braccia, toglie la colecisti, cura la tubercolosi, oppure crea la scuola materialmente, e forma gli insegnanti che devono fare il processo di alfabetizzazione. Questi sono i bisogni primari. E sono finiti, perché il numero di persone che si rompe una gamba ogni anno è quantificabile. Il numero di persone che ha un incidente automobilistico è, a sua volta, individuabile. Gli studenti da educare a livello primario e secondario sono noti, ecc. Si può intervenire e organizzare la soddisfazione materiale di quei bisogni in maniera determinata. Le cose cambiano quando iniziamo ad arrivare ad un livello in cui il medico non deve curare la gamba rotta, ma deve interagire con un giovane che, per esempio, è anoressico. Quando deve intervenire su questo livello non è come prima, non è un bisogno così ben determinato, investe le forme della soggettività; non si tratta di aggiustare le ossa, si tratta di interagire con un essere umano il quale pone dei problemi che investono l’individualità. È la stessa forma della vita umana che si esprime in quel bisogno. A questo livello la manifestazione dei bisogni non sostiene più la domanda come prima, cosicché il lavoro salariato aggiuntivo, necessario per compensare la disoccupazione tecnologica, può essere creato solo con grande difficoltà

Keynes obietta: <<Quello che sostengono i miei colleghi economisti è una balla. Non è vero che i bisogni sono infiniti. Alcuni bisogni, che possiamo chiamare “primari” sono sperimentati dagli individui in modo prevalentemente passivo, nel senso che si impongono su di loro e non possono decidere se soddisfarli o meno.  Mangiare, ripararsi dal freddo, curarsi dalle malattie, acquisire i rudimenti della cultura umana, ecc.  non si presentano come funzioni nei confronti delle quali possiamo sentirci liberi di fare o non fare.  Questi bisogni, per quanto possano crescere non saranno mai infiniti, appunto perché l’arricchimento consiste proprio nella conquista di un rapporto stabile e fiducioso con le condizioni che li soddisfano.  C’è poi un secondo tipo di bisogni che può, sì, essere infinito, ma essi non possono essere soddisfatti da un’attività produttiva che interviene come lavoro salariato.  Per questo, non appena si arriva alle soglie dell’abbondanza, il denaro non è più un mediatore efficace dello sviluppo.  E, addirittura, può ostacolare la produzione.»

Chi non vede che la “condizione dello sviluppo” sta nella redistribuzione del lavoro rimasto tra tutti, con una drastica riduzione della giornata lavorativa, è condannato a restare intrappolato nella gabbia culturale che lo imprigiona, appunto perché, come spiega Marx nei Grundrisse, «non sa  ancora riconoscere nella sua attività una manifestazione di sé e non sa riconoscere i prodotti come prodotti suoi»

Ultima modifica: 03 Settembre 2021