Redistribuire il lavoro tra tutti.

Bell'idea o nuova strategia ?

Giovanni Mazzetti

Con cadenza ventennale si affaccia nel panorama culturale qualche responsabile della cosa pubblica che accenna alla necessità di “lavorare meno per lavorare tutti”.  Recentemente lo ha fatto il neoPresidente dell’INPS, Prof.Tridico, in occasione di una lezione universitaria.  In passato, all’esplodere della crisi della fine degli anni settanta, era stata la Cisl, col suo dirigente Morese, affiancato da Cacace e da Frey, i cui contributi furono raccolti in convegni e in un pregevole libro collettaneo pubblicato nel 1978.  Ma alle forti manifestazioni dell’epoca seguì il nulla.  Vent’anni dopo toccò a Rifondazione Comunista, che si spinse fino al punto di formulare un disegno di legge per una riduzione generalizzata dell’orario a 35 ore settimanali, come si stava facendo in Francia e in alcuni settori in Germania.  La mobilitazione sfociò anche allora in convegni e nella pubblicazione nel 1998 di un lucido testo intitolato “35 ore”, col contributo di molti studiosi, sindacalisti e uomini politici.  Poi nuovamente il nulla.  Anche in questi giorni l’accenno di Tridico sta cominciando a sollecitare un dibattito, che corre il rischio di restare infruttuoso, com’è già accaduto in passato.

 

Qual è l’ostacolo al consolidamento della proposta?

La maggior parte di coloro che si dimostrano aperti nei confronti della proposta crede, ingenuamente, che questa strategia possa essere formulata mantenendo fermo il quadro culturale prevalente. Tuttavia, poiché in quest’orizzonte la politica della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario è un corpo estraneo, essa non riesce mai ad acquisire la necessaria consistenza, e rimane sul terreno delle cose belle da pensare, ma impossibili da attuare.  Ma se i progressisti contemporanei non si limitassero ad evocare nostalgicamente il Keynes delle politiche canoniche del dopoguerra, saprebbero che quello studioso aveva previsto che ai nostri giorni, noi suoi nipoti, saremmo incappati in un “problema allarmante (startling)  e tale da incutere paura (dread)” proprio perché avrebbe richiesto un rovesciamento culturale, che per noi sarebbe stato difficile compiere.

Di che cosa si sarebbe trattato? Del fatto che il continuo aumento della produttività, conseguente al progresso tecnico, avrebbe non solo determinato uno straordinario arricchimento, ma anche  una crescente difficoltà di sostituire il lavoro che via via viene risparmiato con nuove occupazioni.

Il lavoro salariato, nonostante rappresenti un’evoluzione piuttosto recente, diffusasi lentamente solo a partire da inizio Ottocento, è diventato per noi un rapporto quasi naturale.  Cosicché di fronte alla difficoltà di riprodurlo, sulla scala necessaria ad assicurare un buon livello di occupazione, finiamo col restare confusi, e ci limitiamo scaramanticamente ad evocare lavoro!, lavoro!, lavoro!, rifiutando il problema anticipato da Keynes.

 

Perché è diventato difficile riprodurre il lavoro?

La convinzione generalizzata che sia possibile riprodurre il lavoro  è sollecitata dal fatto che c’è una moltitudine di bisogni insoddisfatti:  scuole insicure e fatiscenti, strade dissestate, ospedali affollati, territori geologicamente instabili, ferrovie secondarie arretrate, bacini fluviali inquinati, ecc. ecc.  Si pensa così, come pensava Keynes nel 1929:  facciamo in modo che i disoccupati siano messi al lavoro per soddisfare questi bisogni e la crisi sarà superata.  Ma per attuare una simile strategia, Keynes dovette a suo tempo comprendere che cosa ostacolava l’impiego dei lavoratori, che in quasi tutti i paesi europei erano disoccupati in massa da lungo tempo.  E la spiegazione che trovò fu che, nonostante l’abbondanza di risorse e di capitali, gli imprenditori non effettuavano la spesa necessaria a creare quel lavoro, perché quella spesa non avrebbe garantito loro un profitto, ma li avrebbe fatti incappare in perdite.

Come aggirare quell’ostacolo?

Il crescente intervento dello stato nell’economia, che non doveva essere finalizzato al profitto, prese corpo da questa elaborazione culturale.  La spesa pubblica crebbe così in misura straordinaria (del 300% circa in rapporto la PIL), determinando quel miracolo economico che garantì il pieno impiego stabile per un trentennio.  Ma Keynes non credeva affatto che questa strategia avrebbe avuto una validità illimitata, perché lo sviluppo che avrebbe garantito avrebbe cambiato profondamente la condizione della società, minando alla base la coerenza di quel modo di procedere.

La politica del pieno impiego che proponeva negli anni trenta era, a suo avviso, coerente con i rapporti allora esistenti, appunto perché la maggior parte dei bisogni era ancora espressione della necessità economica, e quindi gli individui avrebbero potuto procedere coerentemente anche all’interno di rapporti produttivi caratterizzati dalla costrizione materiale.  Ma lo sviluppo che essa avrebbe favorito avrebbe, nel giro di un paio di generazioni,  condotto la maggior parte degli individui in una condizione di relativa abbondanza, condizione che per la vita del tempo di Keynes era addirittura impensabile per gli stessi ricchi.  Come spiega in Prospettive economiche per i nostri nipoti, ciò avrebbe comportato che i bisogni nuovi, in grado di assicurare un nuovo sviluppo, non avrebbero più potuto essere formulati e soddisfatti attraverso un rapporto nel quale il produttore “vende il suo lavoro per procurarsi i mezzi della propria esistenza”.

 

Il nocciolo della crisi

La pretesa della società, negli ultimi quarant’anni, è però stata di costringere questi nuovi bisogni nell’ambito della forma produttiva del lavoro salariato.  Forma che la borghesia è a suo tempo riuscita ad imporre non contraddittoriamente proprio perché coerente con la necessità economica prevalente all’epoca.  Oggi, che questa necessità è stata ridimensionata, gli appelli degli imprenditori e degli opinionisti ai giovani ad essere intraprendenti, capaci di valorizzarsi, flessibili e versatili, suona come un’offesa, per la sua evidente contraddittorietà rispetto alla subordinazione implicita nel rapporto salariato.

 

Perché  nemmeno l’intervento dello stato è più sufficiente.

Quando le politiche keynesiane si imposero nel dopoguerra l’effetto fu così straordinario da far gridare al miracolo.  Creando direttamente lavoro, lo stato non solo soddisfaceva bisogni primari essenziali, ma sosteneva anche indirettamente l’accumulazione delle imprese, in quanto dava corpo a quella domanda aggiuntiva che esse non sapevano più stimolare direttamente, con gli investimenti.  Ma com’è noto sul finire degli anni settanta non solo gli effetti secondari della spesa pubblica si ridussero drasticamente proprio per il miglioramento delle condizioni di vita che ridimensionavano la reazione privata (moltiplicatore), ma la stessa azione diretta dello stato cominciò ad incontrare crescenti difficoltà proprio perché il passaggio da un intervento meramente quantitativo ad uno qualitativo presupponeva individui capaci di spingersi al di là della forma astratta della ricchezza, che è coerentemente espressa dal denaro e dal sistema dei diritti sociali.  Ma questo passaggio richiedeva un mutamento radicale dei rapporti analogo a quelli intervenuti nei grandi rivoluzionamenti storici, ciò che non è nemmeno stato accennato.

 

Una soluzione da costruire.

Non posso nemmeno vagamente accennare in un breve articolo ai pezzi del domino culturale attuale che debbono cadere per formulare razionalmente una politica generalizzata di riduzione dell’orario a parità di remunerazione.  Tuttavia un punto va chiarito. Come spiega egregiamente Marx, l’innovazione tecnica che si accompagna strutturalmente all’accumulazione capitalistica riduce il lavoro necessario al minimo.  In passato questa riduzione si accompagnava alla capacità della borghesia di concepire nuovi bisogni, utilizzando il tempo liberato per impiegare i lavoratori resi superflui in questo “gioco” di trasformazione continua della vita umana.  Ruolo poi assunto dal Welfare keynesiano, che in alcuni paesi giunse ad occupare tra il 30 e il 40 per cento della forza lavoro.  Da quando è scoppiata la crisi del Welfare, è evidente che questa capacità si è dissolta sia per il capitale che per lo stato, con la conseguenza che il tempo dei disoccupati, che secondo la BCE in Europa sono pari ad un quinto della forza lavoro, va puramente e semplicemente sprecato.

Ora, per far sì che esso possa essere usato produttivamente si dovrebbe innanzi tutto permettere ai disoccupati di entrare nel processo produttivo, che notoriamente ha un significativo impatto formativo per coloro che vi partecipano.  Ciò che può essere fatto solo mettendoli in grado di partecipare a quel lavoro che si è concretamente in grado di riprodurre, un lavoro che ora grava eccessivamente sugli occupati.  Questi ultimi vedrebbero liberare una parte significativa del loro tempo, e potrebbero cominciare a formarsi, insieme ai neoassunti. per comprendere le condizioni dello sviluppo dei nuovi bisogni.

Certo non possiamo cominciare dai turni di tre ore giornaliere prospettato da Keynes per i nostri giorni.  Ma una giornata di cinque ore dovrebbe metterci in grado di far fronte al problema nei prossimi anni.  Sono certo che nella mente del lettore emergerà a questo punto imperativo un quesito:  ma i soldi per pagare quei lavoratori dove li troviamo?  Forse se si comincerà a “trovare il tempo” per approfondire razionalmente la questione si potrà scoprire la risposta il cui succo è:  noi possiamo essere meglio dei soldi!

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