La torre di Babele della sinistra

Da più di trent’anni il bisogno di cambiamento sociale subisce continue frustrazioni. Per quale ragione ciò accade? Credo che la risposta sia relativamente semplice: da più di trent’anni ognuno dei brandelli di quella forza che una volta costituiva la cosiddetta sinistra – che a suo tempo si indentificava con il cambiamento necessario – pretende di riuscire ad autoconfermarsi come unica vera forza alternativa, contribuendo a una moderna ripetizione della Torre di Babele.

 

Elenchiamo i soggetti in campo.

C’è chi, in continuità col vecchio Pci degli anni ’70, sostiene che solo la crescita potrebbe salvarci;

chi, in vaga continuità con i movimenti dissidenti dell’epoca, afferma che a salvarci potrebbe essere non la crescita, ma il suo opposto, cioè la decrescita, magari perseguita in modo “felice”;

c’è, inoltre, chi sostiene che l’unico modo di metabolizzare coerentemente i molti cambiamenti intervenuti sarebbe quello della corresponsione di un reddito di cittadinanza;

altri, a loro volta, si oppongono a questa prospettiva, affermando che il reddito di cittadinanza instaurerebbe un parassitismo di massa, cosicché occorrerebbe procedere a espandere il lavoro nell’unico modo possibile, cioè con lavori concreti messi in moto dalla spesa pubblica.

C’è, infine, chi avanza l’ipotesi che l’unica via d’uscita dalla crisi sia quella della redistribuzione del lavoro fra tutti a parità di salario. Ma essa, nonostante fosse stata chiaramente indicata come via maestra, prima da Marx e poi da Keynes, ha sin qui avuto un ruolo talmente marginale da non riuscire a incidere sul dibattito complessivo.

 

Perché questo apparente iperattivismo non sfocia in niente di produttivo ? Credo che ciò accada perché ognuno parte dalla convinzione che i mattoni e la calce, che porta al tentativo di costruzione dell’alternativa sociale, siano i soli elementi in grado di sostenere il progetto. L’idea che debbano legarsi con il progetto, l’attività, i mattoni e la calce degli altri non fa la sua comparsa, cosicché non appena un muro maestro sembra costruito, l’intervento degli altri lo fa cadere.

 

Visto che i muri cadono in continuazione, che fare? Certo i contrasti non possono essere superati con un afflato volontaristico alla Napolitano, e cioè con la pura e semplice rimozione delle fantasie di potere che ogni movimento attribuisce alla prospettiva della quale è sostenitore. Occorre, invece, che la critica reciproca diventi un valore positivo, perché questo è l’unico approccio coerente con la consapevolezza del disastro che stiamo producendo.

 

Non mi si fraintenda. Se di tanto in tanto non ci fosse la manifestazione di una volontà, da parte di ciascun movimento, di contribuire a costruire non già una nicchia, ma un “altro mondo”, ciò che sostengo sarebbe inutile, perché quei movimenti sarebbero solo delle sette, paghe di trovare una conferma nella ripetizione dei riti che le accomunano e nell’incomprensione altrui che spesso le accompagna. Nella realtà tutti gli orientamenti culturali che abbiamo richiamato sopra procedono, invece, come espressione di una prospettiva universalistica, cioè di comportamenti e valori che l’intera società dovrebbe assumere su di sé.

 

Affinché questa pretesa di universalità riesca a farsi valere è però necessario che le mediazioni del discorso reggano alle critiche, non perché vengono ribadite con forza, né perché si sgomita per conquistare la prima fila, ma in quanto riescono a sciogliersi coerentemente nel confronto con i loro stessi limiti che vengono fatti emergere dal dissenso altrui. Soffermiamoci su qualche esempio concreto del dibattito in corso.

 

Lunghini, nel suo intervento del 10 giugno ( link su www.sbilanciamoci.info ) ha criticato il reddito di cittadinanza partendo da un presupposto lineare: poiché il prodotto è il risultato del lavoro, ogni pretesa di percepire una partecipazione al prodotto (reddito) a prescindere dallo svolgimento di un lavoro, cioè dal contribuire alla sua produzione, si trasforma in un accomodamento parassitario. Invece di Smith e della Costituzione Lunghini avrebbe potuto citare il Marx dell’Ideologia che scrive “questa attività (il commercio e l’industria) è la base dell’intero mondo sensibile”. Il concetto sarebbe sembrato più ampio, ma il senso della proposizione non sarebbe cambiato.

 

A Lunghini hanno risposto in sequenza, confutandolo, Bascetta (il manifesto 19 giugno www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20130619/manip2pg/01/manip2pz/341930/manip2r1/bascetta/) e Bevilacqua (il manifesto 21 giugno www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20130621/manip2pg/15/manip2pz/342091/manip2r1/bevilacqua/). Il secondo ha negato che nel reddito di cittadinanza possa annidarsi una componente parassitaria nei seguenti termini: “non si comprende per quale ragione, allorché si sofferma sul finanziamento del reddito di cittadinanza, questo appare (a Lunghini) destinato ad essere sostenuto dal reddito dei lavoratori occupati. [Ma a dire il vero Lunghini sostiene che sarebbe sostenuto dal lavoro degli occupati, non dal loro reddito.] … Francamente non si comprende perché non si possa ricorrere alle risorse finanziarie della rendita per finanziare il reddito di cittadinanza”. Ora, notoriamente la rendita è la percezione di un reddito senza che ad esso si accompagni un contributo produttivo. La rendita – che va radicalmente distinta dalle pensioni per ragioni che qui non posso approfondire (vedi il mio Dare di più ai padri per far avere di più ai figli, in uscita con Asterios) – è cioè una partecipazione alla ricchezza nazionale di natura parassitaria. La pura e semplice traslazione di quel reddito dagli attuali percettori a nuovi percettori non sposta di una virgola la natura dell’appropriazione. Bevilacqua incespica, a mio avviso, in altri due passaggi essenziali. C’è un momento del suo ragionamento nel quale scivola involontariamente dalla categoria analitica alla quale sta facendo riferimento ad un’altra. Secondo lui si dovrebbe “attingere le risorse per fornire almeno ai senza lavoro un reddito che li sottragga al ricatto della vita a cui oggi soggiacciono”. Nonostante nel nostro paese l’indennità di disoccupazione si presenti in forme miserevoli, è evidente che nessuna persona ragionevole avrebbe da obiettare a questa prospettiva, e va ad infamia della sinistra storica italiana il non averla posta e imposta come passaggio ineludibile dell’attuazione della Costituzione. Ma essa non ha nulla a vedere col reddito di cittadinanza, e nei casi in cui si è provveduto a promuovere sul campo con questo nome altisonante l’erogazione di qualche sussidio regionale, si è caduti nella mistificazione tipica delle peggiori forme di pubblicità ingannevole. Per sostenere logicamente l’indennità di disoccupazione bastano le ampie argomentazioni di Keynes sul nesso tra domanda aggregata e produzione. Per sostenerla eticamente bastano i vecchi principi di carità e di solidarietà sviluppatisi nella storia umana. Ma in nessun caso quello è un reddito di cittadinanza.

 

Il secondo passaggio non convincente accomuna le argomentazioni di Bevilacqua a quelle di Bascetta. Vediamolo prima nella formula di Bevilacqua: “separare, sia pure parzialmente, il reddito dal lavoro significa incominciare a pensare la ricchezza nazionale prodotta come un bene comune da ripartire. Sottrarre una grande massa di cittadini all’obbligo di un lavoro qualunque per sopravvivere è una scelta di umana liberazione, che può agevolare l’impiego di masse crescenti verso lavori volontari, esterni al ciclo di riproduzione delle merci.” L’argomentazione è palesemente contraddittoria. Per consentire ad una parte della popolazione di produrre al di fuori del circuito delle merci, trattiamo la produzione delle merci, che poggia su una base privata, come un bene comune. Ma se si crede veramente che il lavoro salariato sia un lavoro nel quale gli individui procedono in una forma materialmente costrittiva, e se il lavoro salariato continua a fornire la base materiale della vita sociale, perché mai la libertà da quella condizione dovrebbe essere garantita solo ad una parte della popolazione contro l’altra ?

 

Su questo aspetto del problema Bascetta svolge un approfondimento. “Il reddito di cittadinanza”, scrive, “dovrebbe essere considerato non come un ammortizzatore sociale, bensì come la retribuzione … per una vasta cooperazione sociale che ha luogo nella società, ma alla quale non corrisponde direttamente alcun reddito”. C’è cioè una processo di produzione di ricchezza “che attraverso il reddito di cittadinanza potrebbe sfociare in un insieme di interazioni e di scelte produttive a prescindere dalla forma o direzione che prenderanno o dal genere di bisogni e di desideri che intendono soddisfare”. La riflessione si conclude con “il reddito di cittadinanza non è che la possibilità di agire, avendo garantite dignitose condizioni di vita, fuori dal mercato senza per questo dover sottostare all’esame di uno ‘stato etico’, alla sua idea di ‘concretezza’ e ‘utilità’. … Un investimento (?!) sulle soggettività e sulla potenza della loro interazione. Bisogna fidarsi di questi ‘spiriti animali’ senza scopo di lucro? Forse. Dello stato è abbastanza assodato che no. Tra le tante definizioni che del reddito di base sono state date se ne potrebbe allora aggiungere un’altra: reddito di libertà”.

 

Ma la rivendicazione di un reddito di cittadinanza ha senso solo se si riconosce (magari per negazione) che ci sono un insieme di bisogni la cui soddisfazione rappresenta la condizioni imprescindibile dell’esistenza, cioè la base stessa della vita umana, e se quella soddisfazione manca viene a mancare qualsiasi libertà. Se così non fosse, se la vita potesse veramente fluire sbarazzandosi completamente dell’eteronomia, come pretende Bascetta – che considera eteronomia e autonomia non come determinazioni che debbono imparare a coesistere senza contraddirsi, ma come opposti che si escludono a vicenda – non avrebbe senso attingere da questa base materiale. Basterebbe trovare forme di circolazione di quella ricchezza che scaturisce da attività che non badano “alla forma o direzione che prenderanno o del genere di bisogni o di desideri che intendono soddisfare”. Insomma il gioco potrebbe sostituire la produzione senza che quei vincoli dell’esistenza evocati proprio dal reddito di cittadinanza non costringano prima o poi a riprendere la vecchia strada.

 

Poiché non credo che la “cooperazione sociale alternativa” evocata da Bascetta abbia già raggiunto un livello sociale superiore rispetto a quello garantito dalla divisione del lavoro che si è sviluppata negli ultimi due secoli attraverso la proprietà privata, insisto da decenni affinché si lavori a sviluppare quella libertà adulta, che, da un lato, sa fare i conti con la necessità – garantendo a tutti un lavoro attraverso la sua redistribuzione a parità di salario – e, dall’altro lato, consenta di esplorare collettivamente quel difficile regno della libertà nel quale non può dominare l’autonomia, ma il procedere socialmente condiviso.

 

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