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Tempo di lavoro e forme di vita

Verso le 35 ore e oltre

 

Giovanni Mazzetti

Manifestolibri, 1999

 

 

 

 

 

Recensione

pp. 167-169.

Il ruolo del deficit pubblico

 

La mistificazione più grande contenuta nelle argomentazioni del Professor Monti riguarda la sua interpretazione della natura del deficit pubblico, perché proprio questa interpretazione ha costituito uno dei maggiori ostacoli sulla via della piena utilizzazione delle risorse esistenti…Il Professore richiama…il senso comune prevalente e sostiene che il deficit rappresenterebbe un arbitrio perché, ad una spesa presente, farebbe corrispondere un costo per le generazioni future. Ma per convenire su un simile principio di valore, si dovrebbe portare l’orologio della storia indietro di tre o quattro secoli. Che cos’è infatti l’investimento capitalistico, che un così grande progresso ha garantito negli ultimi trecento anni? Nient’altro che un’anticipazione. L’imprenditore sostiene cioè una spesa, di norma contraendo un debito, con la convinzione che, in un momento successivo, potrà farne gravare i costi su quanti compreranno i suoi prodotti. E per di più a questi costi passati aggiungerà di volta in volta un profitto. Perché coloro che vengono dopo questo investimento dovrebbero essere grati all’imprenditore per averlo fatto, e sentirsi soddisfatti dall’acquisto, per esempio, di una casa o di un’automobile, mentre nei confronti dello Stato che costruisce una scuola o una strada, senza nemmeno guadagnarci sopra, dovrebbero essere risentiti, e considerarlo come un assurdo? Portata alle sue logiche conseguenze, la posizione del Professore sfocia dunque nella messa in discussione di tutta la nostra civiltà, e non può pertanto essere condivisa.

 

C’è tuttavia una linea di difesa, che il Commissario (all’epoca della critica, fine agosto 1998, il professore Mario Monti era Commissario Europeo) potrebbe cercare di far valere. Esaminiamola brevemente per dimostrare come anch’essa non tenga in gran conto la storia. Egli potrebbe infatti sostenere: d’accordo, l’imprenditore fa gravare costi sui futuri acquirenti, ma questi sono liberi di accettarli o di non accettarli. Essi possono cioè anche non comperare la casa o l’automobile, mentre lo Stato ci costringe a sopportare i costi che sostiene, mediante il prelievo fiscale. Per questo il debito pubblico si presenta come un arbitrio, mentre il debito privato non lo è.

 

Ora, una simile argomentazione costituisce una prova certa della totale incomprensione, da parte del nostro Professore, della natura del moderno Stato sociale. Com’è noto, infatti, i padri fondatori del Welfare negarono una qualsiasi validità ad un intervento pubblico che fosse finalizzato a coprire i propri costi con prelievi fiscali, fatta eccezione per l’imposizione su quella parte dei patrimoni che tendeva a riversarsi sul solo mercato speculativo, sottraendosi agli usi produttivi. Essi si batterono invece affinché allo Stato fosse riconosciuto seppure ad un livello superiore, un potere analogo a quello degli istituti di credito, di creare il denaro necessario alla soddisfazione dei bisogni che tecnicamente potevano essere soddisfatti, ma che non lo erano proprio a causa del relativo contrarsi della circolazione monetaria. Essi sostenevano cioè che, di fronte ad una famiglia che avesse bisogno di comperarsi una casa o un’automobile, in una situazione nella quale questi beni potevano essere prodotti, fosse giusto intervenire con una spesa pubblica, fornendo a quella famiglia un’occasione di lavoro e facendo così emergere quella domanda potenziale che, lasciata nelle mani del mercato, risultava priva di mezzi monetari per esprimersi. L’effetto positivo sarebbe stato duplice. Lo Stato poteva infatti mettere la madre ad insegnare ed il padre a costruire scuole e produrre una ricchezza materiale attraverso la loro azione. In aggiunta essi avrebbero acquisito quei mezzi monetari che mancavano per soddisfare i loro bisogni di abitazione e di trasporto. La casa e l’automobile sarebbero stati in tal modo prodotti. La libertà positiva di acquisire ciò di cui si aveva bisogno e che poteva essere prodotto riusciva così a prendere corpo, mentre prima era inesistente. Nel primo caso la famiglia risultava sottomessa al denaro, e cioè comperava quei beni che, attraverso la spontanea evoluzione del mercato, era in grado di acquisire. Mentre nel secondo caso essa veniva messa in condizione di acquisire tutti i beni materialmente producibili, anche al di là del livello consentito dalla spontanea evoluzione del mercato. Ciò che accadeva proprio grazie alla spesa dello Stato.

 

Se, nel periodo tra le due guerre mondiali, il mercato non avesse miseramente mostrato i suoi limiti strutturali, la necessità di procedere in questa direzione non sarebbe ovviamente emersa. Per questo si può riconoscere che, con lo Stato sociale, si tende ad introdurre una libertà di produrre, contrapposta e superiore, rispetto alla semplice libertà di scegliere nell’attribuzione di un prodotto dato. E per questo è assolutamente sbagliato il sostenere che l’intervento pubblico nell’economia, e segnatamente l’intervento in deficit, deve essere considerato negativamente.

 

Ultima modifica: 30 Settembre 2019