Contro la “superCazzola” del

conflitto tra generazioni

La società odierna non è travolta solo dal dilagare delle fake news (alias panzane), ma anche da un’incessante ripetizione di ecolalie, cioè di espressioni o slogan che tutti echeggiano solennemente senza sapere che cosa significhino. Come i bambini che soffrono di questo disturbo hanno appreso meccanicamente quei termini, che rimbalzano senza significato in continuazione nel loro parlare, così queste ecolalie vengono ripetute “per sentito dire”, come se tenessero insieme spontaneamente  le argomentazioni svolte nel discorso collettivo.

 

Un luogo comune di questo tipo, che è echeggiato negli ultimi decenni, è quello del sussistere di un “conflitto tra generazioni”.  Richiamiamolo con le parole di uno di coloro hanno messo in giro questa fola.  Scrive Cazzola,  il mio  “è soltanto un ulteriore tentativo per aiutare i giovani a trovare una ‘coscienza di classe’ nell’unico modo possibile oggi.  Comprendendo, cioè, che l’avversario di classe non è il padrone, non si annida all’interno dei rapporti economici, ma in quelli intercorrenti tra le generazioni.”  La tesi è semplice:  poiché il sistema pensionistico è a ripartizione, con i vecchi che traggono le loro pensioni da un prelievo sulle retribuzioni di coloro che lavorano (contributi), ci troveremmo di fronte ad uno scippo, ad uno sfruttamento, che renderebbe “le paghe dei giovani ingiustificatamente più basse”.

 

Nessuno nega che, purtroppo, si possa sperimentazione il rapporto intergenerazionale con questa asfissia culturale, nella quale il denaro è, borghesemente, tutto ciò che conta. Ma per nostra fortuna si può anche coltivare un’altra forma di sensibilità, che permette di vedere ciò che all’occhio aduso a percepire solo il denaro sfugge, e cioè la storia e l’economia reale.

 

Gli anziani di oggi sono coloro che sono nati durante la guerra o negli anni immediatamente successivi.  Allora non esisteva alcun diritto allo studio, la stragrande maggioranza della popolazione aveva frequentato solo la scuola elementare ed era dedita a misere forme di agricoltura di sussistenza, soffrendo di malnutrizione. La maggior parte dei giovani non immersi nel mondo rurale era condannata ad accettare lavori con salari da fame già all’inizio della propria adolescenza.  Ma con il loro lavoro e con le loro lotte quei cittadini sono riusciti nei decenni successivi a trasformare la struttura stessa della società nel mentre cambiavano se stessi, creando delle forze produttive che fino a quel momento apparivano impensabili. Il mondo nel quale crescono i giovani d’oggi è profondamente più ricco di quello in cui sono cresciuti i loro genitori e i loro nonni.  Il numero di stanze di cui disponiamo si è moltiplicato per sei ed è di qualità incomparabile con quelle d’allora (acqua diretta, bagni, riscaldamento, illuminazione, ecc.); da 9 auto ogni 1000 abitanti siamo passati alle 700 ogni 1000 abitanti di oggi; il telefono raggiungeva allora appena il 10% delle abitazioni, oggi tutti hanno un proprio telefono; non esisteva la televisione, oggi ogni famiglia ne ha più d’una; il frigorifero, da bene di lusso è diventato un bene universalmente disponibile; nel 1951 morivano al parto 92 neonati ogni 1000, oggi ne muoiono meno di 3; allora godeva di una qualche forma di vacanza solo il 10% della popolazione oggi è il 60%; allora si iscriveva all’università solo il 4 per mille dei giovani in età, oggi siamo al 430 per mille; allora la speranza di vita era di circa 71 anni ora è di 84, ecc.

 

Se si vuole esprimere un giudizio sul rapporto intergenerazionale, e addirittura fomentare una lotta,  prima di entrare nel merito dei flussi monetari correnti, bisogna saper vedere la ricchezza materiale che le generazioni precedenti hanno creato per se stesse, ma anche per quelle che le seguono. Un’operazione che può essere elusa solo da chi crede ingenuamente che il “mondo” nel quale siamo immersi non sia il risultato del lavoro degli uomini, ma esista così com’è per natura. Ma visto che il contesto in cui viviamo è il prodotto delle generazioni che si sono susseguite, cerchiamo di analizzare come questa realtà si intreccia con la questione delle pensioni.

 

1. Il metodo a ripartizione è un metodo razionale.

Che le generazioni dipendano le une dalle altre è un fatto. La fantasia che una qualsiasi generazione possa emanciparsi da questa condizione esistenziale è, appunto, una supercazzola.  Le nostre facoltà più elementari, come il parlare, il pensare, l’alimentarsi, il tenersi puliti, il coprirsi con abiti, ecc. sono acquisite, cioè effetto di una “ripartizione” attraverso la quale ciascun essere umano rende partecipi i suoi successori della cultura e delle capacità delle quali è depositario.  Poiché queste capacità mutano col variare dell’età, anche le nuove generazioni, quando diventano  produttive, “ripartiscono” in forme storicamente diverse con le generazioni più anziane i frutti della loro attività, quando queste non sono più in grado di produrre direttamente la loro sussistenza.  Come in passato i bambini erano costretti a lavorare prima dell’adolescenza, così gli anziani erano costretti a farlo fino al momento della disabilità totale o della morte.  Ma da quando, finalmente, la società ha conquistato un relativo grado di emancipazione dallo stato di miseria, si è ripartito lo spazio sia per sottrarre i giovani dalla condanna del lavoro minorile (l’età media di ingresso al lavoro supera i 25 anni), sia per consentire un godimento dell’ultima fase della vita sottratta alla necessità di produrre (gli anziani escono dal lavoro cerca 20 anni prima della probabilità di morte).

 

2. L’aggancio della pensione alle ultime retribuzioni (metodo retributivo) è più razionale del metodo contributivo (ammontare dei contributi accantonati).

L’attività produttiva trasforma continuamente il mondo rendendo l’attività successiva più produttiva.  Comunicare (per lettera) negli anni sessanta poteva richiedere giorni e giorni di attesa;  effettuare dei rilievi per un intervento in una zona poteva costare settimane di lavoro; diagnosticare una malattia e garantire la cura dopo un intervento operatorio richiedeva lunghe degenze e l’assistenza relativa; collezionare le conoscenze accumulate in un settore del sapere era un’operazione improba; ecc. ecc.  Oggi gli strumenti di cui disponiamo, grazie al lavoro passato, hanno reso ogni attività produttiva estremamente più capace di ottenere il risultato, con un dispendio di energie e di risorse irrisorio rispetto al passato.  Su questa base i lavoratori hanno potuto, in passato, rivendicare una crescita sistematica delle loro retribuzioni e garantire allo stesso tempo contributi più elevati, per pagare pensioni che tendevano a loro volta a crescere.

 

L’insistenza a voler commisurare i trattamenti pensionistici ai contributi accantonati venti, trenta o quarant’anni prima, spazza via questa conquista della società.  Dice che, al momento della quiescenza, il pensionato non può godere in modo ripartitorio dei frutti della capacità produttiva crescente,  nonostante abbia contribuito a crearla con il suo lavoro.  Per capirci, è come se un giovane venuto su in una famiglia che si è dotata di una biblioteca di cinque o seimila volumi, che lui vuole ampliare, condannasse i genitori a non accedere alle nuove acquisizioni, perché ciò lo priverebbe dei suoi libri.  Invece di porre il rapporto con la ricchezza acquisita e in formazione come una conquista collettiva, egli pretenderebbe di goderne in forma privata.

 

3. Ogni ridimensionamento dei trattamenti pensionistici si traduce in un peggioramento delle condizioni dei giovani (oltre che dei vecchi).

La prospettiva adombrata da Cazzola determina un disastro economico come quello di cui stiamo soffrendo.  Il fraintendimento implicito nel suo ragionamento, e implicito nell’ecolalia che tutti ripetono, è che il soldi costituiscano un “fondo” dal quale, se qualcuno attinge, toglie necessariamente a qualcun altro.  Per questo può rappresentare l’interesse dei giovani in antagonismo con quello degli anziani per il solo fatto che versano dei contributi.  Ma i soldi ci sono o non ci sono in corrispondenza della misura in cui gli individui esprimono il bisogno dell’attività degli uni per gli altri.  L’esserci o il non esserci del denaro si manifesta, cioè, in un “flusso”, la cui portata è misurata dalla velocità con la quale esso viene speso, ciò che gli economisti chiamano domanda.  Ogni taglio di spesa determina – contraddittoriamente – un effetto opposto a quello immaginato da Cazzola e dai suoi fiancheggiatori:  i soldi diminuisco invece di aumentare.  Come ha spiegato approfonditamente Keynes, il sistema economico contemporaneo non è più quello in cui il risparmio era condizione per gli investimenti.  Poiché l’offerta potenziale eccede strutturalmente la domanda esso si è trasformato in una sorta di “orcio della vedova di Serepta”, di cui parla la bibbia, dal quale più si prende più c’è disponibilità.  Per cui ogni soldo risparmiato, peggiorando le condizioni di una parte della società, si trasforma necessariamente nella cancellazione di una parte del lavoro possibile.

 

Non va dimenticato che il Commendator Cazzola ha avuto negli ultimi quarant’anni posizioni di alta responsabilità nella società.  Ed è proprio per le proposte di signori come lui, attuate negli ultimi decenni, che la società soffre di una crisi che sembra interminabile.  Ma questa è una questione che richiede altri approfondimenti.

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