Una sinistra senza interrogativi

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Dialogando di recente con Fazio, che sosteneva: “da come lei descrive la situazione, sembrerebbe che chiunque, di destra o di sinistra, fosse al timone di questa nave si troverebbe di fronte lo stesso problema”, Bersani rispondeva lapidariamente: “il problema è il problema! Mentre le soluzioni sono di destra o di sinistra”. Questo orientamento avrebbe un senso se e soltanto se non esistesse un nesso stringente tra la formulazione del problema, di qualsiasi problema, e la sua soluzione. Ma, come sostiene Marx in La questione ebraica, “il modo di formulare un problema è già la sua soluzione”. E come aggiunge Vygotskij sessant’anni dopo: “l’intero processo di soluzione dei problemi è determinato essenzialmente dalla percezione [della loro natura]”.

L’approccio alla Bersani ha alcune conseguenze negative, alle quali posso qui solo far cenno.

1) Uno svuotamento della soggettività. I problemi sono innanzi tutto ostacoli che si frappongono allo svolgimento dell’azione umana. Finché essi non sono risolti, l’attività è inibita o non va a buon fine, perché la capacità individuale e collettiva è frustrata da un insieme di elementi oggettivi e soggettivi, che non sono ancora noti e che debbono essere compresi. La formulazione del problema corrisponde, dunque, all’individuazione di questi elementi, alla comprensione della loro natura e all’elaborazione del determinato rapporto che si deve instaurare con essi, per provare a soddisfare il bisogno che spinge all’azione.

Lo svolgimento di questi tre passaggi è a sua volta problematico, nel senso che non basta volerli compiere, per riuscire, ma bisogna anche imparare a farlo. Se la volontà, che è una componente necessaria, fosse anche una forza sufficiente, il cammino degli umani sarebbe molto meno accidentato di come è, perché troverebbe una solida base in quella soggettività che si esprime attraverso la volontà. Ma come Marx ha sconsolatamente ripetuto, le sconfitte del movimento dei lavoratori sono state quasi sempre dovute al fatto che “c’era la volontà, ma mancava la capacità”!

Anche in merito all’acquisizione della capacità si può, però, incorrere nell’errore di non essere sufficientemente problematici. Ciò accade quando si riconduce il tutto ad una mera aggiunta alle capacità delle quali si è già depositari, all’imparare qualcosa in più. In questo caso, infatti, il soggetto conserva immutata la struttura della propria individualità, e pretende di agire solo sulle circostanze, cercando di adeguarle ai suoi bisogni, per come si presentano spontaneamente. Questo modo di procedere non determina effetti contraddittori solo fintanto che i problemi con i quali si confronta non investono il processo riproduttivo nella sua generalità. In caso contrario, questa semplificazione diventa devastante, e senza un radicale mutamento di se stessi l’azione finisce del dimostrarsi inconsistente.

L’inconsistenza dell’attuale opposizione non è, dunque, un fenomeno inspiegabile; sta proprio in questo rifiuto di avvicinarsi alla crisi come un problema il cui significato non è scontato. Non a caso, da quando il Welfare si è scontrato con delle difficoltà strutturali, trent’anni fa, ogni volta che la sinistra ha acquisito una posizione di responsabilità ha finito col procedere esattamente come avrebbero fatto i suoi avversari, confidando sul fatto che le sue intenzioni sarebbero bastate per produrre gli effetti voluti. Facendo trascinare la crisi per più di trent’anni.

2) La pretesa di costruire un mondo senza interrogativi. Sarebbe sciocco desumere che Bersani e i suoi collaboratori non abbiano una rappresentazione della crisi. Ma la questione riguarda il livello al quale la sensibilità si ferma e dà forma alla rappresentazione. Più volte, nel corso del dialogo con Fazio, Bersani ha definito la crisi come “un guaio”. Ma il guaio è un evento imprevedibile, che non ci si poteva aspettare che succedesse. Si fa così confusione tra la propria inadeguatezza a prevedere l’evoluzione sociale e la non prevedibilità dell’evento. Questo non è stato previsto non perché non fosse prevedibile, bensì perché si tratta di un fenomeno che non rientra nelle forme di esperienza della quale gli attuali dirigenti di quel partito sono depositari. L’avvitamento del sistema economico su se stesso non è un guaio, bensì l’effetto di uno svolgimento contraddittorio, la cui natura paradossale occorre imparare a cogliere.

Perché mai se tutti, dalle imprese ai lavoratori, dai politici ai tecnici, vogliono che il sistema torni a crescere garantendo accumulazione e occupazione, il sistema contraddice questa loro volontà, ristagnando? L’ingenuità della percezione spinge ognuno dei soggetti in campo a imputare il guaio alla volontà negativa degli altri attori sociali, e a ribadire evocativamente che “per crescere” lo si deve fare alle loro condizioni. Da decenni le imprese imputano la colpa di ciò che accade alla “rigidità” dei lavoratori. I politici hanno ricorrentemente recepito l’eco di questa lagnanza, facendo strame di ogni istituto finalizzato a salvaguardare le garanzie dei lavoratori. D’altra parte, i lavoratori avanzano la stessa accusa, rovesciata, sostenendo che le imprese non vogliono fare gli investimenti che permetterebbero di tornare a crescere e garantire il loro lavoro. L’idea che sia la dinamica propria dei rapporti sociali prevalenti a precludere questa possibilità viene accarezzata solo da esigue minoranze, che rimangono inascoltate. La chiusura, disastrosa, di questo circolo diseducativo si ha con gli appelli alla concordia e alla condivisione, con i quali i contrasti generati dall’impotenza vengono rappresentati come cause dell’incapacità di far fronte alla crisi.

Bersani ha specificato che il problema che ci sta investendo è che “i soldi scappano via”, e la soluzione sta nel “farli tornare”. Ma questa non è una spiegazione di ciò che accade, bensì solo la sua rappresentazione fenomenologica. Per capire il fenomeno bisogna coglierlo all’interno di un sistema, che nel nostro caso si riferisce alla struttura sulla quale si basa la normale riproduzione della società. Cosicché non solo il problema non è un mero dato, ma per essere coerentemente formulato, deve appoggiarsi su tutta una serie di ulteriori interrogativi, in assenza dei quali diventa vuoto per inconsistenza.

I soldi scappano, cioè non servono più a mediare la normale riproduzione della società. Ma basta volerli far tornare indietro per riuscire? Se invece avesse ragione Marx, che l’arricchimento fa “crollare il rapporto di valore”? E se avesse ragione Keynes, che proprio il tentativo di preservare il potere del denaro, là dove la necessità immediata recede produce effetti opposti rispetto a quelli desiderati? Ma il PD rifugge da questi interrogativi. Accantonata la vecchia ideologia, non sente il bisogno di elaborare una nuova visione del mondo. Per questo pensa di potersela cavare a rimettere insieme i cocci di un mondo che sta andando in pezzi.

 

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