Una sinistra di alchimisti?

L’illusione dell’uscita dall’euro come panacea sociale

 

Qual è la differenza tra quella forma di sapere ormai tramontata che era l’alchimia e la sua forma moderna che chiamiamo chimica? Come spiega bene Lewis Mumford essa consiste nel fatto che l’alchimista punta a raggiungere l’effetto voluto senza tener debitamente conto delle più o meno numerose mediazioni che, eventualmente, potrebbero consentirgli di ottenerlo. Il chimico, essendo cresciuto con lo sviluppo del sapere scientifico, riconosce, invece, che il perseguimento della sua finalità deve sottostare ad un insieme di passaggi che soli possono, eventualmente, permettergli di raggiungere l’obbiettivo. Detto in termini elementari: l’alchimista brandisce la volontà come arma necessaria e sufficiente, il chimico riconosce che la volontà non basta e deve sviluppare una specifica capacità corrispondente al compito.

Quando ci si imbatte in un testo avidamente letto a sinistra (A. Bagnai, Il tramonto dell’euro), il cui sottotitolo è “la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa” si ha un’idea della differenza appena descritta. Notoriamente non ci sono nessi immediati tra la qualità della vita democratica e la moneta, così come l’instaurarsi del benessere economico dipende dal funzionamento dell’economia e non dalla moneta. L’impazienza per un’evoluzione democratica d’uscita dalla crisi e per un miglioramento della situazione economica non giustifica la fantasia dell’esistenza di una scorciatoia. Come sottolineava Marx nelle sue critiche al proudhoniano Darimon (Grundrisse I, pag. 43) è un errore far dipendere “tutto il male” di cui un sistema economico soffre dalla natura della sua moneta e occorre, invece, entrare nel merito delle contraddizioni economiche di cui quel sistema soffre.

Analizziamo dunque la questione spassionatamente consapevoli di scatenare le ire di coloro che la trattano come un articolo di fede.

 

1. La tesi principale dei sostenitori dell’uscita dall’euro è che, in tal modo, recupereremmo un’autonomia nel gestire le politiche economiche, autonomia che, con l’euro, sarebbe stata persa. Ma l’autonomia – cioè la capacità di darsi proprie leggi indipendentemente dagli altri – presuppone l’inesistenza di intrecci vitali con questi altri. In caso contrario l’autonomia si trasformerebbe nella pretesa di agire a prescindere dalla situazione esistente. Ora, le esportazioni e le importazioni incidono, ciascuna, per circa il 30% del prodotto interno lordo, cioè poco meno di un terzo della ricchezza prodotta ogni anno. Pertanto c’è un nesso profondo tra l’economia italiana e l’economia di altri paesi. Ciò che spinge a riconoscere che le regole possono solo essere la manifestazione di un accordo con coloro che sono così strettamente legati a noi. Ciò non significa, ovviamente, che le regole esistenti debbano essere considerate giuste, ma che se si vuole cambiare la situazione e non regredire in un anacronistico isolamento, si debbono, nonostante le difficoltà, concordare regole alternative con gli altri.

2. Secondo i sostenitori dell’uscita dall’euro come panacea, non sarebbe necessario sobbarcarsi quest’onere, perché ci sarebbe un regolatore automatico in grado di far tornare i sistemi economici al loro “funzionamento fisiologico”. Questo regolatore – udite, udite! – sarebbe nient’altro che la legge della domanda e dell’offerta (Bagnai 45, 64) che, attraverso l’adeguamento dei prezzi riuscirebbe a far “diventare gli scambi più equilibrati” (Bagnai 64/65) In questo modo di ragionare tutte le conquiste realizzate dall’economia a metà Novecento, quando si è cominciato a riconoscere la natura contraddittoria del rapporto domanda-offerta lasciato a se stesso, scompaiono nel nulla.

3. Come purtroppo scompare nel nulla l’accenno di comprensione delle crisi moderne avviato da Marx e ripreso da Keynes. Chi sostiene che “le crisi ‘globali’ ci sono sempre state, e ogni volta che si presentavano sembravano una cosa nuova, una cosa moderna, ma erano in fondo sempre la stessa cosa”, butta a mare l’ipotesi marxiana che “nelle crisi capitalistiche scoppia un’epidemia sociale che in tutte le epoche anteriori sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovrapproduzione”. Per sostenere coerentemente che le crisi sono sempre state le stesse si deve logicamente credere che la vita umana sia sempre stata la stessa, una tesi che implica una profonda ignoranza della storia e dello sviluppo delle forze produttive della società realizzato con la trasformazione delle relazioni sociali.

4. L’ignoranza della storia si spinge talvolta fino a degli estremi senza scusanti. Se si dice, come fa il programma della Modern Monetary Theory italiana, anch’essa orientata ad uscire dall’euro, che “una moneta non posseduta da alcuno stato è un’aberrazione monetaria che non ha precedenti in 5.000 anni di storia”, si dimostra di non sapere nulla della natura e della storia della moneta. Non sa ad esempio che la moneta sgorga spontaneamente dal rapporto di scambio, e solo in un secondo momento riceve, eventualmente, una istituzionalizzazione sociale. Non sa, inoltre, che una situazione nella quale lo stato ha cominciato a regolare direttamente l’emissione di moneta, in Italia si è instaurata solo nel 1893, con l’istituzione della Banca d’Italia, dopo lo scandalo della Banca Romana, mentre prima c’erano ben sei istituti, di cui due soli pubblici, che emettevano moneta.

6. Tutte queste slabbrature analitiche si riflettono ovviamente direttamente nelle stesse analisi economiche. La prima tesi avanzata è che, bisognerebbe uscire dall’euro e svalutare perché “se non si muove la moneta si deve muovere il salario”. Ma notoriamente quando la moneta “si muove” si muove anche il salario. Il salario è infatti un prezzo, e cioè l’espressione di una determinazione reciproca tra valore della forza lavoro e valore della moneta. La tesi di fondo è che se la moneta (usata negli scambi internazionali) è sopravvalutata interverrà un lungo periodo di deflazione di salari e prezzi. Per evitarla che cosa si dovrebbe fare? Imporre una riduzione dei salari reali attraverso lo svalutazione del cambio. (Roubini) Insomma per evitare che intervenga un fenomeno negativo si dovrebbe far in modo di attuarlo consapevolmente in anticipo.

7. Per non cogliere questo aspetto negativo ci si immagina che tutto si risolva in un processo positivo. Nella fantasia di coloro che considerano la svalutazione come un passaggio positivo, il vantaggio starebbe nel fatto che si potrebbe vendere agli acquirenti esteri più a buon mercato, cioè a prezzi più bassi. Ma ciò significa che per ottenere da coloro ai quali si vende lo stesso valore di prima bisogna offrire – cioè lavorare – di più, in cambio della stessa quantità di prodotto. Il salario dunque, in contrasto con le fantasie sulla panacea, si muove, in concomitanza con il mutar di valore della moneta. La trincea dei paladini della svalutazione è che questo fenomeno di riduzione del valore reale dei salari interverrebbe solo nei confronti dei fornitori esteri, mentre non investirebbe la produzione nazionale. Ma questo ragionamento regge solo per quei paesi che, per una ragione o l’altra, sono solo esportatori. Per un paese integrato nell’economia internazionale le cose stanno diversamente. L’aumento del prezzo dei prodotti esteri, determinato dalla svalutazione, si riflette infatti inevitabilmente sui costi di produzione, determinando una riduzione dei salari reali.

8. Un’ultima considerazione. L’idea che svalutando si produrrebbe e si venderebbe di più regge solo nell’ipotesi antimarxiana e antikeynesiana che la crisi che stiamo attraversando non sia determinata, sul piano generale, dall’esistenza di una capacità produttiva eccedente. In caso contrario l’occupazione aggiuntiva del paese che svalorizza finirebbe, nella migliore delle ipotesi, col distruggere una parte dell’occupazione del paese che mantiene il valore della moneta invariato. Con una caduta del reddito di quel paese compensata solo in parte dal minor aumento del reddito che interverrebbe nel paese che ha svalutato. Ci sarebbe pertanto una contrazione degli sbocchi complessivi aggiuntiva rispetto a quella della quale già si soffre. E perché mai il paese che vede minacciato il suo livello di occupazione non dovrebbe ricorrere a sua volta ad una svalutazione competitiva, del tipo di quelle che dilagarono nel corso degli anni Trenta del Novecento, con un aggravamento dello stato generale di crisi.

9. Per concludere. Per quanto sia difficile, l’unica strada per uscire dal pantano nel quale siamo finiti c’è bisogno di una lunga lotta, che passa attraverso la formazione di un sapere alternativo rispetto a quello dominante oggi nel senso comune, anche a sinistra. La proposta d’uscita dall’euro è una scorciatoia sbagliata. Appunto, nient’altro che alchimia sociale.

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