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Scarsità e redistribuzione del lavoro

 

Giovanni Mazzetti

Edizioni Dedalo, 1986

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla quarta di copertina

La speranza condivisa da molti, di trovare lavoro è forse un'illusione che ci si ostina ad accarezzare per la sua desiderabilità ma che non trova e non può trovare una motivazione adeguata nelle condizioni in cui si trovano i paesi economicamente maturi, Italia inclusa ?

L'autore ripercorrendo sinteticamente l'evoluzione degli ultimi cento anni, che ha condotto prima all'intervento dello Stato a sostegno dell'occupazione, e poi alla crisi di questa politica, dimostra come le ipotesi oggi "di moda" sulla creazione di nuovo e maggiore lavoro poggino su una sostanziale ignoranza delle dinamiche sociali e delle loro implicazioni

 

Conclusioni

 

Come è stato chiaramente preannunciato nell'introduzione, non abbiamo <<colombe arrostite da far volare in bocca>> a coloro che cercano progetti di ingegneria sociale belli e pronti. Occorreranno mesi, forse anni per intravedere con chiarezza una via d'uscita positiva articolata in tutta la sua profondità dalla disgregazione del rapporto di denaro. Ma ciò non ci esime dal riconoscere che la strada della sperimentazione positiva è già oggi completamente aperta.

 

Riassumiamo le condizioni oggettive che sono sin qui emerse dalla nostra analisi:

1) che la difficoltà di creare una domanda aggregata sufficiente ad assorbire i disoccupati non è altro che la difficoltà di continuare a sviluppare le relazioni umane nell'ambito del rapporto di denaro;

2) che questa difficoltà scaturisce dal retrocedere oggettivo del regno delle necessità, cioè di quella componente dell'esistenza umana nell'ambito della quale i rapporti di denaro si presentano come rapporti adeguati;

3) che il disordine attuale consegue proprio dal fatto che i bisogni nuovi, che sono espressione di un'oggettiva libertà della società nel suo insieme dalla necessità materiale, si presentano ancora contraddittoriamente come bisogni economici, cioè come espressione di una mera dipendenza materiale reciproca;

4) che questi bisogni nuovi, nel loro insieme, sebbene ciò non venga affatto riconosciuto, non costituiscono altro che il bisogno della comunità, dal riconoscimento della reciproca individualità;

5) che questo bisogno non può in alcun modo essere subordinato, come invece oggi si cerca di fare, nel rapporto di denaro, senza che venga svuotato della possibilità di oggettivarsi in forma adeguata e, quindi, della stessa speranza di essere soddisfatto;

6) che pertanto il bisogno della comunità non può essere soddisfatto attraverso uno stimolo della domanda e un ampliamento del lavoro, ma solo attraverso lo sviluppo di una produzione nella quale i singoli individui possano riversare i loro scopi particolari, cioè possano esprime liberamente la loro individualità;

7) che lo sviluppo dell'individualità diviene possibile solo se è fondato sulla reciproca libertà, e cioè soltanto se è fine a se stesso;

8) che quindi la condizioni preliminare per uscire dalla crisi è quella dell'eliminazione dell'esistenza antitetica di libertà e necessità in individui diversi nell'ambito della stessa società, e la loro ricomposizione in ciascun individuo;

9) che questa ricomposizione è impossibile se il lavoro continua ad essere accentrato nelle mani di una parte della popolazione e la libertà si contrappone ad esso, dall'altra parte, nella forma meramente negativa dell'inattività;

10) che per procedere a questa ricomposizione è necessario riconoscere praticamente, attraverso l'introduzione di una specifica relazione sociale, che la ricchezza dell'uomo non è nel lavoro, e che questo è solo il costo della produzione di tale ricchezza;

11) che questa natura di costo può essere adeguatamente percepita solo se l'attività diretta a far fronte al problema della necessità diviene il compito personale i ciascun cittadino, e a nessuno sia data la possibilità di sottrarsi interamente alla soddisfazione dei bisogni materiali di altri;

 

Un solo obiettivo pratico è coerente con l'insieme delle condizioni oggettive appena elencate: una progressiva e marcata riduzione della giornata lavorativa degli occupati, finalizzata alla redistribuzione anche ai disoccupati del lavoro che è necessario svolgere.

E' importante non fraintendere questa proposizione. La redistribuzione del lavoro nella forma di una riduzione della giornata lavorativa non è la soluzione del problema della libertà, bensì solo l'operazione preliminare per poter sperare di affrontare il problema che abbiamo di fronte con una qualche probabilità di riuscita. Come diceva giustamente Marx, è la condizione per poter poi procedere allo sviluppo positivo di un nuovo modo di produzione. Il riconoscimento dell'esistenza del tempo libero, attraverso la riduzione generalizzata della giornata lavorativa, equivale all'acquisto di un paio di occhiali da parte di un individuo miope che, a causa della sua miopia, non è stato in grado di avere un rapporto positivo con il mondo. Gli occhiali gli permetteranno di vedere, e così egli potrà imparare a leggere, a scrivere, a cucinare, a dipingere, a guidare, ecc. Ma essi, da soli, non garantiranno in alcun modo la capacità di leggere e scrivere, quella di cucinare o dipingere. Queste capacità dovranno essere acquisite dopo che l'individuo è entrato in possesso degli occhiali, e richiedono un impegno ulteriore.

C'è, cioè, una profonda differenza tra il riconoscere che si è liberi e rendere disponibile questa libertà attraverso una redistribuzione del lavoro, e l'oggettivare questa libertà in una forma positiva. Se ci è permessa un'analogia pittoresca, possiamo sostenere che l'uomo che vince oggi la propria battaglia per la riduzione della giornata lavorativa sta in rapporto con il possibile contenuto positivo della libertà come i nostri lontani antenati, che hanno scambiato millenni or sono per la prima volta con grande timore un prodotto della comunità con estranei, stavano in rapporto con il Fondo Monetario Internazionale che esiste oggi. Così come essi non sapevano che cosa il riconoscimento positivo della possibilità di un rapporto riproduttivo con estranei avrebbe implicato per le generazioni successive, così noi non sappiamo che cosa il riconoscimento della possibilità di un rapporto libero implicherà per le generazioni future.

Ma il porre in essere questo cambiamento è l'unico modo che è concesso praticamente o noi oggi di agire come uomini liberi.

 

Ultima modifica: 05 Luglio 2019