Nel mondo capovolto di Matteo Renzi

La capacità di distinguere quello che ciascun individuo pretende di essere e ciò che realmente è rappresenta uno dei segni della raggiunta maturità personale. Non c’è, infatti, nulla di più sbagliato del credere sulla parola ciò che ogni individuo o gruppo dicono e immaginano di se stessi e di ciò che fanno. In queste note cercherò di spiegare perché Matteo Renzi ha una visione capovolta della sua stessa azione, con la conseguenza che questa produce e produrrà effetti opposti rispetto a quelli positivi da lui immaginati, finendo con l’inguaiare tutti noi. Un capovolgimento che è ben espresso anche dal tema della Leopolda che recita: “Il futuro è solo l’inizio”. Cominciamo dall’esordio. Matteo Renzi ha presentato se stesso sulla scena nazionale come un “rottamatore”. Questa figura allegorica è stata mutuata da una pratica mercantile in vigore negli anni passati, grazie alla quale chi aveva un’auto malandata poteva rivolgersi ai rivenditori facendosela valutare per un certo ammontare, che veniva poi scalato dal prezzo d’acquisto di una nuova. Ne è in qualche modo scaturita la convinzione che il rottamare corrisponda a nient’altro che al sostituire un’auto vecchia e malandata con una nuova fiammante. Ma questo è l’effetto di una distorsione dell’esperienza. In realtà il rottamatore non è né il concessionario che attua l’operazione di compravendita, né il produttore dell’auto nuova che va a sostituire la vecchia. Il rottamatore, che sta dietro all’intera operazione, è colui che riceve il sottoprodotto dei comportamenti altrui, in quanto si limita a far rottami del veicolo scartato. Dalle sue mani escono, pertanto, cose che non hanno più alcuna utilità, a meno che qualcun altro le impieghi in un nuovo processo produttivo. Ora, è certo che Renzi fantasticava di essere in grado di mettere magicamente nelle mani della società le chiavi di un futuro nuovo fiammante, ma nella realtà, come dimostra il disastro della fuga in massa degli iscritti dal Partito Democratico, si è limitato a smantellare quel poco di un organismo sociale con qualche residua capacità orientativa, che cercava maldestramente di sopravvivere nella bufera. E’, appunto, solo un rottamatore, cioè l’opposto di quello che fantasticava di essere.

 

Normalmente le persone non imparano dalle disconferme che subiscono fino al momento in cui vengono travolte dagli eventi, come insegna l’esperienza del SuperMario bocconiano catapultato da Napolitano due anni fa a “salvare il paese”. Così Renzi, lungi dal convenire che la fuga in massa dei militanti costituisce un problema, ha sciorinato subito la “giustificazione”: sarà pure sparito qualche centinaio di migliaia di militanti del suo partito, ma sono stati guadagnati alla sua causa milioni di elettori! Questi rappresenterebbero la “macchina nuova” che lui consegnerebbe alla società. Ma solo degli ignoranti possono considerare gli elettori come un qualcosa di equivalente ai membri di un organismo sociale come un partito, anche se le sue radici storiche si stavano rinsecchendo. Questi ultimi lavorano a produrre un insieme di pratiche e di relazioni corrispondenti ad obiettivi sui quali hanno riflettuto, e per i quali cercano di creare le condizioni materiali e sociali; i primi – spesso attraverso un banale meccanismo proiettivo – chiedono solo che qualcun altro agisca secondo le loro speranze o aspettative. Molti di loro cercano nell’urna il “santo” che non trovano più in chiesa. La differenza che passa tra l’appartenenza ad un organismo sociale come un partito e il votare qualcuno è, ai nostri giorni, la stessa che passa tra il convivere o lo sposarsi con una persona per costruire un progetto di vita e lo sfogarsi con una prostituta per un piacere occasionale. Pertanto, quando Renzi e i suoi seguaci vantano i risultati delle elezioni europee, e minimizzano gli effetti devastanti delle loro iniziative sull’organismo del partito, ogni persona dotata di discernimento percepisce il millantamento e rifiuta di accodarsi alla processione dei consenzienti.

 

La metafora del rottamatore ha, per chi non si limita a ragionamenti da amici al bar, un precedente ben più illustre e ben più significativo in quello che è noto come il mito di Edipo. Ma quel mito ha un valore simbolico opposto rispetto all’intendimento di Renzi. Spiega come e perché la “liquidazione” dei propri genitori può essere un evento disastroso. Esso è, infatti, favorito da una totale ignoranza della storia attraverso la quale chi ci ha preceduto ci ha fatti e ha costruito il mondo in cui viviamo. Con la conseguenza che, quando gli effetti disastrosi dell’azione volontaristica finiscono col dispiegarsi, bisogna drammaticamente convenire, come fa Edipo accecandosi, sulla propria cecità. D’altronde, se avesse letto un po’ di Gramsci, Renzi riconoscerebbe le profonde similitudini della situazione odierna con quella dell’inizio degli anni Venti, e invece di pretendere di essere immediatamente portatore del nuovo – come facevano i fascisti all’epoca - potrebbe percepire il dispiegarsi di una coazione a ripetere della quale è vittima inconsapevole. Un secondo indizio del procedere capovolto di Renzi sta nella sua presunzione di “sapere perfettamente (!) quello che c’è da fare”, cosicché non dovrebbe confrontarsi con un problema, bensì imporre una soluzione che gli è nota. Già Monti aveva, però, fallito su questo terreno, sostenendo che “per uscire dal tunnel della crisi si sarebbe trattato solo di fare i compiti a casa”, prospettando un’interpretazione univoca di una crisi complessa che era lontano dal comprendere. Sennonché, avendoci imposto quei compiti abbiamo finito col trovarci peggio di prima. Come molti “giovanotti” rampanti, Matteo Renzi pensa veramente che ciò che ha in mente abbia natura diversa dalle proposte e dagli interventi di quelli che l’hanno preceduto negli ultimi decenni. Ma come recita un antico detto francese “plus ça change, plus c’est la même chose”. Se conoscesse un po’ di storia, o almeno se la conoscessero i suoi consiglieri, Renzi saprebbe che nel 1929 dopo il crollo di borsa, il presidente Hoover negli USA abbatté significativamente le imposte per ridare fiato agli investimenti privati, ma non ottenne alcun effetto pratico; così come nel 1975 il premier Wilson in Inghilterra, da un’angolazione completamente diversa derivata dal keynesismo, fece la stessa cosa, finendo a sua volta in un cul de sac che lo costrinse alle dimissioni. D’altra parte, il tagliare le tasse era lo slogan preferito, di Reagan, della Thatcher e poi di Berlusconi. Avendo un po’ più di intuito di Renzi, quest’ultimo non ha mai proceduto realmente a perseguire quell’obiettivo (l’abolizione dell’ICI, da questo punto di vista non fa storia) perché sapeva che la fantasia di dover “liberare risorse per le imprese” era, appunto, una chimera.

 

Che cosa c’è di sbagliato nelle convinzioni di Renzi e dei suoi consiglieri? C’è la riproposizione quasi scolastica di un luogo comune che gli economisti conservatori ripeterono ossessivamente per tutta la durata della crisi del 1929, e che i loro epigoni hanno cominciato a ripetere con la crisi del Welfare e l’avvento del neoliberismo. L’ostacolo al pieno impiego starebbe in un costo del lavoro anormalmente alto rispetto al valore del suo prodotto, e lo sviluppo potrebbe riprendere solo abbattendo le imposte per i lavoratori e le imprese. Se fosse stato permeabile all’esperienza di questi trent’anni, Renzi, invece di echeggiare luoghi comuni vecchi di un secolo, saprebbe che per le imprese il costo del lavoro è diminuito enormemente, ma la disoccupazione è aumentata in misura abnorme. Quei giovani, che debbono accontentarsi di un salario che è meno della metà di quello della generazione precedente, non vengono comunque assunti, visto che quasi uno su due è disoccupato. Il maggior reddito del quale si appropriano le classi egemoni non si riversa, infatti, nel settore produttivo, perché i capitalisti hanno esaurito il loro ruolo storico e non sanno più mediare lo sviluppo. Per questo si accalcano nel mondo della finanza, lucrando sul potere del capitale monetario di agire come una variabile indipendente, in grado di determinare il suo stesso prezzo.

 

E’ superfluo elencare qui gli altri mille indizi che testimoniano del fatto che ciò che Renzi cerca di presentare come novità mai pensate sono in realtà ferri vecchi culturali, dei quali la società si era sbarazzata quando, col Welfare. era riuscita a godere di un vero sviluppo. Ma uno di questi indizi è particolarmente chiarificatore. Dopo cento anni di dibattito sul problema, la Costituzione italiana, come quelle di altri paesi europei, ha riconosciuto nel 1948 che “il lavoro è un diritto”. Poiché la vita sociale è fondata sul lavoro deve essere garantita a tutti la certezza di poter lavorare. Ma Renzi non è convinto di tutto ciò e ha proclamato apertamente che “il lavoro non è un diritto, bensì un dovere”! Da questo punto di vista la Costituzione ha le idee ben più chiare di Renzi, visto che non scinde affatto (art. 4) il diritto dal dovere. E’ infatti proprio perché la repubblica è fondata sul lavoro, che da un lato riconosce ai cittadini un diritto al lavoro, e crea le condizioni affinché esso sia effettivo, mentre dall’altro li chiama al dovere di svolgere un’attività che arricchisca materialmente e culturalmente la società. Se si risolve questa ambivalenza del lavoro nel solo “dovere” si precipita inevitabilmente nel mondo dei rapporti precapitalistici, quando appunto il lavoro era solo un dovere. Che nessuno, nella direzione del PD, sia scoppiato a ridere di fronte all’affermazione, la dice lunga sull’amnesia sociale che ha colpito quel partito. E il fatto che Renzi abbia riscosso un successo elettorale nonostante i discorsi che fa ci dice che la società tutta è stata colpita da una sorta di Alzheimer, che le ha fatto rimuovere la propria storia e la propria cultura, con la conseguenza di una disintegrazione della sua stessa identità.

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