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Alla scoperta della libertà che manca

Una bussola per orientarsi nella crisi e dar vita ad una politica alternativa (I Parte)

 

Quaderno Nr. 9/2017

Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

 

 

 

GIOVANNI MAZZETTI

2017

2016

Presentazione

“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. (Antonio Gramsci 1933)

INDICE DELL'INTERA OPERA CHE SARA' PUBBLICATA IN CINQUE QUADERNI

 

 

 

In questo quaderno

TREDICI TESI PER LA LIBERTÀ CHE MANCA

 

 

LIBRO PRIMO

SUL SIGNIFICATO DELLA CRISI

 

I.  LE COORDINATE PER CAPIRE DOVE SIAMO

Il noi -  Una questione preliminare – La necessità di un orientamento -  La conquista del nuovo paradigma:  la necessità della spesa – Le diverse forme del processo riproduttivo – Denaro e crisi:  la descrizione della cosa – Perché le crisi trascendono le difficoltà del semplice rapporto di denaro – Il rimedio keynesiano alle crisi.

 

II.   IL PRINCIPIO GRAVITAZIONALE DEL PARADIGMA KEYNESIANO

La prospettiva monadica -  La prospettiva relazionale.

 

III.  COME SIAMO GIUNTI NELLA SITUAZIONE IN CUI CI TROVIAMO

I due opposti lati del rapporto di denaro – Il paradigma occulto dei conservatori – Perché la spesa costituisce la mediazione riproduttiva – La peculiarità della spesa capitalistica – La rozza intuizione del senso comune – L’esserci o il non esserci del denaro -  Dall’auri sacre fames al denaro odierno – Come il keynesismo si spinge al di là del sistema del credito – Nel guazzabuglio del significato della spesa pubblica.

 

Nel Secondo quaderno (Quaderno 10/2017)

LIBRO SECONDO

LA DIMENSIONE SOMMERSA DELLA STORIA DEL NOVECENTO

 

IV.  I PRESUPPOSTI DELLO STATO SOCIALE KEYNESIANO

Il rapporto tra base economica e problema delle crisi – Domanda e impiego delle risorse – Come avvengono i cambiamenti sociali – Il cambiamento implicito nel Welfare keynesiano – La differenza tra il credito e la spesa pubblica keynesiana – La base teorica della possibilità di una spesa in deficit – La contraddizione fondamentale insita nei rapporti capitalistici.

 

V.  IL PROFILARSI DELLA TEMPESTA

Un tentativo di spiegazione del blocco – Il nodo sottostante alla crisi del keynesismo – La mistificazione svelata –  Ma c’è una via d’uscita dalla contraddizione? - Come e perché si può erroneamente sostenere che lo stato non produce – La prima fase del progetto keynesiano – I risvolti politici del mutamento -  La seconda fase del progetto keynesiano, che la società ha eluso – Il meccanismo evolutivo del sistema dei bisogni.

 

 

Nel terzo quaderno (Quaderno 11/2017)

LIBRO TERZO

LA CRISI, QUANDO LA SOCIETÀ È IN BILICO TRA OPPORTUNITÀ E FALLIMENTO

 

VI.  IL PRIMO APPRODO KEYNESIANO:  UN PORTO INSICURO PER LA NUOVA  LIBERTÀ

Problematiche di libertà scaturite dai recenti sviluppi economici –  Perché  e come la libertà fecondata dal keynesismo è stata negata – Il fantasma del torchio -  Dalla negazione della libertà keynesiana alla sua dissoluzione.

 

VII.  L’INVERSIONE DI ROTTA E IL NAUFRAGIO

Quando il capitale pretese di sostituirsi allo stato keynesiano -

Perché il deficit è necessario -  Il quadro generale col quale dobbiamo confrontarci – Capire il naufragio – Le disperate ricerche di una via d’uscita dalla crisi – Perché nel naufragio odierno c’è lo zampino del rentier.

 

 

Nel quarto quaderno (Quaderno 1/2018)

LIBRO QUARTO

IL PROCESSO DI PRODUZIONE DELLA LIBERTA’ CHE MANCA

 

VIII.  PER FECONDARE LA LIBERTÀ CHE MANCA

L’emergere del bisogno di una nuova libertà -  La dinamica storica

che ha condotto alle soglie della nuova libertà  -  L’interiorizzazione retroversa  - Lotte che non cambiano nulla - I mutamenti necessari per far venire alla luce la libertà che manca.

 

IX.  IL BISOGNO DI UNA POLITICA ALTERNATIVA

L’ideologia della fine delle ideologie – Politica senza senso – Il trionfo dell’opportunismo -  Il berlusconismo come forma ideologica dell’opportunismo dilagante -  La pubblicità come scuola di negazione della libertà da produrre -  Dal berlusconismo al rigorismo:  la riesumazione di una cultura morta.

 

Nel quinto quaderno (Quaderno 2/2018)

EPILOGO

A MO’ DI PROGETTO POLITICO CULTURALE

I limiti del lavoro salariato – Il primo passo storico verso la redistribuzione del lavoro – La redistribuzione del lavoro della quale c’è oggi bisogno –  L’appropriazione individuale del tempo liberato dal lavoro come condizione di un nuovo sviluppo – Verso la proprietà individuale.

 

Tutti concordano sul fatto che da almeno dieci anni stiamo attraversato la peggior crisi economica e sociale dalla fine della guerra. Ma la maggior parte delle persone e degli uomini politici non fa altro che aspettare o sperare che questa fase negativa si esaurisca. Questa speranza è però decisamente ambigua perché presuppone un inevitabile ritorno ad una pseudonormalità che non potrebbe mai instaurarsi, in quanto si sono dissolte le condizioni sulle quali la vita poggiava.

L’illusione deriva dal fatto che, come facevano i nostri antenati con le pestilenze e le carestie, crediamo che la crisi attuale non sia altro che un fenomeno causato da comportamenti devianti, cioè un qualcosa di esteriore imposto alla società, che altrimenti non subirebbe gli intoppi di cui soffre.  Questo approccio culturale dimostra che non abbiamo ancora imparato l’ABC della condizione umana.  Lo sviluppo intervenuto fino ad oggi ha infatti contribuito all’instaurarsi di una realtà profondamente diversa da quella in cui, fino a ieri, hanno operato le precedenti generazioni.

E ora si tratta di imparare ad interagire positivamente con questa realtà, per dar corpo ad una struttura relazionale coerente con la nuova situazione.

La crisi è infatti un evento che precipita sulla società, dimostrando agli esseri umani che ciò che loro considerano come il “naturale” comportamento relazionale non è più in grado di garantire una normale riproduzione dell’organismo al quale hanno dato corpo.  Il termine crisi viene dal greco “krinos” (separare), e designa, il momento, la fase nella quale deve intervenire una rottura tra il modo di essere ereditato e un altro differente, che è tutto da costruire, dando al materiale ereditato altra forma.  Quando ci si limita ad aspettare che la crisi finisca, continuando a praticare il comportamento prevalente prima del suo presentarsi, si nega implicitamente che di crisi si tratti.   Non sorprende, allora, che il disagio sociale si protragga per un periodo che sembra interminabile.  E che gli individui si sentano costretti in situazioni ben lontane da ciò che vorrebbero.

Ciò che manca in questi frangenti è una comprensione del processo evolutivo che caratterizza la condizione umana, senza la quale non è possibile provare a sviluppare le facoltà che consentirebbero di sottomettere nuovamente a sé i propri rapporti.  Si tratta cioè di individuare che cosa ostacola la libertà della quale sentiamo il bisogno, ma che non sappiamo ancora concepire e praticare.  Per comprendere il fenomeno che stiamo cercando di descrivere bisogna però non riferirsi a ciò che chiamiamo libertà in modo ingenuo.  La libertà non è cioè un dato, un presupposto della nostra esistenza. Essa non è altro che la facoltà di soddisfare i propri bisogni.  Ma questa non è una capacità innata, appunto perché con lo sviluppo i bisogni di espandono ed evolvono, ma la capacità di soddisfarli non procede spontaneamente al loro seguito.  Al contrario deve di volta in volta essere prodotta.  Vale a dire che gli esseri umani debbono sviluppare delle facoltà delle quali non sono ancora depositari.  La realtà si frappone come un ostacolo a quella soddisfazione perché, per trasformare le circostanze in coerenza con gli obiettivi perseguiti, gli individui debbono imparare a cambiare se stessi.

Chi ha vissuto la fase dell’ascesa e dello sviluppo dei rapporti dello stato sociale keynesiano ha sperimentato questo processo di profonda trasformazione individuale e collettiva, determinata dal pieno dispiegamento del lavoro come diritto.  Ma proprio perché quella formazione sociale ha raggiunto il suo obiettivo – di emancipare i cittadini dalla preesistente penuria generalizzata di cui soffrivano – ha trasformato il mondo in cui viviamo in modo radicale, rendendo difficile il procedere con lo stesso modo di produrre.

Il problema che impedisce un ulteriore sviluppo è emerso sul finire degli anni settanta, e da allora ci rotoliamo in una situazione contraddittoria che vede continuamente crescere lo stato confusionale e il senso di impotenza.  Oscilliamo, infatti, tra l’accettazione passiva delle parole d’ordine delle classi dominanti, da un lato – parole che ci vengono somministrate giornalmente dalla “congregazione dei pubblicitari”, che ormai dominano anche il mondo della politica - e lo sprofondare, dall’altro, in un senso di sfiducia sul nostro futuro.

Il testo che segue è il risultato di un lavoro più che ventennale del nucleo di ricerca dell’Associazione per la Redistribuzione del lavoro.  Molti dei temi affrontati nelle numerose monografiche pubblicate a stampa da metà anni ottanta, vengono qui rielaborati in un approccio propositivo più generale. L’insieme dell’opera verrà pubblicato in cinque dispense a cadenza mensile, ognuna delle quali conterrà uno dei cinque “libri” nei quali si articola l’analisi.

La difficoltà di lettura è quella insita in ogni processo di apprendimento consapevole, che, per svolgersi coerentemente, presuppone l’esistenza di un bisogno di comprendere.  Tutti coloro che credono, invece, che il sapere necessario a superare la crisi debba “volargli in bocca come una colomba arrostita” (Marx), possono evitare di affrontare la normale fatica implicita nel comprendere la nostra stessa vita.  Per gli altri vale il detto “Hic Rhodus, hic salta!”, cioè qui c’è la prova della tua capacità di confrontarti produttivamente col tuo stesso bisogno, dimostra che sai farlo.

A tutti coloro che dicono a se stessi “vorrei, ma non ci riesco”, vale la pena di richiamare la disperazione dominante negli anni trenta del Novecento.  Come scrisse Simone Weil nel suo Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale del 1934,

"Il [nostro] presente è uno di quei periodi in cui svanisce quanto normalmente sembra costituire una ragione di vita e, se non si vuole sprofondare nello smarrimento o nell'incoscienza, tutto va rimesso in questione. ... Ci si può chiedere se esista un ambito della vita pubblica o privata dove le sorgenti stesse dell'attività e della speranza non siano avvelenate dalle condizioni nelle quali viviamo. ... Infine la vita familiare è diventata solo ansietà, a partire dal momento in cui la società si è chiusa ai giovani. Proprio quella generazione, per la quale l'attesa febbrile dell'avvenire costituisce la vita intera, vegeta in tutto il mondo con la consapevolezza di non avere alcun avvenire, che per essa non c'è alcun posto nel nostro universo. Del resto questo male, al giorno d'oggi, se è più acuto per i giovani, è comune a tutta l'umanità. Viviamo in un'epoca priva di avvenire. L'attesa di ciò che verrà. Non è più speranza, ma angoscia”,

 

Da quell’abisso di disperazione riuscimmo però ad uscire, col paziente lavoro di intellettuali critici e con le lotte di moltitudini che, dopo la seconda guerra mondiale diedero vita ad una nuova formazione sociale, che garantì una lunga fase di sviluppo, inimmaginabile per le generazioni precedenti.  Il compito che abbiamo noi oggi non è dissimile da quello di allora: costruire un futuro che non siamo ancora in grado di anticipare, ma che riposa proprio sulle condizioni economiche che i nostri predecessori e noi abbiamo creato.

Quanti sono interessati ad approfondire i problemi contenuti nei testi di volta in volta proposti possono farlo scrivendo a bmazz@tin.it.

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TREDICI TESI PER LA LIBERTÀ CHE MANCA 1) Nella nostra società siamo abituati a considerare la libertà della quale godiamo come un semplice dato, cioè come un qualcosa di cui ciascuno di noi sarebbe titolare per natura e la cui forma sarebbe, quindi, univoca e insuperabile. Questo luogo comune è però contraddetto dalla storia. Gli esseri umani hanno di volta in volta dovuto produrre la specifica libertà che ha finito col caratterizzare le loro relazioni, consentendo un coerente svolgimento della loro esistenza collettiva e un superamento delle preesistenti limitazioni. Anche se poi hanno quasi sempre vissuto la nuova conquista con la nostra stessa ingenuità odierna, cioè come un qualcosa di “naturale”, di “definitivo”. Ma per intere epoche storiche non tutti hanno goduto della particolare libertà prevalente in quella fase; essa era infatti appannaggio solo di una parte più o meno ampia della società, che si trovava in una posizione egemone proprio perché era riuscita ad instaurare pratiche e relazioni che garantivano una riproduzione dell’organismo collettivo superiore rispetto quelle preesistenti. 2) Là dove sono intervenute le rivoluzioni borghesi si è affermata la prima forma universale di libertà, quella che ha reso ogni individuo personalmente indipendente, mettendolo in grado di procedere sulla base della sua autonoma volontà, con l’unica condizione di agire nei limiti di una legge uguale per tutti. Nessuno ha più potuto rivendicare una proprietà su altri esseri umani, e ciascuno è diventato, come siamo oggi, l’unico proprietario di se stesso, cioè un proprietario privato (che si è, cioè, emancipato dai preesistenti vincoli personali che lo subordinavano ad altri). 3) Ma può la libertà umana esaurirsi in quella conquista? Basta cioè il non essere schiavi o servi, e sottostare ad un’unica e medesima legge, per sentirsi ed essere pienamente liberi? Una parte limitata della società mostra, evidentemente, di trovarsi a proprio agio in questo contesto e risponde positivamente all’interrogativo, rivendicando il bisogno di una stabilità del quadro sociale e politico. L’inesistenza della schiavitù e della servitù la fa cioè sentire paga della forma di vita di cui gode, perché in essa riesce ad esprimere positivamente la particolare libertà che consistente nella pura e semplice indipendenza e nell’uguaglianza personale di fronte alla legge. Il denaro, sul quale si basa la rozza reciprocità nell’ambito di questa libertà, viene sperimentato come una forma coerente del potere sociale, e ad essa non se ne può sovrapporre un’altra senza che venga lesa la libertà personale. 4) Ma nella società cresce continuamente il numero di coloro che, a causa degli svolgimenti contraddittori del rapporto di denaro, non sono per niente soddisfatti delle condizioni in cui si trovano e, pur non essendo né da cialtroni, né vittime di abusi, sentono che le loro aspettative di vita vengono sistematicamente frustrate. Poiché il concetto di libertà scaturisce dall’arcaico lubère, che si riferiva ad una condizione nella quale l’individuo si compiaceva della situazione in cui si trovava e agiva in una forma che sentiva essere espressione della propria individualità sociale, è altrettanto evidente che per questi soggetti si pone un problema di come affermare una libertà che, nelle forme di vita nelle quali sono immersi, viene loro negata. Per loro c’è, cioè, una libertà che manca e che deve, eventualmente, essere prodotta. Ciò comporta l’inevitabile emergere di una conflitto con coloro che non ne sentono il bisogno, un conflitto che, nei limiti del possibile, deve essere praticato in modo non distruttivo, ché altrimenti potrebbe retroagire negativamente sulle loro stesse condizioni di vita. 5) Nessuna libertà nuova può però realmente emergere senza che se ne creino i presupposti. Il bisogno di una parte della società non è cioè condizione sufficiente per affermarne la possibilità in modo immediato. Anche se le condizioni economiche sono già date, è necessario imparare a realizzare una modificazione dei rapporti sociali, che prepari l’instaurarsi di una nuova base individuale e collettiva della vita, appunto perché dopo la conquista delle libertà borghesi ogni libertà deve essere anch’essa universale. Il principale errore che attualmente impedisce questo passaggio sta nel credere che l’ostacolo sia arbitrariamente imposto da una volontà avversa, cioè da prevaricazioni delle classi dominanti, e che si possano modificare le circostanze senza dover allo stesso tempo cambiare se stessi. Vale a dire che gli individui puntano a contrastare gli effetti negativi della dinamica sociale, dei quali soffrono, “senza spingersi al di là degli stretti limiti della forma di individualità che caratterizza la loro stessa esistenza”. Ritengono di poter lottare e di spuntarla per come sono, senza dover sviluppare nuove facoltà, corrispondenti al potere alternativo del quale lamentano la mancanza e che vorrebbero acquisire. Accade così che anche le conquiste realizzate con strenue lotte che, per una fase, sembravano mediare il cambiamento, non poggiando su una solida base culturale, hanno potuto essere successivamente messe in discussione, con un vero e proprio regresso sociale. 6) E’ la storia del Welfare keynesiano che, per la prima volta negli ultimi due secoli, ha garantito, dopo la Seconda guerra mondiale un embrione di libertà nuova, con la realizzazione dell o Stato sociale. Il rapporto sul quale, da inizio Ottocento, poggiava la vita della maggior parte degli individui – il lavoro salariato – ha cominciato ad essere ampiamente garantito per diritto, attraverso una continua espansione dell’intervento dello stato, non tanto nella redistribuzione del reddito, quanto nella sua stessa produzione. Alle spese in investimenti privati, che cominciavano ad essere sistematicamente molto al di sotto del livello necessario a realizzare il pieno impiego delle risorse produttive e a garantire la libertà dei lavoratori dal bisogno immediato, si è sostituita una spesa pubblica crescente. Questa, da un lato, ha permesso la piena occupazione e, dall’altro, ha assicurato un’espansione delle attività produttive dirette ad una portentosa affermazione dei “diritti sociali”. Nell’ultimo quarto di secolo, avendo dato i suoi frutti positivi, questa formazione sociale imponeva, però, ulteriori cambiamenti, che sarebbero potuti scaturire solo dall’acquisizione della capacità di metabolizzare il radicale mutamento del tessuto sociale che era conseguito a quel successo. Avendo dimostrato di non saper sviluppare quella capacità, i sostenitori del bisogno di una nuova libertà hanno finito col trovarsi di fronte a dei problemi che restavano incomprensibili e ingestibili, e non hanno saputo far altro che lottare per opporsi alle spinte regressive. 7) Ma se il mondo è stato trasformato radicalmente, si tratta di imparare ad appropriarselo in modo nuovo. Non basta, cioè, resistere sul fronte delle precedenti conquiste sociali; occorre piuttosto rielaborare il senso positivo che esse hanno avuto nella storia, ma senza rimuovere le contraddizioni che, in un secondo momento, hanno generato, per poi procedere agli ulteriori cambiamenti che la loro soluzione richiede. L’ostacolo maggiore che si frappone oggi a questi cambiamenti è la generale incapacità di immergersi nel processo storico, attraverso il quale l’individualità sociale prevalente è giunta a maturazione e le straordinarie forze produttive di cui disponiamo sono state create. Il passato, anche quello più recente, esercita così sull’evoluzione in corso un’influenza che le persone non sanno cogliere, finendo preda di dinamiche costrittive nei confronti delle quali risultano impotenti. 8) Infatti, se gli individui, nel corso degli ultimi due secoli hanno imparato a praticare il rapporto di lavoro salariato, finendo addirittura col trattarlo come un rapporto per loro naturale, non hanno invece imparato a percepire i limiti della sua riproducibilità. Conquistato il diritto al lavoro attraverso la politica keynesiana del pieno impiego mediata da una crescente spesa pubblica che li emancipava dalla miseria, hanno spinto affinché il lavoro salariato continuasse ad essere illimitatamente riprodotto su questa stessa base. O, addirittura, i più ingenui si sono illusi che esso potesse essere garantito da un ritorno all’egemonia dei privati, nonostante questi avessero già mostrato la loro incapacità di usare pienamente le risorse produttive sin dalla prima metà del Novecento. E solo dopo la lunga crisi, sfociata nella guerra, abbiano recuperato un ruolo positivo, ma subordinato alla spesa pubblica. 9) Il difetto principale di ogni ragionamento sul lavoro e sulla disoccupazione, negli ultimi decenni sta, così, nell’assunzione – col sistematico appello alla crescita - dell’ipotesi che lo sviluppo possa e debba presentarsi sempre nelle stesse forme del passato recente, cioè creando lavoro salariato nella misura necessaria a sostituire quello che viene continuamente distrutto col progresso tecnico. Ma gli studiosi più capaci di approfondire le dinamiche della società, Karl Marx e John M. Keynes, hanno anticipato che ai nostri giorni “la scoperta di mezzi che economizzano l’uso del lavoro avrebbe sopravanzato strutturalmente la nostra capacità di trovare nuovi usi per esso”. Ora, invece di imparare a trasformare quel tempo reso disponibile dal progresso tecnico in una ricchezza della quale ciascuno potrebbe godere, per svilupparsi come individuo sociale, lo si lascia marcire nella forma della disoccupazione e della precarietà di massa. In alternativa lo si spreca in una moltitudine di attività inutili (intermediazione finanziaria, pubblicità, attività di lobbying, forme artificiose di concorrenza, esplosione delle lotterie e delle scommesse, ecc.) L’abbondante capitale monetario, non potendo più riversarsi nell’accumulazione produttiva senza incorrere in perdite, ha cercato una via di fuga nella speculazione finanziaria, scatenando un’inflazione del capitale e della rendita che, non trovando ostacoli, ha risucchiato parassitariamente un’enorme fetta della ricchezza materiale dal resto della società, impoverendola. 10) Su questo drammatico impoverimento si è innestato un anacronistico recupero di egemonia della vecchia cultura, cosicché il mondo sviluppato ha finito col precipitare assurdamente in una situazione analoga a quella della prima metà del Novecento, col dilagare della stessa confusione e della stessa sfiducia generalizzata che caratterizzò quella fase storica. Per occultare la loro impotenza, che sta determinando lo spreco dell’immane ricchezza e delle straordinarie conoscenze di cui disponiamo, le classi dominanti hanno convinto le grandi masse che avremmo vissuto “al di sopra delle nostre possibilità economiche”, chiamandoci a rinunce e a sacrifici, che a loro avviso dovrebbero “risanare” l’economica. 11) L’inevitabile conseguenza è stata una tendenza strutturale al ristagno ben più lunga e altrettanto grave di quella degli anni Trenta del secolo scorso (anche se negli USA viene ideologicamente occultata con tecniche manipolative delle rilevazioni statistiche). Tuttavia, l’inevitabilità di questo esito deriva proprio dall’incapacità da parte degli individui, e dei movimenti nei quali di volta in volta confluiscono, di esplorare alternative. Alla pietrificazione della società, imposta dai paladini delle politiche di stabilità, non si contrappone, infatti, una qualsiasi forza capace di fluidificare coerentemente le straordinarie conquiste attuate nel corso dell’ultimo mezzo secolo, in modo da trasformarle in una piattaforma da cui muovere verso una nuova forma della vita umana. 12) La scena sociale è attualmente occupata dal tentativo delle classi dominanti di programmare – con l’orwelliana definizione di ciò che stanno facendo come fiscal compact e spending review – un contenimento strutturale della spesa pubblica. Il fine è quello di razionare l’erogazione delle attività che consentirebbero di soddisfare i bisogni essenziali della società e di liberare gli individui da una povertà che non è più giustificata da una carenza di risorse, costringendo ognuno e tutti allo svolgimento di un lavoro che, però, non riescono più ad offrire. Tutto ciò in parallelo allo spontaneo razionamento della spese delle imprese e delle banche, che cercano di sottrarsi alla svalorizzazione del capitale conseguente al recedere della miseria. 13) E’ il momento di contrastare questa “programmazione” dell’impoverimento con una strategia positiva di segno opposto. All’ideologia neoliberista bisogna contrapporre un sapere che i nostri predecessori hanno già prodotto, ma che è stato rimosso nello stato confusionale sopravvenuto con la crisi. Bisogna cioè riconoscere che, con lo straordinario aumento della produttività del lavoro “sono state eliminate [le condizioni che giustificavano] la costrizione [materiale] e la monopolizzazione [dei vantaggi] dello sviluppo sociale esercitate da una parte della società a spese dell’altra”. Cosicché ora si tratta di programmare la riproduzione complessiva, garantendo la piena utilizzazione delle capacità produttive degli individui e il pieno uso delle risorse disponibili al di là del livello acquisito con le prime politiche keynesiane. Si tratta, inoltre, di riconoscere che, se il lavoro salariato incontra crescenti difficoltà ad essere riprodotto, ferma restando la durata della giornata lavorativa, ciò accade solo perché, per quanto siano cresciuti nel tempo, i bisogni di tutti possono, grazie allo sviluppo delle forze produttive, essere soddisfatti con sempre meno lavoro. Occorre così portare sotto un comune controllo le condizioni di quella soddisfazione, invece di lasciarle sotto l’esclusivo controllo di chi – facendo leva sui limiti del rapporto di denaro - raziona il lavoro per conservare quel potere che si è trasformato in un anacronistico e improduttivo privilegio. Ciò senza illudersi che quel controllo possa passare attraverso la conservazione della struttura produttiva esistente, garantendo un pieno impiego senza ridurre l’orario individuale di lavoro di tutti. La condizione di ciò è che coloro che sono cresciuti all’interno del sistema della proprietà privata e del sistema dei diritti sociali garantiti dallo stato sviluppino quelle capacità di comprensione e di gestione dei processi sociali che fanno la loro vita, e che li mettano individualmente in grado di dar corpo ad un rapporto proprietario coerente con la ricchezza che l’umanità ha sin qui creato. Le pagine che seguono sono un tentativo di spiegare quale sia il fondamento storico e logico delle tesi sopra formulate.

Ultima modifica: 30 Ottobre 2017