Cookie Policy     Chiudi

Questo sito non utlizza cookies.
Per maggiori informazioni leggi la nostra Cookie Policy

E se il lavoro fosse senza futuro?

Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (V Parte)

 

Quaderno Nr. 7/2016

Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

 

GIOVANNI MAZZETTI

2017

2016

Presentazione

In questi ultimi due capitoli di E se il lavoro fosse … senza futuro?  affrontiamo un’interpretazione della fase storica del keynesismo nella quale furono gettate le basi per un superamento dei rapporti capitalistici. Un superamento che certamente era caratterizzato da una continuità col passato, ma che era anche contraddistinto dal confuso prender corpo di una serie di istanze e di pratiche che, in qualche misura, trascendevano i rapporti capitalistici. Certo, i cambiamenti sociali hanno molte similitudini con i processi evolutivi naturali. Il fondamento razionale di tutto il progetto è confuso, e viene anticipato in forme grossolane; ma quando emergono i problemi si debbono saper raccogliere i nessi che legano quei problemi alla confusa spinta al cambiamento. E’ quello che non si è fatto nel momento in cui è esplosa la crisi dello stato sociale keynesiano. Ai conservatori, che spingevano per riportare la società a pratiche e valori del passato, si sono opposti i progressisti che si limitavano a riaffermare con forza la validità delle pratiche keynesiane, nonostante la loro evidente crisi.

Questo approccio, del tutto improduttivo, ha caratterizzato anche le organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori, che sono precipitate in una situazione di progressiva impotenza.

Nell’ultima parte del testo si cerca di delineare il perché solo il tramonto del lavoro salariato può costituire la base di un nuovo sviluppo sociale.

Capitolo ventunesimo

 

I primi incespicanti passi su un percorso alternativo poi smarrito

 

 Se la subordinazione al rapporto di denaro e l’incomprensione dei meccanismi della sua circolazione spingono la società sulla stessa via che tra le due guerre mondiali si è dimostrata fallimentare, e il tentativo di imboccare un percorso alternativo comporta l’emergere di un insieme di problemi con i quali, a partire dagli anni Settanta, non abbiamo saputo fare i conti, è evidente che, per fare qualche passo avanti, dobbiamo comprendere la natura  di questi problemi. Cerchiamo dunque di ritrovare il punto fino al quale la strategia keynesiana ha, in passato, consentito di spingerci, per cogliere il senso delle pratiche economico-sociali che, grazie a quella mediazione sociale, si stavano imponendo.

 Nella fase in cui la società, dando ascolto a Keynes, ha embrionalmente smesso di farsi abbindolare dalla mancanza di denaro1, si è trovata di fronte due alternative possibili:

  1)  andare incontro alle fantasie degli economisti conservatori relative al fatto che lo scopo di ogni vendita è quello di procedere, in un secondo momento, ad una domanda. E dunque costringere gli individui a spendere sempre tutto il reddito monetario che di volta in volta acquisiscono, obbligandoli al  consumo o all’investimento in nuovi impianti, pur lasciando loro la decisione relativa ai particolari beni e impianti da acquistare2. Una strategia che avrebbe trasformato il nesso tra la domanda e l’offerta, da un’interazione spontanea e casuale delegata all’autonoma volontà degli individui, in una vera e propria pratica coercitiva;

 2)  soddisfare la domanda di denaro sia dal lato della tesaurizzazione, che dal lato del fabbisogno della circolazione produttiva, mediante la creazione, da parte della Banca Centrale e di appositi organismi sopranazionali, del denaro eventualmente necessario3 a sostenere entrambi i moventi, e mediante la spesa di quel denaro da parte dello stato.

Viste le implicazioni della prima strategia che, comportando una costrizione personale, appariva in contraddizione con la stessa natura del rapporto di denaro e con le  conquiste della società borghese, Keynes la ritenne impraticabile, cosicché non l’approfondì e si concentrò sulla seconda4. Con questo passaggio, a nostro avviso, l’insegnamento keynesiano ha però raggiunto il suo equilibrio ad un tempo più estremo e più precario, perché ha confidato su un’ignoranza solo transitoria dei problemi ai quali cercava di dare una prima soluzione, e ha sperato in un’evoluzione culturale che, col tempo, avrebbe consentito di agire in forma meno oscura. Un’evoluzione che però non è intervenuta. Ma per quale ragione si può dire che la strategia di una signoria dello stato sul denaro soffrisse di un elevato grado di oscurità?

La società, come abbiamo ricordato, avrebbe dovuto impiegare  la forza lavoro disoccupata mettendole a disposizione, attraverso l’intervento nell’economia della pubblica amministrazione, i mezzi di produzione e il denaro corrispondente al suo salario, visto che quello circolante spontaneamente e col credito non l’avrebbe evocata e non le avrebbe fornito quei mezzi. Questa pratica, come sappiamo, ha trovato, dopo la Seconda guerra mondiale, un’unanime accettazione. La ragione è presto detta:  nel mentre soddisfaceva i grandi bisogni sociali, lo stato, che non agiva in una sfera produttiva a se stante, ma contava sulle retroazioni economiche sul sistema economico garantite dal moltiplicatore,  creava una domanda addizionale tale da assicurare uno sbocco anche al settore capitalistico; e dunque immetteva denaro aggiuntivo in circolazione per tutti. Vale a dire che oltre a confermare direttamente i lavoratori che occupava e i cittadini che fruivano dei nuovi servizi, confermava indirettamente gli stessi capitalisti. Svolgendo un ruolo antideflazionistico5 per l’intero sistema, la spesa statale creava infatti le condizioni per superare la resistenza all’investimento privato che era sopravvenuta, per il fatto stesso di generare quella domanda che trasformava quest’ultimo da una spesa in perdita in una con guadagno6.

Ma fino a che punto il carattere mistificatorio di questa pratica sarebbe potuto restar celato?  E’ infatti evidente che il presupposto della sua validità era completamente racchiuso nella reale disponibilità delle risorse produttive. Se queste non ci fossero state, l’immissione di una moneta aggiuntiva nel circuito degli scambi si sarebbe risolta in un fenomeno puramente inflazionistico. Come sappiamo così non è stato per più di venti anni, e l’arricchimento si è presentato come un arricchimento reale, nel senso che il Prodotto Interno Lordo a prezzi costanti è cresciuto in modo così straordinario da far gridare al “miracolo”. Dunque, da questo punto di vista, le strategie keynesiane non comportano alcuna mistificazione, tant’è vero che Keynes ha insistito apertamente su questo aspetto razionale delle politiche che suggeriva.

Ma questa sottolineatura non esaurisce il senso delle pratiche in questione. Che cosa comporta infatti il mettere le risorse corrispondenti al valore della forza lavoro (salario) e le risorse che consentono di agire produttivamente a disposizione del lavoro salariato al di là della spontanea intrapresa del capitale?  Che cosa c’è oltre al fatto che in tal modo si soddisfano bisogni reali, come quello della scolarizzazione di massa, della sanità per tutti, della mobilità, ecc. ecc.?  C’è che interviene anche una negazione oggettiva della determinazione sociale di capitale, che fino a quel momento era pertinente a quei mezzi di sostentamento e a quelle risorse. Un insieme di beni necessari alla sussistenza e di mezzi di produzione costituiscono infatti “capitale” in quanto si contrappongono al lavoro salariato come una ricchezza oggettiva, che  non è nella disponibilità dei lavoratori. Vale a dire che il potere di compera, che consente la riutilizzazione delle forza lavoro e delle risorse, è essenzialmente nelle mani degli imprenditori, che decidono se reimpiegare o meno la forza lavoro in nuovi investimenti, consentendole così di tornare ad acquistare di volta in volta i beni di cui ha bisogno per vivere, e che solo per questo possono essere riprodotti. Come abbiamo già chiarito, se la forza lavoro è un merce che viene comperata dal solo capitale, il suo destino dipende esclusivamente dalla decisioni di questo compratore. Se lo stato interviene con una propria compera e, grazie a questa spesa, fa rientrare  nel circuito produttivo sia quei mezzi di produzione indispensabili per realizzare scuole, ospedali, autostrade, ferrovie, centri sociali, ecc., sia quei mezzi di sostentamento che consentono ai lavoratori di vivere e di produrre, sottrae, nei limiti della sua spesa, al capitale il suo potere monopolistico. E’ vero che comperando scavatrici, betoniere, putrelle, cemento, macchinari, edifici, acquedotti, ecc., lo stato garantisce la vendita di prodotti che fuoriescono dal processo di produzione capitalistico. E’ vero che creando reddito aggiuntivo per la forza lavoro assicura indirettamente la vendita di altri prodotti (frigoriferi, case, telefoni, televisori, auto, ecc. ecc.) che sono prodotti dalle imprese. E’ vero cioè che, in tal modo, consente allo stesso capitale di continuare a svolgere o di aprire nuovamente un ciclo produttivo. Ma la chiusura del ciclo che media questi svolgimenti laterali, proprio perché consegue alla spesa pubblica, non corrisponde affatto alla concomitante apertura di un nuovo ciclo capitalistico, cosicché quella realizzazione di un profitto rappresentava il canto del cigno del capitale.

La riproduzione di un rapporto come quello di scambio è, infatti, garantito solo dal susseguirsi dei due momenti nei quali si articola. Se si compera grazie ad una mediazione sociale - l’investimento per l’accumulazione - ma si vende a coloro che comperano attraverso una diversa mediazione - quella della soddisfazione dei diritti sociali - c’è riproduzione di uno dei momenti del rapporto, ma non del rapporto nel suo insieme.7  Nel passaggio che ha luogo col crescente intervento dello stato nell’economia,  muta dunque la forma sociale di una parte consistente della ricchezza. Grazie alla spesa pubblica, il lavoro salariato nel suo complesso  si riproduce al di là degli stessi rapporti capitalistici, nel mentre il capitale si accontenta di terminare i processi che di volta in volta  avvia, senza cercare di imporre le briglia della propria forma a tutti i processi produttivi che prendono corpo nella riproduzione allargata. L’espropriazione – il rendere il potere di avviare la produzione non più esclusivo del capitale - ha pertanto luogo surrettiziamente, attraverso una progressiva sostituzione del soggetto egemone, che si trova nell’impossibilità di continuare a svolgere il proprio ruolo propulsivo su scala allargata, con un altro soggetto, che può realizzare un nuovo arricchimento sociale perché non persegue gli stessi scopi di quello di prima, senza che però intervenga alcun mutamento nelle forme giuridiche della proprietà. Non c’è espropriazione di oggetti – il capitale vende infatti liberamente i beni di consumo e i mezzi di produzione che entrano nell’uso collettivo grazie alla spesa pubblica - ma sostituzione di ruoli. Questa mistificazione – corrispondente al fatto che il prodotto ha una duplice determinazione, presentandosi come capitale dal lato di chi chiude il ciclo riproduttivo, e come reddito dal lato di chi acquisisce quella ricchezza per farla entrare in un nuovo ciclo - può essere accettata fintanto che il gioco è a somma positiva e tutti ne guadagnano, cosicché il soggetto che viene scalzato può ritenere, e sostenere, di essere ancora in piena salute e nella stessa posizione gerarchicamente egemone di prima.

Ma a metà anni Settanta, quando gli effetti moltiplicativi della spesa pubblica hanno cominciato a ridimensionarsi drasticamente, la tendenza del denaro nelle mani dei privati a fuoriuscire dalla circolazione ha ripreso vigore. Insomma, per tornare alla nostra metafora, è come se i proprietari dell’invaso avessero cominciato a rendersi conto che non era più vero che la sorgente sotto controllo pubblico avrebbe consentito all’invaso, costituito dal settore capitalistico, di crescere ulteriormente e avessero, conseguentemente, deciso di chiudere nuovamente le saracinesche della diga. L’immissione aggiuntiva di denaro nella circolazione da parte dello stato si sarebbe infatti risolta in se stessa – cioè nella sola produzione di beni pubblici - poiché l’effetto moltiplicativo della spesa pubblica sarebbe risultato irrisorio. Non a caso, da allora, si susseguono interventi di economisti conservatori che, negando il mutamento intervenuto grazie allo sviluppo, sostengono l’infondatezza logica ed empirica della teoria del moltiplicatore, come se il mondo fosse lo stesso di quando Keynes approfondì questa tematica e come se loro, nel frattempo non avessero imposto un sistematico aumento delle imposte per evitare il deficit, depotenziando ulteriormente il moltiplicatore.

 D’altra parte, il recedere degli effetti moltiplicativi ha comportato che  non solo il peso del capitale sul totale della ricchezza prodotta non sarebbe ulteriormente cresciuto in termini relativi, com’era  già accaduto nel trentennio precedente, bensì avrebbe smesso di crescere anche in termini assoluti. Ogni ulteriore allargamento del processo produttivo sarebbe dunque intervenuto non solo al di là, ma anche contro il capitale, nel senso che il capitale avrebbe ricevuto una conferma con la chiusura del ciclo produttivo tale da comportare un profitto, solo se, abbattendo i costi, avesse ristretto la stessa base sulla quale la sua iniziativa poggiava, licenziando via via sempre più lavoratori, che avrebbero eventualmente potuto trovare un impiego alternativo solo grazie allo stato.

Si tratta di un aspetto che va succintamente chiarito. Fintanto che la domanda potenziale è elevata, e il moltiplicatore è conseguentemente alto, la spesa pubblica garantisce uno sbocco sistematicamente positivo al surplus derivante dall’innovazione tecnica, appunto perché sostiene la spontanea tendenza della domanda fino a renderla solvibile, cioè dotata di quel potere di compera che il capitale spontaneamente non le fornirebbe. E dunque lo stesso capitale scopre che il denaro c’è, cosicché può tornare a fare ciò che sa fare, e cioè reimpiegare buona parte dei lavoratori che rende sistematicamente superflui, avviando nuovi investimenti accumulativi. Non solo le vendite immediate vanno a buon fine, ma si può anche anticipare un esito positivo per le vendite future. Nel momento in cui la domanda non tira più e l’effetto moltiplicativo non riesce più a sostenerla8, il capitale, com’era già accaduto per una parte del lavoro salariato, viene, in un primo momento, a dipendere interamente dalla spesa pubblica corrente. Il legame tra questa spesa e la vendita dei prodotti delle imprese non è più nascosto nel calderone di una circolazione sostenuta dagli aumenti indotti del reddito, bensì diventa diretto, e il lavoro superfluo, non comperato direttamente dalla spesa pubblica, viene puramente e semplicemente espulso dal processo produttivo. Come sostiene Lunghini9, “l’orizzonte temporale del capitale si accorcia”, e la sua dipendenza diventa palese10. Se lo stato aumenta la spesa di 100 e il reddito cresce di 400, perché il moltiplicatore è 4, il capitale può sempre vantarsi di aver prodotto 300, e su quei 300 far gravare il proprio profitto complessivo. Ma se, come avviene nella crisi che subiamo da un trentennio, lo stato aumenta la propria spesa di 100 e il reddito si limita a registrare un aumento della stessa misura o di poco superiore, perché il moltiplicatore è 1 o poco più, ogni profitto può derivare solo da una deduzione dalla ricchezza sociale aggiuntiva, che ora non è più  creata dal  capitale.11  L’arricchimento del capitale non si accompagna più all’arricchimento dei cittadini, appunto perché la “torta” prodotta dal lavoro salariato non cresce e il capitale si limita, eventualmente, a ritagliarne per sé una fetta maggiore, pretendendo un rendimento del valore accantonato analogo a quello del periodo precedente. Anche se questo “rendimento” si presenta ora come frutto di una mera rendita, cioè di un reddito al quale non corrisponde un qualsiasi contributo produttivo.

 Il ridimensionamento del moltiplicatore è dunque corrisposto al momento in cui la natura della “signoria sul denaro”, prospettata da Beveridge, è giunta al suo nocciolo di verità. Per tutto il “glorioso trentennio” keynesiano si è potuta praticare con relativa facilità una politica economica tesa a mantenere la circolazione monetaria al livello della produzione potenziale, perché la spesa improduttiva di profitto immediato sosteneva indirettamente la spesa più ampia che continuava a perseguire direttamente lo scopo di un profitto. Ma non appena questo effetto mediato ha cominciato a scomparire si è giunti alla radice dei rapporti di proprietà. E dunque o la società era realmente pronta – culturalmente – per attuare un cambiamento più radicale, individuando le forze che determinano l’insorgere di una contraddizione tra il riconoscimento pratico di un diritto al lavoro per tutti e la preservazione del potere del denaro, o le resistenze conservatrici non potevano non riesplodere. Infatti, se si immagina che il denaro è sempre e soltanto motore dell’attività produttiva, non si può far altro che affidarsi alle sue braccia, evocando il mercato come mediatore efficace delle riproduzione. Se invece si riconosce che, oltre ad essere motore, in certe condizioni esso si trasforma anche in un freno che blocca artificialmente la soddisfazione dei bisogni, si può agire in modo da cercare di emanciparsi dal giogo al quale questa relazione vincola.

 Il nocciolo della controversia irrisolta, così come viene colto dal confuso senso comune. è stato ben espresso da due economisti conservatori. “Mentre in una democrazia ‘populista’”, scrivono, “i governanti debbono solo riflettere le preferenze della maggioranza, in una democrazia liberale  le istituzioni politiche hanno la funzione di proteggere i diritti di proprietà dei cittadini da abusi dello stato”.12  Al di là della contorsione logica – le istituzioni politiche dovrebbero proteggere i cittadini da abusi, di chi? … dello stato, che notoriamente agisce attraverso le istituzioni politiche – si può osservare un fatto sostanziale. Fintanto che il capitale guadagnava anch’esso dalla spesa pubblica, quest’ultima non avrebbe dovuto esser considerata come “un abuso”, o come una pratica “populista”, mentre non appena il capitale non è più stato in grado di avvantaggiarsi dall’intervento dello stato, anche se questo era teso soltanto a mantenere il livello di vita raggiunto e tecnicamente praticabile per l’insieme della società, quella spesa si trasformava in un “abuso” o nella manifestazione di “populismo”. Insomma, non si può minacciare la proprietà data nemmeno per soddisfare i normali bisogni riproduttivi della stragrande maggioranza della popolazione.

Si deve cogliere il senso del passaggio storico sul quale stiamo ragionando, perché esprime pienamente i limiti propri dell’agire privato, che si trascina inerzialmente nel “mondo keynesiano”. Fintanto che le imprese possono godere dei frutti degli aumenti di produttività in una situazione di embrionale abbondanza materiale, agganciandosi alla spesa pubblica e ai suoi effetti, non hanno difficoltà a convenire sul senso positivo dello sviluppo in corso. Come il laissez faire veniva rivendicato nei rapporti tra privati, così lo si può tollerare nei confronti di uno stato che, lasciando fare, crea le condizioni di un’accumulazione che il capitale non sa più creare direttamente. Ma non appena la classe egemone non può più perseguire la propria finalità appoggiandosi a quella spesa, insiste affinché essa sia contenuta entro i limiti che considera corrispondenti al mantenimento in esclusiva del suo potere di utilizzare le risorse. Per questo la democrazia interventista in economia - della quale la borghesia ha ampiamente goduto nel corso del “glorioso trentennio” - viene repentinamente degradata a forma di governo “populista”, e si farnetica della necessità di un ritorno al liberismo. In particolare questa protezione dagli “abusi” rinviava al fatto che, essendo la moneta cartacea, di per sé priva di valore, occorreva tutelare “i diritti di proprietà dei detentori di banconote”, da “un uso politico della moneta”13 che avrebbe potuto svalorizzarla. Insomma, l’obiettivo prioritario doveva diventare quello di limitare l’intervento pubblico e, in particolare la possibilità di creare moneta attraverso la Banca Centrale, in modo da garantire  una stabilità dei prezzi. Ma perché mai le organizzazioni dei lavoratori hanno finito col convergere sulla perseguibilità di questo obiettivo?  Appunto perché, sul finire degli anni Settanta, al pari dei loro avversari, hanno percepito la dinamica economica in maniera non dissimile da quella che ha prevalso tra le due guerre mondiali, e cioè in forma capovolta.

 

Il mondo capovolto degli ultimi trent’anni

L’argomentazione dei critici dello Stato sociale appena richiamata è  paradossale, visto che recepisce ideologicamente gli obiettivi centrali della “rivoluzione keynesiana”, con la convinzione che vadano perseguiti contro lo stesso keynesismo. Cerchiamo di spiegarci:  sul mercato non esistono diritti di proprietà acquisiti e garantiti di tutela. Né il denaro, né le altre forme della ricchezza di cui gli individui dispongono come proprietari privati si configurano come un potere sociale stabile. Anzi subiscono continui mutamenti di valore, che fanno sistematicamente contrarre o dissolvere le “proprietà” di taluni o crescere più o meno grandemente quelle di altri 14. Per avere un’idea della rilevanza di questo fenomeno basta osservare l’andamento dei prezzi per un riportato nel grafico che segue.

Le sistematiche oscillazioni dei prezzi, empiricamente riscontrabili, determinano continue variazioni del potere di disporre della ricchezza prodotta da parte delle diverse classi sociali e dei diversi individui all’interno della stessa classe. E poiché non esiste alcuna istituzione delegata a preservare la situazione che di volta in volta si instaura, è evidente che alla “proprietà” non  corrisponde alcuna forma di “difesa”15 della sua stessa esistenza,16 se non che quella limitata a prevenire o a punire i comportamenti criminali. Sul terreno economico, non sono dunque gli individui che godono di una proprietà, bensì la proprietà che, di volta in volta, si ascrive a taluni individui o ad altri, determinandoli casualmente nel loro essere più o meno privatamente “ricchi”. Proprio perché si tratta di un rapporto con i prodotti e le risorse disponibili, che pretende di negare il riconoscimento dei nessi sociali generali che si sono instaurati e di poggiare solo su se stesso – cioè sugli oggetti dai quali promana - esso finisce col subire le vicende di una riproduzione che, pur essendo ormai molto complessa, non rinuncia a procedere alla cieca e attraverso antagonismi. Vale a dire che mentre ognuno affida il successo delle sue scelte ad un comportamento non cooperativo, accontentandosi di cercare di imbroccare casualmente le previsioni sull’andamento dell’insieme dell’economia,  fissa il proprio tornaconto come unica misura per continuare a interagire produttivamente.

Per avere un’idea dell’illusione ottica che sta dietro a ragionamenti come quello degli economisti sopra citati, basta riflettere sul modo passivo in cui i proprietari di titoli privati hanno accettato il drammatico impoverimento intervenuto nel corso dell’esplosione delle cosiddette bolle speculative, sopravvenute nel 2000 e nel 2008, su tutti i mercati finanziari. Nonostante abbiano perso, in media, da un terzo alla metà delle loro ricchezze, non si sono sentiti minacciati nella loro proprietà17 appunto perché quella decurtazione non conseguiva ad una qualsiasi decisione volontaria, e costituiva semmai una manifestazione dell’operare del dio-mercato, al quale il proprietario privato coerente non può far altro che sottomettersi. Erano infatti le quotazioni di mercato dei “titoli” che avevano perso di valore, e i loro possessori non potevano far altro che adeguarsi a questa perdita, né più e né meno di come talvolta accade che gli alberi da frutto diventano sterili, le mucche perdono il latte, i terreni si inaridiscono o le piogge scatenano alluvioni che distruggono i raccolti.18  Se viceversa lo stato avesse stabilito di ripagare il  debito pubblico con un taglio di valore analogo a quello determinato dal mercato nei confronti del debito privato, o anche inferiore, tutti avrebbero gridato all’ “abuso”; ma solo perché gli amministratori statali avrebbero agito apertamente quella dinamica relazionale distruttiva della proprietà che, attraverso il mercato, si è invece imposta in maniera puramente oggettiva. E avrebbero gridato all’abuso anche se lo stato avesse keynesianamente creato il denaro necessario alle proprie spese, invece di indebitarsi con loro.19 Quando il mercato cancella il loro potere, anche se a malincuore, i privati, non sentendosi “espropriati” ma solo impoveriti,  accettano di sottomettersi; ma se lo stato decide di ridimensionare in misura relativa il loro potere, per creare degli spazi di manovra finalizzati all’interesse collettivo, non possono non considerarlo come un sopruso, una “espropriazione”, che giustifica le reazioni più estreme, distruttive dello stesso tessuto sociale. Ora, che questa reazione fosse sensata in epoche di monarchia assoluta è del tutto ovvio. Ma il rapporto tra il dare e l’avere nelle democrazie moderne è molto più complesso. E lo diventa ancor di più non appena lo Stato sociale keynesiano si spinge al di là della democrazia formale e getta le basi di una democrazia  sostanziale che poggia, almeno embrionalmente, su conoscenze economiche.

Il comportamento schizofrenico degli ultimi trent’anni mostra qual è il concetto di proprietà sottostante a quella che viene comunemente definita come “restaurazione neoliberista”:  il mistificato recupero di un potere in via di dissoluzione, che, per essere giustificato, viene rappresentato come restaurazione del “funzionamento del mercato”, e della “libertà” degli individui che in esso si manifesterebbe. Un passaggio sociale disastroso che ha luogo proprio nel momento in cui il mercato è già stato sostanzialmente esautorato 20, oltre che dallo stato keynesiano, dagli stessi privati. Con un rovesciamento di ruoli rispetto alle pratiche keynesiane, finalizzate a  porre rimedio alle continue variazioni di prezzo, e alle drammatiche variazioni di potere sociale che ad esse corrispondevano, si afferma infatti che si dovrebbe rinunciare a qualsiasi intervento pubblico, perché sarebbe perturbatore di una fantomatica  garanzia della stabilità monetaria, che sarebbe invece assicurata dal mercato.

Ma, come dimostrato, la stabilità dei prezzi è del tutto estranea al “libero” dispiegamento dei meccanismi del mercato. E può invece conseguire solo dal fatto che, imbrigliando il mercato, si realizza un  consapevole coordinamento tra l’andamento dell’offerta aggregata – che deve essere tale da sfruttare tutte le potenzialità tecniche ed economiche – e quello della domanda aggregata – alla quale si deve concedere la possibilità di diventare solvibile. L’offerta di una merce producibile, che anela a diventare denaro, deve  infatti avere la certezza di incontrarsi con quel denaro che la convalida socialmente. E quel denaro può presentarsi sulla scena perché alle merci esistenti – forza lavoro e risorse disponibili – viene consentito di andare incontro ai bisogni esistenti, anche se non producono un profitto. Un coordinamento del processo produttivo che ha, notoriamente, costituito il fulcro delle politiche keynesiane.

Gli economisti ortodossi prescindono da questa condizione e da tutta la storia recente, e si rifugiano in un fantastico “modello”, nel quale immaginano l’esistenza di forze concorrenziali che, manifestandosi sul mercato, tenderebbero a garantire un ordine spontaneo costruito su idilliaci “prezzi di equilibrio”. Come i conservatori del passato, si accontentano del fatto che intervenga un incontro tra la domanda e l’offerta, qualunque sia il livello al quale ha luogo, sostenendo a posteriori “che è quello giusto”, se non addirittura “quello naturale”. Il possibile viene così ingabbiato nei limiti di ciò che concretamente avviene, e nessuno si spinge fino al punto di confrontarsi con il problema centrale sollevato dai keynesiani: verificare se c’è una domanda latente che resta insoddisfatta e un’offerta potenziale che risulta inibita proprio a causa dei limiti dei rapporti monetari.

Per questo gli economisti ortodossi possono tornare a favoleggiare di un effetto di “spiazzamento” operato dalla spesa pubblica, che alterando i prezzi inciderebbe negativamente sui diritti di proprietà e sulla possibilità di sviluppo. Come se i prezzi dei mercati sui quali si finge di praticare una concorrenza, fossero sempre economicamente razionali e dunque tali da esprimere andamenti non contraddittori della riproduzione sociale. Con un’argomentazione tautologica, elaborata nell’indifferenza di ogni esperienza storica e ripetuta in forme prive di qualsiasi pudore teorico, ribadiscono che l’agire privato garantirebbe la migliore utilizzazione delle risorse e la massima soddisfazione dei bisogni. E che dunque bisognerebbe imporlo contro il “lassismo” delle amministrazioni pubbliche 21. Da qui la sollecitazione a ridimensionare la spesa pubblica, la decisione di rendere le Banche Centrali completamente indipendenti dai governi  22, la privatizzazione delle ingenti risorse create dallo stato, il Trattato di Maastricht con i suoi vincoli, ecc. Insomma le insistenti politiche restrittive delle quali, in tutto il mondo – con l’eccezione degli USA che, battendo una moneta accettata come riserva, praticano una forma di keynesismo parafeudale - soffriamo da un trentennio.

Ma chi non è stato colpito dalla grave forma di amnesia che è alla base del ripescaggio del liberismo, sa che lo stato interviene keynesianamente proprio nel tentativo di prevenire le continue oscillazioni dei prezzi e della produzione, caratteristiche dello spontaneo andamento del mercato. Keynes, che in questo si distingue nettamente da Marx, riteneva che il non soffrire dell’impoverimento determinato dalle crisi e della deflazione, causati dalla normale evoluzione del mercato, avrebbe garantito un lento scivolamento non conflittuale verso il cambiamento necessario. A suo avviso, stabilizzando per una fase storica la proprietà e garantendo un suo allargamento a strati sempre più ampi di popolazione, si sarebbe consentita una serena esplorazione delle ulteriori possibilità di sviluppo per tutti al di là del laissez faire. Da questo punto di vista le sue politiche sono state molto meno radicali, nel minacciare la proprietà, di quanto non lo sia stata e possa esserlo la stessa spesa privata lasciata a se stessa. Come ha sostenuto egregiamente Mucchetti:  “Dagli anni Ottanta in qua, la cultura economica dominante, di matrice reaganian-tatcheriana, ha indicato nel debito pubblico lo spauracchio dei governi. Anche l’Europa dell’economia sociale di mercato è stata costruita sul vincolo di un debito pubblico basso, pari al 60% del prodotto interno lordo. Alla base di questa scelta c’è un’antica e serissima preoccupazione, particolarmente forte nella Germania, memore della sua tragedia degli anni Venti quando la svalutazione radicale della moneta portò a tensioni sociali fortissime e quindi alla dittatura nazista:  troppo debito porta infatti all’iperinflazione. Ma accanto a questo pensiero profondo ne è fiorito anche uno più modesto:  l’idea che, nel fare debiti, i soggetti privati siano per definizione più seri dei soggetti pubblici. I governanti, si argomenta, hanno l’obiettivo di vincere le elezioni ogni 4-5 anni, e dunque vanno soggetti alla tentazione di comprare consenso aumentando la spesa pubblica, ma non le tasse, con l’effetto di aumentare poi il debito pubblico e ingessare così la politica del governo. I soggetti privati, invece, sarebbero più lungimiranti (i genitori pensano ai figli, le imprese vorrebbero durare sempre) e assennati (rispondono in proprio dei debiti). La realtà del capitalismo finanziario deregolato  - degli anni Duemila come negli anni Venti del Novecento – si è incaricata di dimostrare che, nell’incrocio delle proprie relazioni, i soggetti privati non sono sempre e per definizione più razionali, lungimiranti e responsabili di quelli pubblici”. 23

C’è, però, un punto essenziale, che è sin qui sfuggito alla maggior parte degli interpreti del keynesismo. Per Keynes, infatti, tra le proprietà che avrebbero dovuto essere tutelate era inclusa anche quella della forza lavoro, cioè le capacità produttive acquisite dagli individui attraverso lo sviluppo economico e personale, appunto perché queste costituivano già una ricchezza reale della società. E si trattava di una ricchezza che andava tutelata prioritariamente rispetto a tutte le altre, inibendo l’eventuale “potere oppressivo del capitalista di sfruttare la scarsità del capitale”, visto che quella “scarsità” non costituiva più un dato oggettivo, ma serviva piuttosto a limitare artificialmente la produzione per non modificare i rapporti di potere nella società.24

Evidentemente per le classi dominanti questa prospettiva non aveva senso, tant’è vero che un senatore del PD ha espressamente sostenuto che “per il posto di lavoro non vale una sorta di diritto di proprietà, ma solo il diritto al risarcimento”.25  Al sopravvenire della crisi, essendo incapaci di godere in prima persona dell’ulteriore arricchimento possibile, hanno cominciato a pretendere che la conservazione del loro potere, anche se ciò comportava un danno per gli altri, costituisse l’unica misura del procedere sociale da valutare positivamente. E analogamente a quanto fecero le classi egemoni della prima metà del Novecento, hanno evocato lo spettro della violazione della proprietà per inibire ogni azione finalizzata a recuperare alle altre classi sociali quello spazio che l’intrapresa capitalistica non riusciva più a colonizzare. Spingendosi fino al punto di sottrarre a quelle classi alcuni degli spazi sociali – una proprietà - che avevano conquistato, grazie ad una lotta secolare. La maggior parte degli economisti ortodossi, che non vede ancora come la disoccupazione non sia altro che una forma di espropriazione dell’unica ricchezza della quale dispongono i lavoratori, ha ripreso il ruolo di corifera di quelle classi, né più e né meno di come gli economisti conservatori del passato avevano fatto tra le due guerre mondiali.

 

Quale proprietà deve essere tutelata?

La convinzione che con le politiche antikeynesiane perseguite nella fase storica che stiamo attraversando si stia cercando di “difendere la proprietà” contro il “populismo”, la dice lunga sul grado di arretratezza culturale ancora prevalente 26. Chi la condivide ritiene che la forma di proprietà che prevaleva prima del keynesismo abbia continuato ad essere egemone anche nella società contemporanea, e che costituisca addirittura un “presupposto imprescindibile dello sviluppo economico” in generale 27. Il keynesismo sarebbe così scivolato via senza lasciare traccia, un po’ come l’acqua sul dorso di un’anatra. Ma per nostra fortuna ci siamo già affacciati, da almeno due generazioni, su una realtà proprietaria nuova, che indubbiamente non ha ancora avuto modo di consolidarsi, ma che può e deve consolidarsi, per superare la crisi che stiamo attraversando. Tuttavia per comprendere questo embrione di nuova proprietà si deve fare un passo che per il senso comune è difficilissimo compiere. Occorre infatti riconoscere che  la proprietà non ha un’unica forma, e cioè che non c’è la sola proprietà privata, da un lato, e, dall’altro, la non proprietà, bensì diversi modi di concepire e di praticare la proprietà. Con questa categoria ci si riferisce, d’altronde, al concreto rapporto nel quale gli individui si trovano con le condizioni della loro esistenza e della produzione, un rapporto che è stato diverso da epoca storica a epoca storica, ed è diverso da un contesto culturale all’altro. C’è da dubitare che le moltitudini che hanno letto il Manifesto si siano realmente rese conto di che cosa significhi un passo centrale di quel testo, che può introdurci alla riflessione su questo argomento controverso. “Voi inorridite”, scrive Marx contro i suoi critici, “perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma … il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione”. 28

Su quale differenza Marx sta chiedendoci di focalizzare la nostra attenzione?  Innanzi tutto sul fatto che la proprietà privata è una forma di proprietà, nella quale il soggetto che ne gode decide unilateralmente dell’uso di risorse che considera solo sue e del ristretto ambiente sociale nel quale si proietta.29  E soprattutto può anche “goderne” negativamente, nel senso di farne nulla, impedendo agli altri che ne hanno bisogno, e sono capaci di farlo, di impiegarle positivamente. “La proprietà privata”, scrive in un altro testo dell’epoca, “ci ha resi così ottusi ed unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo, e quindi quando esso esiste per noi come capitale o è da noi immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato, ecc., in breve quando viene da noi usato … Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi, il senso dell’avere.” 30  Come il cane affamato ringhia nei confronti di chi cerca di sottrargli la scodella in cui mangia, così il proprietario privato, nella sua povertà soggettiva, percepisce gli oggetti della sua “proprietà” come un immediato prolungamento di sé ed invoca una difesa anche violenta del suo “essere”, quando si profila la possibilità di un uso da parte di altri di ciò che sente solo ed esclusivamente proprio 31, senza che quest’uso sottostia alle sue condizioni esclusive.

Ora, fintanto che i rapporti produttivi tra gli esseri umani erano sporadici e relativi ad aspetti marginali di un’esistenza miserevole, com’è avvenuto per larga parte della storia fino a l’altro ieri, questa situazione era del tutto comprensibile e fisiologica. Il singolo produttore produceva infatti prevalentemente per se stesso e per i suoi. Gli altri – con i quali intervenivano solo sporadici rapporti - erano dunque solo estranei, e qualsiasi condivisione con loro della proprietà non poteva nemmeno fare capolino, se non che attraverso una costrizione 32. La proprietà costituiva pertanto, del tutto coerentemente, quel prolungamento di sé, e la stessa pratica del rapporto di scambio è subentrata solo con grande difficoltà e grazie all’azione di “minoranze rivoluzionarie”33. In quelle limitate condizioni storiche “la proprietà era un presupposto appartenente alla sua individualità, un modo di esistenza di questa.”34  Ma si trattava di un’espressione dei limiti all’interno dei quali gli individui si riproducevano prima del capitalismo.

Infatti la proprietà privata borghese prende corpo, originariamente, in opposizione a questa proprietà preesistente, e i singoli, rovesciando il modo di sperimentare la libertà, si sbarazzano dei vincoli corrispondenti alla loro unione comunitaria locale e alla subordinazione personale all’interno della quale erano costretti 35  Rivendicano un rapporto esclusivo di ciascuno con le condizioni della produzione e dell’esistenza delle quali entra in possesso. Come abbiamo più volte ricordato, la storia che hanno vissuto le generazioni che si sono susseguite negli ultimi trecento anni è stata costruita su questa emancipazione dai precedenti limitati vincoli comunitari e servili 36. Ma proprio lo sviluppo che le è corrisposto ha finito col determinare una situazione apertamente contraddittoria. Nel mentre si sbarazzavano dei legami comunitari e servili, i proprietari privati non si ripiegavano affatto su se stessi, bensì procedevano a stabilire nessi più ampi con esseri umani del tutto estranei, attraverso un incremento esponenziale dei rapporti di scambio. Si è pertanto instaurata una situazione radicalmente diversa dal passato. Nel mondo economicamente sviluppato, nessuno infatti esiste più grazie ad una produzione finalizzata all’autoconsumo comunitario o corrispondente alla subordinazione personale. Liberandosi dai vincoli locali e di consanguineità, gli individui hanno stabilito un insieme di legami materiali di natura generale con altri esseri umani sparsi ovunque e relativi ad una ricchezza universale impensabile in passato. Per questo la forma di proprietà che è servita a svincolarsi dal contesto locale ha finito col trovarsi in profondo contrasto con le forme della produzione che ha generato:  forme della produzione che, con il mercato mondiale, sono diventate e stanno sempre più diventando generalmente sociali. I fili attraverso i quali ha luogo la riproduzione di ciascuno di noi, nel mondo economicamente sviluppato, sono oggi sparsi su tutta la terra. L’energia elettrica che consumiamo quando ci svegliamo in Italia proviene, ad esempio, da un impianto francese, la lampadina che ci dà luce può essere stata fabbricata in Ungheria, il pigiama che indossiamo può essere stato prodotto in Indonesia, il caffè, che ci prepariamo bruciando il metano che proviene dall’Algeria o dalla Russia, può essere stato coltivato in Sud America o in Vietnam, ecc. ecc. Vale a dire che, nel corso della giornata, interagiamo più o meno consapevolmente con il risultato dell’attività produttiva di decine e decine di migliaia di persone sparse ovunque 37. E probabilmente nel corso di un anno avremo interagito indirettamente con milioni di produttori sparsi per il mondo.

Queste relazioni, che esprimono le capacità produttive nuove cresciute nell’ambito dei rapporti capitalistici, non trovano pertanto un riflesso coerente nella pretesa dei singoli di non aver altro vincolo sulle risorse e sui prodotti dei quali entrano in possesso che quello della loro autonoma volontà. Poiché la loro proprietà, cioè l’instaurarsi di un rapporto con quelle risorse e quei prodotti che consentono loro di essere ciò che sono, è il risultato oggettivo dell’attività di una moltitudine di produttori, nei confronti dei quali non c’è e non può esserci alcuna interazione personale immediata, come invece avveniva nella fase dell’ascesa dei rapporti di scambio, ogni pretesa di instaurare un efficace controllo su di essa di natura autonoma si dimostra inconsistente. E’ intuitivo che, se nel corso di un anno ho solo saltuari rapporti di scambio, posso anche pretendere di porli come rapporti che mi sono subordinati, anche perché normalmente mi riproduco al di là di essi, nel senso che scambio solo il superfluo. Ma se conservo la pretesa dei miei antenati, nel momento in cui ogni passaggio della mia riproduzione è condizionato dal verificarsi di una lunghissima serie di scambi, coltivo un’insostenibile fantasia di potenza. Un potere socialmente valido può semmai intervenire solo se questi più ampi rapporti riescono ad essere sottomessi ad un coordinamento comune, uno svolgimento che non può intervenire fintanto che ci si muove più su un terreno “privato”, e il potere degli altri viene concepito solo come un potere estraneo, eteronomo, dal quale ci si deve difendere o che si può ignorare. Ma spesso la talpa della storia procede al di là della consapevolezza e delle intenzioni degli individui.

Per questo nell’esaminare l’evoluzione del sistema sociale, si possono osservare cambiamenti di comportamento che hanno una duplice valenza. Dal lato soggettivo esprimono gli scopi particolari perseguiti da ciascun proprietario privato per preservare ed accrescere quella proprietà come se potesse continuare a vivere di vita propria;  ma sul piano oggettivo quei cambiamenti mutano la natura di quella proprietà, appunto perché introducono un’interazione pratica con un insieme di condizioni generali della riproduzione, al di là del fatto stesso che queste continuino ad essere percepite come eteronome. Analizzando questo processo di interiorizzazione contraddittoria dei rapporti “comuni” che si stanno instaurando è così possibile “individuare anche dei punti nei quali c’è l’indizio di un superamento dei rapporti di produzione [capitalistici] – e quindi un presagio del futuro, un movimento che diviene”. Abbiamo già fatto cenno a come le stesse imprese perseguono una moltitudine di strategie che costituiscono un’anticipazione di forme di socializzazione finalizzate a sottomettere il mercato, cioè a far sì che la domanda e l’offerta non procedano più nell’indifferenza reciproca 38. E che un processo analogo è intervenuto da parte della forza lavoro da quando ha cominciato ad organizzarsi in sindacati. 39  Nella seconda metà del Novecento è poi sopravvenuto qualcosa di più radicale, del quale è necessario prendere atto e che può essere compreso solo in riferimento alla battuta conclusiva del passo marxiano del Manifesto sull’assoggettamento del lavoro altrui.

Il senso di questa rottura può essere riassunto nei seguenti termini. Se è vero che nell’ambito dei rapporti capitalistici il lavoro appare alla stessa forza lavoro “per la sua direzione, quanto per il materiale e lo strumento”, come un’attività estranea; se è vero che “anche il prodotto, come combinazione di materiale altrui, strumento altrui e altrui lavoro, le si presenta come proprietà altrui e dopo la produzione essa si ritrova più povera soltanto a causa delle energie spese, salvo a ricominciare a sgobbare come pura capacità lavorativa soggettiva la cui esistenza è separata dalle condizioni oggettive che la fanno vivere”; è però altrettanto vero che se e quando la forza lavoro giunge a “riconoscere i prodotti come prodotti suoi e a giudicare la separazione dalle condizioni della sua realizzazione come separazione indebita e forzata – conquista una coscienza enorme” che non può lasciare la dinamica sociale immutata. Infatti anche se lo sviluppo di questa soggettività “è un prodotto del modo di produzione basato sul capitale”, essa è tuttavia “al tempo stesso il knell to its doom (il rintocco funebre del suo giudizio finale), al pari della coscienza dello schiavo di non poter più essere proprietà di un terzo, la sua coscienza di essere una persona, la coscienza che la schiavitù ormai continua a vegetare soltanto come un’esistenza artificiosa e non può continuare ad essere la base della produzione”. 40 Ma in che modo i lavoratori salariati sono giunti ad affermare, seppure in misura ancora del tutto embrionale, questa loro proprietà?

Qui è dove le riflessioni metodologiche che abbiamo svolto all’inizio di questa sezione possono esserci di aiuto. Se per rivendicare la libertà religiosa la rivoluzione borghese ha chiamato in causa lo stesso dio, avrebbero potuto i lavoratori salariati inseriti nella società borghese matura emanciparsi dalla loro assoluta mancanza di proprietà senza una mediazione indiretta?  Non era forse inevitabile che essi formulassero i loro tentativi di trascendere la situazione nella quale si trovavano con pratiche che ricalcavano i limiti di quella situazione, e che dunque “la soppressione dell’estraniazione percorresse la stessa strada dell’estraniazione”?  Per essere più diretti:  che cosa sono stati i “diritti sociali”, che si sono imposti come un aspetto essenziale della coscienza sulla quale è stato edificato il Welfare?  Non si è trattato forse di una prima formulazione del principio che ogni separazione dei lavoratori dalle condizioni della loro esistenza e di quelle della produzione debba essere considerata come “una separazione indebita e forzata”?  E non sapendo come porre  individualmente rimedio alla preesistente separazione, quei lavoratori non hanno forse evocato lo stato come depositario della volontà collettiva di spingersi in quella direzione?  Lo Stato sociale non è cioè stata una (rozza) affermazione della proprietà di ognuno, vale a dire un riconoscimento pratico del valore sociale delle capacità di produrre che erano state nel frattempo sviluppate dagli individui  nella società?  Insomma, il Welfare keynesiano non cercava proprio di eliminare il potere di alcuni “di assoggettare il lavoro altrui”, gettando le fondamenta economiche di un “diritto al lavoro” non più concepito, come accadeva in precedenza, in forma meramente ideologica?

 

L’inflazione degli anni Settanta  e la svolta antikeynesiana

Per come abbiamo  sin qui ricostruito la storia economica della seconda metà del Novecento, è evidente che la risposta agli interrogativi che abbiamo appena sollevato è per noi positiva. Con la crescente spesa pubblica di impostazione keynesiana, si era avviata un’espropriazione dei capitalisti in forma non traumatica, visto che questi si vedevano riconoscere il valore di ciò che producevano, grazie alla compera da parte della pubblica amministrazione. Purtroppo le conquiste attuate non si sono però trasformate in una solida base culturale, com’è dimostrato dalle vicende degli anni Settanta. In quel periodo esplose infatti un’inflazione a due cifre, come non accadeva da tempo. E si aprì un confronto sociale incentrato, appunto, sulle possibilità di ulteriore intervento da parte dello stato. Se le politiche keynesiane fossero state coerentemente metabolizzate dal senso comune, quel conflitto avrebbe potuto svolgersi in maniera completamente diversa da come si è svolto, e sfociare in risultati ben diversi da quelli che ha prodotto.

 Il problema da risolvere era infatti:  perché i prezzi stavano aumentando in maniera così drammatica?  In tutti i cicli precedenti gli aumenti generalizzati dei prezzi erano dovuti ad uno squilibrio tra domanda e offerta, nel quale la prima superava sensibilmente la seconda. Vale a dire che i bisogni che riuscivano a sollecitare un’attività lavorativa, dando prova di costituire una domanda solvibile, sopravanzavano le stesse possibilità produttive della società, cosicché la ricchezza reale via via prodotta restava al di sotto dei bisogni sociali che ne sollecitavano la produzione. In altri termini, il denaro circolava più velocemente di quanto la stessa produzione materiale non riuscisse ad andargli incontro, e ciò determinava una svalorizzazione del denaro rispetto alla ricchezza reale; a conferma del fatto che il lavoro socialmente necessario era maggiore di quello che si riusciva a far svolgere.

Ma l’inflazione degli anni Settanta non era collocabile all’interno di questa modalità del presentarsi di un aumento dei prezzi, che storicamente costituiva la norma. Ciò per la semplice ragione che tutti i sistemi economici avanzati non attraversavano affatto un periodo di boom, ma al contrario tendevano a ristagnare, lasciando una parte significativa del lavoro potenziale non svolta. Per questo si coniò un concetto nuovo, dicendo che quell’inflazione era una stagflazione, cioè un’inflazione che - come non era mai accaduto in passato - si accompagnava ad un ristagno produttivo.

L’interpretazione di questo fenomeno che finì col prevalere è stata ben riassunta da Federico Caffè, che la sottopose ad una radicale critica. “Una pressione inflazionistica”, dicevano gli economisti ortodossi, “sorge ogni qual volta i vari percettori di redditi monetari (salari e stipendi, profitti, interessi, rendite) cercano, ciascuno, di aumentare la propria quota nella distribuzione del reddito, a scapito degli altri. Se gli altri resistono, questa gara competitiva spinge l’insieme dei redditi monetari al di sopra della produzione possibile, portando all’effetto ultimo di un aumento dei prezzi.”  Questa spiegazione consentiva di definire l’inflazione in corso come se non avesse nulla di diverso rispetto a quelle precedenti. Si sarebbe trattato di  “un processo risultante da una gara competitiva nel tentativo di mantenere il reddito totale reale, la spesa totale reale e/o la produzione totale a un livello che era divenuto fisicamente impossibile, o di accrescere una di queste grandezze ad un livello che era fisicamente impossibile.”41

E’ evidente che questa interpretazione rappresentava la pietra tombale del keynesismo. Se la produzione era fisicamente impossibile, non potevano esserci risorse inutilizzate. Ma il ristagno di un’economia sviluppata, per Keynes, comporta sempre una sottoutilizzazione delle risorse esistenti. Corrisponde cioè ad una situazione nella quale una maggiore produzione è materialmente – o, per meglio dire tecnicamente - possibile  ma non interviene a causa delle relazioni sociali, che la inibiscono. La stagflazione in questione non poteva dunque conseguire da un eccesso di domanda rispetto all’offerta42- visto che, dal lato tecnico-economico, quest’ultima sarebbe stata in grado di andare facilmente incontro alla prima - ma da qualche altro fenomeno. Per rendere figurativamente il problema:  se in una famiglia i genitori cercano in tutti i modi di soddisfare i figli e, tra le altre cose, riempiono il frigorifero di leccornie, ma una delle figlie comincia a soffrire di anoressia, non si può certo dire che la sua malnutrizione sia dovuta a carenza di alimenti, e neanche che basterebbe mettere più cibo nel frigorifero per risolvere il problema. C’è qualcos’altro nelle relazioni familiari che determina quella sofferenza, ed occorre imparare a sperimentarlo, se si vuol comprendere ciò che sta succedendo.

Gli economisti ortodossi, che finirono col prevalere, si lasciarono confondere dai contrasti sociali, inevitabilmente relativi anche alla distribuzione del reddito, e rispolverarono la convinzione antikeynesiana secondo la quale non può mai sopravvenire un affrancamento dalla situazione di scarsità. Poiché la domanda si sarebbe spinta al di là dell’offerta possibile, chi vendeva sarebbe stato in grado di praticare un potere monopolistico sul proprio prezzo. Ma la “gara competitiva”, che indubbiamente si scatenò, che pure non aveva nulla a vedere con le forme ormai tramontate della concorrenza, non spinse affatto la produzione al di sopra del livello tecnicamente possibile. Al contrario conseguì proprio dal blocco che sopravvenne molto prima di quel punto e che tutti percepirono in qualche modo come ingiustificato, ed al quale, del tutto sensatamente, cercarono di sottrarsi anche agendo sui propri prezzi nei limiti in cui potevano imporre questa pratica43.

Per evitare l’impoverimento non era però sufficiente non volerlo; occorreva piuttosto dimostrare l’infondatezza economica di quella evoluzione e agire conseguentemente. La possibilità di sottrarsi ad una stretta economicamente ingiustificata era affidata, cioè, al sussistere di un bagaglio culturale corrispondente al problema, alternativo rispetto a quello che prevaleva nel senso comune. Poiché quello mancava, fu facile per le imprese definire il limite con il quale si scontravano come un limite generale alla possibilità di utilizzazione delle risorse, al quale la società tutta avrebbe dovuto sottomettersi. Come l’adolescente anoressica - che non è malnutrita per mancanza di cibo o per cattiva volontà, ma per segnalare un problema che la fa soffrire - costringe l’intera famiglia a concentrarsi sul suo problema di alimentazione, così le imprese hanno spinto e spingono la società ad impoverirsi, per la loro incapacità di mediare un arricchimento sociale all’altezza delle possibilità economiche.

Il fenomeno che è intervenuto è pertanto profondamente diverso rispetto alla vulgata che ha finito col prevalere quando perfino i sindacati sono scesi in campo contro l’inflazione. Ma come fu possibile che, in una situazione di sottoutilizzazione delle risorse, i prezzi aumentassero significativamente?  Appunto perché il prezzo non scaturiva più dal comportamento concorrenziale dei produttori – cioè dal mercato – ma, al contrario, veniva somministrato dalle imprese, le quali, avendo realizzato una concentrazione di tipo oligopolistico, una crescente influenza lobbystica o altre tecniche di controllo della domanda col marketing, erano in grado di “fare”, con una forma capovolta di comunismo, il proprio prezzo di vendita.44  La stessa limitazione dell’attività produttiva al livello che consentiva di stabilire  efficacemente i prezzi45 costituiva una delle manifestazioni di questo nuovo potere del capitale, che non si schiantava più sulla pretesa di soddisfare illimitatamente bisogni, ed aveva, invece, imparato a misurarsi con la grandezza della domanda solvibile, esautorando il mercato.

Ma un potere sociale superiore rispetto al mercato, cioè un potere che si esprime in forme direttamente sociali, non è coerentemente praticabile in una società intrisa di antagonismo. Ogni tentativo di manifestare quel potere, da parte dei portatori di un particolare interesse sociale, determina l’emergere di tentativi opposti, da parte di chi ha interessi antagonistici, con l’inevitabile precipitare della società nel caos. L’inflazione degli anni Settanta è la manifestazione di questo procedere caotico, nell’ambito del quale o si riusciva a dare forma coerente all’insieme dei cambiamenti attuati con il Welfare keynesiano, garantendo un ulteriore sviluppo a scapito del capitale, o si doveva subire un inevitabile regresso al livello sociale precedente. Come sappiamo, il secondo svolgimento ha finito con l’imporsi. La sua intollerabilità sociale è però dimostrata proprio dal tentativo di farlo apparire come espressione di un interesse sociale generale a recuperare i limiti corrispondenti ad un riaffermarsi del mercato come regolatore efficiente delle relazioni produttive e di scambio. Nella realtà, poiché  lo sviluppo delle nuove forze produttive intervenuto nel corso del Novecento corrisponde al processo di subordinazione del mercato agli agenti sociali, si deve riconoscere che il limite che ha finito con l’essere accettato non è quello del mercato, bensì quello imposto dalle imprese46, per la conservazione del residuo potere di cui dispongono.

 

La politica dei sacrifici

Questa evoluzione è stata favorita dal fatto che la maggior parte dei rappresentanti politici e dei sindacalisti, ai quali il mondo del lavoro faceva riferimento, era cresciuta ereditando passivamente le vecchie concezioni prekeynesiane su ciò che deve essere considerato “economicamente sano” e ciò che invece sarebbe sbagliato. Vale a dire che la lotta sociale incontrava il senso comune volontaristicamente, senza sviluppare una “teoria” critica della crisi. Data la rilevanza della questione lasciamo brevemente la parola ad alcuni degli attori principali dell’epoca. “Il problema centrale per il sindacato”, affermava, ad esempio, Lama nel 1976, “è quello di fornire al paese e alle masse lavoratrici un disegno convincente e praticabile di trasformazione della società. … Anche per effetto della difficile crisi economica che attraversiamo, si sta diffondendo dentro e fuori il mondo del lavoro dipendente la convinzione che ‘così non può durare’. … che dovranno essere fatti dei sacrifici pesanti, ma si vuole insieme la certezza che tutti saranno chiamati a pagare un prezzo magari proporzionale ai privilegi o, viceversa, alle miserie. … Si tratta di mobilitare questa sensibilità verso un obiettivo di interesse generale; e questo obiettivo c’è e consisterà nel tentare di trovare una soluzione ad un problema che in altri paesi capitalistici è stato in larga misura risolto47:  quello di dare lavoro a tutta la popolazione lavoratrice disponibile”.48  Ma i “sacrifici” possono essere solo di due tipi:  privazioni alle quali si attribuiscono misticamente valori magici, tali da annullare realtà spiacevoli, oppure sospensioni di un godimento possibile finalizzate all’accumulazione. Con un radicale rovesciamento dei presupposti del keynesismo, e con una totale ignoranza delle critiche di Marx, si fa un “fritto misto” dei due approcci, sostenendo che la condizione del pieno impiego fosse quella di smettere di “vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche”. Nemmeno quando, negli anni immediatamente successivi, gli “altri paesi capitalistici” furono a loro volta drammaticamente trascinati nel gorgo della disoccupazione di massa, l’approccio orientato ai sacrifici fu messo in discussione.

Nello stesso periodo la Proposta di progetto a medio termine del PCI esplicitava ancor più chiaramente i termini della svolta. “Lo sforzo eccezionale, i sacrifici e i cambiamenti che si richiedono anche a larghi strati di lavoratori, debbono essere rivolti a gettare le basi di un più giusto, sicuro, equilibrato sviluppo del paese. …  Le basi del vecchio meccanismo di espansione economica – pienamente operante tra gli anni Cinquanta e Sessanta – non possono più essere ripristinate. …  La guerra allo spreco diviene, nei paesi capitalistici avanzati, una via obbligata per adeguarsi ad una realtà mondiale profondamente mutata, e per fronteggiare i problemi – che si fanno dovunque sempre più acuti – dell’inflazione e della disoccupazione …”49. Quando quest’astratta volontà di far fronte al problema giunse a definire nel concreto la strategia da seguire, si buttò a mare Keynes, precisando che si trattava di “elevare a sistema di governo il rigore”. Questo perché l’austerità si presentava “come una necessità innegabile per far fronte alle difficoltà economiche”. Essa non costituiva “un accorgimento temporaneo”;  non implicava “un breve periodo di dolorosi sacrifici per poi tornare agli indirizzi di prima; non era una riduzione momentanea di consumi concepiti come immutabili; bensì una proposta rivolta a cambiare, secondo un preciso programma, il modo di funzionare e le finalità sociali del meccanismo economico, l’orientamento degli investimenti, della produzione e della spesa pubblica, la qualità stessa del consumo.”50

Tutte queste proiezioni idealisticamente positive, e le molte altre enunciate all’epoca, si infransero su un errore cardinale, che dimostra la profonda ignoranza del mutamento storico realizzato con le strategie keynesiane. Si legge infatti più avanti sempre nel “Progetto”:  “una politica di programmazione (finalizzata a un consistente spostamento di risorse dai consumi agli investimenti)  … non si pone in contrapposizione alle esigenze di un corretto funzionamento del mercato e di un autonomo sviluppo dell’impresa; è invece condizione per superare la stessa crisi strutturale del mercato e dell’impresa”. Cosicché “non è necessaria un’estensione del settore economico pubblico nel suo complesso”.51 In altri termini, poiché l’accumulazione mediata dal mercato si era inceppata, essa avrebbe potuto riprendere grazie ad un approccio programmatico, che però avrebbe dovuto consentire un “corretto funzionamento del mercato”, invece di prendere a riferimento le risorse disponibili che il mercato sprecava. L’incapacità di cogliere la natura contraddittoria della crisi è resa in maniera ancora più limpida da Luciano Lama, il quale, sempre nel testo sopra citato, candidamente sostiene:  “non vedo proprio che cosa abbia da temere l’impresa privata da una razionalizzazione del sistema economico in funzione del pieno impiego; purché ovviamente si tratti di imprese vere che puntano sullo sviluppo di attività produttive, sulla ricerca di profitto industriale e non su rendite di posizione; … chi si limita a sfruttare le possibilità attuali e a impigrirsi nella difesa del presente non è neppure un vero imprenditore”.52

Questo ritorno culturale a prima di Keynes, con la totale rimozione del problema della caduta tendenziale dei rendimenti del capitale53, con la cancellazione della limitatezza degli sbocchi rispetto al livello raggiunto dalle capacità produttive, con l’incapacità di cogliere come la crisi possa essere stata prodotta dalle stesse conquiste materiali dello Stato sociale,  sfocia in un aggravamento della crisi, né più e né meno di come era accaduto nel periodo tra le due guerre mondiali, quando l’ideologia del “corretto funzionamento del mercato” imperversava, nella totale indifferenza nei confronti della fame di massa.

 

Il nuovo gemito d’impotenza delle classi egemoni

Uno degli errori ricorrenti del senso comune critico nei confronti delle classi dominanti è quello di ritenere che la storia non sia costituita altro che da una serie di “imbrogli”. Si crede infatti che i problemi che investono le classi subalterne sarebbero determinati dal comportamento negligente o “egoistico” delle classi egemoni, che saprebbero e potrebbero risolverli, ma, al contrario si avvantaggiano del fatto che essi permangono. Ma la mistificazione54 non è un imbroglio. E’ piuttosto la presunzione di essere depositari di un potere umano che non si ha e, tuttavia, si millanta di avere per la connessione che ha con il proprio ruolo. Uno scarto che consegue dal fatto che non si immagina nemmeno che il potere di ottenere quello a cui si aspira non sia contenuto nelle pratiche con le quali si cerca di ottenerlo. Si crede cioè che, essendo depositari di una volontà di porre rimedio ai mali sociali, lo si riesca a fare agendo nelle forme corrispondenti alla propria cultura e ai propri scopi sociali. Per questo quella volontà finisce poi con lo schiantarsi sui problemi reali mostrando la propria inconsistenza.

Splendidi esempi di questo scarto tra intenzioni e realtà ci vengono offerti, in questa fase storica, quasi quotidianamente. A sentire i responsabili della cosa pubblica di destra e di sinistra che sono andati al potere su orientamenti neoliberisti:  “tutti gli inviti e le misure prospettate (per garantire un nuovo sviluppo) presentano una lacuna:  non  dicono dove prendere i soldi!”55

In una sorta di “gioco dell’oca” storico, le classi egemoni, in Italia come nel resto del mondo, hanno finito col trovarsi in una posizione analoga a quella antecedente la “rivoluzione keynesiana”, e col tornare a lamentarsi nello stesso modo. Si tenga presente quello che è stato il nocciolo della restaurazione neoliberista:   limitare l’intervento dello stato perché comporterebbe un uso improduttivo delle risorse. Nel corso del trentennio keynesiano, secondo i neoconservatori, troppi mezzi sarebbero stati dirottati verso impieghi non produttivi, in conseguenza di una crescente spesa pubblica che avrebbe ostacolato le propensione alla spesa produttiva (leggi:  accumulativa) dei privati. Un’ipotesi che li ha spinti a desumere che limitando il Welfare e facendo riaffluire risorse alle imprese e ai singoli, il processo di sviluppo sarebbe tornato a dispiegarsi in tutta la sua potenza.

Ora, nei trent’anni che abbiamo attraversato dall’inizio della crisi del keynesismo applicando questa ricetta, è intervenuto un enorme mutamento dei poteri di appropriazione del reddito tra le classi, di misura analoga ma di direzione opposta, rispetto a quello che aveva caratterizzato  il trentennio keynesiano. Abbiamo già sottolineato, nella prima parte, che i dati sulla distribuzione del reddito, seppure non quantifichino in misura incontrovertibile le dinamiche reali, riescono tuttavia a fornirci una vaga rappresentazione della tendenza prevalente. Il dato certo, da questo punto di vista, è che negli ultimi trent’anni, una quota che, da paese a paese, varia tra il tre e il quindici percento del PIL, è stabilmente passata di mano dalle classi lavoratrici a quelle dominanti.

In particolare, l’Italia si colloca negli estremi superiori di questo processo restauratore, con una redistribuzione che, a nostro avviso, ha ampiamente superato le più rosee speranze che le classi dominanti coltivavano quando, nel corso degli anni Settanta, è iniziata la loro reazione contro lo Stato sociale. Nonostante questo ingente “regalo sociale”, a differenza di quanto accadde con le politiche keynesiane nel trentennio postbellico, non si è innescato alcun meccanismo di sviluppo.56

 

 

 

 

(Quota dei salari sul valore aggiunto totale del settore privato 1960-2003

(fonte Andrea Ricci/OECD)

 

Ciò a riprova del fatto che le cosiddette politiche neoliberiste non costituiscono altro che la sciatta rimasticazione di vecchi luoghi comuni che, quando furono elaborati duecentocinquant’anni or sono, rivestirono le lotte della borghesia di una simbologia adeguata allo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti innovativi per i quali quella classe si batteva all’epoca. Ma che perseguite oggi, quando i risultati di un trentennio sono finalmente stati svelati dalla drammatica crisi che si protrae dalla fine del 2008, non fanno altro che dimostrare che la borghesia è nuda. Tant’è vero che, dopo essersi battuta per decenni affinché la liberassero “dai lacci e laccioli” statali, che impedivano la sua azione, ora si lamenta sempre più frequentemente di “essere stata lasciata sola”57, proprio da quello stato di cui, fino a ieri, si voleva sbarazzare.

 

 

 

 

 

Parte settima

 

Perché il lavoro salariato è destinato al tramonto

 

 

Capitolo ventiduesimo

 

Lo spazio del lavoro salariato tra costrizione situazionale ed emancipazione

 

 

“Nessuna    forma    di     lavoro  salariato, sebbene

l’una   possa eliminare   gli inconvenienti dell’altra,

può  eliminare gli inconvenienti del lavoro salariato

stesso.  Una leva      può vincere meglio di un’altra

la  resistenza della      materia inerte. Ma ognuna si

basa  sul    fatto  che    la      resistenza    rimane.

(Karl Marx 1857)

 

 

“Il  lavoro  salariato  poggia   esclusivamente   sulla

concorrenza dei lavoratori tra loro”. (Karl Marx 1847)

 

 

Sin qui ci siamo limitati a cogliere quegli aspetti storici, economici, sociologici, psicologici e antropologici della dinamica sociale in atto, che impediscono di convenire con le critiche rivolte alle ipotesi della “fine del lavoro”. Siamo però consapevoli che tutto ciò non basta. Dedicheremo pertanto le battute conclusive di questo studio a spiegare perché, a nostro avviso, ci troviamo in una fase di transizione nella quale, se i lavoratori salariati eluderanno il problema della riproducibilità o meno del loro rapporto produttivo sono destinati a finire intrappolati in un cul de sac, con la progressiva trasformazione della loro attività in un’attività sostanzialmente servile e malpagata. Se invece cominceranno a riconoscere il sopravvenire di un limite, che impedisce di creare impieghi salariati sulla scala necessaria a mediare lo sviluppo o anche solo ad evitare il regresso, potranno avviare l’esplorazione di rapporti produttivi che si spingano al di là dello stesso Stato sociale. Per muoversi in questa seconda direzione dovranno però dar corpo – almeno embrionalmente - ad un’individualità superiore rispetto a quella che si è sin qui espressa nel lavoro salariato. Poiché siamo consapevoli che questa prospettiva può, nella sua astrattezza, presentare problemi di comprensione, cercheremo di entrare nel merito del cambiamento al quale ci riferiamo.

 

La costrizione situazionale

Cerchiamo di definire questa possibile evoluzione dapprima al di fuori della sua determinazione economica, appunto perché la componente soggettiva che stiamo cercando di descrivere è stata esaminata metodologicamente al di fuori del pensiero economico. Che cosa fa il soggetto che crede in prima persona, o si limita a convenire passivamente, che la soddisfazione dei suoi bisogni sia preclusa dal fatto che “non ci sono i soldi”?  A nostro avviso, si riferisce al contesto nel quale vive ed opera in un modo specifico, che è stato approfondito in psicologia con il concetto di “costrizione situazionale”, il quale esplicita ciò che è implicito nell’essere depositari della sola coscienza primaria. A che cosa rinvia questa categoria introdotta da Vygotskij58 in una conferenza del 1935?  Facendo riferimento agli esperimenti e alle osservazioni di Lewin, svolti in quegli stessi anni, quello studioso cercò di comprendere l’incapacità, normalmente dimostrata dai bambini più piccoli, di affermare verbalmente qualcosa di diverso da quello che è immediatamente percepito dai loro sensi.59  Se si chiede ad un bambino di due anni di dire “Tania è seduta”, quando Tania è in piedi di fronte a lui, spiega Vygotskij, non riuscirà a farlo, e trasformerà quello che gli si chiede di dire nel suo opposto, enunciando quello che vede, e cioè che “Tania è in piedi”. Ciò accade, secondo lui, perché la rappresentazione verbale è “fusa” immediatamente con “l’incentivo proveniente dalle cose esterne”. Si può dire che, in certo senso, l’esperienza non è altro che la percezione immediata della situazione nella quale si è immersi o della particolare cosa alla quale ci si riferisce, e il linguaggio, che pure esprime una forma della coscienza60, non riesce a spingersi al di là di quell’esperienza. Manca cioè l’elaborazione di un “rapporto”, nel quale il soggetto è qualcosa di più dell’oggetto al quale, in quel momento, si riferisce. Vale a dire che non ha ancora sviluppato la capacità di rappresentare l’evento che ha di fronte al di là della sua immediatezza, riuscendo a concepire altri momenti dei quali quell’evento o quella cosa costituiscono una manifestazione particolare.

L’interrogativo sollecitato dalla lettura di questo testo è:  e se questa spinta a rapportarsi alla situazione in maniera che è dapprima necessariamente “costrittiva” fosse qualcosa di riferibile ai processi cognitivi che via via intervengono anche al di là della prima infanzia?  In termini concreti: se i passaggi attraverso i quali gli esseri umani si rapportano alle condizioni della loro vita, che gli antenati ed essi stessi hanno prodotto, soffrissero di una limitazione analoga?  Insomma, se ci trovassimo di fronte ad una conferma sperimentale dell’affermazione marxiana che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”61,  con la quale Marx intende sostenere che, di volta in volta, la coscienza non può dapprima essere altro che l’espressione immediata dei rapporti dati e non anche il processo di comprensione della loro “natura” e della dinamica problematica che li caratterizza?62 Non è forse proprio questo fenomeno, mi sono inoltre chiesto, che sempre Marx intendeva descrivere col passo del Capitale già citato, nel quale sosteneva che “le riflessioni sulle forme della vita umana, e dunque anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale e cioè comincia post festum, e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento”63?  E questi risultati non incidono forse criticamente sull’esperienza64, determinando eventualmente il recedere della costrizione situazionale, solo al presentarsi di eventi negativi come  le difficoltà riproduttive e la crisi, che dimostrano l’inconsistenza della coscienza primaria al mutare del contesto?

In altri termini, non è normale che si consideri in un primo momento il dato come un semplice dato65, invece che come articolazione di una realtà più ampia che è gravida di un problema?  E, se si vuol giungere al rovesciamento che consente di trattare il dato come elemento di un problema66, non bisogna forse spingersi al di là delle mere sollecitazioni immediate dell’oggetto, riconoscendo i limiti che la costrizione situazionale dapprima impone all’esperienza?  Entrando nel particolare che ci interessa, non è del tutto comprensibile che, per una lunga fase, si reagisca alla disoccupazione prevalentemente secondo lo schema meccanico stimolo-risposta67, nell’ambito del quale la mancanza di lavoro “detta” il senso del “che fare” – esigere che sia creato altro lavoro -  e solo in un secondo momento si cerchi eventualmente di conquistare una libertà che, se nei riguardi della disoccupazione è effettivamente praticabile, deve, né più e né meno di come accade per le altre articolazioni della vita umana, essere prodotta ex novo, cioè con dei cambiamenti?  E il nocciolo di questi cambiamenti non è forse racchiuso proprio nella capacità di intravedere una possibilità di azione che non sia mediata dalla sottomissione al denaro, con la conseguenza che il problema non è se i soldi ci siano o manchino, ma un altro?

 

 

Il recedere della costrizione situazionale

Il peso della costrizione situazionale non è qualcosa di cui abbiamo necessariamente consapevolezza. E infatti è possibile distinguere, in ciascuna fase di sviluppo,  due momenti dell’evoluzione umana, a seconda del fatto che, nella vita sociale, sia o meno intervenuto un particolare fenomeno definibile con il concetto di “contraddizione”. Fintanto che questa non si presenta sulla scena, gli esseri umani in genere si sentono e sono liberi, appunto perché la loro vita, per come ha infine preso corpo, riesce ad essere coerentemente riprodotta, nel suo concreto modo di essere,  attraverso il comportamento che è stato elaborato storicamente, sulla base delle idee corrispondenti a quella forma di vita. Essi si “muovono” cioè, senza eccessive difficoltà, all’interno di uno specifico spazio sociale, reso praticabile dalle generazioni precedenti68.  Uno spazio che non hanno bisogno di trascendere, appunto perché esso non appare ancora limitativo, ma al contrario come espressione di possibilità positive. Per questo, nel praticarlo non si sentono “costretti”69, bensì liberi. Ma la comparsa della contraddizione corrisponde alla messa in discussione dei comportamenti prevalenti, perché rinvia ad un problema riproduttivo che non riesce ad essere risolto, o addirittura nemmeno ad essere coerentemente posto, fintanto che si rimane nell’ambito dello spazio sul quale spontaneamente lo si affronta.70  E’ bene comprendere che si tratta di un passaggio critico,  che normalmente non è voluto, bensì subìto, perché determinato dalla necessità di far fronte a difficoltà che sono emerse inintenzionalmente dagli svolgimenti della vita umana, nella forma in cui è data.

Ora, proprio perché la contraddizione corrisponde all’affiorare di problemi nuovi e inattesi, anche se nient’affatto inspiegabili, di solito al suo presentarsi interviene innanzi tutto un blocco. Infatti per risolvere quei problemi il soggetto dovrebbe spingersi al di là dei limiti della vita così com’è stata elaborata dalle generazioni che l’hanno preceduto e sulla base della quale è stato acculturato. Ma questo spazio non è affatto investito dalla stessa “luminosità” che percepisce nello spazio che abitualmente calpesta e che è stato mappato71 dalle generazioni precedenti. E dunque il soggetto, che non può mai sapere a priori se i suoi eventuali tentativi lo faranno precipitare in una situazione peggiore o gli faranno conquistare un terreno capace di dare nuovi frutti, si muoverà con estrema circospezione, perché incapace di procedere con ordine. Ciò spiega la resistenza a confrontarsi col problema della riproducibilità del lavoro salariato che abbiamo più volte richiamato. E tuttavia, poiché la soluzione del problema che affligge la società non esiste sul terreno che gli individui praticano  abitualmente, essi possono sperare di spingersi oltre nella riproduzione dell’esistenza solo valicando quei limiti. Che, se l’ipotesi di applicazione analogica del concetto di costrizione situazionale è corretta, sono però anche limiti della sensibilità. E’ infatti in questi momenti che l’essere umano scopre di essere stato fatto dalla situazione nella quale è cresciuto, e sperimenta la “costrizione” implicita nel determinato modo di essere che le corrisponde, espressa dall’incapacità di interagire subito adeguatamente con la situazione nuova e della cui novità ha grande difficoltà a prendere atto. Solo lavorando sulla propria sensibilità e mutandola gli esseri umani possono imparare a praticare, come hanno ripetutamente fatto nella storia, un terreno nuovo che, in un primo momento, hanno calpestato con un grande senso di smarrimento. Cosicché solo le generazioni successive potranno eventualmente godere della capacità di vivere nel modo appena conquistato, sentendosi cioè “libere” di praticarlo, oltre a rivendicarlo72.

  Già, ma come si può costituire questa sensibilità “altra”?

Anche per rispondere a questo interrogativo possiamo appoggiarci a Vygotskij, che ha richiamato, interpretandole, le osservazioni di Lewin sui bambini molto piccoli, relative alla loro difficoltà di sedersi su una pietra. Qual è il  problema che i bambini mostrano dapprima di non riuscire a risolvere? Il fatto che, per sedersi, debbono mettersi di spalle. Questo movimento sottrae la pietra alla loro percezione visiva, cosicché l’azione, rivolta ad uno spazio che non riesce ad essere ancora sperimentato senza essere immediatamente guardato, risulta inibita. Quasi tutti i bambini potranno invece normalmente sedersi, più avanti nel processo del loro sviluppo, quando, magari dopo essere caduti alcune volte ed essersi resi conto che la caduta non comporta un così gran danno, riusciranno a “vedere” con i loro sensi pratici ciò che i loro occhi non hanno più bisogno di guardare. E’ dunque questa capacità acquisita, di interiorizzare un elemento del contesto che  non ricade nella loro sensibilità immediata, ma che i loro sensi pratici imparano a sperimentare, che consente questo specifico sviluppo comportamentale prima impossibile. In senso figurativo possiamo dire che essi conquistano una coscienza della posizione della pietra come condizione implicita del loro comportamento pratico73. Come questa conquista corrisponde ad uno sviluppo del modo di essere dei bambini, così per attuare dei cambiamenti nel loro modo di produrre, gli agenti sociali debbono interiorizzare le caratteristiche nuove del tessuto produttivo, alle quali debbono imparare a rapportarsi, se non vogliono “cadere”74.

Siamo così rinviati alla chiave del recedere della costrizione situazionale:  il soggetto impara a “vedere” ciò che, con la sua capacità preesistente, immediatamente non avrebbe visto. Si badi bene, non a vedere ciò che vuole, ma a vedere qualcosa che c’è, ma che non rientra spontaneamente ed immediatamente nel campo della sua preesistente sensibilità. Qui è dove il problema si fa particolarmente complesso, perché, come risulta ovvio, il discutere attorno a qualcosa che non può essere immediatamente sperimentato, o per essere più precisi, che non può essere sperimentato sulla base delle forme d’esperienza sviluppate precedentemente, è senz’altro difficile. Sorge infatti subito la necessità di distinguere la componente di desiderio da quella cosiddetta di realtà, e dunque della verifica della validità della forma d’esperienza che si cerca di evocare per procedere oltre. Se il bambino non impara a percepire correttamente la posizione della pietra senza guardarla, finirà col cadere sistematicamente a terra mentre si siede, e magari col rinunciare a provare di nuovo. Anche se ci fosse una spinta soggettiva a sottrarsi alla costrizione situazionale, rappresentata dalla necessità di tenere la pietra entro il campo visivo, il tentativo non porterebbe in tal caso a risultati positivi, appunto perché gli occhi non si trovano sulla nuca. Ma un problema analogo si pone anche al livello più elevato, sul quale stiamo ragionando. Per tornare al concreto oggetto della nostra riflessione: se gli individui non imparano a conoscere i  processi attraverso i quali la loro vita viene riprodotta, il cui senso non è immediatamente dato alla loro coscienza, non potranno nemmeno comprendere gli eventuali ostacoli che inibiscono quella riproduzione. E, come accade ai nostri giorni, si limiteranno a lamentarsi del fatto che “non ci sono i soldi”, evocando quella particolare figura alla quale hanno più o meno intenzionalmente delegato il potere di farli agire produttivamente, ma che ora si presenta come un’entità che non può più svolgere il ruolo di prima. Insomma, se la società non impara a percepire coerentemente la natura della disoccupazione, finirà magari col farla crescere nel mentre cerca di affrontarla, e dunque col rinunciare ad eliminarla75, nonostante l’intenzione di porvi rimedio.

Si tratta ovviamente di una questione essenziale, che riusciamo a destreggiare  solo se riconosciamo che non si tratta affatto di fare qualcosa di diverso da quello che di solito facciamo, ma piuttosto di imparare a farlo in maniera differente. E’ infatti evidente che solo degli ingenui potrebbero sostenere che la disoccupazione sia un puro e semplice fatto, che non implica un’interpretazione, cioè un’attribuzione problematica di significato.  Un’ingenuità che Ludwig  Fleck ha a suo tempo efficacemente descritto nei seguenti termini:  per coloro che sono “preda” del loro modo di pensare, i modi di pensare estranei, inclusi quelli in corso di elaborazione, “si presentano come delle costruzioni della fantasia, poiché essi vedono solo l’elemento attivo, quasi arbitrario di questi stili di pensiero”76. Per questo i critici della teoria della “fine del lavoro” hanno ripetutamente sostenuto che si trattava di una fuorviante ideologia77. Vale a dire che l’atteggiamento normale civetta con un realismo ingenuo, fondato sulla presunzione che le cose siano come le sperimentiamo, non per la forma della nostra esperienza – non per la “teoria” della quale siamo spontaneamente depositari - ma perché lo sono.78  E se le cose “sono” nel modo in cui ci appaiono non c’è niente da mettere sotto osservazione, appunto perché nel modo di guardare non c’è mai un problema. Il soggetto non riconosce cioè di guardare in un modo determinato, con un approccio condizionato da una “teoria”, ed è convinto puramente e semplicemente di guardare. Ciò consegue però solo dal fatto che il significato prende corpo in maniera “naturale”, cioè secondo le forme di sensibilità delle quali siamo già depositari. E dunque l’attività interpretativa “per via dell’educazione, dell’addestramento e della partecipazione allo scambio delle forme di pensiero ricevute - diviene qualcosa di ovvio, di quasi inconsapevole come il respiro”79, cosicché il soggetto non si rende nemmeno conto di porla in essere. Vale a dire che egli crede non già di interpretare, ma solo di prendere atto. Un passaggio che gli impedisce di ascoltare coloro che ricercano interpretazioni paradigmaticamente alternative.

Ora, sulla base di queste rozze forme della sensibilità può senz’altro emergere una spinta a non considerare la disoccupazione, o qualsiasi altro evento sociale negativo, come un qualcosa che deve essere subito passivamente, e dunque ci può essere una sollecitazione a sottrarsi alla costrizione situazionale. Ma l’esito di questa spinta dipenderà interamente  dalla base dalla quale si procede nel compiere questo passaggio. E’ infatti evidente che il cercare di liberarsi dalla situazione che genera disagio, come talvolta fanno i bambini, e cioè in forma prevalentemente fantastica, non conduce all’emergere di una possibilità reale. Sottraendosi al processo di educazione dei sensi,  si fa  riposare il sentimento di potenza solo su se stesso, cioè su una volontà che presume di essere sempre immediatamente adeguata ad affrontare il compito che ha di fronte. In questo caso non sarà possibile elaborare quelle manifestazioni del comportamento che corrispondono al risultato che si vuol produrre. L’azione, probabilmente caratterizzata da forti componenti magiche o nevrotiche, si risolverà pertanto nella esternazione del soggetto, della sua volontà, ma non anche nella trasformazione del mondo secondo le sue attese80.

 

Un pericolo anticipato da Marx

Il pericolo di cercare vie d’uscita dalla costrizione situazionale di natura illusoria è stato chiaramente anticipato da Marx. In Miseria della filosofia egli infatti scrive:  “finché il proletariato non si è ancora sufficientemente sviluppato per costituirsi in classe, e di conseguenza la sua lotta con la borghesia non ha ancora assunto un carattere politico, e finché le forze produttive non si sono ancora sufficientemente sviluppate in seno alla stessa borghesia, tanto da lasciar intravedere le condizioni materiali necessarie all’affrancamento del proletariato e alla formazione di una società nuova, i teorici [che cercano di anticipare i cambiamenti] non sono che utopisti, i quali, per soddisfare i bisogni delle classi oppresse, improvvisano sistemi e rincorrono le chimere di una scienza rigeneratrice. Ma a misura che la storia progredisce e con essa la lotta del proletariato si profila più netta, essi non hanno più bisogno di cercare la scienza nel loro spirito, devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoce. Finché cercano la scienza e costruiscono solo dei sistemi, finché sono all’inizio della lotta, nella miseria non vedono che la miseria, senza scorgerne il lato rivoluzionario, sovvertitore, che rovescerà la vecchia società. Ma quando questo lato viene scorto, la scienza prodotta dal movimento storico - al quale si è associata con piena cognizione di causa - ha cessato di essere dottrinaria per divenire rivoluzionaria.”81

Si rilegga attentamente il testo. Le condizioni materiali che sollecitano il cambiamento e che conseguono allo sviluppo sono da “intravedere”,  il lato rivoluzionario è “da scorgere”. Insomma il dato non è immediatamente “dato”, bensì risultato di una sensibilità da produrre, dunque un problema. Per questo, appena un anno prima, Marx aveva perentoriamente sostenuto:  “nell’attività rivoluzionaria il mutamento di se stessi coincide col mutamento delle circostanze”82. Perché solo se i “sensi sono diventati immediatamente, nella loro prassi, dei teorici”83, e dunque sanno operare la mediazione necessaria a dar forma coerente al problema, interviene contemporaneamente un superamento della costrizione situazionale e l’esplorazione non arbitraria, cioè non puramente fantastica, delle trasformazioni da realizzare. Si tratta di un concetto essenziale che Marx rielabora venti anni più tardi quando, nei Grundrisse, sostiene che “se non trovassimo già occultate nella società così com’è, le condizioni materiali di produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero altrettanti sforzi donchisciotteschi”84. Dunque, o queste condizioni hanno la stessa caratteristica della pietra sulla quale il bambino di due anni cerca di sedersi, e cioè sono concretamente sperimentabili, seppure con modalità da elaborare, o sono frutto della fantasia.

 

Il rischio implicito nel recedere della costrizione situazionale

Torniamo per un attimo al punto di partenza del ragionamento. Qual è la dinamica propria della costrizione situazionale?  “La  percezione non è un aspetto indipendente, ma piuttosto un aspetto integrato di una reazione motoria. Dato che una situazione è comunicata psichicamente attraverso la percezione, e dato che la percezione non è separata dall’attività motivazionale e motoria, è comprensibile che il soggetto [ma Vygotskij parla qui di “bambino”], con la sua coscienza così strutturata, sia costretto alla situazione in cui si trova”.85

Vale a dire che in ogni situazione è spontaneamente implicito un comportamento potenziale,  un “interagire”,  che viene dettato dal contesto stesso  in quanto quest’ultimo è stato costituito, o quanto meno appropriato, in rapporto a quel fare. Ciò comporta che gli esseri umani, lo sappiano o no, interagiscono con le circostanze – che in genere hanno già una forma corrispondente alla socialità preesistente - attraverso il presupposto di un determinato significato.86 Così ad esempio, poiché le coltivazioni in epoche passate venivano praticate come un qualcosa che poggiava sull’intervento degli dei, il verificarsi di un cattivo raccolto era l’espressione di una collera divina, che occorreva placare con preghiere o sacrifici; oppure, poiché in quel mondo venivano immaginate delle forze occulte che si contendevano il campo nel decidere del benessere degli uomini, la malattia costituiva l’espressione di un sortilegio, che bisognava neutralizzare, o di una colpa, che bisognava espiare; oppure ancora, per venire ad una realtà più recente, poiché la ricchezza umana dipende dalla disponibilità degli oggetti che soddisfano i bisogni, per curare l’ansia, non si ricorre ad un rito, ad una preghiera o ad una terapia, ma ad una pillola ansiolitica, ecc. Per chi non riesce a rapportarsi al contesto altrimenti che per come  (gli) è dato (dallo sviluppo precedente), quel fare e il significato connesso operano come elementi necessitati, e definiscono le forme e i limiti della soggettività che in essi si manifesta. Pertanto lo stimolo contiene in sé una risposta pratica, che deve essere agita come forma presupposta, e quindi vincolante, di un rapporto univoco - e dunque non libero - con le circostanze date. Vale a dire che la soggettività è racchiusa – nel senso che si esprime unicamente - in quel rapporto, che a sua volta presuppone quelle circostanze87. Analizzando questo tipo di fenomeno Lewin descrive come, non appena i bambini piccoli si rendono conto di che cos’è una porta, siano spinti ad aprirla e a chiuderla ripetutamente, e quando incappano per la prima volta in un campanello tornino a suonarlo in continuazione. In tutto ciò è indubbiamente implicita una forma di soggettività, ma unidimensionale, in quanto il soggetto è il rispecchiamento immediato dell’oggetto e del contesto con i quali si trova in rapporto; oggetto e contesto che a loro volta costituiscono lo specchio che fornisce l’immagine di quella specifica soggettività. In termini ancor più stringenti, si potrebbe parlare di una soggettività “a calco”.88

Nella storia individuale, come in quella collettiva, si danno però situazioni nelle quali la continuazione di quel “rispecchiamento pratico” non va a buon fine. Vale a dire che accade talvolta che, col comportamento potenzialmente implicito nella situazione, non si ottengano i risultati che presumibilmente dovrebbero scaturirne. E dunque ha luogo uno scollamento tra il contesto e il suo significato, appunto perché quest’ultimo non è in grado di mediare una coerente appropriazione del contesto, che è cambiato rispetto a com’era89. Ad esempio, se mentre il bambino sta suonando ripetutamente il campanello viene a mancare la corrente elettrica, interviene una negazione del senso del suo comportamento. Per un po’ il bambino continuerà a provare. Ma poi rinuncerà, perché gli esiti non sono più corrispondenti a quelli impliciti in ciò che fa. Lo specchio è appannato e l’immagine risulta sfocata, cosicché il soggetto non vi trova una conferma della sua specifica “soggettività”. Appunto, quest’ultima - che viene prima di qualsiasi costruzione di un sé - è contraddetta dall’esito stesso dell’azione.

La contraddizione ci rinvia, dunque, ad un mutamento del contesto, che è però sopravvenuto senza che il soggetto, che pure spesso lo ha prodotto, e comunque  lo subisce, fosse in grado di anticiparlo; perché altrimenti non cercherebbe quella conferma, che la dinamica in atto non gli fornisce. Ora, se il cambiamento riesce ad essere colto interviene un mutamento del comportamento, che in una prima fase è però quasi sempre teso a conservare il precedente significato90. L’adulto che si trova di fronte ad un campanello che non suona, immagina che ciò possa essere dovuto alla mancanza di corrente elettrica. E quindi si fa sentire bussando alla porta con le nocche della mano.

Non sempre però il mutamento è così marginale da consentire questa conservazione di significato, che corrisponde ad una modificazione limitata del precedente comportamento. Se chi suona il campanello sa che dall’altra parte c’è una persona che soffre di una grave depressione, può anche pensare che la corrente sia stata tolta consapevolmente, per impedire che dall’uso del campanello conseguisse un’esplosione, dovuta ad un tentativo di suicidio col gas. E dunque non si limiterà a bussare con discrezione, ma farà in modo di essere certo di ottenere una risposta. E se vedrà che la corrente non manca nel resto del palazzo e non ottiene risposta, è molto probabile che chieda l’aiuto dei pompieri o della polizia. Così, se un imprenditore fa degli investimenti aggiuntivi nella speranza di accrescere ulteriormente il valore del proprio capitale, ma improvvisamente si trova di fronte alla difficoltà di vendere la maggior produzione del proprio prodotto ad un prezzo che gli consenta di coprire i costi sostenuti, dapprima cercherà di valutare se si tratta di un problema inerente solo al suo prodotto o alla sua organizzazione. E, se questa ipotesi avrà una conferma, provvederà a cambiare qualcosa della strategia dell’offerta seguita fino a quel momento. Ad esempio attuerà delle operazioni di marketing, e se queste non vanno a buon fine, licenzierà i lavoratori superflui rispetto alla produzione socialmente domandata. Ma se il quadro generale confuta anche la validità di queste pratiche emendative, e la sua difficoltà è il riflesso di una crisi dell’intero sistema economico, ci sarà bisogno di un mutamento ben più radicale, che egli non può sperare di riuscire a porre in essere nell’ambito dei limitati rapporti d’impresa.  In termini elementari ciò significa che egli non può affrontare il problema al livello che corrisponde alla libertà del sistema sociale nel quale, fintanto che prevale il laissez faire, è immerso. I singoli momenti della trasformazione hanno cioè avuto luogo nell’ambito di una prassi che, essendo fusa con il significato precedentemente conquistato, non è riuscita a plasmarsi, nella sua processualità, sulla novità. Insomma gli esseri umani sono cambiati, sul piano oggettivo, molto più profondamente di quanto non siano riusciti a farlo sul piano soggettivo, cosicché il cambiamento non è sotto il loro controllo, né può esservi ricondotto con aggiustamenti marginali che non incidono sufficientemente sulle pratiche sociali normali.

La tendenza prevalente, anche quando lo scollamento interviene, è quella di insistere nel comportamento che appare normale in rapporto al significato preesistente; ciò che corrisponde al considerare il fallimento come un evento accidentale. Ma se la ripetizione porta a nuovi fallimenti, emerge un evidente problema. Si incunea infatti una frattura tra la percezione e l’attività motivazionale e motoria, che consegue ad una non rispondenza tra la specifica soggettività e la determinata realtà oggettiva. Vale a dire che l’azione non conduce ad effetti riproduttivi, e prima o poi la sua ripetizione risulta inibita.91 Insomma il contesto non solo non rispecchia più coerentemente e positivamente il soggetto, ma addirittura lo contraddice strutturalmente, nel senso che gli impone di prendere atto che non può continuare ad essere così com’era e come crede ancora di essere.92  Non a caso abbiamo usato l’espressione “impone”. Come conferma la lunghissima gestazione del Welfare, durata più di venti anni, rimodellare il sé, cioè individuare praticamente quei comportamenti sociali che consentano di interagire metabolicamente con la situazione nuova che si è venuta ad instaurare, “non è come mangiare marmellata e pappa”93. Al contrario, si tratta di un processo carico di sofferenza, nel quale il principio del piacere ha pochissimo spazio. Per questo l’omeostasti tende a prevalere per lungo tempo sul mutamento.

Ma quanto più gli esseri umani tendono a ripetere coattivamente i comportamenti precedentemente acquisiti, tanto più le cose peggiorano. La nuova situazione ha infatti i suoi vincoli, e se invece di individuarli e di plasmare il sé corrispondentemente, si cerca di forzare su di essa il vecchio calco, si finisce col rovinare sia la situazione che il calco. Vale a dire che si finirà con lo smarrirsi e col produrre effetti distruttivi.

   Per evitare questo esito si deve esplorare quello spazio che è emerso tra la preesistente costrizione e la situazione nuova che si è venuta ad instaurare. Ciò che, secondo Vygotskij, può dapprima essere attuato solo riconoscendo che è intervenuta una separazione tra la prassi precedentemente seguita e il suo significato, e quindi accettando il sussistere di uno scarto, nel quale diventa poi possibile provare a rimodulare il rapporto tra il problema che ci è piombato addosso e il modo in cui cerchiamo di risolverlo. Si apre allora, e soltanto allora, lo spazio per un comportamento relazionale che non sia dettato immediatamente dalla precedente esperienza del contesto o della cosa, ma che proprio per questo non è scontato, bensì esplorativo. Insomma prende corpo il “problema”, che è sempre e necessariamente ridefinizione dell’oggetto94 che lo determina e del soggetto che deve affrontarlo. Così, la capacità di non attribuire un’inondazione ad un castigo divino è insieme ridefinizione dell’oggetto - i fiumi e la pioggia smettono di essere espressioni soggettive di divinità - e del soggetto. Infatti quest’ultimo – che non ricorre più ad un “sacerdote” o ad uno sciamano - impara a rapportarsi all’ambiente circostante in quella forma che noi abbiamo definito come “scientifica”, coltivata da geografici, ingegneri idraulici, ecc. Ed escogita strumenti per conoscere anticipatamente i mutamenti nelle condizioni meteorologiche, e il modo migliore per cercare di  “regolare” le piene. Analogamente se una persona sta male, e chi cerca di curarla si sottrae all’esperienza che lega questo “star male” alla colpa o al malocchio, si apre lo spazio per cominciare ad indagare insieme sulle manifestazioni organiche e psichiche della “malattia”, che noi abbiamo definito come “cliniche”, e sulle cause che l’hanno determinata, e si apre lo spazio per un’eventuale terapia medica. Per tornare al problema che è oggetto della nostra riflessione:  se la disoccupazione di massa e la precarietà permangono da un trentennio, nonostante i ripetuti appelli alle virtù taumaturgiche della concorrenza e delle “liberalizzazioni”, si possono sollecitare anche i più strenui avversari dell’intervento pubblico a riconoscere il possibile ruolo positivo della spesa statale. E con i meno ottusi si può cominciare a discutere della necessità di spingersi al di là di quell’intervento, senza cercare, come si sta invece facendo, una soluzione in un regresso alla situazione precedente.

 

Il mutamento di cui prendere atto

Con questa acquisizione possiamo cominciare a tornare all’interrogativo che abbiamo lasciato in sospeso:  in una situazione di relativa abbondanza, come quella dei paesi economicamente sviluppati, la disoccupazione è la stessa con la quale si confrontava Marx in un mondo dominato prevalentemente dalla miseria?  Ed ancora, è forse la stessa alla quale Keynes spingeva a porre rimedio, tre quarti di secolo fa, quando il cammino verso l’abbondanza era appena stato intrapreso?  La rilevanza o la futilità della cosiddetta teoria della “fine del lavoro” è tutta racchiusa in questo interrogativo. Se l’affluenza materiale non modifica la natura dello spazio nel quale si estrinseca la capacità produttiva sociale, col corollario che la borghesia non soltanto ha condotto l’umanità alle “soglie dell’abbondanza 95”, ma è anche in grado di far godere non contraddittoriamente gli esseri umani della ricchezza esistente, perché il problema della scarsità non sarà mai risolto96,  è ovvio che si tratta di una teoria fuorviante. Se, invece, col recedere della penuria ha luogo un mutamento oggettivo delle condizioni nelle quali gli esseri umani riproducono la loro esistenza, allora quella teoria corrisponde ad un tentativo – forse confuso, ma non per questo meno significativo - di prospettare il bisogno di un cambiamento paradigmatico della sensibilità e delle pratiche produttive. Insomma interviene almeno un rozzo riconoscimento del sussistere di una contraddizione.

In relazione alla conquista di questo spazio, Vygotskij sottolinea che questa “libertà” di vedere ciò che immediatamente non si vede, ma che la negazione fa affiorare, “non è acquisita in un baleno, ma deve passare attraverso un lungo processo di sviluppo”. Ciò accade perché l’elaborazione di un significato diverso da quello che, sino a quel momento,  è stato proprio della cosa non è un processo semplice e lineare, in quanto rinvia ad un diverso essere della cosa, che non può però essere concepito a piacimento, ma piuttosto sottostà a vincoli, che se vengono ignorati finiscono col far piombare il soggetto in una situazione di confusione peggiore di quella dalla quale cerca di uscire. E infatti il bambino che non riesce a intuire che la pietra sulla quale prova a sedersi si sposta perché c’è qualcuno che gli fa uno scherzo, cerca nella pietra la ragione di un “comportamento” che non comprende e non può comprendere, restando confuso e inibito all’azione. Sorge cioè il problema del rapporto che il soggetto sviluppa nell’interazione con la realtà che cerca di far propria, né più e né meno di come si instaura un problema nella relazione con la ricchezza materiale esistente e il fatto che essa, nonostante tutti i tentativi di farla tornare in circolo attraverso il lavoro, non riesce a rientrare nel processo produttivo. Da questo punto di vista una precisazione di Vygotskij risulta essenziale:  “l’opinione di Goethe”, afferma, “che nel gioco una qualsiasi cosa possa essere qualsiasi altra per un bambino è sbagliata. Qualunque bastone può essere un cavallo, per un bambino, ma, per esempio, una cartolina non può essere un cavallo. Certo, per gli adulti che sanno fare un uso consapevole dei simboli, una cartolina può essere un cavallo. Se voglio mostrare la collocazione di qualcosa posso posare un fiammifero e dire:  ‘questo è un cavallo’. Basterebbe questo (per farsi capire). Per un bambino però un fiammifero non può essere un cavallo ed egli deve usare [qualcosa di diverso, ad esempio] un bastone. Gli manca cioè ancora la possibilità di una sostituzione libera. L’attività del bambino è il gioco e non il simbolismo. Un simbolo è un segno, ma il bastone non funziona come il segno di un cavallo per il bambino, che mantiene le proprietà della cosa ma ne cambia il significato”. Osservazione seguita dalla seguente considerazione di grande rilievo:  “il bambino, quando gioca, opera con significati separati dai loro soliti oggetti e dalle loro solite azioni, tuttavia, nasce una contraddizione molto interessante in cui egli fonde azioni reali e oggetti reali. Questo caratterizza la natura di transizione del gioco; è uno stadio tra costrizioni meramente situazionali della prima infanzia e il pensiero adulto, che può essere del tutto libero da situazioni reali”. Proprio la capacità dell’adulto di raffigurare astrattamente (cioè in forma meramente simbolica) gli oggetti conferma che essi non sono più semplici “dati”, e dunque che egli si trova in rapporto con essi.

Vygotskij, a dire il vero, arricchisce ulteriormente l’analisi di questa problematica introducendo, nello scritto Interazione tra apprendimento e sviluppo, il concetto di “zona dello sviluppo prossimale”, per definire il terreno sul quale il soggetto articola il confronto tra l’oggetto che cerca di far proprio e le sue possibilità di apprenderlo nel modo in cui cerca di farlo. Un concetto che ci tornerà utile tra breve e che serve a generalizzare il principio cognitivo enunciato in rapporto al gioco dei bambini.

In questo processo sorgono tuttavia due problemi, sui quali Vygotskij non si sofferma, ma che vengono invece più volte richiamati da Marx:  il problema della effettiva necessità di ciò che si cerca di affermare e quello della effettiva validità di ciò che si tenta di significare, e cioè della reale praticabilità della libertà che si tende ad esprimere. La coscienza dell’adulto può infatti “realmente figurarsi di essere qualche cosa di diverso dalla coscienza della prassi esistente, concepire realmente qualcosa senza però concepire alcunché di reale”.97 Per tornare all’esempio iniziale, egli potrà tranquillamente dire, se richiesto, che “Tania è seduta”, nonostante Tania sia in piedi. Né più e né meno di come potrà sostenere che la disoccupazione è prodotta da una carenza di risorse, anche se ci sono impianti solo parzialmente utilizzati, un‘ampia forza-lavoro disponibile e, addirittura, capitali monetari non impiegati produttivamente98. Insomma l’adulto potrà tranquillamente credere nella validità delle proprie asserzioni, appunto perché è convinto di non trovarsi più in una fase esplorativa come quella del bambino. Ritenendo di sapere come “va il mondo”, egli è normalmente spinto a confidare nelle sue “verità” – che in genere sono verità “apprese” - prima ancora di sottoporle ad una nuova verifica.

C’è dunque solo un sottile crinale che separa il pensiero realmente creativo, quello che occupa la “zona dello sviluppo prossimale” e introduce il soggetto alla possibilità dell’acquisizione di nuove capacità, dal pensiero puramente fantastico, che riproduce il mondo dato99, trascendendolo solo con la componente di desiderio. Un crinale che, non essendo sempre possibile distinguere a priori tra fantasia e percezione appropriata, è rappresentato dalla riuscita o meno dell’interazione tra la significazione, il rapporto pratico che le corrisponde e l’evolvere delle circostanze alle quali essi si riferiscono. Per questo Marx asserisce perentoriamente che gli esseri umani “debbono provare la verità, cioè la realtà ed il potere, il carattere immanente del loro pensiero nella prassi”100, non per appiattirsi sulla realtà, ma per superare quel muro che li separa dalle possibilità di un arricchimento individuale e collettivo corrispondente alla soddisfazione dei bisogni “prodotti” dallo sviluppo.

Abbiamo visto sopra come la particolare interpretazione della natura della disoccupazione fornita da Keynes nel periodo tra le due guerre mondiali debba essere considerata come una percezione appropriata, proprio attraverso la conferma che ha ricevuto dal pieno impiego e dallo straordinario sviluppo che è riuscita a garantire, per un trentennio, dopo la Seconda guerra mondiale. Per questo abbiamo sentito il bisogno di criticare approfonditamente quegli studiosi che, per confutare l’ipotesi della “fine del lavoro”, si sono spinti fino al punto di trattare il trentennio keynesiano come una “leggenda”. E, allo stesso tempo, abbiamo più volte ribadito che proprio il fallimento del neoliberismo sul terreno di un nuovo sviluppo sociale  e della soluzione del problema della disoccupazione di massa costituisce la riprova della sua inconsistenza teorica. Un’inconsistenza che, negli ultimi trent’anni, è stata camuffata dietro alla spasmodica ricerca di modelli101 da additare come prova della validità sociale del vecchio che veniva proposto con il revival pauperistico, proprio per occultare il fallimento delle politiche perseguite. Un fallimento che è finalmente diventato palese col crollo generale recente.

Ma qualsiasi componente creativa che cerca di procedere allo sviluppo prossimale ha bisogno di definire lo spazio che intende occupare in maniera simbolica, appunto perché il simbolo costituisce l’espressione dell’intuizione che consente di costruire la riflessione. E, come abbiamo già detto all’inizio, la formula della “fine del lavoro” aspira ad essere una rappresentazione simbolica di natura prevalentemente orientativa.

 

Tra il soggetto che c’è e quello che non c’è

Da quanto abbiamo sin qui ricostruito risulta chiaro che in ogni contesto umano c’è un soggetto, ma proprio perché la questa soggettività ha sempre preso corpo in condizioni determinate, che via via subiscono profonde modificazioni, non c’è alcuna garanzia che essa abbia la capacità di far immediatamente fronte ai problemi riproduttivi che eventualmente si presentano in conseguenza di questi mutamenti. Con ogni probabilità è dalla percezione di questo stato di cose che emerge la domanda, frequente tra i critici dei rapporti sociali prevalenti, relativa a “quale soggetto” possa farsi coerentemente portatore del progetto di “uscire” dal labirinto nel quale siamo precipitati. Questa domanda esprime infatti la confusa intuizione della inadeguatezza del soggetto che c’è ad affrontare il compito, e del bisogno di un soggetto altro, che però ancora non c’è102. Un’esperienza che tuttavia quasi mai sfocia nel risultato al quale dovrebbe condurre, e cioè all’accettazione del fatto che la soggettività, della quale si esprime il bisogno, debba essere prodotta.

E’ in rapporto a questo percorso che il concetto di “zona dello sviluppo prossimale” può esserci di aiuto. Ricostruiamo in breve il modo in cui Vygotskij lo impiega. “Supponiamo che io voglia indagare su due bambini circa la loro iscrizione alla scuola, tutti e due di dieci anni in termini cronologici e di otto anni in termini di sviluppo mentale. Posso dire che hanno la stessa età mentale?  Certo. Ma che cosa significa questo?  Significa che essi possono occuparsi dei compiti indipendentemente da qualsiasi aiuto fino al grado di difficoltà che è stato standardizzato per il livello degli otto anni. Se io mi fermo qui, si potrebbe immaginare che il successivo corso di sviluppo mentale e di apprendimento scolastico sarà uguale per questi bambini, perché dipende dal loro intelletto. Naturalmente, potrebbero esserci altri fattori, per esempio se uno dei bambini si ammalasse per metà dell’anno mentre l’altro non fosse mai assente da scuola;  ma in generale il destino di questi bambini dovrebbe essere uguale. Adesso immaginate che il mio studio non finisca a questo punto, ma che piuttosto cominci proprio da lì. Questi bambini sembrano capaci di affrontare i problemi fino a un livello di otto anni, ma non oltre. Supponete che io mostri loro vari modi per affrontare  dei problemi che sono al di sopra di questo livello. Diversi sperimentatori impiegherebbero modi differenti:  alcuni potrebbero fare un’intera dimostrazione e chiedere ai bambini di ripeterla, altri potrebbero cominciare la soluzione e chiedere al bambino di finirla o porre domande con la risposta implicita. In breve, in un modo o nell’altro io propongo che i bambini risolvano il problema con la mia assistenza. In queste circostanze si scopre che il primo bambino può affrontare problemi fino ad un livello di dodici anni, il secondo fino ad un livello di nove. Si può ancora dire che questi due bambini siano mentalmente uguali?”

“Quando fu dimostrato per la prima volta , “continua Vygotskij, “che la capacità dei bambini con lo stesso livello di sviluppo mentale di imparare sotto la guida dell’insegnante variava moltissimo divenne evidente che quei bambini non avevano la stessa età mentale e che il corso successivo del loro apprendimento sarebbe stato ovviamente diverso. Questa diversità tra dodici e otto, o tra nove e otto, è quello che noi chiamiamo la zona di sviluppo prossimale. E’ la distanza tra il livello effettivo di sviluppo così come è determinato dalla capacità di risolvere i problemi autonomamente e il livello di sviluppo potenziale così com’è determinato attraverso il tentativo di risolvere di problemi sotto la guida di un adulto o in collaborazione con i propri pari più capaci”.103

Concettualizzando i risultati esposti Vygotskij conclude:  “la zona di sviluppo prossimale definisce quelle funzioni che non sono ancora mature, ma che sono nel processo di maturazione, funzioni che” – noi qui aggiungeremmo “forse” -  “matureranno domani, ma sono al momento ad uno stadio embrionale”104. Insomma, in questo spazio della personalità si addensano delle capacità in confusa formazione, che rappresentano un elemento essenziale per valutare le possibilità di sviluppo del bambino. Se ignoriamo questa componente, e ci limitiamo a prendere in considerazioni le sole capacità che si presentano già in forma matura, che proprio per questo possono essere estrinsecate in piena autonomia, non potremo anticipare il probabile andamento del processo di apprendimento del bambino, ed ancor meno potremo favorirlo.

Questo discorso può essere traslato pari pari nello svolgimento del problema con il quale ci stiamo confrontando. Se noi ci limitassimo a valutare il soggetto che c’è nella sua sola immediatezza, riferendoci cioè alle sole capacità che sono già pienamente maturate,  con ogni probabilità dovremmo giungere alla conclusione che il problema della soluzione della crisi che stiamo attraversando, di norma, non è alla sua portata105. Ma se noi riconosciamo che gli individui non si esauriscono sempre nelle capacità acquisite, ed hanno invece talvolta delle capacità in corso di formazione, allora la risposta è senz’altro più aperta. Può cioè darsi che il soggetto sia in grado di imparare ad accettare l’esistenza del problema connesso alla difficoltà di riprodurre il rapporto di lavoro salariato, e imparare a farvi fronte, nonostante di primo acchito non mostri di essere già depositario di questa capacità.

 

Tra educazione e inibizione

Il concetto di “zona dello sviluppo prossimale” consente dunque di cogliere il problema delle facoltà in formazione, ma ci rinvia un secondo problema, che va al di là dell’orizzonte nell’ambito del quale Vygotskij si è mosso. E’ infatti evidente che il processo di “maturazione” delle capacità esistenti in forma embrionale, che egli descrive, ha un mediatore consapevole, l’adulto o gli altri bambini più grandi che aiutano il soggetto nell’accostamento ai problemi del livello superiore. La “formazione” ha cioè luogo perché qualcuno lavora, con una capacità superiore, alla creazione di alcune sue condizioni nei soggetti che si formano.

Nella ricerca del soggetto che dovrebbe finalmente procedere a confrontarsi col problema che stiamo affrontando, quello della disoccupazione, questa entità superiore però non esiste. In che modo potrebbe allora intervenire il processo di maturazione delle capacità latenti?  Chi dovrebbe svolgere l’opera di educazione?  Anche nel rispondere a queste domande dobbiamo stare molto attenti alla ricostruzione che Vygotskij fa dei processi che descrive, perché un fraintendimento potrebbe portarci fuori strada. Egli sottolinea che coloro che aiutano a praticare la zona dello sviluppo prossimale non agiscono sul nulla, vale a dire che non “creano” quelle capacità. Per dirla con Danilo Dolci, essi hanno soprattutto una funzione maieutica. Oltre all’apprendimento standardizzato ed espressamente perseguito, c’è infatti un apprendimento pratico che, nella vita dei bambini ha luogo “spontaneamente” giorno per giorno,  e che, aggiungiamo noi, procede senza che normalmente nessuno si preoccupi di “standardizzarlo”, cioè di dargli una “forma” predefinita e valutabile. Che, dal punto di vista che qui ci interessa, corrisponde a conferirgli una forma socialmente valida, cioè consapevolmente produttiva. Il mediatore che educa opera, dunque, su queste condizioni preesistenti, facendo in modo che acquisiscano una forma “standardizzata”, tale cioè da consentire al bambino di risolvere i problemi che, scolasticamente, vengono considerati come misura normale del suo e dell’altrui sviluppo.  Se queste condizioni mancassero, l’educatore non avrebbe alcuna speranza di riuscita, appunto perché si troverebbe di fronte a dei ragazzi il cui livello di sviluppo sarebbe interamente racchiuso nei risultati già maturati.

Il problema con il quale dobbiamo confrontarci, nel momento in cui operiamo in un contesto nel quale non c’è un mediatore come quello individuato da Vygotskij, è pertanto il seguente:  può colui che deve essere educato diventare l’educatore di se stesso?  Possono cioè i lavoratori salariati giungere a riconoscere i limiti propri del lavoro salariato e cominciare a concepire forme superiori di partecipazione alla produzione e lottare per istituzionalizzarle? E se la risposta è positiva, in che modo un simile passaggio dovrebbe intervenire? E’ evidente che se noi consideriamo l’educazione come un processo che, da una parte, è solamente attivo, in quanto condotto da una soggettività capace di imprimere la forma di cui è depositaria al processo di formazione altrui e, dall’altra parte, solamente passivo, in quanto subito da una soggettività che finalmente impara ad esprimere le sue capacità attraverso quella forma che le viene offerta, la risposta dovrebbe essere negativa. Ma che cosa accade se riconosciamo che questa opposizione vale solo là dove si tratta di ripercorrere un cammino già percorso – cioè quando si cerca di istruire (da instruere = costruire sopra) - ma non vale là dove si tratta di individuare un cammino da percorrere, cioè quando si tratta di educare (ex ducere = condurre fuori)?  Che siamo rinviati al problema del costituirsi di una soggettività che non si esaurisce nel già dato, ma nello sviluppo della sua potenzialità.

Si tratta di un problema che Marx ha avuto presente fin dalle sue prime ricerche. Egli infatti, commentando lo scontro che vedeva ai suoi giorni opposti idealisti e materialisti, scrive:  “l’approccio materialistico alla modificazione delle circostanze e all’educazione dimentica che le circostanze sono modificate dagli uomini e che l’educatore stesso deve essere educato. Esso è  quindi costretto a distinguere la società in due parti, delle quali l’una, [l’incidenza delle circostanze,] è sollevata al di sopra di essa”. Con questo approccio si riesce cioè a riconoscere come le circostanze fanno gli esseri umani, ma non anche come questi ultimi, interagendo problematicamente con quelle circostanze e modificandole, facciano indirettamente se stessi.  “Il coincidere della modificazione delle circostanze e dell’attività umana, cioè l’autotrasformazione”, aggiunge Marx, “può essere compresa razionalmente ed afferrata praticamente solo nella forma della prassi rivoluzionaria”106. Fa qui capolino un mediatore diverso dall’educatore già dato, un educatore che non è un soggetto, bensì una realtà oggettiva, che pure, per il fatto di essere stata prodotta dagli esseri umani, è “umana”, ma non contiene in sé necessariamente un significato pienamente corrispondente all’intenzione che l’ha prodotta. Cosicché può e deve prender corpo un processo del conoscere che non è già codificato, ma che contiene in sé il problema della ricerca del codice che lo può rendere valido.

Come ha giustamente sottolineato K. Lorenz, finora lo sviluppo umano non ha consapevolmente incluso nel processo evolutivo questo momento107, che solo negli ultimissimi secoli ha cominciato ad essere esplorato con quel tipo di attività che noi definiamo con il concetto di “ricerca scientifica”. Vale a dire che gli esseri umani, che pure hanno via via prodotto le forme della conoscenza e delle relazioni nell’ambito delle quali hanno vissuto, si sono quasi sempre rappresentati queste forme come manifestazione di un potere sovrastante - basti pensare ai “Comandamenti” o, nel periodo più recente, alle “leggi” - o come estrinsecazione di uno stato di natura. Così, ad esempio, essi sono giunti a credere che gli esseri umani non sarebbero “uguali”108 grazie al fatto che si sono resi tali attraverso lo specifico sviluppo dei rapporti borghesi, ma perché sarebbero stati originariamente “creati” come uguali.109

 Ecco dunque il punto cruciale:  il soggetto può acquisire oggi la capacità di confrontarsi con la crisi sociale che stiamo attraversando solo se ed in quanto conquista la consapevolezza che, essendo intervenuto un processo di profonda trasformazione delle circostanze, deve cercare di capire come queste influenzino la sua stessa vita secondo determinazioni che non sono già date. Acquisizione che include, come momento fondamentale, l’interrogarsi sulla natura della disoccupazione e sulla precarietà, quando queste piombano strutturalmente sulla società analizzandole, come qui abbiamo cercato di fare, nel loro svolgimento storico.

 

La trappola dell’esteriorizzazione

Per non concepire questo processo in forme ingenue è indispensabile soffermarsi brevemente su  un orientamento largamente diffuso, che potrebbe ostacolare la necessaria comprensione del fenomeno che cerchiamo di esporre. Un orientamento che potrebbe essere descritto con il concetto di trappola dell’esteriorizzazione. Il soggetto che cade in questa trappola attribuisce la propria frustrazione e la propria impotenza ad un potere positivo altrui. Vale a dire che la “costrizione” non deriverebbe dal fatto che si trova in una situazione che genera un insieme di problemi riproduttivi, al di sopra della quale non si sa elevare, ma piuttosto dal fatto che una soggettività antagonistica agisce sul contesto in modo da determinare degli effetti negativi che, altrimenti, non rientrerebbero nel normale evolvere delle cose.  Per esprimersi in soldoni:  poiché io soffro e non ho voluto questa sofferenza,il ferenza ed il contestoiventato palese col crollo generale di fine 2008.roblemi di comprensione, cercheremo di entrare  ci deve essere qualcun altro che me l’ha causata volontariamente.

Per restare nell’esempio del nostro bambino che cerca di sedersi su una pietra, ma non impara a farlo,  egli può giungere a credere che qualcuno gliela sposti per dispetto mentre cerca di sedersi, anche se questo qualcuno non c’è. In tal modo la difficoltà non viene percepita come una difficoltà propria, determinata da un’incapacità di imparare, bensì come una difficoltà determinata da forze esterne,  incomprensibili ed arbitrarie, che basterebbe inibire per riuscire nel compito che non si sa risolvere,  un compito che si ritiene altrimenti essere alla propria portata. L’esempio classico di questo tipo di approccio, in rapporto al problema che stiamo analizzando, è contenuto nella convinzione che la disoccupazione sia espressamente voluta dai capitalisti, al punto che lo stesso “sviluppo” dei rapporti capitalistici passerebbe attraverso la pura e semplice espulsione dei lavoratori dal lavoro.  Una lettura che si può intravedere in molte argomentazione dei critici dei rapporti dominanti e che troviamo anche nelle parole più misurate di Marco Revelli, che scrive:  “ora l’industria non cresce più insieme all’occupazione - come era avvenuto nell’età dell’oro del modello fordista, quando gli alti tassi di crescita della produttività erano, per definizione, compensati dai più elevati tassi di sviluppo del mercato, e dunque della produzione -, ma, per certi versi, contro l’occupazione...... La macchina industriale postfordista cresce dimagrendo”.110

A parte l’errore di asserire che l’industria stia crescendo in una fase storica nella quale, in un paese economicamente avanzato come gli Stati Uniti, essa ha visto ridurre il proprio peso relativo, in termini di occupazione, dal 34,7% della forza-lavoro del 1950 al 17,4% del 1990 e al 13% circa di oggi, ed in termini di valore, dal 29,6% del Prodotto complessivo del 1950 al 18,4% del 1990 e al 12% circa di oggi;  a parte la cancellazione del fatto essenziale che il grosso dell’occupazione aggiuntiva creata in Europa dopo la Seconda guerra mondiale fino al 1980 era occupazione pubblica;  la tesi è chiara: la disoccupazione non  è la manifestazione di una crisi, di una difficoltà riproduttiva, bensì un obiettivo espressamente perseguito dagli stessi capitalisti. Il loro potere positivo corrisponderebbe così alla situazione negativa nella quale i lavoratori sono stati precipitati. Scompare qui l’insegnamento più importante di Marx, il quale nello spiegare la natura del capitale ha sottolineato che è necessario “concepire lo sviluppo della formazione economica della società come un processo di storia naturale”, nel quale non solo ”il singolo non è responsabile dei rapporti dei quali rimane socialmente creatura”111, ma più in generale tutti agiscono sulla base di condizioni imposte dalla struttura nell’ambito della quale agiscono.

La distorsione implicita in questo modo di interpretare l’evoluzione sociale è stata descritta da Marx usando termini quasi coincidenti con quelli di Vygotskij. “Nell’esame delle condizioni politiche si è cercato con troppa leggerezza di non tener conto della natura oggettiva delle situazioni e di far tutto dipendere dalla volontà delle persone agenti. Ma si danno situazioni che determinano tanto le azioni dei privati quanto delle singole autorità, eppure sono indipendenti da esse quanto il sistema respiratorio. Se fin dall’inizio ci si pone da questo punto di vista oggettivo, non si riesce ad addossare in maniera prevalente la buona o la cattiva volontà né all’una, né all’altra parte, ma si vedranno agire situazioni dove di primo acchito sembrava agissero solo persone. Non appena si sia dimostrato che una certa cosa viene resa necessaria dall’insieme della situazione, non sarà più difficile determinare sotto quali condizioni esteriori questa cosa abbia dovuto realmente entrare a far parte della vita e sotto quali condizioni, sebbene già ne preesistesse il bisogno, non abbia potuto entrarvi”112.  L’attribuzione dell’evento negativo del quale si soffre alla volontà altrui svolge quindi una funzione regressiva di tipo prescientifico. Evoca magicamente una figura sostitutiva di tipo personale, per eludere la conoscenza di quelle condizioni materiali e sociali, che includono la propria soggettività, delle quali non si riesce a prendere atto, che determinano un’evoluzione del rapporto diversa da quella attesa. Essa tende a far dissolvere lo spazio nel quale il problema dello scarto che intercorre tra il proprio modo di essere nel contesto dato e l’emergere della difficoltà, il cui senso sfugge, può essere posto.  E  dunque corrisponde al tentativo di sottrarsi in modo fantastico alla costrizione situazionale. Il soggetto che pone in essere questa forma di esteriorizzazione è un soggetto che cerca una libertà senza preoccuparsi minimamente della creazione delle condizioni che potrebbero renderla possibile. Egli è infatti convinto che queste condizioni siano già immediatamente date, ma l’estrinsecazione dei loro effetti positivi sia preclusa da un comportamento arbitrario o da un mancato impegno di quelli che sono istituzionalmente considerati come responsabili. In questo senso pone le sue forze sociali come un qualcosa di esteriore, cioè come un qualcosa che subisce, ma non determina.  Per questo la libertà di cui manifesta il bisogno non gli appare come da produrre, bensì solo da recuperare.

L’inversione implicita in questo approccio è stata chiaramente evidenziata sempre da Marx, il quale ha distinto tra “una capacità esistente soltanto come disposizione degli individui”, che ha bisogno di prendere concretamente corpo come forza positiva attraverso lo stesso processo di liberazione, e una capacità già acquisita, che finalmente può manifestarsi grazie alla soppressione di quelle “barriere” che si frappongono alla sua estrinsecazione. Annotazione alla quale ha aggiunto che, in genere, gli esseri umani sono talmente limitati da non riconoscere la necessità dell’intero processo e da “illudersi” che “la soppressione della barriera” costituisca l’unico presupposto dell’estrinsecazione di un potere, che verrebbe arbitrariamente represso, e non, come invece più spesso è, come “la conseguenza della eventuale creazione [da parte loro] di una nuova potenza”113.

Vedremo ora come la crisi del Welfare, di cui stiamo soffrendo, corrisponda all’emergere della necessità di pratiche che trascendano le forme proprie delle politiche keynesiane, con l’instaurarsi di un potere sociale nuovo. Un potere che, sin qui, non è giunto a consolidarsi, dimostrando di essere in grado di fare i conti con il mondo che è scaturito dallo sviluppo keynesiano.

 

Conclusioni

 

Oltre il diritto al lavoro

 

“Noi siamo persone, non merce in saldo”.

(Operaia della Golden Lady in Cassa Integrazione, 2006)

 

 “Il contenuto rimosso di una rappresentazione o di un

pensiero può dunque  penetrare  nella coscienza a

condizione  di  farsi negare. La negazione  è  un  modo  di

prender coscienza del rimosso, in verità   già  una revoca

della rimozione,  ma certo non un’accettazione del rimosso.

Si vede come la funzione intellettuale si scinde qui dal processo affettivo”.

(Sigmund Freud, 1925)

 

“In un’economia di mercato il lavoro non  è  un  diritto, ma  una   merce”.

(Piero Ostellino 2006)

 

“Tutto il sistema della produzione capitalistica, poggia sul fatto che il lavoratore vende la sua

forza lavoro come merce”. (Karl Marx 1867)

 

Come abbiamo già ricordato, nel ricostruire le vicende del 1848 in Francia, Marx scrisse che l’eventuale riconoscimento di un droit au travail, inserito nella prima bozza di costituzione, rappresentava una “goffa formula”, con la quale ci si illudeva di far fronte alla disoccupazione dilagante; una valutazione che non era contraddetta dal fatto che, a suo avviso, proprio in quella formula si riassumessero comunque “le esigenze rivoluzionarie del proletariato”. Dal punto di vista delle relazioni dominanti all’epoca, quel “diritto” costituiva infatti un “controsenso, un meschino pio desiderio; ma dietro il diritto al lavoro stava il potere sul capitale, dietro il potere sul capitale stava l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata, e quindi l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci”.114 Ma perché mai il superamento dei limiti propri del rapporto di lavoro salariato si trova solo “dietro” al diritto al lavoro?  Perché mai quel diritto non rappresenta già una coerente soluzione strutturale del problema della disoccupazione, tale da porre fine all’immiserimento conseguente alle crisi?

E’, indubbiamente, l’interrogativo più difficile da comprendere tra tutti quelli che ci siamo sin qui posti. E, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, la comprensione diventa impossibile se si immagina, incautamente, che i rapporti sociali attraverso i quali gli individui producono e riproducono la loro esistenza siano per loro immediatamente trasparenti. Una trasparenza che potrebbe cominciare ad instaurarsi solo per il fatto che essi non vivono più quei rapporti come un qualcosa di immanente per loro,  bensì imparano a sovrastarli, con la manifestazione di una capacità più ampia, che contiene almeno un accenno di universalità, cioè di una libertà di agire anche in forme sociali diverse da quelle che hanno spontaneamente assorbito. Come abbiamo ricordato richiamando Gramsci,  normalmente non è così, e gli esseri umani “non sanno quello che stanno facendo,” anche se “lo fanno”.115  Vale a dire che, con l’eccezione di alcune fasi di rivoluzionamento sociale116, il senso delle loro pratiche sociali non è necessariamente presente alla loro coscienza, perché le forme nelle quali si rapportano gli uni agli altri non portano scritto in fronte ciò che sono,  e tanto meno vengono considerate problematiche. La maggior parte degli esseri umani assimila cioè il modo di vita nel quale cresce quasi “naturalmente”, senza prestare troppa attenzione alle condizioni (storicamente prodotte) sulle quali quell’esistenza poggia e ai presupposti (comportamentali) dai quali è scaturita. Tant’è vero che delle moltitudini finiscono col considerare, provincialmente, tutte le culture diverse dalla loro come innaturali o insensate, o addirittura come devianti, fornendo in tal modo un’estrema manifestazione del fossato che le separa dall’universalità.

Per questo, quando la dinamica del sistema sociale non procede come dovrebbe, sopravviene un radicale smarrimento. Chi non sa che cosa sta facendo può al massimo sviluppare quella forma di coscienza che Edelman chiama “primaria”117, proprio per sottolineare che non costituisce oggetto di riflessione e di comportamento consapevole, in quanto, come il bambino piccolo di cui parla Vygotskij incapace di dire su Tania qualcosa di diverso da quello che vede,  è tutta appiattita sull’immediato, e fa tutt’uno con l’essere dal quale scaturisce e al quale si riferisce. Essa ignora  sia il passato che il futuro come momenti problematici di uno svolgimento che,  per collocare coerentemente il presente, richiede di volta in volta l’elaborazione di una “storia” e di un “progetto”. Una forma di coscienza che, non appena le condizioni della riproduzione subiscono un mutamento significativo, fa precipitare il soggetto nell’impotenza. Le difficoltà emerse gli impediscono, infatti, di ritrovarsi nella storia che gli è stata tramandata e di continuare a proiettarsi nel progetto così come lo ha ereditato.118

Quale deve dunque essere il filo di Arianna che consente di accostarsi razionalmente al problema, che resta irrisolto119 anche quando interviene il riconoscimento di un diritto al lavoro?  Richiamandoci a Marx, possiamo dire:  quello relativo al percorso attraverso il quale gli individui imparano a ridimensionare la loro sottomissione alla spontanea divisione del lavoro e puntano, invece a indirizzare e coordinare l’attività produttiva dell’insieme di cui fanno parte.  Cerchiamo di comprendere nel concreto di che cosa si tratta, e perché e come quel percorso non solo non sia stato imboccato, ma si stia addirittura soffrendo di un regresso a forme ideologiche che testimoniano di una totale incomprensione del compito che ci è piombato addosso.

 

I limiti della negazione della disoccupazione implicita nel diritto al lavoro

Come abbiamo visto richiamando Bobbio, l’instaurarsi di qualsiasi diritto sociale, che persegue un mutamento nella struttura dei rapporti produttivi - perché quelli esistenti non sono più all’altezza dello sviluppo intercorso, e quindi ostacolano la soddisfazione dei bisogni emergenti - pone innanzi tutto il problema della sua attuabilità, cioè dell’esistenza delle condizioni che lo rendono effettivamente praticabile. In genere la verifica del sussistere di tali condizioni viene però svolta in maniera meramente esteriore, puramente oggettiva. Ci si limita, cioè, a valutare se esistono i beni materiali e i mezzi di produzione, le conoscenze tecniche e, soprattutto, i capitali, ecc. per procedere nella direzione desiderata. Quasi mai ci si sofferma ad analizzare se ci siano anche le condizioni soggettive necessarie per consolidare quel cambiamento che si esprime nella rivendicazione di quel “diritto”, cioè se gli individui siano realmente maturi per includere stabilmente lo spazio innovativo del quale  esprimono il bisogno, in una nuova normalità sociale, con l’affermarsi di una reale capacità di impiegare produttivamente le risorse esistenti, grazie a quella nuova prassi. In altri termini, ci si accontenta di verificare se quell’enunciato può raccogliere la volontà dei cittadini, senza valutare se quella volontà abbia effettivamente assunto una struttura innovativa corrispondente al suo oggetto. Ci si batte, cioè, per cambiare le circostanze, ma si presume che, per ottenere il risultato voluto, gli individui non debbano contemporaneamente  cambiare se stessi.

Si tratta di una semplificazione arbitraria, perché le forze oggettive riescono ad operare come forze produttive solo se, nella soggettività, c’è una ricerca orientata anche a questionare le forme concrete della propria estrinsecazione e a verificare perché ciò che sembra necessario fare non venga fatto, o venga fatto con modalità prive di consistenza o addirittura contraddittorie. Per valutare la sostanzialità delle forme di cui si esprime il bisogno con la rivendicazione di un diritto, non ci si può, pertanto, limitare ad accettare pedissequamente ciò che gli individui pensano o dicono di sé, rinunciando ad entrare nel merito del loro comportamento pratico e omettendo di analizzare quelle forme della loro interazione e della loro comunicazione che, eventualmente, contraddicono le loro stesse aspettative120. Nessun abitante dei paesi sviluppati darebbe oggi fiducia a chi pretendesse di favorire la pioggia con una danza rituale propiziatoria. L’inconsistenza di quella soggettività risulterebbe palese. Ma nei confronti delle pratiche recenti – tagli della spesa pubblica, allungamento dell’età pensionabile, peggioramento delle garanzie sul lavoro - non c’è la stessa distanza critica, perché esse costituiscono ancora parte dell’individualità che deve confrontarsi con  i problemi emersi. Così l’analisi diventa particolarmente spigolosa perché, con un comportamento ereditato dal passato, nessun soggetto riconoscerà in se stesso, nel proprio comportamento, nei propri limiti di individuo, la fonte delle proprie sofferenze sociali e della propria impotenza. Riservando a sé solo il positivo – la volontà - tenderà ad attribuire la responsabilità del negativo ad entità o a forze esteriori121. Entriamo dunque nel merito del problema, tenendo presente questo principio precauzionale.

La sollecitazione al riconoscimento di un “diritto al lavoro” da parte dei lavoratori è conseguita al sopravvenire di quegli effetti negativi noti come “crisi economiche”, che nel corso degli ultimi duecento anni hanno ricorrentemente precluso a moltitudini di partecipare al processo produttivo e hanno peggiorato la situazione di quasi tutti gli altri. Poiché la loro stessa vita e quella dei loro familiari dipendeva (e dipende) dalla riuscita del tentativo di contribuire al processo produttivo attraverso la ricerca di un lavoro, i lavoratori hanno preteso un riconoscimento pratico di questa necessità, cioè un “diritto” a quella partecipazione. Si tratta, evidentemente, di una manifestazione della coscienza primaria, appunto perché comporta una sorta di “naturalizzazione” del contesto, nel quale il soggetto si aspetta di trovare spontaneamente le condizioni riproduttive che è abituato a considerare corrispondenti ai suoi bisogni. E’ vero che coloro che finiscono disoccupati non hanno smesso di riversarsi sulla scena sociale come proprietari di una “forza lavoro”, cioè come venditori di una merce per la quale cercano acquirenti sul mercato del lavoro, ma si tratterebbe di un aspetto accidentale, che non dovrebbe incidere sulla loro altra determinazione sociale – che considerano sovrastante - che li vede apparire come soggetti della specie umana, come persone, la cui aspettativa di riprodursi non può, almeno come principio della società moderna, essere messa in discussione. Ma fino a che punto questa gerarchia desiderata – persone non merci! - può imporsi realmente?  Fino a che punto, cioè, la volontà di essere riconosciuti come persone corrisponde al comportamento pratico di chi la esprime, ed è quindi effettivamente in grado di farsi valere?

Ora, se il rapporto che prevale su tutti gli altri nel determinare l’individualità  è quello nel quale gli esseri umani interagiscono soddisfacendo reciprocamente i loro bisogni, cioè il momento in cui producono122 gli uni per gli altri, è ovvio che il timbro sociale dell’individualità scaturisce soprattutto dal modo in cui ci si rapporta al processo produttivo. Come sottolinea acutamente Marx nel riferirsi a  questo elemento, è vero che il lavoratore salariato è persona, ma è altrettanto vero che si pone come tale soprattutto “al di fuori del suo lavoro”. Il modo in cui cerca di partecipare al processo produttivo esprime infatti la sua volontà e, dunque, la sua soggettività proprio nella forma di un tentativo di vendita della sua capacità di produrre, con un’espressa rinuncia a determinare il fine e il contenuto della sua stessa attività. Con una separazione da sé, egli è disposto a svolgere un compito, che viene di volta in volta stabilito dal suo acquirente, il quale è anche colui che decide, e dunque il solo vero soggetto, la persona. E in quanto tale può anche sostenere di non avere alcun bisogno di quella forza lavoro, visto che non sa come impiegarla. Poiché il rapporto di compravendita presuppone la libertà e l’indipendenza di entrambi i soggetti che lo praticano, e a nessuno si può imporre un acquisto, sia pure quello di una forza lavoro123, questa asimmetria materiale di potere non lede la forma del rapporto124, anzi ne costituisce l’essenza. Come ci ricorda Marx, nella società capitalistica, di fronte al panettiere, il re è solo un acquirente al pari dei suoi sudditi, appunto perché il panettiere, come tutti coloro che si riversano sul mercato, è personalmente libero e non deve produrre pane per il re, se questi pretende di ottenerlo senza doverlo comperare. (Il potere non è cioè del re, ma del denaro che eventualmente sborsa.)

Si può credere ingenuamente che questa forma non incida sul reale processo riproduttivo e che, una volta che è stata negata idealmente la natura mercantile del rapporto, mediante l’affermazione di un astratto diritto al lavoro, il superamento di  sue eventuali implicazioni negative sia compiuto. Ma non è così. Nel nostro caso, il soggetto rimane ancora merce – tant’è vero che cerca un lavoro – ma allo stesso tempo rifiuta di percepirsi come tale, sostenendo che non può subire il destino di una merce.125  Ma mentre non vuole trovarsi disoccupato, non fa nulla – a prescindere da una vuota dichiarazione di essere depositario, come cittadino, di un diritto - per sviluppare positivamente la capacità di rapportarsi in maniera diversa al processo generale nel quale è ormai inserito. Non agisce cioè in modo da trascendere l’eventualità del mancato impiego, spingendosi al di là del rapporto di merce. D’altra parte i suoi avversari sostengono che quel diritto è inconsistente, che non esistono le condizioni per garantirglielo, e che eventualmente ciò compete ad altri, come lo stato e le altre amministrazioni pubbliche, che, se proprio volessero spingersi al di là delle spontanee interazioni di mercato, potrebbero tentare coerentemente di andare incontro alle sue aspettative solo sottomettendosi comunque al rapporto di denaro, evitando cioè il deficit. Aggiungono che, per quanto li riguarda, se vuole veramente un impiego, deve al contrario piegarsi ancor più pienamente al rapporto di scambio che pratica, e accettare sia la precarietà che un abbattimento del prezzo di ciò che offre – la forza lavoro - vista la sua eccedenza sul mercato del lavoro. Un’evoluzione che si è imposta negli ultimi trent’anni, travolgendo tutte le possibili opposizioni di principio.

Le pratiche sociali elaborate grazie al Welfare keynesiano, come abbiamo visto, sono andate incontro a questo mutamento marginale della soggettività, riconoscendo agli individui quel diritto, e demandando alle amministrazioni pubbliche la funzione di sviluppare gli strumenti conoscitivi, legislativi ed esecutivi che hanno permesso di abbozzare un coordinamento dell’andamento generale dell’economia al di là dei limiti dei rapporti capitalistici. Con l’ausilio delle considerazioni svolte nel capitolo precedente, possiamo ora riconoscere che in tal modo è intervenuta l’esplorazione di una zona dello sviluppo prossimale, della quale abbiamo parlato nel capitalo precedente. Lo stato ha elaborato conoscenze e strumenti tali da assicurare, per circa un trentennio, un pieno utilizzo della forza lavoro disponibile e l’embrione di un diverso rapporto proprietario con le condizioni generali della produzione. I lavoratori, pur continuando  a interagire attraverso il rapporto salariato, e dunque senza spingersi individualmente al di là della forma di socialità di cui erano depositari, hanno potuto praticare uno spazio nel quale gli effetti negativi del loro essere merce, grazie alla creazione di un insieme di condizioni generali, riuscivano ad essere prevenuti.

Ma la zona dello sviluppo prossimale non coincide necessariamente con la zona della sviluppo reale. Quest’ultimo ha luogo solo quando il cambiamento positivo riesce, per così dire, a poggiare su una base corrispondente. Fintanto che l’insegnante di cui parla Vygotskij anticipa allo studente la soluzione di problemi che vanno al di là del livello di sviluppo di cui quest’ultimo si è mostrato autonomamente capace, questi può intuire la soluzione e fornirla a sua volta. Ma è quando, in una fase successiva, viene lasciato solo di fronte al problema con le sue autonome capacità, che egli può dimostrare l’effettivo livello di sviluppo che ha raggiunto, cioè il consolidarsi o meno di quelle facoltà. Nell’aiuto dell’insegnante le capacità dell’alunno trovano una gruccia. Ma è solo quando dovrà procedere senza grucce che potrà dimostrare di saper eventualmente camminare – con una ripresa di ciò che ha imparato - su un terreno del quale altri gli hanno prospettato l’esistenza ed hanno sollecitato il bisogno di praticarlo, ma che ancora non gli apparteneva spontaneamente.

E’ evidente che se si crede, come molti critici dei rapporti dominanti126 fanno, che le relazioni capitalistiche siano state arbitrariamente calate su un’umanità che altrimenti saprebbe già produrre in forma apertamente sociale e universale, non può esserci alcuna conquista di uno spazio prossimale, ma unicamente la ripresa di uno spazio che già faceva spontaneamente parte integrante dell’individualità normale e che ai lavoratori sarebbe stato inibito dai capitalisti. Non ci sarebbe dunque una realtà sociale nuova da produrre, ma solo una condizione originaria da ristabilire. Ma Marx, e noi con lui,  afferma che il superamento dei rapporti capitalistici “può avvenire soltanto con una trasformazione in massa degli esseri umani”127, e dunque che non si tratta affatto di “sopprimere delle barriere” alla libertà, artificialmente imposte dalla borghesia, bensì di “creare un nuovo potere”.128 In questo caso, proprio lo Stato sociale keynesiano rappresenta un momento potenzialmente educativo, pienamente corrispondente al livello, contraddittorio, al quale il lavoro salariato si è mosso nel corso di tutto il Novecento.

 

Tre ordini di problemi

Affinché l’educazione in questione vada a buon fine è, però, necessario svincolarsi dai limiti nell’ambito dei quali si è costituita l’individualità che si è manifestata positivamente129 nel rapporto della proprietà privata. Come abbiamo visto, infatti, nell’ambito di questa relazione gli esseri umani hanno imparato a produrre gli uni per gli altri senza esservi costretti da un mancipio e senza esservi spinti da una forma di appartenenza simbiotica, agendo cioè privatamente. Ma se per questo tipo di collaborazione è bastato il rapporto di scambio, ora è proprio la forma merce a costituire un problema, visto che i lavoratori si scontrano con la difficoltà di vendere la propria capacità produttiva ad un prezzo e a condizioni130 che assicurino loro il livello di esistenza che è stato storicamente acquisito. Quando il tentativo di vendita non fallisce del tutto, ed essi precipitano al di fuori della normale riproduzione umana, per come prevale fino ad oggi. Occorre dunque un’evoluzione innovativa, che implica la soluzione di almeno tre ordini di problemi.

Primo. Com’è noto, il mondo dei rapporti borghesi considera ininfluente, o addirittura inesistente, il problema della forma delle relazioni  produttive ai fini della creazione e del godimento della ricchezza.131  L’idea che si potrebbe – e, addirittura che, per superare la crisi, si dovrebbe - essere “umani” in una forma diversa da quella prevalente, dello scambio di merci,  non affiora neppure. La vita sociale appare così schizofrenicamente come una realtà del tutto esteriore,  rispetto al modo di estrinsecarsi delle capacità individuali, che non riguarda il processo produttivo, visto che interviene solo dopo e in un altro spazio sociale, quello privato. L’essere “merce”, cioè mero oggetto di scambio, appare conseguentemente come una caratteristica intrinseca di tutte le forme della ricchezza umana (capitale, forza lavoro, risorse naturali, prodotti, conoscenza, ecc.), e a tale caratteristica non si imputa un qualsiasi problema. Quando rivendica un diritto al lavoro, il lavoratore nega però che questo rapporto comporti quelle determinazioni positive che i suoi apologeti gli attribuiscono. Tuttavia questa negazione può sopravvenire come manifestazione spontanea dell’antagonismo insito nel rapporto capitale-lavoro salariato o come espressione di una più matura conoscenza dei processi storici sin qui intervenuti, e delle dinamiche evolutive che hanno determinato e che determinano. Ed è ovvio che solo in questo secondo caso emerge il problema di dare forma produttiva alla forza che cerca di esprimersi nella negazione.

Non basta pertanto che, come spesso accade di fronte alle difficoltà, il produttore immediato cerchi di “tirarsi fuori” e, come cittadino, sostenga fieramente di “non essere merce”. Com’è stato magistralmente chiarito da Oliver Sacks132, questa negazione, come qualsiasi altra negazione, fa sorgere un dilemma:  se il lavoratore che sostiene di non essere merce è veramente all’oscuro di quello che fa, cosicché la sua negazione non esprime un valore conflittuale – cioè una rozza spinta al cambiamento - ma la presunta constatazione di un semplice dato di fatto, ci troveremmo ovviamente di fronte ad un vero e proprio caso di agnosia. Siamo infatti in grado di osservare empiricamente che un tentativo di vendita interviene, e il fatto che il lavoratore lo neghi dimostra solo che egli ignora proprio quello che sta facendo. Non solo non c’è soggettività produttiva – un potere di determinare il cambiamento auspicato nel processo produttivo - ma neppure un riferimento riflessivo coerente alla propria condizione e alle proprie relazioni. In altri termini, egli partecipa pienamente del processo di inconsapevole naturalizzazione dei rapporti nei quali è immerso, e l’impotenza di cui soffre è solo l’espressione di questa  fissazione del dato come elemento immanente - come gabbia dell’esperienza - nei confronti del quale non può pertanto sviluppare alcun grado di libertà. Né più e né meno di come nessuno di noi può scegliere se respirare o smettere di farlo, anche quando si rende conto che proprio dall’inalazione di sostanze che si trovano nell’aria circostanze scaturisce un grave pericolo.

Nell’affermazione che “non si è merce” può invece emergere un accenno di distanza dalla propria condizione, col profilarsi di una componente riflessiva, che rinvia ad un abbozzo di critica delle relazioni produttive dominanti. Poiché il soggetto cerca di partecipare al processo produttivo proprio come merce, è evidente, però, che la percezione del sé come “non-merce”, in questo caso, interviene in forma capovolta rispetto a ciò che può essere osservato. (Freud espone la propria critica a questo comportamento paradossale in termini perentori:  “il soggetto sostiene ‘non è così’, noi pertanto diciamo ‘è così’”.)  Ci scostiamo, dunque, dall’agnosia solo perché, dopo aver rimosso un elemento essenziale della propria interazione con il contesto, cioè dopo aver precluso a quell’elemento di diventare una componente strutturale dell’io, il soggetto procede alla sua negazione. Ma che peso sociale può assumere un simile comportamento? La negazione svolge infatti un ruolo particolarissimo, che è stato ben rappresentato da Freud: “mediante il simbolo della negazione il pensiero si libera dai limiti della rimozione [cioè smette di  impedire alla coscienza di acquisire un elemento essenziale della realtà nella quale il soggetto è immerso] e si arricchisce di contenuti dei quali non può fare a meno per la sua prestazione [cioè per continuare a fare quello che fa]. … la creazione del simbolo della negazione consente al pensiero un primo gradino di indipendenza dai risultati della rimozione, e con ciò anche dalla costrizione del principio di piacere”133 che lo spinge a disconoscere quella realtà, ma senza arrivare ad una vera e propria interiorizzazione di ciò che nega. La negazione è infatti “un modo di prendere coscienza del rimosso, in verità già una revoca della rimozione, ma non certo un’accettazione del rimosso.”134  La funzione intellettuale “si scinde infatti dal processo affettivo. Con l’aiuto della negazione viene annullata soltanto una conseguenza del processo di rimozione”, quella relativa alla sofferenza connessa all’accettazione esplicita del fatto che viene negato. L’accenno ad una coscienza di ordine superiore avviene così nella forma paradossale dell’accettazione del sé reale attraverso il rifiuto di ciò che esso è. L’operare del principio di realtà viene così piegato al principio del piacere135, il quale opera, ora, solo consolatoriamente nel mantenere l’omesostasi. In termini concreti:  il lavoratore diventa precario, perde il proprio potere contrattuale e, al limite, viene licenziato, ma si consola sostenendo che, a prescindere da tutto ciò, egli non si percepisce come merce. Per avere un riferimento analogico basta pensare allo svolgimento storico del rapporto con la morte, che in molte religioni ha finito con l’essere “accettata” solo attraverso l’elaborazione culturale che la poneva come passaggio ad un’altra e superiore forma di vita. Una pratica tutt’ora in auge, visto che in molti riti funebri cattolici si sostiene tranquillamente che il defunto “sta guardando i suoi cari dal paradiso”.

Ma perché sopravviene la rimozione, e perché essa, in un primo momento, può essere superata solo in una forma così contraddittoria?  Perché il soggetto ha cioè bisogno di tener ben lontano dalla propria esperienza affettiva il fatto di essere merce?  Possiamo rispondere: perché l’accettazione di ciò contrasterebbe con la sua considerazione di sé come persona. L’essere merce – cioè solo oggetto per altri che si presentano come compratori - e l’essere persona – cioè un soggetto che agisce sulla base della propria volontà e dei propri scopi - costituiscono infatti due determinazioni che si escludono a vicenda. Vale a dire che quando c’è l’una non può esserci l’altra. Come ad esempio accade per il giorno e la notte, per la vita e la morte, ecc. che rappresentano degli opposti. Nel lavoro, come abbiamo appena visto, proprio perché al lavoratore è assegnato un compito ed agisce per finalità decise da altri e sotto il loro controllo, “non è personificata una persona che lavora, ma [solo] l’operare della forza lavoro attiva”136, cioè l’uso da parte di altri della merce che lui gli ha venduto. Un uso che indubbiamente è diverso rispetto alle forme coercitive del mancipio schiavistico e servile, appunto perché il lavoratore è personalmente libero137, cioè proprietario della sua merce, e nessuno può vincolarlo con la forza allo svolgimento di una determinata attività. Ma che, allo stesso tempo, non può essere deciso da lui – che vende la sua capacità produttiva a tempo - senza un rovesciamento dell’impersonale potere economico al quale resta sottomesso.

Ed è proprio qui che sorge il secondo ordine di problemi. Per percepire una limitatezza nella propria condizione di merce, e riconoscere che essa preclude la possibilità di rivendicare, in quel rapporto, il proprio essere persona, occorre saper sperimentare la frustrazione normalmente implicita nell’agire come mera estrinsecazione di una forza lavoro. Una frustrazione che viene però elusa proprio attraverso la negazione, che di solito è tanto più perentoria ed enfatica quanto più uno degli esiti del rapporto merce – la mancata vendita - sopravviene. Ma si tratta di un’elusione che è resa possibile dalla totale ignoranza del complesso processo di sviluppo delle modalità produttive degli esseri umani, cioè dalla non conoscenza dei diversi modi in cui gli esseri umani hanno prodotto le condizioni della loro esistenza, quando si sono elevati al di sopra degli altri animali, ciò che è stato reso possibile dallo sviluppo di forme via via diverse della soggettività. Questa ignoranza del passato retroagisce sul presente, precludendo una qualsiasi rappresentazione dei mutamenti che possono – o addirittura debbono - intervenire nel modo di produrre attualmente prevalente, se si vogliono soddisfare i bisogni emergenti. Lungi dal costituire un fattore energetico di trasformazione, innescato dall’intollerabilità della propria condizione, la negazione svolge in tal caso una funzione esattamente opposta, e cioè disinnesca l’elemento dinamico, attraverso la pretesa che ciò che – per procedere ad una conferma di sé138 - “dovrebbe essere”,  già sia. Da qui la lotta per vedersi garantire un esito positivo alla vendita, come elemento che garantirebbe la conferma di sé come persona, appunto perché assicurerebbe l’acquisizione delle condizioni di vita necessarie per essere tale al di fuori del lavoro. Un esito che dovrebbe scaturire dalla negazione di ciò che è implicito nel rapporto di merce – la casualità della riuscita della vendita –ferma restando la pratica del rapporto di merce.

L’economia politica, che ha sin qui dato forma a buona parte del senso comune sulla questione della produzione della ricchezza umana, porta in genere completamente fuori strada chi cerca di esplorare questo spazio, appunto perché, dopo essersi battuta, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, per l’eliminazione delle forme preborghesi della produzione, che erano divenute anacronistiche, ha finito col naturalizzare il modo di produrre corrispondente ai rapporti che propugnava. Per l’economia politica, cioè, al rapporto di lavoro salariato non corrisponderebbe l’instaurarsi di un qualsiasi problema relativo alla maggiore o minore limitatezza della soggettività del produttore immediato. Poiché il lavoratore salariato non è più né uno schiavo, né un servo, è senz’altro libero, e questa sua libertà non può non mediare coerentemente l’estrinsecazione di una piena soggettività anche nell’interazione finalizzata alla partecipazione alla produzione. Nel lavoro non può dunque esserci né frustrazione intrinseca, né alienazione139 con la conseguenza logica che il lavoro salariato potrebbe riprodursi “nei secoli dei secoli” come forma coerente dell’attività produttiva.

Così concepita la soggettività è colta però nella sua determinazione puramente negativa, attraverso la sottolineatura dell’assenza di una subordinazione personale - indubbiamente un passo avanti nella storia, compiuto nel corso dell’Ottocento - che non può tuttavia essere considerato come la conclusione dell’evoluzione umana. Si riduce infatti alla scomparsa della schiavitù (e dei padroni di schiavi) e della servitù (e dei signori di servi) e di tutti quei vincoli comportamentali imposti dall’organismo al quale si era simbioticamente uniti (la comunità di appartenenza), ai quali non ci si poteva sottrarre senza subire una punizione o l’ostracismo. Ma, se non si cade nell’errore di concepire la libertà come una dotazione originaria fornita ad ogni individuo da un creatore, si deve riconoscere che la rimozione di questa subordinazione non sfocia immediatamente e spontaneamente nell’emergere di un sé  capace di incidere positivamente sul processo riproduttivo, perché corrisponde alla pura e semplice disgregazione dei preesistenti rapporti (feudali, schiavistici o comunitari)140 che facevano la vita. Abbiamo già visto che, in un primo momento, lo sbocco di quella disgregazione è stato il dilagare del vagabondaggio e della mendicità. E che lo stesso rapporto di lavoro salariato (che oggi appare ai più così naturale) non è stato spontaneamente abbracciato dalle classi subalterne, bensì ha dovuto essere imposto. E’ dovuto dunque subentrare un positivo reale, un insieme di comportamenti pratici, che hanno dato forma produttiva alle (nuove) relazioni e che sono corrisposti ad una nuova libertà. Senza il “lavoro”, infatti, i proletari dell’Ottocento avrebbero finito col ripiombare nelle più arcaiche forme della riproduzione, con tutte le conseguenze materiali negative di questo passaggio.141 Ma ora è proprio quella libertà che viene messa in discussione dall’evoluzione contraddittoria della società.

Nell’analisi di questa tematica Marx è stato indubbiamente un maestro per la nostra epoca. La sua categoria del lavoro salariato come lavoro estraniato, formulata già nei Manoscritti del ’44, e ripresa ampiamente sia nei Grundrisse, sia nel Capitale e nel Capitolo VI, inedito, corrisponde proprio ad una ricostruzione analitica dei limiti della soggettività che si esprime in quel rapporto produttivo, e all’individuazione delle condizioni senza le quali non si può sperare di produrre al di là di quei limiti. Se il lavoratore salariato rifiuta la propria condizione, ma non fa nulla di concreto142 per elaborare un approccio verso forme che trascendono quei limiti, e per individuare le condizioni che rendono possibile questo passaggio, è inevitabile che non sopravvenga alcun cambiamento.

In particolare, anche se interviene la rivendicazione positiva di un diritto al lavoro che si risolve in se stessa, esse corrisponde ad una pratica la cui struttura logica è stata ben colta da Marx quando l’ha definita come manifestazione di un “pio desiderio”. Al pari di quanto accade nel rito sacrificale e nella preghiera, il soggetto proietta infatti fuori di sé, in una realtà sovrastante – in questo caso lo stato - il potere che lui non ha di risolvere il problema di cui soffre. La forza sociale appare così dislocata in una dimensione estranea al soggetto stesso, e, come in epoche passate assumeva una forma magica o religiosa, ora assume la forma astratta della forza puramente politica. Il soggetto esterna la propria aspettativa, ma solo il potere esteriore può e deve assumere su di sé il concreto compito di determinarla, attraverso processi che rimangono incomprensibili per chi li evoca.143  Soprattutto egli percepisce l’alienazione come corrispondente non tanto alla forma che viene assunta dal suo tentativo di partecipazione al processo produttivo, quanto piuttosto alla mancata convalida a posteriori di quel comportamento da parte del contesto. Insomma  si lamenta della mancata compera della propria forza lavoro e di ciò che ne consegue. L’elemento energetico è così teso, non tanto al cambiamento – o almeno ad apprendere l’esistenza di un problema determinato dal proprio comportamento - bensì al ristabilimento della situazione desiderata.144  Per questo tutte le lotte degli ultimi trent’anni hanno puntato soprattutto  a bloccare i licenziamenti, e a rivendicare quel lavoro che andava dissolvendosi a causa della continua innovazione tecnica, invece di confrontarsi con l’eventualità che esso potesse non essere più riproducibile sulla scala necessaria ad evitare, in assenza di una redistribuzione del lavoro tra tutti, la disoccupazione di massa. “Con questo movimento la classe operaia ha però rinunciato a rivoluzionare il vecchio mondo prendendo per leva gli immensi mezzi collettivi che esso le offriva, e ha cercato invece di compiere la propria emancipazione in una forma privata, negli stretti limiti delle sue condizioni di esistenza, quasi di soppiatto.”145

Giungiamo così alla soglia del terzo ordine di problemi, quello relativo al grado di sviluppo più o meno universale che è stato raggiunto dall’individualità. La percezione dell’alienazione corrisponde ad un’esperienza negativa di sé, che è coerente soltanto in quanto la coscienza superiore dalla quale promana riflette realmente l’insieme di capacità che  considera “negate”. Un passaggio che, come ora vedremo, non può intervenire fintanto che non ci si spinge al di là del puro e semplice “diritto al lavoro”.

Come abbiamo ricordato, la storia del lavoro salariato si svolge nel susseguirsi di tre momenti storici. Nel primo il lavoro salariato viene introdotto e sviluppato dal capitale. La produzione e riproduzione di quel rapporto appare così ai lavoratori come un fatto esteriore, ed essi non possono far altro che subire il loro destino di merce146. Col procedere del tempo, poi, questo rapporto tende a trasformarsi in un rapporto normale. Quando, nella seconda fase, emergono delle difficoltà strutturali per il capitale, dopo un lungo periodo di confusione e di ristagno, le lotte non puntano più solo ad impedire la disoccupazione e l’impoverimento, bensì sollecitano lo stato come soggetto altro, capace di elaborare una forma di coordinamento generale della produzione, pur restando fermo il rapporto privato da parte di coloro che producono. Ma è solo dopo tre quarti di secolo di tentativi che questa rivendicazione politica va a buon fine, perché lo stato, grazie a Keynes, impara a spingersi al di là del mercato e dell’assistenzialismo, e acquisisce gli strumenti che consentono di dominare – per un periodo storico – il processo economico, attraverso un uso non capitalistico del  prodotto eccedente. Quando, nella terza fase, lo stato si scontra a sua volta con delle difficoltà strutturali o gli individui interiorizzano il cammino percorso, si rapportano criticamente alle loro stesse relazioni sociali, comprendendo i limiti della loro riproducibilità, o sono destinati a subire l’evoluzione contraddittoria, che il superamento di quei limiti determina.

 

Il fulcro della lotta di classe dell’ultimo secolo

Perché è sensato sostenere che, nell’ultimo quarto nel Novecento, è intervenuto un superamento dei limiti nell’ambito dei quali lo Stato sociale poteva procedere coerentemente?  E perché possiamo aggiungere che, per trasformare questo superamento in qualcosa di strutturalmente positivo, sarebbe dovuta intervenire un’educazione che invece è mancata?  Come abbiamo visto richiamando Vygotskij, il processo di educazione non può aver luogo tutto d’un botto, appunto perché comporta un’elaborazione relazionale, in assenza della quale lo sviluppo della sensibilità al di là del livello dato risulterebbe senza “fondamento”. Il punto di partenza di questa elaborazione sta, a nostro avviso, nel riconoscimento del fatto che “nella produzione sociale della loro esistenza, gli esseri umani entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà [perché elaborati dalle generazioni che li hanno preceduti], in rapporti di produzione che corrispondono ad un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali”.147  Se ci si rapporta al processo produttivo in forma astratta, rinunciando a questionare queste determinanti della realtà, non si possono individuare le specifiche forze sociali che danno forma alla vita umana nel modo in cui concretamente si svolge. E dunque non si può nemmeno sperare di far fronte ai problemi che emergono all’estrinsecazione delle pratiche che avviate in quella forma ereditata, creano dei problemi che non si riescono ad affrontare. Per questo chi si svincola dal problema, e persevera nell’astrazione propria delle relazioni mercantili148, fa poggiare tutto – sia la possibilità della riproduzione che quella del cambiamento - solo su una vuota libertà e su un’altrettanto indeterminata volontà, magari improntata a generici intenti “rivoluzionari”, “riformatori” o “pattizzi”. Vale a dire che si comporta come quegli studenti pigri che, incapaci di svolgere il problema, copiano il risultato fornito in fondo al libro, contrabbandandolo per un loro prodotto.

Non approfondiremo questa interessante tematica se non che in relazione al problema che qui ci interessa direttamente. Com’è noto, e come era generalmente accettato da tutti fino a non più di trent’anni or sono, la società moderna ha preso corpo e si è sviluppata attraverso quelli che sono noti come “rapporti di classe”.149  Vale a dire che gli individui interagivano tra loro nella forma sociale che vedeva procedere la maggior parte di loro come “lavoratori”, altri come “capitalisti” o, altri ancora, come “proprietari fondiari, immobiliari o di capitali monetari”. Queste determinazioni, anche se non erano formalmente vincolanti per il singolo, rappresentavano tuttavia l’intelaiatura costitutiva della società e, in quanto tali, apparivano come elementi essenziali dell’organismo sociale. Questi rapporti, d’altra parte, non potevano restare immutati, appunto perché, per soddisfare i loro stessi bisogni, gli esseri umani debbono sempre  modificare le circostanze nelle quali estrinsecano la loro esistenza, e una volta che hanno modificato quelle circostanze, finiscono col trovarsi in un contesto nuovo che, per essere coerentemente appropriato, impone150 un ulteriore cambiamento nel proprio modo di rapportarsi.

Ora, com’è cambiato il contesto in conseguenza dello sviluppo eccezionale di cui abbiamo goduto grazie alla straordinaria accumulazione di capitale dell’Ottocento e del Novecento, e grazie ai “miracoli economici” resi possibili dal Welfare nella seconda metà del Novecento?  A nostro avviso, esso ha inciso sulla struttura della società imponendole una modificazione radicale, il cui primo riflesso riguarda proprio i rapporti di classe. Cerchiamo di individuarla richiamando nuovamente le parole con le quali Marx l’ha a suo tempo anticipata. “Nella sua incessante tensione verso la forma generale della ricchezza”, si legge nei Grundrisse, “il capitale spinge il lavoro oltre i limiti dei bisogni naturali, e in tal modo crea gli elementi materiali per lo sviluppo di una individualità [dei lavoratori] ricca e dotata di aspirazioni universali nella produzione non meno che nel consumo.”151  Il punto è dunque il seguente:  come abbiamo visto, gli individui appartenenti alla classe operaia agiscono dapprima  - nell’Ottocento - come membri di una classe, appunto perché sono inseriti nel processo riproduttivo sociale in una forma non solo determinata, ma anche unilaterale. L’unilateralità, come abbiamo già accennato, si articola in due aspetti del processo riproduttivo sociale. Il primo è che, i lavoratori non perseguono lo scopo dell’arricchimento, e cioè la loro finalità è quella di soddisfare i loro bisogni nella misura e nei modi che hanno ereditato dal passato. Chi ha vissuto le ultime fasi di quella situazione è in grado di apprezzare la radicale differenza rispetto al mondo sviluppato dei nostri giorni. Prima, ogni spesa che non fosse tesa a garantire la riproduzione nei limiti delle forme di esistenza ereditate, nelle poche occasioni nelle quali poteva realmente intervenire, veniva considerata come uno spreco, e dunque tale da minare la riproduzione futura. A riprova dell’incombere della miseria, le spese al di là del necessario erano concepibili solo nella forma di veri e propri “investimenti familiari” per permettere una avanzamento sociale dei figli, garantendo a questi un’emancipazione privata dalle condizioni di esistenza della classe alla quale appartenevano. Ma lo sviluppo materiale ha infine rotto l’involucro nel quale questa articolazione dell’individualità era racchiusa.

Se nel capitolo quarto e nel diciannovesimo ci siamo soffermati a lungo ad argomentare contro l’ipotesi che l’ampliamento del consumo non abbia costituito uno dei momenti essenziali dello sviluppo dello Stato sociale152 e contro l’altra ipotesi che fantasticava di un’infinita espandibilità dei consumi sulla  base di una non contraddittoria crescita “artificiale” dei bisogni, è appunto perché siamo convinti che, a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento sia sopravvenuto un mutamento critico nel momento del consumo che, ridimensionando l’opposizione tra lusso e consumo necessario,  ha inciso proprio sulla riproducibilità del rapporto di classe, e con esso del lavoro salariato.

Si ricordi l’annotazione di Keynes relativa al disgregarsi dell’orientamento “psicologico della società” di inizio Novecento e al “dischiudersi della possibilità  del consumo (crescente) per tutti”. Il senso di quella annotazione è abbastanza chiaro:  la struttura della società fino al Novecento ha poggiato sulla limitazione del consumo della classe dei lavoratori, come condizione dell’accumulazione. Questa classe, fino a quel momento, non si è trovata in radicale contrasto nei confronti di questa dinamica di sostanziale sfruttamento, e si opponeva soprattutto alle, purtroppo frequenti, riduzioni di salario al di sotto della sussistenza storica, non già al mancato arricchimento. Ora però, non solo un consumo crescente è necessario per mantenere l’attività produttiva al livello reso possibile dal progresso tecnico, ma i lavoratori non sono più disposti a procedere sulla base di un consumo limitato ad un necessario che nega le loro aspettative di miglioramento, appunto perché, nel corso di tutto il Novecento, hanno subito la “spinta” conseguente al crescente bisogno per le imprese di sbocchi del prodotto sui mercati, ciò che ha determinato un cambiamento della loro soggettività.

Il cosiddetto fordismo prende coerentemente atto di questa novità, ad inizio Novecento, e la trasforma in un  momento di cambiamento nel processo riproduttivo degli stessi rapporti capitalistici. Ma che questo svolgimento non assicuri una soluzione stabile è dimostrato dal fatto che di lì a poco sopravviene la Grande Crisi. Quando esplode questo dramma mondiale, l’obiettivo che solo può sostenere un ulteriore sviluppo, al di là del fordismo, è così riassunto da Keynes:  “il compito che incombe su di noi è quello di fare in modo che coloro i quali avrebbero un beneficio da un incremento del loro consumo – che dopotutto è il vero scopo ultimo dello sforzo economico – abbiano il potere e l’opportunità di farlo. Fino ad un certo punto il risparmio individuale può rappresentare un modo vantaggioso di posporre il consumo. Ma al di là di quel livello esso rappresenta per l’insieme della società un’assurdità e un disastro. L’evoluzione naturale dovrebbe essere nella direzione di assicurare un decente livello di consumo per tutti, e, quando questo risulterà abbastanza elevato, dovremmo puntare ad impiegare le nostre energie nel perseguimento di finalità di natura non economica. Perciò dobbiamo lentamente procedere a ricostruire il nostro sistema sociale perseguendo questi scopi”.153 E siccome nell’ambito dei loro limiti di proprietari privati, né le imprese, né i singoli possono coerentemente perseguire questo obiettivo, la mediazione sociale corrispondente è dovuta scaturire da un intervento dello stato. Con la conquista dello Stato sociale, che si è accompagnata al prevalere della figura sociale – non più di classe - della cittadinanza, sono stati pertanto definitivamente abbattuti i limiti nell’ambito dei quali la forza lavoro precedentemente si riproduceva, ma prevalentemente  nella direzione del consumo.

Per quanto riguarda l’altro momento del processo riproduttivo – la produzione - le cose sono andate, purtroppo, molto diversamente, e cioè gli individui sono stati rafforzati nella loro abitudine di partecipare al processo produttivo attraverso il lavoro salariato – cioè come membri di una classe - grazie al fatto che col Welfare la casualità della loro partecipazione al processo riproduttivo come merci sembrava definitivamente superata. Al punto che, sul finire degli anni Settanta, molti contratti collettivi di lavoro contenevano un esplicito riferimento a programmi di investimento d’impresa concordati coi sindacati, che avrebbero permesso di procedere all’ulteriore sviluppo su quella base. Ma la crisi dello Stato sociale ha fatto piazza pulita di questa convinzione, visto che la disoccupazione è tornata a crescere a livelli che aveva prima della “rivoluzione keynesiana”, e che la maggior parte di quei programmi sottoscritti all’epoca sono ben presto diventati carta straccia.154

La società ha finito, pertanto, col trovarsi in una situazione profondamente schizofrenica, e addirittura capovolta rispetto alla fase keynesiana. Da un lato, la spinta al consumo ha raggiunto livelli straordinari, e il soggetto viene sollecitato, al di là della sua configurazione sociale di “lavoratore”, a rapportarsi alla soddisfazione dei bisogni senza limitarsi più alla sola sussistenza, bensì in forma apertamente universalistica. Dall’altro lato però, si cerca di costringerlo, sul terreno dell’interazione produttiva, ad acquietarsi tranquillamente sulla propria condizione di merce, cioè a sottomettersi ancora alle determinazioni proprie del rapporto di classe, nonostante il protrarsi di questa sottomissione non medi più l’ulteriore sviluppo. Più in particolare, mentre dal lato privato gli individui vengono ossessivamente sollecitati al godimento immediato, all’integrale soddisfazione dei loro bisogni – si pensi all’ossessivo martellamento pubblicitario che subiamo per ore al giorno - dall’altro lato, come cittadini, non vengono più invitati a godere dei diritti sociali, ma piuttosto vengono sistematicamente richiamati a contrarre i loro consumi sociali155 attraverso continui sacrifici che, secondo l’ideologia ora prevalente vengono prospettati come necessari per conseguire, in una fase successiva, quel godimento. Nonostante nella realtà servano solo a riprodurre più pienamente il rapporto di classe, in assenza del quale interverrebbe il definitivo crollo della società borghese.

 

Il bivio che il lavoro salariato ha di fronte

In molti hanno rimproverato Marx di aver elaborato, con l’attribuzione di un ruolo storico ai lavoratori,  una “filosofia della storia”. Nei fatti però Marx si è limitato a cercare di conoscere anticipatamente, come qualsiasi studioso serio tenta di fare, le tendenze evolutive con le quali la società avrebbe dovuto confrontarsi. E quando in numerosi passaggi delle sue riflessioni ha scritto che lo sviluppo capitalistico avrebbe fatto trovare i lavoratori “in contraddizione con un mondo della ricchezza e del sapere enorme”, è molto probabile che si riferisse proprio ad uno stato di cose come quello in cui ci siamo venuti a trovare negli ultimi trent’anni, nel quale masse enormi di laureati non riescono ad individuare una collocazione produttiva, nonostante ci siano le risorse e le conoscenze per farli produrre, e anche quando la trovano è tale da non garantire una coerente estrinsecazione delle loro capacità.

Se la nostra analisi è fondata, è evidente che il lavoro salariato si trova oggi davanti ad un bivio:  o riconosce il proprio declino, e si impegna conseguentemente a “togliere se stesso”, cioè a spingersi al di là del rapporto di classe, incluso quel  rozzo superamento di questo rapporto rappresentato dal diritto al lavoro, o punta ostinatamente alla riproduzione del proprio rapporto.

La scelta relativa alla direzione verso la quale muovere è complicata dall’incapacità di confrontarsi con lo svolgimento paradossale, che normalmente caratterizza l’evoluzione riproduttiva di lungo periodo. Infatti, quando finalmente emergono le condizioni materiali e sociali per il superamento del rapporto di lavoro salariato, quest’ultimo, se non interagisce criticamente con la propria condizione,  precipita in uno stato di assoluta debolezza, appunto perché sempre meno lavoro nella forma salariata è necessario per la riproduzione della società.156  La forza lavoro risulta conseguentemente eccedente e i proprietari di quella merce, come tutti i soggetti che cercano di esprimere il loro potere di appropriazione nell’ambito del rapporto domanda-offerta, quando la loro offerta sopravanza la domanda, risultano disarmati. Per questo c’è stato bisogno di fuoriuscire in parte da quel rapporto, col diritto al lavoro garantito dal keynesismo, per rielaborare un potere da sostituire a quello del capitale, che si era disgregato durante la crisi tra le due guerre mondiali.

Attualmente l’appello allo stato risulta, però, culturalmente debole appunto perché anche la riproduzione del lavoro salariato sulla base del sistema dei diritti sociali ha cominciato a mostrare, da più di trent’anni, i suoi limiti. L’arretramento in corso, con la messa in discussione della soddisfazione di una moltitudine di bisogni primari, non deve trarre in inganno. Questo è l’effetto del regresso, non la sua causa. Ma se il lavoro salariato è possibile solo in conseguenza della sua gestazione da parte di un soggetto esterno, e se le due soggettività che storicamente lo hanno generato – il capitale e lo stato - sono ormai incapaci di riprodurre quel rapporto positivamente, è evidente che qualsiasi tentativo di tornare ad imboccare le strade percorse in passato è, con ogni probabilità, destinato a sfociare in un disastro sociale.

 

La sfida prossima ventura:  servilismo, parassitismo o individualismo proprietario?

Siamo finalmente giunti alla fine del nostro lungo cammino, nel corso del quale abbiamo cercato di rendere evidenti i punti di convergenza e quelli di dissenso dai teorici della “fine del lavoro”. Con loro concordiamo sul fatto che il lavoro salariato stia incontrando crescenti difficoltà ad essere riprodotto. Ma da questo punto in poi le nostre strade divergono sensibilmente. Loro sono convinti, come approfondiremo in Appendice, che esista un ampio spazio di manovra per aggiustamenti in linea con le tendenze ereditate dal passato, per cui la metafora della “fine del lavoro” svolge soprattutto una funzione esortativa, per sollecitare quegli aggiustamenti. Noi riteniamo, invece, che sia giunto il momento dell’Hic Rhodus, hic salta!  Vale a dire che la previsione di Marx, come di Keynes, che lo straordinario sviluppo della produttività, caratteristico dei rapporti capitalistici, sarebbe sfociato in una situazione critica, risolvibile solo con un rivoluzionamento del modo di procedere, non era una fantasia relativa ai lontani posteri, ma riguarda proprio noi.

Ovviamente non siamo così ingenui da credere che la società possa convenire pacificamente sull’ipotesi che la situazione attuale sia questa. Come abbiamo più volte ribadito, gli esseri umani sono molto meno capaci di accettare i problemi di quanto si crede. Anche se qua e là si riescono talvolta ad introdurre provvedimenti legislativi157 o accordi aziendali che sfiorano il problema della continua distruzione del lavoro dovuta all’innovazione, per limitare i licenziamenti, questi interventi restano del tutto marginali; non vengono nemmeno additati ad esempio, e sono continuamente contraddetti da decisioni di politica economica e da accordi generali tra le “forze sociali” che muovono in direzione opposta, con allungamenti dell’orario di lavoro, posticipazione dell’età di pensionamento e aumento della precarietà e della licenziabilità158. In altri termini, essi si presentano come degli espedienti temporanei, per prendere tempo o per minimizzare i possibili conflitti. Come dimostrano i pressoché unanimi appelli alla crescita, quasi tutti sono infatti convinti che, in un domani non troppo lontano, il ciclo economico tornerà ad essere positivo senza il bisogno di radicali cambiamenti, e il lavoro salariato, dopo aver sopportato gli opportuni sacrifici, non potrà non tornare ad espandersi, trainando un nuovo sviluppo, sulla base degli stessi rapporti che ora sono in crisi.  Ma la chiave dell’evoluzione futura non sta tanto nel comportamento delle ristrette classi egemoni, le quali hanno tutto l’interesse a sostenere questa tesi, quanto in quello delle classi subalterne che, se sono incapaci di cambiare, possono trascinare la loro subalternità anche quando sono scomparse le condizioni nell’ambito delle quali il lavoro salariato ha svolto il ruolo storico positivo che gli abbiamo sopra riconosciuto.

Gli scenari probabili del prossimo futuro vanno dunque delineati riconoscendo apertamente il sussistere di questo ostacolo al cambiamento. Abbiamo così tre possibili svolgimenti.

 

A)  Prevale la tendenza a ignorare o, peggio, a negare l’esistenza stessa del problema della riproducibilità del rapporto salariato. Poiché si è convinti che “il lavoro ci sarebbe sempre stato e ci dovrà sempre essere”159, che “l’uomo è il lavoro, nel quale è la sua stessa natura e la sua civiltà”160 senza distinguere in alcun modo le diverse modalità in cui l’attività produttiva è stata svolta nella storia, si riafferma la possibilità e la necessità di uno sviluppo che cerchi di far ancora leva sulla relazione produttiva rappresentata dal lavoro salariato. Ma, contro  un luogo comune ben espresso da Nadia Urbinati, secondo il quale il lavoro non sarebbe “soltanto un mezzo per soddisfare bisogni materiali primari, ma anche per esprimere i propri talenti e le proprie capacità”, cioè per realizzarsi come persona, il lavoro salariato normalmente preclude questa possibilità, appunto perché in esso il lavoratore abdica all’espressione della propria individualità, limitandosi a cercare chi gli assegna “un lavoro”, cioè un compito e una modalità di comportamento nell’attività produttiva.161

Non ignoriamo che, nella fase recente, proprio perché le attività salariate di nuova generazione si sono affacciate contraddittoriamente su un mondo dei rapporti che si è spinto al di là dei precedenti limiti di dipendenza economica impliciti nella miseria della grandi masse, si è pensato che l’opposizione tra vendita della forza-lavoro e realizzazione di sé nell’attività produttiva – salariata o mercantile - cominciasse a recedere. Ma non appena il complesso di illusioni, alimentato anche dalla speculazione finanziaria e dall’ideologia neoliberista, si è scontrato con la realtà, è sopravvenuto un ridimensionamento di questa mistificazione, e il lavoro salariato è ripiombato nella situazione di impotenza che lo caratterizza strutturalmente.

Ma sono i salariati in grado di prendere atto di questa dinamica evolutiva?  Possono cioè cominciare a considerare la loro condizione sociale come insostenibile?  Non è detto, perché non si tratta di un passaggio così spontaneo. Com’è noto la storia della schiavitù ci rimanda, infatti, innumerevoli esempi di schiavi che hanno considerato la loro condizione sociale come un qualcosa di fisiologico. Anche quando il sistema della schiavitù cominciava a disgregarsi, costoro facevano di tutto per riprodursi all’interno di quel rapporto sociale. La ragione di questo comportamento è presto detta:  identificandosi immediatamente con la condizione vitale nella quale erano immersi, questi soggetti non potevano concepire un cambiamento che sfociasse in una loro indipendenza personale, perché a questa condizione non erano in grado di associare nulla di positivo. Detto in termini brutali, si può sostenere che avessero paura del nuovo, che sperimentavano la novità possibile soprattutto come negazione della loro esistenza nella forma in cui l’avevano assimilata. Anche quando esisteva una stima di sé, l’individualità corrispondente era elaborata su una base limitata, interna al rapporto. L’eventuale insopportabilità della propria condizione interveniva solo in presenza di manifestazioni deteriori della propria sudditanza. Bastava incontrare un padrone buono, per riuscire a non trovare nulla di estraneo162 nella propria condizione di schiavo.  Se non ci fossero stati individui che, dissentivano radicalmente da questo tipo di esperienza, e lavoravano ad evidenziare l’inumanità di quella condizione, la schiavitù, con la miseria che ne costituiva il corollario, si sarebbe perpetuata fino ai nostri giorni. Un problema analogo può porsi oggi per l’inerziale procedere del lavoro salariato.

Dunque, come accadde a suo tempo per la schiavitù, quello dell’emancipazione del lavoro salariato dalla propria condizione di classe non è  un problema di facile soluzione. Come spesso succede, si può infatti restare intrappolati in una relazione senza sentirsi affatto in trappola. Cerchiamo di spiegarci. Una trappola è infatti il luogo nel quale l’animale viene privato delle sue normali capacità d’azione, che sono ben più ampie di quelle che gli sono consentite quando viene catturato. Ma se l’esperienza della normalità, invece di essere riferita a quelle possibilità più ampie, viene collegata proprio alla condizione nella quale l’intrappolato si trova, ad esempio perché la sua cultura si limita a quell’acquisizione, visto che è nato e cresciuto in gabbia, non sopravviene alcuna esperienza di una limitazione arbitraria e artificiale quando lo si ricaccia indietro, se viene trovato fuori. Ci torna utile, per rappresentare questo stato di cose, una riflessione di Marco Panara:  “siamo in trappola”, scrive a fine 2011. Perché  “sappiamo che dobbiamo aumentare la produttività per tornare a crescere, ma aumentare la produttività vuol dire produrre di più con un minor numero di persone. E sappiamo anche che liberalizzare i mercati aumenta le potenzialità dell’economia e lo sviluppo globale, ma più si aprono i mercati più aumentano le disuguaglianze. E noi giustamente vogliamo insieme produttività e occupazione, mercati liberi e società inclusive. Il problema è che non abbiamo la ricetta”.163 Poco più avanti aggiunge, però, che anche se non abbiamo una ricetta, non possiamo uscire dalla trappola nella quale siamo finiti a causa della crescita della nostra capacità produttiva, perché “creare lavoro è un imperativo, e da qualche parte bisogna cominciare”.164 Non a caso Keynes, per evidenziare l’esistenza di questa autolimitazione, sottolineò che le sue proposte di politica economica non avrebbero potuto essere comprese se “il lettore non si fosse battuto per sfuggire agli usuali modi di pensare”165, che altrimenti lo avrebbero intrappolato nella situazione di cui soffriva.

Inutile dire che le vestali dei rapporti dominanti cercano a tutti i costi di negare che una simile possibilità di spingersi al di là dei limitati rapporti sociali ereditati esista realmente, perché la gabbia non sarebbe una trappola, ma solo il mondo nella sua cruda realtà. E’ il caso, ad esempio, di Beori e Galasso che, nel loro Contro i giovani 166, hanno teorizzato che i cosiddetti governi tecnici sarebbero superiori rispetto a quelli dei politici appunto perché, in occasione delle crisi, riuscirebbero ad imporre alla società il rispetto dei vincoli impliciti nei rapporti dominanti167, ponendo fine alla rozza e contraddittoria ricerca di possibili alternative. Il senso di disagio, che comincia ad emergere quando i rapporti dominati determinano il verificarsi di ripetute frustrazioni, viene così trattato come frutto di un’illusione, della quale occorrerebbe sbarazzarsi per godere della più ristretta libertà di cui si dispone nella gabbia, anche se essa non corrisponde alle proprie aspettative.  Come gioca tutto ciò nel problema che stiamo affrontando?

Abbiamo visto che quello salariato è diventato il rapporto produttivo prevalente, nonostante si sia consolidato solo negli ultimi duecento anni. Come è sempre accaduto per tutti i rapporti umani che sono diventati storicamente prevalenti per qualche generazione, la tendenza principale da parte degli individui è sin qui stata quella di trattarlo come un qualcosa di immanente, cioè di intrinsecamente corrispondente alla natura umana. Un’eventuale distanza può cominciare ad emergere solo nel caso in cui quel rapporto determina il verificarsi di ripetute frustrazioni, alle quali non si riesce a porre rimedio. Nel nostro caso, ciò corrisponde al ripresentarsi, com’è accaduto nell’ultimo quarto del Novecento e fino ad oggi, di una disoccupazione strutturale, non giustificata dalle condizioni materiali, alla quale né le imprese, né lo stato sono in grado di far fronte positivamente. Se a metà Novecento Keynes aveva dimostrato che il problema della disoccupazione era risolvibile con l’intervento dello stato, perché c’era una domanda potenziale facilmente metabolizzabile attraverso una spesa aggiuntiva non finalizzata al profitto, ora la situazione appare profondamente diversa. Come abbiamo sottolineato, dalla metà degli anni Settanta il moltiplicatore keynesiano è progressivamente caduto, e il suo stesso operare residuo è stato annullato dall’imposizione del principio antikeynesiano, secondo il quale lo stato non può spendere senza prima prelevare un’imposta equivalente alla sua spesa rispettando il principio del pareggio di bilancio. Ciò ha determinato una disoccupazione strutturale elevata alla quale, salvo momentanee attenuazioni, non si è riusciti a trovare rimedio. Tutti, fino agli anni Novanta, continuavano a sostenere che si trattava solo di un fenomeno transitorio,  che ben presto il lavoro sarebbe tornato a espandersi e, soprattutto, che questa espansione non ci sarebbe stato alcun bisogno del sostegno garantito dalla spesa pubblica. Per un po’ si è potuto concedere a coloro che avanzavano questa ipotesi la buona fede. Ma nei due decenni successivi la ripetizione pedissequa di questa parola d’ordine ha testimoniato il suo progressivo trasformarsi in una forma di falsa coscienza, nella quale i desideri dei conservatori si sono sostituiti sistematicamente ai fatti.

In che modo, i lavoratori salariati possono confrontarsi con questa realtà?  Se il lavoro salariato non è riproducibile è inevitabile che, nonostante la drastica diminuzione della natalità e l’enorme allungamento della formazione prelavorativa, l’offerta di forza lavoro sopravanzi strutturalmente la domanda di essa che si presenta sul mercato del lavoro. Per questo, come giustamente riconosce Marco Panara, “il lavoro finisce col non valere più”168. Ora, questa perdita di valore del lavoro non è un fenomeno al quale si può porre rimedio con appelli etici o con sollecitazioni ottative. Poiché si tratta di un fenomeno economico, la risposta deve intervenire sul terreno economico. E Keynes l’aveva fornita chiaramente non solo in Prospettive economiche ma anche nella Teoria generale. Si tratta di “ridurre l’offerta della forza lavoro che cerca un’occupazione, cioè di redistribuire [tra tutti] l’ammontare di lavoro esistente”, con un’inevitabile riduzione del tempo individuale di lavoro.169 Senza questa diminuzione dell’offerta la svalorizzazione della forza lavoro procede inesorabilmente,  e i lavoratori, che continuano a cercare un’occupazione alle stesse condizioni di prima, o anche peggiori, sono condannati a questuare le occasioni di partecipazione all’attività produttiva, trasformandosi di fatto, in totale contraddizione con la loro stessa indipendenza personale istituzionalmente stabilita, in servi. E se anche le forze politiche pretendessero di ignorare questa tendenza oggettiva, e approntassero altisonanti “Piani del lavoro” che non facessero leva sulla redistribuzione del lavoro, sarebbero inevitabilmente destinate al fallimento.

Il sistematico peggioramento delle condizioni lavorative e della remunerazione corrispondente derivano da questo meccanismo, al quale si può porre rimedio solo imparando dalla storia passata. Infatti, se da più di mezzo secolo non assistiamo più ad una caduta generale dei prezzi delle merci, ma quasi solo ad aumenti, è proprio perché le imprese hanno imparato a limitare l’offerta dei loro prodotti, abbandonando la pretesa prevalente in passato, di riuscire sempre ad incontrare una domanda adeguata per qualsiasi offerta facessero. Un fenomeno analogo deve intervenire sul mercato del lavoro per quanto riguarda l’offerta della forza lavoro, se si vuol evitare la svalorizzazione del lavoro. Si tratta di realizzare quel processo di consapevole sottomissione a sé dell’insieme dei rapporti economici che costituisce la conquista di una nuova forza produttiva sociale, una forza che il capitale ha sin qui imparato a sviluppare rozzamente, col marketing, con la programmazione aziendale, con il lobbysmo, con la pubblicità, oltre che con la corruzione,  ma solo per perseguire unilateralmente la sua vecchia finalità di un tornaconto privato. E’ però altrettanto ovvio che quanto meno i lavoratori prenderanno atto di questa necessità e, anzi, crederanno di potersi salvare accettando, come già stanno facendo170, di aumentare l’offerta di lavoro, tanto più la loro condizione servile tenderà ad aggravarsi. E’ ovvio che questa contrazione dell’offerta di forza lavoro sul mercato non possa e non debba esaurirsi in se stessa, perché altrimenti subentrerebbe solo un sistematico peggioramento del livello riproduttivo o, nel migliore dei casi, una sorta di stato stazionario. Il problema trova cioè una soluzione coerente solo se si instaura uno scenario completamente diverso, il terzo, che analizzeremo più avanti.

Per ragionare coerentemente su questa prospettiva è però necessario comprendere innanzi tutto perché la riduzione del tempo individuale di lavoro non può intervenire altrimenti che a parità di salario. La disoccupazione deriva dal fatto che una parte del lavoro, che prima era necessaria per ottenere il prodotto, viene resa superflua dal progresso tecnico, cioè dalla minimizzazione dei costi da parte delle imprese, con il ripetersi delle oscillazioni cicliche delle quali abbiamo già parlato. Come ha dimostrato Keynes, se non si vuole innescare una recessione derivante da una contrazione della domanda, i lavoratori licenziati debbono essere messi in grado di tornare a comperare il prodotto. Prima di Keynes, ciò dipendeva esclusivamente dalla disponibilità ad investire da parte delle imprese, dal credito fornito dalla banche o, in ultima istanza, dall’erogazione di un’indennità di disoccupazione adeguata. Con Keynes è venuto, invece, a dipendere in misura crescente dal lavoro creato dallo stato con la spesa pubblica. All’emergere della difficoltà di procedere con queste due modalità, la domanda necessaria a prevenire la svalorizzazione del prodotto, che costituisce la condizione per la continuazione dell’attività produttiva al livello raggiunto, può provenire solo dal fatto che i lavoratori si appropriano direttamente dei frutti dell’aumento della produttività, appunto perché il meccanismo che legava l’aumento della produttività alla riduzione dei redditi complessivi dei produttori viene disinnescato. Essendosi ridotta la capacità delle imprese di metabolizzare nuovi bisogni, ed essendosi contratta la capacità dello stato di allargare il campo dei diritti, solo la soddisfazione diretta dei bisogni individuali, resa possibile dalla riproduzione del reddito individuale e della spesa che ne consegue, può sostenere l’attività produttiva al livello raggiunto.171  I lavoratori dimostrerebbero così di aver acquisito non solo la capacità di incidere sull’offerta della forza lavoro, ma anche sulla sua domanda, visto che le opportunità di lavoro dipendono notoriamente dal livello della spesa aggregata, cioè dall’insieme dei bisogni che vanno incontro alla produzione di merci.

 

B) Un secondo scenario, non troppo diverso dal primo, è che si protragga l’indifferenza nei confronti del problema della riproducibilità del lavoro salariato, ma, poiché la crisi continuerà a mordere, si instauri un’opposizione interna al rapporto, praticata a livello personale, senza alcuna spinta ad una generalizzazione, cioè a trasformarla in un obiettivo politico. Accanto all’inevitabile dilagare del servilismo, che abbiamo appena descritto, ciò determinerà una riproduzione opportunistica del lavoro salariato, col crescere di una tendenza al parassitismo, che non potrà certo prevenire il ristagno economico e culturale.

Come ha esplicitamente spiegato Corrine Maier nel suo best-seller,  si tratterebbe “di far finta di lavorare, cosa che porta con sé due piacevoli conseguenze:  la prima è che si conserva senza fatica il proprio posto di lavoro, la seconda è che si diventa parassiti all’interno del sistema, contribuendo così ad accelerarne l’ineluttabile crollo”.172 Ma l’immaginare che questo comportamento determini un’ineluttabile crollo del sistema economico dal quale ci si vuole svincolare, e soprattutto che, se e  quando esso intervenga sfoci effettivamente in una situazione positiva, è decisamente illusorio. Non solo qualsiasi parassita è destinato, per definizione, a soccombere con il perire dell’organismo da cui dipende, ma come ha dimostrato il crollo di molte civiltà del passato, le persone possono adattarsi a vivere pauperisticamente per intere epoche storiche nelle rovine del mondo andato in frantumi. E solo grazie all’impegno e allo sviluppo di nuove capacità, che sappiano confrontarsi creativamente con i vecchi problemi, si può riprendere il cammino da dove è stato interrotto.

Accanto a questa forma di parassitismo interna al rapporto di lavoro salariato, può sopravvenire una spinta alla fuga dalla propria particolare condizione, fermo restando il quadro generale attraverso il quale il sistema economico si riproduce. E’ la prospettiva che, in Italia, ci è stata offerta da un altro best-seller, quel Ora basta di Simone Perrotti, che ha definito la propria proposta culturale nei seguenti inequivocabili termini:  “cambiare la vita da soli sembra una scelta troppo faticosa. Addirittura impossibile. Invece no … La rivoluzione dobbiamo farla a partire da noi, riprendendoci la nostra vita per essere finalmente liberi”173. Il senso della strategia suggerita nell’insieme del testo è chiaro:  ognuno cerchi di sottrarsi privatamente al rapporto di lavoro salariato. La convinzione che questo comportamento non determini un disordine generale, ha però come inevitabile corollario, come ha ben spiegato Marx, che il singolo possa emanciparsi dalla condizione di sudditanza materiale implicita nel suo lavoro salariato unicamente perché il resto del mondo non subisce contraccolpi. Una condizione che sussiste solo in quanto quel mondo continua ad essere riprodotto per lui dal lavoro salariato del resto della società. Se tutti cercassero di procedere sottraendosi al loro lavoro, senza produrre allo stesso tempo un altro mondo, visto che quel rapporto produttivo sostiene ancora la base economica della società, e per questo appare necessario, interverrebbe una catastrofe.

Ciò ci spinge a concludere che mentre nella posizione della Maier il parassitismo viene esplicitamente riconosciuto e accettato, nel secondo caso si ignora perfino il suo inevitabile sopravvenire.

 

C) C’è, infine, il terzo ed ultimo scenario, che per ora appare il meno probabile. Si riconosce e si accetta il problema della riproducibilità del rapporto di lavoro salariato, convenendo sulla sua centralità nel futuro prossimo venturo. Ciò renderà possibile impegnarsi politicamente e sindacalmente nel primo gradino della trasformazione, corrispondente alla riduzione dell’offerta di forza lavoro sul mercato, nella duplice forma della riduzione della durata della giornata lavorativa a parità di salario e della riduzione della durata della vita nella quale si è costretti a lavorare. Ma c’è un secondo gradino da affrontare, quasi in concomitanza col primo:  questa redistribuzione del lavoro rimasto fra tutti, a parità di salario, non deve infatti restare fine a se stessa, ma deve affiancarsi allo sviluppo di nuove forme di produzione, contraddistinte da un grado di libertà superiore rispetto al rapporto salariato e, più in generale, di denaro, e da una profonda trasformazione, come abbiamo già accennato, delle forme della soggettività e delle forme della  proprietà. Vale a dire che la rivendicazione di quell’obiettivo deve contenere immediatamente in sé la trasformazione delle capacità produttiva dell’individualità, della quale rappresenta una coerente estrinsecazione sociale.

Per comprendere come la spinta in questa direzione si sia già presentata, senza però rispettare le condizioni della sua praticabilità, dobbiamo fare un breve riferimento ad alcune delle implicazioni della proposta del cosiddetto reddito di cittadinanza, cara ad ampi settori dei critici più radicali dell’attuale assetto sociale. Implicazioni delle quali la maggior parte dei suoi stessi sostenitori non sono chiaramente consapevoli.  Come risulta evidente dalla stessa lettera della formula, il reddito di cittadinanza corrisponderebbe all’erogazione di una ricchezza della quale gli individui dovrebbero  potersi appropriare nella loro qualità di cittadini, a prescindere dallo svolgimento di un lavoro salariato. E’ evidente che se la produzione della ricchezza non poggiasse più sulla base rappresentata dal lavoro salariato, invece di continuare a dipendere, seppure in misura decrescente, da questo rapporto, una simile erogazione avrebbe un senso, perché lo stato potrebbe distribuire tra tutti una ricchezza che sgorga copiosa a prescindere da qualsiasi attività che deve essere svolta per far fronte alla necessità economica. Ma visto che la situazione non è questa, per evitare che quel reddito si risolva in un’appropriazione parassitaria da parte di alcuni del prodotto corrispondente, o che insorga un conflitto generalizzato su ciò che spetterebbe a ognuno, lo stato deve tener conto ed organizzare anche l’insieme delle condizioni – incluso lo svolgimento del lavoro complessivo – dalle quali quella ricchezza scaturisce. E deve farlo in una forma che favorisca il costituirsi di organismi democratici, nei quali gli individui imparano via via ad assumere su di sé questo compito organizzativo. Per questo lo stato può riconoscere un diritto al lavoro e alla remunerazione corrispondente, mentre  non può riconoscere un diritto limitato alla sola erogazione di un reddito di cittadinanza.

Per non cadere in errore bisogna sgomberare il campo da un frequente malinteso. Molti sostenitori di ciò che chiamano “reddito di cittadinanza” dicono apertamente che esso dovrebbe essere corrisposto solo a chi non trova un lavoro. Non si rendono conto che, in tal modo, stanno parlando di un istituto  che, più coerentemente e più prosaicamente, è sin qui stato definito come “indennità di disoccupazione”174. Una simile indennità scaturisce dal fatto che lo stato riconosce di aver fallito nel suo compito storico di garantire un diritto al lavoro per tutti e, a coloro che non trovano una collocazione sul mercato del lavoro, assicura comunque un reddito, perché sa che quel reddito è indispensabile non solo per farli vivere decorosamente, ma anche per permettere alla domanda aggregata di presentarsi al livello necessario per non mettere in discussione lo sviluppo raggiunto175. Ma l’indennità di disoccupazione spetta al cittadino in quanto cerca ancora di praticare il rapporto di lavoro salariato, cosicché egli procede con una duplice determinazione sociale. Tant’è vero che nella maggior parte dei paesi gli può essere revocata se rifiuta ripetutamente le opportunità di lavoro che gli vengono eventualmente offerte. Attribuire a questa indennità l’epiteto di reddito di cittadinanza tout court equivale a fare quello che le imprese normalmente fanno con la pubblicità, e cioè a sovradeterminare il significato di ciò di cui si sta parlando per imporne l’accettazione, senza sottomettersi ad una coerente formulazione del problema corrispondente. In altri termini, nella proposta c’è una fuga fantastica dalle difficoltà, non dissimile dalle forme di rivendicazione di un diritto al lavoro che si sono susseguite dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento.

E’ fuori di dubbio che, com’è implicito nell’indicazione di non ridurre il salario mentre si riduce il tempo di lavoro, la via d’uscita dalla crisi stia anche nell’appropriazione da parte degli stessi produttori della ricchezza che può essere prodotta al di là del principio di equivalenza dominante nel mondo delle merci. Ma ciò può aver luogo coerentemente solo se li si mettono allo stesso tempo in condizione di produrla, perché l’ostacolo sta nello svolgimento dello stesso processo produttivo e non solo nel momento dell’appropriazione dei suoi risultati. Se si pretende di far godere una ricchezza  con un mero atto di volontà, cioè con una decisione politica che non entra nel merito delle condizioni economiche che permettono la creazione dei mezzi di quel godimento, viene a mancare la produzione di quella soggettività nuova, in assenza della quale il passaggio in questione diventa arbitrario. Per questo l’indispensabile mutamento della proprietà – che media sia la produzione, sia l’appropriazione del prodotto - diventa difficilmente concepibile, e anche se riuscisse ad essere imposto con un atto potestativo privo di un fondamento economicamente razionale, potrebbe essere facilmente messo in discussione all’inevitabile emergere di fenomeni contraddittori, com’è successo negli ultimi trent’anni per il diritto al lavoro. Richiamando ancora Bobbio: il contrasto sociale non  si articola, in genere, sul sussistere o meno di un diritto, quando questo è entrato a far rozzamente parte del senso comune, ma su quello della sua praticabilità. E poiché il riconoscimento di questa praticabilità non è altro che lo sviluppo di una comune conoscenza del modo in cui quel diritto può essere goduto non contraddittoriamente, perché sostenuto da una programmazione condivisa delle forze che governano la dinamica del fenomeno,  è evidente che il problema della difficoltà di riprodurre il lavoro salariato sulla scala necessaria a garantire il pieno impiego non può essere risolto altrimenti che ripercorrendo, nella formazione sociale, la strada che in queste pagine abbiamo tracciato. Solo in questo modo il sapere corrispondente  può essere trasformato, nel prossimo futuro, in una componente essenziale delle capacità individuali sulle quale far leva per realizzare il cambiamento. Ciò richiede che, nei prossimi mesi e anni, si sviluppi  un movimento teso a dar corpo alla proprietà individuale; un movimento che avrà come primo obiettivo politico una drastica riduzione del tempo individuale di lavoro al livello che si dimostrerà necessario per garantire il pieno impiego, cioè la partecipazione di tutti al processo produttivo. Non sappiamo se questo livello si attesti oggi alle quindici ore settimanali previste da Keynes, o ancora al di sopra. Ma ciò può essere verificato attraverso una coerente programmazione del rapporto domanda-offerta, finalizzata non solo ad eliminare la disoccupazione, ma anche a sbarazzarsi di tutte quelle attività, che gli individui sono ancora costretti a svolgere solo perché da esse dipende la loro riproduzione, nonostante la loro palese inutilità.

Ma se la conquista della giornata di otto ore, proclamata come obiettivo universale dei lavoratori il 1° maggio del 1890, richiese una lotta mondiale che durò un cinquantennio176, si deve essere consapevoli che il passaggio del quale c’è oggi bisogno non sarà meno complesso e meno sofferto. Ma solo operando per attuarlo gli individui potranno elevarsi al rango di proprietari delle condizioni della loro stessa esistenza, riconoscendo comunitariamente che le risorse e le capacità esistenti sono il prodotto delle innumerevoli generazioni che li hanno preceduti, ed è assurdo sprecarne una gran quantità e subire passivamente un impoverimento economicamente ingiustificato, solo perché non si sa prendere atto dei limiti della forma di vita nella quale siamo immersi.

Qualcuno dirà, ma questo non è altro che il progetto comunista, per come è stato prospettato da Marx nella maggior parte dei suoi scritti,  perché non chiamarlo col suo vecchio nome?  La risposta è relativamente semplice. Coloro che si definiscono comunisti, al di là del bisogno che esprimono, hanno sin qui continuato a perdersi nei meandri  della sensibilità borghese, cadendo nell’errore cardinale che, a suo tempo, Marx imputò ai suoi compagni di strada. Sono stati, cioè, incapaci di concepire il cambiamento in forme che non fossero puramente politiche177, cosicché non hanno imparato a far esperienza delle enormi forze produttive sociali che sono state create sotterraneamente dalla società borghese, dalle lotte di classe e dallo Stato sociale keynesiano. Per questo hanno creduto di poterle subordinare a sé, restando gli stessi, e rivendicando una realtà diversa senza prima passare attraverso un processo di educazione di se stessi.  Poiché la proprietà individuale è la cosa178 che corrisponde al necessario sviluppo verso una consapevole metabolizzazione della comunità che abbiamo prodotto179, è ad essa che bisogna riferirsi per definire concretamente il proprio progetto comunitario, invece di smarrirsi misticamente dietro ad un progetto che, nella sua astrattezza, pretende di poter esprimere immediatamente l’universale. Chi dovesse sentirsi sminuito da questo passaggio, e volesse aggrapparsi al vecchio nome per  negare la necessità e il valore universale di questa evoluzione, dovrebbe interrogarsi sui motivi della crescente impotenza che caratterizza la sua azione, provando a percepire lo scarto esistente tra il proprio bisogno e l’oggetto al quale si riferisce. Se si rifiuta di prendere atto di questo scarto, si preclude l’esperienza della propria inadeguatezza rispetto al compito che sostiene di voler assumere su di sé. Ponendo la comunità politica per la quale ci si batte come espressione unilaterale del proprio potere, non riconosce che essa è, in nuce, l’inconsapevole e contraddittoria creazione degli esseri umani che ci hanno preceduti. E, soprattutto, non si rende conto che non basta sentirsi comunisti per esserlo. Vale qui l’annotazione del giovane Marx:  “è nella prassi che l’essere umano deve dar prova della verità, cioè della realtà e del potere – dell’esserci – del suo pensiero.”180 La situazione di confusione nella quale siamo precipitati preclude la possibilità di accontentarsi di proclamare ritualmente il bisogno della comunità. Questo bisogno, se esiste realmente, deve dare prova di essere capace di utilizzare i materiali sociali che i nostri predecessori, pur senza volerli creare necessariamente per noi, hanno prodotto. Materiali che, per essere goduti, debbono essere sfrondati della loro veste mercantile, della quale si sono rivestiti nella fase della loro originaria produzione,  ma debbono anche essere appropriati attraverso lo sviluppo di una sensibilità che deve ancora essere prodotta, che è molto più complessa della rivendicazione di un diritto. Per questo occorre anche sbarazzarsi delle fantasie di coloro che hanno affastellato sincreticamente i più disparati progetti per il superamento della crisi, senza tener in alcun conto la natura radicale del problema della riproducibilità del rapporto di lavoro salariato, ignorando la quale nessun potere potrà mai prendere corpo.181

 

 

Note

1 Il lettore deve ricordare che keynesianamente lo stato deve spendere senza badare alla copertura delle spese, ma unicamente alle possibilità tecniche della produzione. Ciò che è possibile solo immettendo in circolo il denaro necessario senza aumentare le imposte, che altrimenti decurterebbero la spesa privata.

2 John M. Keynes, The general theory …, cit. p. 161. In altri termini il soggetto potrebbe decide come spendere, ma non se spendere. E dunque sarebbe costretto a spendere anche in previsione di una perdita. Si tratterebbe, in altri termini, di obbligare gli individui a praticare proprio  quel comportamento che, secondo le fantasie degli economisti ortodossi, porrebbero in essere spontaneamente.

3 Ibidem, p. 235. “La disoccupazione consegue, per così dire, al fatto che la gente vuole la luna – i lavoratori non possono essere occupati se l’oggetto del desiderio (il denaro) è qualcosa che non può essere prodotto e la cui domanda non può essere prontamente contenuta. Non c’è altro rimedio che persuadere l’opinione pubblica che il formaggio erborinato è praticamente la stessa cosa e dotarsi di una fabbrica di formaggio erborinato (vale a dire una Banca Centrale) sotto il controllo statale.” Keynes era però profondamente contrario a qualsiasi sostegno monetario alla speculazione finanziaria, perché era convinto che il capitale monetario in sé non avesse alcuna produttività e le attività speculative avrebbero aggravato le incertezze che già causavano il ristagno produttivo.

4 Anche se espresse un giudizio apertamente positivo sulle strategie proposte dal Maggiore Douglas e da Silvio Gesell, finalizzate ad imporre una sorta di tassa sul denaro non speso.

5 Pochi oggi sanno che la deflazione è una piaga ancora più grave dell’inflazione, e fantasticano di una diminuzione generale dei prezzi come un processo positivo.

6 Si ricordi il nesso esistente tra livello della domanda e prezzo.

7 Per questo i lavoratori pubblici non possono essere considerati, a differenza di quelli impiegati dalle imprese, come parte del capitale.

8 Secondo il premio Nobel 2008, Paul Krugman, il moltiplicatore è oggi all’irrisorio livello di 1,5. Ma, visto che ovunque tende ad imporsi il principio del pareggio di bilancio, è inevitabile che esso cada a 0, perché gli effetti positivi della spesa vengono annullati dagli effetti negativi del prelievo fiscale.

9 Si tratta di un concetto che Lunghini ha ripetutamente avanzato nei lavori degli ultimi quindici anni. Vedi ad esempio L’età dello spreco, Bollati Boringhieri, Torino 1997.

10 Confermando così che è giunto alla sua vecchiaia.

11 E in questo limite sta forse il “segreto” della spinta odierna alle privatizzazioni.

12 Giovanni Pittalunga, Giampiero Cama,  Banche centrali e democrazia, Hoepli, Milano 2004, p. 7.

13 Ibidem, p. 79 e p. 144.

14 Keynes affronta il problema in La riforma monetaria.

15 Per gli apologeti del mercato qualsiasi tentativo di controllare i prezzi  equivale a quella che per la religione è una bestemmia

16 Per avere un’idea del fenomeno di cui stiamo parlando basta far riferimento alle “proprietà” degli allevatori di pollame ad inizio 2006, in occasione dei primi segnali di una possibile epidemia aviaria.

17 Salvo in quei rari casi nei quali si scoprirono vere e proprie truffe, come per Worldcom, la Enron, la Parmalat, ecc.

18 Anche se nessun contadino si limita a subire simile eventi, e semmai cerca di porvi rimedio.

19 Qui si vede come l’analisi di Marx sul denaro come potere sul lavoro risulti centrale per la comprensione dei problemi con i quali dobbiamo confrontarci

20 Con un’espressione decisamente imbecille, si dice che i mercati “giudicano” i comportamenti degli amministratori pubblici. Ma nessuno si rende conto che le cosiddette imprese di rating non sono affatto “i mercati”, come le vicende relative alla Arthur Andersen hanno ampiamente dimostrato.

21 E’ veramente paradossale che nessuno colga più il lassismo delle imprese private, nei molti modi in cui si esprime, non esclusa la volgarissima pubblicità che ci propinano ossessivamente.

22 E’ ovvio che la natura del debito pubblico è completamente diversa se a sottoscriverlo è chiamato l’Istituto di emissione invece dei privati.

23 Massimo Mucchetti, Il nuovo pericolo viene dai troppi debiti dei private, Il Corriere della Sera, 17.1.2009, p. 11. In questo articolo Mucchetti non affronta però il problema essenziale, se il debito sia o meno necessario.

24 John M. Keynes, The general theory …, cit. pp. 376-377.

25 Roberto Bagnoli, Debenedetti: sto con Giavazzi. Non si cerchino compromessi, Corriere della Sera, 19.3.2012. Ovviamente il problema non è quello di una proprietà sul posto di lavoro, ma solo il rispetto del principio che la forza lavoro, proprietà del lavoratore, deve essere utilizzata a prescindere da arbitri personali del “datore di lavoro”.

26 E poco conta che alcuni dei sostenitori di queste strategie, il cui fine sarebbe quello di “non alterare i meccanismi del mercato”, siano stati stimati ministri della Commissione Europea. L’unanime conferma costituisce solo la prova della direzione verso la quale muove il senso comune, non anche della sua giustezza. Per parlare fuori dai denti: anche il Duce e il Fuehrer godevano di un’ampia stima nei loro paesi prima della guerra, senza che ciò comportasse una validità delle loro strategie sociali e politiche.

27 Pittalunga e Cama, op. cit. p. 267.

28 Karl Marx, Friedrich Engels, Il manifesto del partito comunista, Einaudi, Torino 1962, p. 151. E’ noto che il testo fu scritto quasi interamente da Marx.

29 Un’angusta visione riproposta con l’abolizione delle tasse di successione attuata negli USA e in Italia negli anni recenti.

30 Karl Marx, Manoscritti economico filosofici …, cit. p. 116.

31 La critica religiosa di questo atteggiamento è nota, e va sotto al nome di mancanza di solidarietà. Ma la critica sociale radicale si distingue da quella mistica, appunto perché entra nel merito di come la ricchezza viene prodotta.

32 Il saccheggio e il brigantaggio erano infatti molto frequenti.

33 Pochi sanno o ricordano che chi praticava lo scambio ancora nel mondo greco subiva una forma di ostracismo sociale, vedendo preclusa la sua appartenenza alla polis.

34 Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica …, cit. Vol. II, p. 118.

35 Ma che le classi allora dominanti sperimentavano come loro “libertà”.

36 Sui quali è stata indubbiamente costruita la prima forma dell’umanità, ma dei quali la borghesia si è sbarazzata e si sta ulteriormente sbarazzando trasformano lo scambio nell’unico legame sociale.

37 Quanti, ad esempio, colgono la mole di lavoro che sta dietro ad un fatto apparentemente semplice come le previsioni meteorologiche?

38 Il fatto che l’impresa faccia tutto ciò al fine di guadagnare tutto il guadagnabile e di non subire perdite, non toglie il suo valore positivo oggettivo, perché rende possibile il coordinamento del rapporto domanda-offerta su una base superiore.

39 Il processo è giunto al culmine quando i sindacati, a partire dalla metà degli anni Settanta, hanno cominciato ad incidere sulla politica economica assumendo un ruolo sociale generale.

40 Karl Marx, Lineamenti fondamentali …, cit. vol. II, p. 84. Nella stessa misura in cui l’accettazione delle corvé in denaro da parte del signore feudale nei confronti del servo rappresenta il rintocco funebre del feudalesimo.

41 Federico Caffè, Lezioni di politica economica, cit. p. 215.

42 Fatta ovviamente eccezione per i periodi post-bellici, nei quali c’è stata un’ampia distruzione di mezzi di produzione e di infrastrutture.

43 Chi ricorda il movimento sindacale per l’autoriduzione delle bollette? Chi ricorda l’istituto dell’equo canone? Chi ricorda la scala mobile dei salari?

44 Non è questa la sede per approfondire questa tesi. La differenza tra una situazione nella quale il prezzo è concorrenziale, e dunque imposto dal mercato, ed una nella quale il venditore riesce a fissarlo, è oggetto di un’ampia ricerca in corso, che verrà pubblicata successivamente.

45 Espressione del prender corpo di una capacità programmatoria alla rovescia.

46 Che spesso “parlano” attraverso quegli ideologi noti come “società di rating”.

47 Corsivo nostro.

48 Luciano Lama, Intervista sul sindacato, cit. p. 90.

49 Proposta di progetto a medio termine, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 16-17. (Della Commissione che redasse il “Progetto” facevano parte: Barca, Massimo D’Alema, Macaluso, Minucci, Napolitano, Occhetto, Perna, Reichlin, Adriana Seroni, Tortorella, Zangheri.)

50 Ibidem, p. 21.

51 Ibidem, pp. 54-55.

52 Luciano Lama, ibidem, p. 123.

53 John M. Keynes, The general theory …, cit. pp. 220-221.

54 Vedi il bellissimo saggio Mistificazione, confusione e conflitto, di Ronald Laing, in AA.VV. L’altra pazzia, Feltrinelli, Milano 1975, pp. 317 e seg.

55 La citazione è da Berlusconi, in un contrasto con il Presidente della Confindustria nel 2005. Ma di analoghe se ne trovano nelle prese di posizione di quasi tutti gli uomini politici negli ultimi vent’anni e le stesse finanziarie degli ultimi anni sono state tutte tese a racimolare i soldi che mancano.

56 Nemmeno la tanto decantata riduzione del “cuneo fiscale” attuata dal governo Prodi, che rientra in questo approccio culturale, ha avuto un qualsiasi effetto positivo.

57 Dichiarazioni ripetute più volte dai dirigenti della Confindustria nel corso degli ultimi anni.

58 Lev S. Vygotskij, Il processo cognitivo, Borighieri, Torino 1987, pp. 135/152.

59 Si ricordi anche il “gioco” col tubo di cioccolatini e con le matite richiamato alla nota 31.

60 Si veda la magistrale opera di Lev Vigotskij, Pensiero e parola, Giunti Firenze 1966.

61 K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 5.

62 Cosicché la possibilità di un “libero pensiero” non può essere presupposta, visto che la capacità di liberarsi dalla costrizione situazionale non è naturalmente data.

63 K. Marx, Il capitale, Libro I, vol 1, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 89.

64 Non necessariamente di tutti gli aspetti del problema.

65 Fermo restando che quel “dato” costituisce il risultato della soluzione di problemi emersi in precedenza e risolti dalle generazioni passate. Si ricordino qui le argomentazioni di Gramsci sul “senso comune”.

66 Non va dimenticato che etimologicamente il termine problema deriva dal greco pro bàllein = gettare davanti.

67 L’esempio più limpido di questo modo di interazione è rappresentato da quelle moltitudini che da circa un trentennio manifestano nelle strade delle città del Mezzogiorno d’Italia limitandosi a ripetere lo slogan “lavoro, lavoro”.

68 Come ci ricorda un grande antropologo: “il principio che andare a letto sia qualcosa di naturale è assolutamente sbagliato”, anche se nel possedere un letto e nell’usarlo per dormire l’uomo moderno sperimenta una coerenza con il proprio essere, e dunque una sua “libertà”, che la maggior parte dei nostri antenati non contemplava. La citazione di Mauss si trova in Jacques Le Goff, Il corpo nel Medioevo, Laterza, Bari 2003.

69 Così, ad esempio, l’automobile appare dapprima come uno strumento di libertà, per poi decadere, con gli ingorghi urbani e con l’inquinamento a realtà contraddittoria.

70 L’espressione che rappresenta il miglior indice di una probabile incoerente formulazione del problema è quella “che sarebbe ora di rimboccarsi le maniche”.

71 Con interpretazioni, riti, procedure, norme, abitudini, ecc.

72 Uno splendido esempio concreto di questo modo di procedere l’ho trovato ne La scimmia in calzoni di Duncan Williams, Rusconi 1973, p. 80, dove si legge: “Alcuni anni fa, in un college a carattere confessionale, discussi il libro di John Robinson, Dio non è così con un gruppo di studenti, ragazzi intelligenti, che sapevano discutere... Quando però arrivammo al passo in cui Robinson parla del senso di sollievo provato da Julian Huxley nel liberarsi dall’idea di Dio ‘come essere soprannaturale’, capii che essi non avevano alcun bisogno di liberarsi da una tale idea: non l’avevano mai avuta”.

73 Inutile aggiungere che i bambini “non sanno di fare ciò”, ma è esattamente quello che fanno.

74 Se gli esseri umani sviluppati avessero una conoscenza seppur minima del modo in cui è stato conquistato il rapporto attraverso il quale i loro prodotti sono diventati scambiabili, assumendo la veste sociale della “merce”, una parte dell’evoluzione necessaria sarebbe già metodologicamente acquisita.

75 Com’è di fatto avvenuto negli ultimi trent’anni, nonostante quasi tutte le indagini giungessero alla conclusione che la maggioranza della popolazione considerava la disoccupazione come il problema sociale prioritario.

76 Per mia fortuna Fleck forniva così una spiegazione sensata dello sguardo ironico di coloro che consideravano “folle” il mio indagare sulla “natura della disoccupazione”, e mi consentiva negli anni Ottanta di non chiudermi sulla difensiva.

77 Vedi, ad esempio, Fausto Bertinotti Il comunismo del XXI secolo, Prefazione al Manifesto di Marx e di Engels, Edizioni Alegre, Roma 2005, p. 10.

78 Come sottolinea acutamente Konrad Lorenz nella sua opera più importante “L’altra faccia dello specchio”, Adelphi, Milano 1991, “Il processo del conoscere e le caratteristiche dell’oggetto della conoscenza non possono che essere analizzati contemporaneamente ..... (a causa) dell’unità che esiste tra ambedue queste componenti”. Pp. 21/22.

79 Ludwig Fleck, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico, Il Mulino, Bologna 1983 p. 233.

80 “... e questa cosa posta,” scrive Marx nei Manoscritti del ’44, “ invece di confermare se stessa, è soltanto una conferma dell’atto del porre che fissa per un attimo la sua energia in quanto prodotto e le attribuisce in apparenza - ma solo per un istante - la parte di un essere reale e per sé stante”. Ivi, p. 171.

81 Ivi, p. 107, Editori Riuniti, Roma 1969.

82 K. Marx - F. Engels, L’ideologia tedesca. Opere Complete vol. V, p. 207, Editori Riuniti, Roma 1972.

83 K. Marx, Manoscritti economico filosofici del ’44, p. 117, Einaudi Torino 1969.

84 K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. La Nuova Italia, Firenze 1970, vol. I, p. 101.

85 Lev S. Vygotskij, Il processo cognitivo, Boringhieri, Torino 1987 p. 141.

86 Per questo l’idea di un Io preesistente ai rapporti non regge. Solo dopo essere scaturito da rapporti, l’Io instaura a sua volta rapporti, nei quali può esprimere un grado maggiore, minore, o addirittura nullo di libertà rispetto ai rapporti che l’hanno fatto.

87 Nel nostro caso: il lavoratore cerca un’occupazione in quanto si riversa sul mercato, e chiede che gli sia garantita in quanto cittadino di uno stato moderno.

88 In modo decisamente spiritoso Wittgenstein formula lo stesso concetto sostenendo che “se le pulci dovessero sviluppare un rito, questo si riferirebbe inevitabilmente al cane”. Vedi Note al “Ramo d’Oro” di Frazer, Adelphi, Milano 1975.

89 Talvolta questo scollamento è estremamente drammatico. Basti pensare al morbo di Minamata (località del Giappone), conseguente alla trasformazione di una tradizionale fonte di sostentamento come il pesce in una fonte di avvelenamento devastante derivante dall’inquinamento da mercurio.

90 Solo in tal modo la nuova soggettività finirebbe infatti col non trovarsi in contrasto con quella preesistente. Purtroppo però solo raramente questa continuità viene rispettata. Il processo di sviluppo della soggettività umana interviene infatti in modo ancora prevalentemente “naturale” e cioè secondo le modalità già descritte da Marx. “Le condizioni sotto le quali gli individui, finché non è ancora apparsa la contraddizione, hanno relazioni tra loro, sono condizioni che appartengono alla loro individualità, non qualche cosa di esterno ad essi, condizioni sotto le quali soltanto questi individui determinati, esistenti in situazioni determinate, possono produrre la loro vita materiale e ciò che vi è connesso: esse sono quindi le condizioni della loro manifestazione personale e da questa sono prodotte. La determinata condizione nella quale essi producono corrisponde dunque, finché non è ancora apparsa la contraddizione, alla loro limitazione reale, alla loro esistenza unilaterale, la cui unilateralità si manifesta solo quando appare la contraddizione e quindi esiste solo per le generazioni posteriori. Allora questa condizione appare come un intralcio casuale, e si attribuisce anche all’epoca precedente la coscienza che essa fosse un intralcio”. K. Marx - F. Engels, L’ideologia tedesca. Opere complete vol. V, p. 68.

91 E’ il fenomeno che abbiamo richiamato nell’introduzione, riferendoci all’azione dei sindacati negli anni Settanta per far fronte alla disoccupazione giovanile.

92 “Nello sviluppo delle forze produttive si presenta uno stadio nel quale vengono fatte sorgere forze produttive e mezzi di relazione che nelle situazioni esistenti fanno solo del male, che non sono più forze produttive ma forze distruttive”. K. Marx - F. Engels, L’ideologia tedesca. Editori Riuniti, Roma 1972, p. 37.

93 L’espressione è di Goethe.

94 Chi osserva le statue romane del Nilo e del Tevere sulla Piazza del Campidoglio a Roma tende erroneamente ad accostarle a quelle che il Bernini ha scolpito quindici secoli dopo per la Fontana dei fiumi a Piazza Navona. Ma si tratta di due oggetti completamente diversi appunto perché le prime sono rappresentazioni di divinità, mentre le seconde sono solo rappresentazioni allegoriche.

95 Non va però dimenticato che con la lettura ortodossa delle crisi, si nega proprio l’esistenza di questa abbondanza e si ricorre alla mistificazione del sopravvenire di un impoverimento materiale.

96 “Al contrario di quello che credeva Keynes, la maggior parte delle persone non considera mai il problema economico risolto”. Benjamin M. Friedman, Economic well-being in a historical context, in Lorenzo Pecchi e Gustavo Piga, Revisiting Keynes, MIT Press, USA. “La sfida economica sarà sempre con noi. Il contesto locale forgia la percezione della qualità, la cui domanda non incontra alcun limite” Robert H. Frank, Context is more important than Keynes realized, ibidem, p. 148. “E’ difficile credere che giunga un momento in cui le persone possono sentire che il problema economico è risolto e l’accumulazione di capitale giunga alla fine. La spinta al miglioramento è sempre presente, a prescindere dal livello di vita raggiunto, e con essa il bisogno di risparmiare, di accumulare e di lavorare”. Pecchi - Piga, Ibidem, p. 12.

97 L’ideologia tedesca, cit. p. 30.

98 Da questo punto di vista è particolarmente significativo che taluni di coloro che appena un paio di anni or sono sostenevano che mancavano le risorse, e che lo Stato sociale andava conseguentemente ridimensionato, all’esplodere del boom borsistico di fine ’97 e inizio ’98, abbiano cominciato a sostenere che c’erano “troppi soldi”.

99 O addirittura contribuisce al suo degrado.

100 Karl Marx, Tesi su Feuerbach, Opere Complete, Vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 3.

101 Dopo una fase nella quale il modello era il Giappone, si è passati agli Stati Uniti, poi all’Olanda, al Galles e all’Irlanda, alla Danimarca. Salvo veder dissolversi qualsiasi modello con la crisi degli ultimi anni.

102 Un esempio concreto di questo orientamento è contenuto nell’intervento di Costanzo Preve al Convegno su Il giusto lavoro per un mondo giusto, Dalle 35 ore alla qualità del tempo di vita, Atti pubblicati a cura del Punto Rosso, Milano 1995 pp. 169/177. Non svolgiamo in questa sede una critica dell’approccio di coloro che non si chiedono neppure se ci sia o meno un soggetto capace di battersi per il cambiamento necessario appunto perché essi ignorano il problema che è al centro della nostra attenzione.

103 Lev S. Vygotskij, Il processo cognitivo, cit. p. 126.

104  Ibidem p. 128.

105  Ovviamente i sostenitori del neoliberismo fanno leva su questo aspetto, convinti che il soggetto non abbia anche capacità latenti; si riduca cioè a com’è stato fatto fino ad oggi, e sia incapace di farsi educare dai problemi che emergono.

106  Karl Marx, Tesi su Feuerbach. La traduzione è fatta direttamente dal testo tedesco riportato in Die Frueschriften, Alfred Kroener, Stuttgart 1964, p. 540.

107  L’asserzione è contenuta a p. 398 de L’altra faccia dello specchio. Cit.

108 Il fatto che l’eguaglianza sia un’eguaglianza “formale” non deve spingere a sottovalutare il progresso sociale che implica, rispetto alla preesistenti forme di dipendenza personale con appartenenza a diversi “stati” o “caste”.

109  Ci riferiamo qui alla “Dichiarazione di Indipendenza del Stati Uniti” e alla “Carta dei Diritti dell’Uomo” elaborata durante la Rivoluzione Francese.

110  Marco Revelli, La sinistra sociale, Bollati Boringhieri, Torino 1997, p. 51.

111  Karl Marx, Il capitale, Libro I, vol. 1, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 18.

112  Vedi l’articolo per la Rheinische Zeitung, Giustificazione del corrispondente della Mosella, in Karl Marx - Friedrich Engels, Opere Complete, Vol. 1, p. 349, Editori Riuniti Roma 1980.

113  Karl Marx - Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, cit., p. 306.

114  Karl Marx, Le lotte di classe in Francia, Editori Riuniti, Roma 1970, pp. 163-164.

115  Karl Marx, Il capitale, Libro I, vol. 1, cit. p. 87. Con questa formula Marx ha anticipato in forma sintetica sia alcune conquiste di Freud, sia alcune delle conquiste recenti che poggiano sulle più recenti teorie della coscienza.

116  Nelle quali lo scarto tra l’intenzione e l’effetto continua ad essere rilevante, anche se sulle ali del cambiamento esso non viene sperimentato

117  Gerald Edelman, Sulla materia della mente, Adelphi, Milano 1983. Personalmente ho trovato in questa categoria, elaborata negli ultimi decenni in psicologia, una forte analogia con la categoria gramsciana del “senso comune”.

118  Il dibattito sul futuro del comunismo, protrattosi infruttuosamente per un ventennio, costituisce un caso da manuale.

119  Non ci si fraintenda. Come abbiamo sin qui chiarito una prima soluzione è intervenuta con lo Stato sociale. Ma abbiamo anche aggiunto che, risolto questo problema, se ne sono presentati altri.

120  Si tratta di un problema complesso al quale ci si può avvicinare attraverso la lettura di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971.

121 Che per ogni componente della società, in conflitto con le altre, sono ovviamente diverse.

122 Ci esimiamo, in questa sede, dallo spiegare perché quello della produzione è il momento egemone, rinviando il lettore interessato alla prima parte dell’Introduzione del ’57, di Marx.

123 Nella storia di alcuni paesi ci sono stati tentativi abortiti di questo tipo di pratica, come ad esempio “l’imponibile di manodopera” nell’agricoltura italiana nel dopoguerra.

124 Tanto più che dopo aver prodotto il lavoratore sarà a sua volta in grado di far operare altri per lui, secondo la sua volontà, offrendo denaro.

125 Luigi Cavallaro ha cercato di ridimensionare il peso di questa realtà distinguendo la pura e semplice vendita della forza lavoro dal concorso per diventare pubblico dipendente. Ma come la selezione del personale di un’azienda privata comporta una forma di “concorso” tra candidati, così il concorso pubblico presuppone la ricerca di un posto di lavoro nel quale – fatta una relativa eccezione per pochi dirigenti di alto livello – i compiti sono decisi altrove.

126 Ed in particolare i critici delle teorie della “fine del lavoro”.

127 Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, cit. P. 38.

128 Ibidem, p. 306.

129 “Come attraverso il movimento della proprietà privata, della sua ricchezza e della sua miseria, la società in formazione trova innanzi a sé tutto il materiale necessario a questa educazione (dei sensi); così la società già formata produce l’uomo in tutta questa ricchezza del suo essere, produce l’uomo ricco e profondamente sensibile a tutto come sua stabile realtà”. Karl Marx, Manoscritti economico filosofici del ’44, cit. pp. 119/120.

130 Retribuzioni, orari di lavoro, maternità, malattia, permessi, ferie, festività, ecc.

131 E proprio perché questa idea, propria delle classi dominanti, è dominante, il senso comune ignora completamente il problema.

132 Vedi in particolare il Post-scriptum del 1991 a Su una gamba sola, Adelphi, Milano 1991, pp. 213-237.

133 Sigmund Freud, Die Verneinung Gesammelte Werke, vol. XIV, pp. 11-15. Una traduzione integrale si trova in Elvio Facchinelli, Il bambino dalle uova d’oro, Feltrinelli, Milano 1979.

134 Ibidem.

135 Questo modo di imporsi del principio del piacere è stato ampiamente descritto da Freud in Il disagio della civiltà, Bollati Boringhieri, 1971, pp. 208/221.

136 Karl Marx, Manoscritti del 1861-1863, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 53.

137 Cosicché il borghese che nel Settecento e nell’Ottocento lottava contro i vincoli feudali si considerava giustamente “persona”, perché stava assumendo la “maschera” umana coerente con lo sviluppo per il quale si batteva.

138 Inerente all’essere depositari di una soggettività adeguata alla vita umana.

139 Da qui il rifiuto aprioristico di qualsiasi critica radicale dei rapporti sociali prevalenti.

140 Chi ricorda che la schiavitù esisteva ancora quasi ovunque fino a centocinquant’anni fa?

141 Ci rendiamo conto che molti critici dei rapporti capitalistici, ignorando le condizioni di vita dei nostri antenati, proiettano in esse un’aura idilliaca. Ma basta vederli privati oggi di alcune delle conquiste moderne come elettricità, acqua, taxi, treni, aerei, ecc. per rilevare, dalla loro furia, che si tratta di fantasie.

142 Molti ingenui pensano che le manifestazioni di protesta siano già un qualcosa di concreto. Ma questo è vero solo là dove la manifestazione giunge alla fine di un processo di maturazione di capacità collettive, non quando essa esprime solo il bisogno di un cambiamento.

143 Questo può essere il senso dell’art. 4 della Costituzione Italiana dove si legge: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

144 Per questo Marx definisce la religione come “l’oppio del popolo”. In Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Karl Marx – Friedrich Engels, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 191.

145 Karl Marx, Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, Feltrinelli Reprint, Milano 1962.

146 Magari ribellandosi anche violentemente quando la riproduzione di questo rapporto peggiora drammaticamente le loro condizioni di vita.

147 Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, cit. p. 5. Vedi anche Karl Marx, Lineamenti fondamentali …, cit. vol. I, p. 218.

148 Non possiamo qui approfondire la questione, ma lo scambio di merci astrae sia dal particolare modo in cui la produzione avviene, sia dal modo in cui l’uso del prodotto condiziona la vita.

149 Al pari delle organizzazioni sociali che l’hanno preceduta.

150 Di recente Massimo Salvadori, nel ricostruire l’evoluzione e la crisi dell’idea di progresso non ha saputo prendere atto che stiamo attraversando una di queste confuse fasi di metabolizzazione dei cambiamenti intervenuti. Poiché per una fase ciò comporta l’emergere di una passività, che gli esseri umani rifiutano, il mondo sembra crollare. “Perché si passasse dalla fiducia nel progresso”, scrive, “inteso come sintesi del miglioramento delle condizioni spirituali e morali e di quelle materiali, ad un atteggiamento opposto occorreva che quella fiducia … subisse colpi devastanti ad opera dell’evoluzione sia spirituale, sia materiale dell’uomo.” Ma continuando a leggere scopriamo che questi “devastanti colpi” si riassumono nel permanere di un insieme “di problemi aperti”, che “sollevano grandi interrogativi”. Si tratta pertanto del fatto che la storia non si è conclusa, bensì viene riaperta dalla nuova base che è stata nel frattempo prodotta e ciò, ad animali ancora non abituati al cambiamento come gli umani odierni, causa un drammatico sconforto. Massimo L. Salvadori, L’idea di progresso, Donzelli, Roma 2006.

151 Karl Marx, Lineamenti fondamentali …, cit. vol. I, p. 317.

152 Vedi sopra

153 John M. Keynes, How to avoid a slump, in The Collected Writings, vol. XXI, cit. p. 393.

154 Si pensi alle controversie del 2011, tra la FIOM e la FIAT sulla totale inconsistenza programmatica degli investimenti in Italia, sbandierati unilateralmente dall’azienda, ma mai attuati.

155 Pochi sanno che le cure mediche, le spese per l’istruzione, le spese assistenziali rientrano tra i consumi.

156 Molti studiosi pensano ingenuamente che i cambiamenti possano e debbano intervenire quando le cose vanno bene. Ma se il lavoro salariato è forte, lo è perché anche il capitale si riproduce egregiamente. Mentre la crisi è il segno dell’impotenza di quest’ultimo, ed è in questo frangente che il lavoro salariato deve dimostrare di saper concepire coerentemente rapporti sociali superiori.

157 Ad esempio i cosiddetti “Contratti di solidarietà” e la “Cassa integrazione a rotazione”.

158 Come dimostrano le leggi sul lavoro approvate recentemente in Italia e in Francia.

159 Marco Panara, La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più, Laterza, Bari 2010, p. 134.

160 Sergio Garavini e altri, I giovani e il lavoro, de Donato, Bari 1984, p. 169.

161 Citato in Marco Panara, ibidem, p. 134.

162 Ci riferiamo, ovviamente, a coloro che erano nati e cresciuti in cattività, non a coloro che erano appena stati soggiogati.

163 Marco Panara, Il lavoro del futuro sarà poco e povero, la Repubblica A&F 6.2.2012. p. 1.

164 Ibidem, p. 3.

165 John M. Keynes, The general theory … cit., p. VIII.

166 Tito Boeri, Vincenzo Galasso, Contro i giovani, Mondadori, Milano 2007, p. 137. “Le riforme sono arrivate solo negli anni Novanta, a opera di governi di tecnici – poco legati alla politica – e in un periodo di grave crisi finanziaria. Quando le cose vanno male è più facile intervenire. Gli anglosassoni hanno un nome di donna per questo effetto: TINA, ovvero, There Is No Altenative, non c’è scelta”. Chi fa leva sulla paura degli interlocutori per spuntarla, a nostro avviso, dimostra di non avere alcuna fiducia nella fondatezza delle proprie argomentazioni.

167 Che, ovviamente, trasfigurano in vere e proprie “riforme”.

168 Marco Panara, ibidem, p. 132.

169 Ivi, p. 326.

170 Nel campo previdenziale, ad esempio, si è attuato un drastico allungamento della durata della vita lavorativa che, nel giro di un ventennio sta comportando un aumento del 20% dell’offerta di lavoro.

171E nel caso in cui questo passaggio non intervenga spontaneamente, la svalorizzazione può essere evitata solo riducendo il tempo di lavoro nella misura corrispondente alla mancata trasformazione dei bisogni in domanda, fermo restando il salario dato.

172  Corrine Maier, Buongiorno pigrizia, Bompiani, Milano 2005, p. 7.

173 Simone Perrotti, Ora basta. Filosofia e strategia di chi ce l’ha fatta. Chiarelettere, Milano 2009.

174 Molti provvedimenti legislativi regionali, pomposamente battezzati come riconoscimento di un reddito di cittadinanza, non possono essere nemmeno equiparati all’indennità di disoccupazione, visto che corrispondono in tutto e per tutto a ciò che fino a qualche tempo fa veniva chiamato “sussidio di assistenza”, perché la sua erogazione non è garantita su una base universalistica, ma solo nei limiti delle disponibilità di bilancio.

175 Gli economisti ortodossi, tipo Monti e Fornero, rovesciano il ragionamento sostenendo che occorrerebbe aumentare l’offerta, per permettere a quella domanda di presentarsi in un secondo momento.

176 Dal 1866, quando fu adottato dalla Prima Internazionale dei Lavoratori, al 1919, quando entrò in vigore per molte categorie.

177 Karl Marx, Glosse critiche in margine all’articolo “Il re di Prussia e la riforma sociale. Di un prussiano”. (Vorvärts!, 10.8.1844) in Opere complete, vol. III, cit. p. 218.

178 Si ricordi il modo in cui Marx concluse il Primo Libro del Capitale: “il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. E’ la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulle conquiste dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”. Ivi, cit. vol. 2, p. 826.

179 La comunità è ormai un dato di fatto, visto che ogni momento della vita di ognuno degli abitanti dei paesi sviluppati dipende continuamente dall’attività di migliaia di altre persone sparse per il mondo. L’azione puramente politica manifesta la volontà, ma non anche la capacità. Solo quando quest’ultima è maturata la volontà trova in essa un conduttore adeguata nella prassi, e non si esaurisce in un’infinita serie di manifestazioni che non sfociano mai nel risultato atteso.

180 Karl Marx, Tesi su Feurbach, Opere Complete, vol. V, cit. p. 3.

181 Non riprenderò qui la mia critica alle varie proposte che la sinistra ha disordinatamente assemblato negli anni Novanta e da inizio secolo. Rinvio il lettore interessato agli argomenti contenuti in Quel pane da spartire, che ritengo tutt’ora validi, e ai quali i miei interlocutori non hanno dato alcuna risposta.

 

Ultima modifica: 29 Giugno 2017