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E se il lavoro fosse senza futuro?

Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (IV Parte)

 

Quaderno Nr. 6/2016

Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

 

GIOVANNI MAZZETTI

2017

2016

Presentazione

Dopo aver ricostruito la genesi della tesi della fine del lavoro e aver richiamato le critiche che le sono state rivolte, nei quaderni precedenti abbiamo analizzato lo sviluppo del rapporto di lavoro.  In particolare ci siamo concentrati sia sulla prima fase, corrispondente all’affermarsi dei rapporti capitalistici, sia alla seconda fase nella quale, sulla base delle politiche keynesiane ha preso corpo lo stato sociale moderno.  Nelle pagine che seguono, e in quelle del successivo quaderno ci soffermiamo invece sull’evoluzione recente del rapporto di lavoro salariato, quando né il capitale, né lo stato sociale si sono dimostrati in grado di riprodurlo sulla scala necessaria a garantire un livello fisiologico di occupazione.

 

LIBRO  SECONDO

Il tramonto del lavoro salariato

 

Parte sesta

La caduta nel labirinto

 

Capitolo diciottesimo

 

Fenomenologia dello smarrimento sociale

 

“L’esigenza di abbandonare  le illusioni sulla propria

condizione   è l’esigenza  di abbandonare una condi-

zione che ha bisogno di illusioni.”  (Karl Marx 1843)

 

Iniziamo il nostro cammino esplorativo sul futuro del lavoro salariato riprendendo alcuni degli interrogativi che avevamo lasciato in sospeso.   Perché, dopo aver favorito lo sviluppo di un trentennio, il Welfare ha finito col trasformarsi in un contesto bloccato, nel quale gli individui non sanno più come superare le difficoltà che ostacolano la riproduzione sociale?  Per quale ragione l’egemonia culturale keynesiana, ancora salda a inizio anni Settanta, ha finito col recedere e poi, a partire dagli anni Ottanta, col dissolversi definitivamente?   Insomma, perché ci siamo persi?

L’epigrafe di Humphrey, con la quale abbiamo sintetizzato, all’inizio, il senso di questa nostra ricerca, può aiutarci a rispondere a questi quesiti senza restare intrappolati nei limiti propri delle categorie economiche, che da sole non consentono di cogliere adeguatamente l’insieme delle forze in campo. Nello svolgimento storico intervengono fasi nelle quali sopravvengono problemi per i quali la società non ha ancora elaborato un pensiero e un linguaggio adeguati, anche perché quei problemi costituiscono il sottoprodotto non intenzionale del progresso realizzato precedentemente.  In queste fasi sopravviene dapprima uno smarrimento, perché né la ragione, né i sentimenti trovano un veicolo adeguato per esprimersi coerentemente. Le persone oscillano infatti tra una sopravvalutazione delle possibilità, derivante da un’ignoranza dei limiti imposti dalle condizioni esistenti, e una loro sottovalutazione, determinata da una trasfigurazione di quelle condizioni in qualcosa di immutabile.  Ma è proprio in questi frangenti che la società può mostrare sia la sua sostanzialità, che la sua plasticità.  Può infatti riconoscere, nella prassi, che la forma di vita che la contraddistingue non costituisce un dato immanente, facendosi educare dalle circostanze nuove che hanno preso corpo con l’evoluzione sociale 1.  O viceversa, come stiamo facendo oggi in Europa, può irrigidirsi di fronte alle difficoltà sopraggiunte, pretendendo di procedere ancora alla vecchia maniera, fino a bloccarsi per i continui fallimenti.  E questo non perché rifiuti il bisogno di cambiamento, ma piuttosto perché è convinta di riuscire a realizzarlo compiutamente ferme restando le forme culturali che le sono proprie.  Ma se queste forme non contengono la sensibilità necessaria a rappresentare adeguatamente i problemi, perché il mondo nuovo non è caratterizzato solo da elementi di continuità, ma anche di rottura rispetto a quello che l’ha preceduto, è evidente che la soluzione non può essere elaborata in maniera piana.  Con l’inevitabile sopravvenire di un’impotenza.

In questo caso, le circostanze ereditate dal passato, e le forme del pensiero che a quelle circostanze corrispondevano, finiscono col pesare come macigni sulla mente dei viventi, limitando il processo di metabolizzazione del nuovo.  Questa gravitazione retroversa del comportamento umano, all’emergere delle difficoltà riproduttive, appare, purtroppo, come una sorta di “legge” generale, che non si è manifestata solo nelle vicende dello Stato sociale.   Per questo ci sembra opportuno soffermarci brevemente su uno svolgimento della vita precedente, che consente di descrivere il suo modo di operare.

 

Quando l’ombra del passato oscura il presente

Perché mai nella storia si sono registrati ricorrentemente forti conflitti di natura religiosa, che là dove continuano ad intervenire appaiono oggi anacronistici?  Una risposta non troppo elaborata, ma corrispondente al livello al quale stiamo cercando di muoverci è:  la religione contribuiva a dare immediatamente alla vita la particolare forma che assumeva.  Ogni religione, non arrivando a costituire “oggetto” nei confronti di chi la professava, bensì espressione immediata del suo stesso “essere”, e dunque elemento costitutivo della vita individuale e collettiva, poteva soltanto apparire “vera” – per chi la praticava – o “falsa”, per tutti coloro che ne praticavano di diverse.  Un’opposizione che, non trovando compensazione in altre sfere dell’esistenza, rendeva estremamente difficile ogni accettazione di una reciproca appartenenza;  cioè precludeva l’emergere anche solo di un embrione di umana universalità.  Gli stessi romani, che col loro imperialismo furono coerenti metabolizzatori di molte religioni, non esitarono a perseguitare i cristiani a più riprese, perché percepirono il carattere rivoluzionario di quella religione rispetto ai loro rapporti.2

Inutile ricordare che, quando emerge, quasi sempre una religione rappresenta una forza sociale positiva 3 in quanto, favorendo l’elaborazione di strategie (riti) finalizzate a conoscere e ad influenzare il potere o i poteri ai quali attribuisce una “sacralità”, contribuisce alla costruzione della forma di vita che finirà per imporsi.  Vale a dire che accompagna gli esseri umani per mano mentre cercano di stabilire relazioni, indubbiamente avvolte da veli mistici, ma da molti punti di vista coerenti con le condizioni della loro esistenza, che riguardano la caccia, le coltivazioni, l’alimentazione,  la sessualità, la morte, il rapporto con la natura circostante e col resto dell’umanità, la spiegazione della propria esistenza, ecc. 4   Un ruolo storico del quale non possiamo qui approfondire gli svolgimenti e che trova il suo ultimo passaggio col cristianesimo, quando “dio” si fa finalmente uomo, ed educa, come essere umano, gli altri umani alla costruzione di rapporti universali tra loro.

Ora, proprio perché gli individui, che a fine Settecento cominciano a battersi per l’emancipazione religiosa, sono cresciuti su un terreno culturale intimamente intriso della forma religiosa, interviene un apparente paradosso.  La rivendicazione delle libertà individuali, che includono la libertà di religione, viene infatti formulata all’epoca chiamando in causa la “dotazione” con la quale ogni individuo singolo verrebbe al mondo, cioè la sua stessa creazione.  La libertà dei moderni non viene dunque concepita come un qualcosa che gli stessi individui  “introducono” nelle loro relazioni reciproche, come manifestazione di uno sviluppo umano, bensì come un attributo immanente del loro essere, stabilito dal “creatore” una volta per tutte, e per tutti.  La modalità nella quale viene rappresentato il potere umano che si cerca di introdurre è cioè espressa nelle forme proprie della cultura che si cerca di trascendere, cosicché la rottura del contenuto non corrisponde affatto ad una rottura nel modo di sperimentare il processo che la determina.5  (Uno splendido esempio di questa dinamica contraddittoria, che riassume in sé sia il cambiamento che la conservazione, è fornita dall’anacronistica parola d’ordine del Meeting di Comunione e Liberazione del 2005, che recitava:  “il più grande regalo che il cielo ha fatto agli uomini è la libertà”.  Lo slogan testimonia che c’è un’educazione imposta dalle nuove circostanze – si dice infatti che la libertà è cosa buona, un dono - ma evidenzia anche che essa è solo subita, visto che viene concepita come manifestazione di un potere sovrastante e non come una conquista umana.)  Tuttavia, quanto più, con il procedere dello sviluppo borghese, l’emancipazione dà i suoi frutti, e il mondo esterno viene progressivamente sottomesso, attraverso il lavoro e gli scambi commerciali, tanto più si comincia a intuire che le facoltà in questione, inclusa quella di riconoscersi reciprocamente una “libertà”, non promanano da una divinità, bensì sono una conquista degli esseri umani.   Se l’intero processo sfociasse nel suo risultato necessario, con un superamento della natura prevalentemente intuitiva del cambiamento per il quale ci si è battuti, interverrebbe il definitivo dissolvimento di dio 6, come figura altra della propria socialità.

Questo passaggio risolutorio tuttavia non ha luogo, se non che accidentalmente, per questo o quell’individuo, per questo o quel gruppo; mentre la società nel suo complesso continua a rimasticare svogliatamente una moltitudine di residui mistici sulla propria condizione umana ereditati dal passato.  Ma il nuovo dio, pur conservando quasi sempre lo stesso nome e una figura analoga al vecchio dio 7, non può più essere quello di prima.8  Nel migliore dei casi costituisce solo un suo simulacro.  E infatti la sua rappresentazione viene progressivamente modellata su una base che riflette il dissolversi della subordinazione individuale a forze sperimentate come sovrastanti.  Da entità indiscutibile ed estranea alla particolarità dei singoli, scivola progressivamente a soggetto altro, nel quale i singoli esprimono la propria particolare forma di generalità in gestazione o acquisita 9.  La libertà di religione, conseguente al fatto che lo stato, e soprattutto il clero, non sono più considerati come depositari di un’universale “verità” nei riguardi dei rapporti con la divinità, sfocia pertanto nella costruzione di un dio privato.   Muore il dio di tutti e compaiono sulla scena una moltitudine di dei 10 - corrispondenti all’immediata proiezione di sé o del proprio gruppo di appartenenza nel contesto - che sgomitano per imporsi come l’unico vero dio.  E’ una trappola nella quale, ad un certo punto, viene catturato lo stesso clero che, dimentico dell’insegnamento di Mosè, si frantuma in una moltitudine di chiese e si fa sostenitore di forme particolari di religiosità, alle quali attribuisce in proprio una valenza universale contro le altre.  Come si esprime Marx, parlando degli USA del suo tempo, quando ormai il processo è giunto alle sue estreme conseguenze:  “L’infinito frazionamento della religione nel Nord-America le conferisce già esternamente la forma di una faccenda puramente individuale”. 11

La religione finisce così col “non costituire più il fondamento, bensì soltanto il fenomeno della limitatezza mondana” 12.  In termini più diretti, ciò vuol dire che mentre prima il riferimento a dio costituiva una costruzione necessaria per poter concepire se stessi produttivamente, perché gli esseri umani non erano in grado di riconoscersi neppure lontanamente come produttori della loro stessa esistenza, ed attribuivano il loro essere e i loro mezzi di esistenza al volere e ai favori divini, ora, che invece cominciano a riconoscersi praticamente come artefici di ciò che sono, non riescono comunque a fare a meno di quella figura ereditata dal passato per rappresentare a se stessi la loro nuova individualità. Non conta che essi non abbiano più oggettivamente bisogno della mediazione che ha prevalso in passato; per andare “avanti” essi debbono astrarre da ciò che stanno diventando, credendo di rimanere gli stessi.  Ma la loro vita sociale procede su una base diversa dai riti mistici e dal rispetto delle leggi divine 13, una base che poggia sempre di più sulle conoscenze acquisite scientificamente e sui risultati del lavoro.  Per negare la propria limitatezza, invece di creare le condizioni per la costruzione consapevole di un potere umano che non è già dato – appunto perché non può più essere concepito in forme esteriori, e dunque religiose - si afferma a priori il valore universale della propria particolarità, rivestendola della vecchia maschera divina – riadattata ai mutamenti intervenuti – con la convinzione che questo adattamento garantisca quell’universalità nuova alla quale si aspira.  Una negazione che, con un grado di mistificazione crescente, si trascina da più di due secoli.  Si comprende così come il paese tecnicamente e scientificamente più avanzato 14, gli Stati Uniti d’America, all’inizio del terzo millennio sia ancora teatro di uno scontro radicale, nel quale più di metà della popolazione si batte per l’insegnamento nelle scuole della ricostruzione biblica della “creazione” come ipotesi “realistica” di spiegazione dell’esistenza del genere umano, e un Presidente, eletto per ben due volte, abbia potuto dichiarare apertamente nel XXI secolo di “rivolgersi a dio” come ispiratore 15 delle sue decisioni belliche di politica estera!

Ma perché mai l’ostinazione ad aggrapparsi al mito religioso è così forte?  Per le semplice ragione che senza di esso il singolo, che subisce lo sviluppo del quale è motore senza esserne il soggetto pienamente consapevole, sarebbe soggettivamente nudo, cioè privo di un qualsiasi principio orientativo positivo sul quale fare affidamento a priori.  Basta rileggere il carteggio tra Freud e Pfister, e La fine di un’illusione dello stesso Freud, 16 per rendersi conto che la religione è stata un elemento essenziale del processo di incivilimento degli esseri umani.  Ma lo è stata all’interno di un insieme di limiti che sono stati trascesi da lungo tempo.  La vita stessa, nelle sue nuove forme conseguite allo sviluppo, ha finito così inevitabilmente col distruggere la coerenza delle coordinate religiose, all’interno delle quali l’esistenza umana dei nostri antenati aveva potuto svolgersi.  Ora, è proprio dall’accettazione di questo disorientamento che si deve procedere, se si vuol provare ad uscire dal labirinto.  Ma è proprio il rifiuto di questo disorientamento che interviene quando ci si ostina a formulare i propri percorsi sociali odierni come manifestazione di un “rapporto con dio”. 17  Per rifiutare la passività connessa all’accettazione del disorientamento, ci si affida alle vecchie forme di passività, nei confronti delle quali si sente di poter praticare un comportamento attivo, che appare coerentemente orientato, perché garantito dall’esperienza dalla quale promana la soggettività consolidata in passato.

Dal riconoscimento di questo stato di cose muovono, in genere, i nichilisti per sostenere che non c’è e non può esserci alcun filo conduttore, e che dunque sarebbe stolto sperare di uscire dallo stato confusionale nel quale siamo precipitati, perché la vita umana procederebbe in generale in un labirinto.  E se non può esserci alcun ordine condiviso non possono ovviamente esserci “valori” e “verità”.  Neppure quelli dotati di una validità storica, cioè momentaneamente corrispondente alle circostanze.  Ma  come ci ricorda Erik Erikson, “la forza umana dipende da un processo totale che regola contemporaneamente la sequenza delle generazioni e la struttura della società” 18.  Se lo stesso mondo animale registra i propri successi evolutivi, quando intervengono, solo attraverso il susseguirsi di adattamenti passivi alle condizioni esterne della riproduzione di ciascuna specie e lo sviluppo di mutamenti genetici e istintivi, e dunque con un cambiamento che interviene ad entrambi i livelli riproduttivi, ciò è tanto più vero per gli esseri umani, che non possono pretendere di trasformare le circostanze, per renderle coerenti con le loro condizioni di esistenza e i loro bisogni, senza interagire diversamente con quelle condizioni e senza interrogarsi criticamente sulla forma di manifestazione di  quei bisogni, cioè sulla loro stessa individualità sociale.

Se manca questo orientamento verso una  “regolazione alternativa” – con lo sviluppo di una soggettività “altra” - gli individui non possono che precipitare in uno stato di impotenza, perché le loro nuove forze non hanno la possibilità di estrinsecarsi alla luce del presente, bensì vengono coperte dall’oscurità che su di esse proiettano le conquiste passate. Poiché ogni generazione procede su un terreno che è  diverso da quello che è stato calpestato dalle generazioni precedenti, appunto perché queste ultime cambiano profondamente le circostanze nelle quali la vita di volta in volta si estrinseca, non sempre il filo è già dato, e spessissimo deve essere filato ex-novo.   E non può essere filato ad arbitrio, bensì solo rielaborando il materiale che è stato prodotto dalle generazioni precedenti, alla luce di ciò che vi è di nuovo.

 

Le condizioni per metabolizzare il nuovo

Richiamiamo un passo fondamentale di Marx relativo al processo di trasformazione sociale che stiamo cercando di rappresentare.  “Le condizioni sotto le quali gli individui, finché non è ancora apparsa la contraddizione, hanno relazioni tra loro, sono condizioni che appartengono alla loro individualità, non qualcosa di esterno ad essi, condizioni sotto le quali soltanto questi individui determinati, esistenti in situazioni determinate, possono produrre la vita materiale, e ciò che vi è connesso; esse sono quindi le condizioni della loro manifestazione personale, e da questa sono prodotte.  La determinata situazione nella quale essi producono corrisponde, finché non è ancora apparsa la contraddizione, alla loro limitazione reale, alla loro esistenza unilaterale, la cui unilateralità si manifesta soltanto quando appare la contraddizione, e quindi esiste solo per le generazioni posteriori.  [Quando queste hanno imparato ad affrontare la contraddizione] questa condizione appare come un intralcio casuale, e allora [naturalizzando la conquista] si attribuisce anche all’epoca precedente la coscienza che essa è un intralcio”. 19   Ma quando interviene il tentativo di affrontare il problema riconoscendo la sua natura contraddittoria – ad esempio evitare che la disoccupazione strutturale permanga o si aggravi – ciò è dovuto al fatto che i risultati si scostano sistematicamente dalle proprie anticipazioni.  Il vecchio ordine non si ripresenta e, in quello che viene percepito come un disordine, si tenta di individuare le trasformazioni che permettono di costruire un nuovo ordine.  In questo processo “non si modificano però soltanto le condizioni oggettive … ma anche i produttori, in quanto estrinsecano nuove qualità, sviluppano e trasformano se stessi attraverso la produzione, creano nuove forze e nuove concezioni, nuovi tipi di relazioni, nuovi bisogni e un nuovo linguaggio” 20. Che però debbono imparare a strutturare come un tutto coerente.  E’ a questo secondo livello che, quasi sempre, si presenta un ostacolo. Se le vecchie forme di pensiero, le preesistenti pratiche e i precedenti valori non vengono realmente superati, ma solo subordinati all’interesse che di volta in volta trionfa, continuano a trascinarsi mistificati accanto ad esso, aggrovigliando il procedere sociale in continue contraddizioni.

Nelle fasi di transizione subentra dunque un problema centrale:  in che modo metabolizzare il nuovo che è stato prodotto? In che modo ricollegarsi al cammino percorso prima dello smarrimento, individuando un senso, coerente con quello passato, ma diverso da esso, che consenta di orientarsi positivamente nelle nuove circostanze?  Senza questa metabolizzazione consapevole e critica delle novità, le nuove forze produttive, le nuove facoltà, finiscono con l’operare senza un principio guida coerente, e con lo schiantarsi sugli ulteriori problemi che di volta in volta emergono.   Un evento che finisce solo col dimostrare che gli esseri umani non sono ancora maturi per il tipo di vita che stanno faticosamente cercando di  instaurare. 21

Ora, se articolazioni del sapere consolidate da quasi due secoli di ricerche scientifiche, come quelle della geognosia e dell’evoluzione delle specie, stentano ad imporsi come principio guida dell’azione sociale, e la mappatura dell’essere umani prevalente nel senso comune si ostina a percorrere vie creazionistiche, valide per il lontano passato, ma inconsistenti per il presente, non c’è da stupirsi se una conquista recentissima come lo Stato sociale stenti ancora ad apparire anche come un patrimonio culturale degli individui singoli.  E, conseguentemente, se ne misconosca la natura.  Imposto dalla necessità di far fronte alla tendenza strutturale al ristagno della società capitalistica lasciata a se stessa; prospettato consapevolmente da pochi studiosi che sono stati a lungo emarginati,  esso ha finito, nel senso comune, con l’essere degradato a evento determinato dall’arbitrio della volontà.  E proprio perché la volontà è concepita come ”libera”, all’emergere di difficoltà, ha potuto esser messo in discussione con grande facilità, negando la necessità di un crescente intervento pubblico nell’economia.

Ma, al di là di tutti i ragionamenti relativi al modo di procedere degli esseri umani in generale, come possiamo dar concretamente conto dello smarrimento che si è espresso nella crisi di questa formazione sociale?

 

L’emancipazione corrispondente allo Stato sociale e la sua negazione da parte dei conservatori

L’abbiamo ricordato sopra con le parole di Beveridge:  il nocciolo dello Stato sociale sta nel riconoscimento del fatto che, ad un elevato grado dello sviluppo capitalistico, il denaro (e il mercato, del quale è mediatore, ma non coordinatore) non fornisce una misura adeguata della disponibilità delle risorse ed un’efficace metabolizzazione dei bisogni esistenti.  Per soddisfare i bisogni al livello tecnicamente possibile, occorre pertanto organizzare l’attività produttiva complessiva su una base programmatoria, che trascende il rapporto di denaro. 22  Ma come i conservatori del tempo di Freud ritenevano impossibile sbarazzarsi della religione 23, perché in tal caso la società umana, secondo loro, sarebbe precipitata in un caos totale, così per i conservatori sul terreno economico, sarebbe impossibile acquisire una vera signoria sul denaro, e ogni tentativo di praticarla sfocerebbe nel caos economico.  Per questo essi “predicano” tuttora a favore della concorrenza, venerano il mercato, e nominano improbabili “sacerdoti” ad imporla autoritariamente 24. Nella loro reazione c’è però un’evidente mistificazione, sulla quale occorre spendere qualche parola, appunto perché contribuisce ad intrappolare il pensiero di molti studiosi.

Il sistema dei prezzi corrisponde ad un procedere casuale dell’insieme dei produttori 25, nel quale il risultato dell’azione produttiva di ognuno – ed in particolare il suo valore sociale – viene verificato solo a posteriori attraverso l’attribuzione da parte del mercato di un prezzo. Se il prezzo spuntato al momento della vendita copre i costi corrispondenti, conferma sia l’utilità sociale, sia l’efficienza  dell’attività produttiva svolta privatamente, con la trasformazione del suo risultato in “denaro”, cioè in un potere di compera dei risultati dell’attività altrui. 26  L’abbiamo già accennato, fintanto che gli scambi si presentano come un fenomeno marginale nella vita di ognuno 27 e la produzione poggia quasi del tutto su una base diversa - quella comunitaria o servile - i limiti di questo modo di procedere non incidono sul processo riproduttivo negativamente; anzi forniscono una misura coerente del ristretto spazio sociale nel quale lo scambio interviene.  Se lo scambio è così sporadico da presentarsi come un accidente, e  non come un comportamento abitudinario, non dà ovviamente un’impronta alla vita, appunto perché i beni non vengono prodotti per essere venduti (e comperati).  Pertanto la mancata compravendita non può essere considerata come una contraddizione e costituisce, semmai, una coerente manifestazione della volontà di  coloro che, comparsa la sua possibilità, si astengono dallo scambio, appunto perché si sentono e sono liberi di praticare o meno questo rapporto.  Ma quando sopravviene il mercato mondiale, e gli esseri umani dei paesi sviluppati dipendono in generale gli uni dagli altri attraverso lo scambio, il quadro è completamente diverso.  Se il produttore, che ora produce per vendere, pur avendo agito privatamente, ha imbroccato le previsioni ed ha prodotto in corrispondenza degli effettivi bisogni e possibilità altrui, spunta un prezzo che gli consente di coprire i costi e (se capitalista) un eventuale guadagno.   Potrà dunque far valere un potere di appropriazione sulla produzione altrui eguale a/o maggiore di quello che, sopportando dei costi, ha immesso nel processo produttivo.  Scoprendo a posteriori di aver effettivamente contribuito alla produzione della ricchezza, può godere di una parte di essa in misura equivalente al suo contributo. Se invece ha sbagliato spunterà un prezzo che non gli permetterà di coprire i costi, e dunque dovrà rinunciare ad una parte del suo potere (denaro).   Poiché la sua vita dipende dall’acquisizione di quel denaro, questo esito costituisce un “fallimento”. Egli, pertanto, tenderà a non ripetere quell’operazione produttiva, perché continuando a comperare (per produrre e per vivere) senza riuscire a vendere si troverebbe ben presto senza denaro, e verrebbe estromesso dal mercato, perdendo la stessa capacità di riprodursi.  Per evitare questo esito, esplorerà vie diverse, cercando di introdurre un cambiamento nel processo produttivo. 28

Come abbiamo ricordato sopra, data questa dinamica, che nel corso delle crisi assume forme esplosive, le imprese e i sindacati (che organizzano la riproduzione della forza lavoro) puntano, ben presto, ad organizzarsi in modo da non essere interamente subordinati al mercato. Un passaggio che corrisponde necessariamente all’acquisizione di conoscenze e allo sviluppo di pratiche che permettono loro di non essere più completamente sottomessi al procedere casuale dei rapporti.  Ad esempio le imprese più efficienti sbaragliano numerosi concorrenti, centralizzano i processi produttivi, precedentemente organizzati da piccole imprese su base locale, e raccolgono informazioni sul comportamento dei loro concorrenti residui e dei consumatori per adeguarsi anticipatamente agli elementi che condizionano l’esito della loro azione.  Via via ampliano la loro capacità di investimento mediante l’organizzazione in società per azioni.  Così come i sindacati cercano di conoscere il numero potenziale dei lavoratori di ciascun settore, le condizioni del loro lavoro, e di organizzarli in modo da ridurre la concorrenza reciproca;   fino ad integrare, talvolta, le varie branche del lavoro in un vero e proprio rapporto di classe.   In tal modo il prezzo, cioè la quantità di denaro nella quale si esprime il potere sociale di ognuno sulla produzione complessiva sociale, non è più determinato immediatamente dal mercato, bensì è condizionato dalle nuove conoscenze nel frattempo acquisite, e dall’interazione consapevole col mercato che rendono possibile.  Diventa meno effetto di una relazione oggettiva, e più espressione di una embrionale capacità soggettiva di spingersi al di là dei limiti dell’agire privato.  Per essere più chiari:  se un’impresa oligopolistica fa in modo di conoscere la domanda potenziale di un prodotto, evitando di affidarsi al mercato e operando col marketing, non produrrà una quantità di quella merce che eccede le possibilità di sbocco, così da non subire né i costi relativi, né la caduta di prezzo che scaturirebbe dallo squilibrio, come invece sarebbe spinta a fare se continuasse a privilegiare il solo lato dell’offerta 29.  Se è già in grado di offrire una quantità maggiore di merci, cercherà di conoscere gli elementi che influenzano la domanda dei suoi prodotti e di condizionarli.  Analogamente, quando i lavoratori scoprono che la contrattazione individuale o di impresa li pone in una situazione di debolezza, cercheranno di imporre contratti collettivi validi per tutto il settore produttivo, rinunciando ai vantaggi incidentali, dei quali taluni potrebbero momentaneamente godere procedendo per proprio conto.  Insomma i cosiddetti “fallimenti del mercato” favoriscono l’emergere di pratiche che puntano a trascendere i limiti del mercato già sul terreno degli stessi rapporti privati, che strutturano il mercato.  Un comportamento analogo a quello che abbiamo analizzato sopra, quando abbiamo rilevato che, all’inizio, si rivendica una libertà di religione su una base religiosa.

Si tratta di un fenomeno che il senso comune ha grandi difficoltà ad afferrare 30, appunto perché il comportamento economico in questione presenta una duplice determinazione.  Da un lato, la finalità soggettiva appare del tutto uguale a quella prevalente nella fase storica precedente, quando il soggetto era interamente sottomesso al mercato e si limitava a praticare il rapporto di merce:  le imprese puntano a massimizzare i ricavi, i lavoratori a trovare un’occupazione stabile e ben retribuita.  Ma su questa base interviene ora uno svolgimento dell’organizzazione, grazie al quale il soggetto non lascia più completamente alle forze oggettive del mercato il potere di determinare la sua partecipazione al processo di produzione e di appropriazione della ricchezza.  Ed elabora invece delle conoscenze che gli consentono di cominciare a subordinare a sé alcuni momenti dello scambio, sviluppando così un accenno di potere che, proprio perché in contraddizione rispetto alla base sulla quale poggia, appare come apertamente sociale.  Sopravviene dunque un di più rispetto al puro e semplice “offrire merce”, e il denaro non è più lo stesso denaro di prima, perché, come il simulacro di dio del quale abbiamo parlato sopra, ha perso buona parte della sua esteriorità.

Con lo Stato sociale keynesiano questa strategia tende ad estendersi alla società nel suo complesso, col sopravvenire di una discontinuità; non si ha soltanto una continuazione dello “sviluppo sulla vecchia base, quanto piuttosto uno sviluppo di questa stessa base”. 31  L’amministrazione pubblica cerca infatti di coordinare la domanda aggregata con le possibilità tecniche della produzione complessiva, eliminando quei fattori che ostacolano un’evoluzione positiva del processo produttivo, sostituendosi al mercato là dove esso dimostra di causare un inutile spreco.

La tesi dei conservatori è che questo passaggio sarebbe frutto di una fuorviante fantasia di potenza, di un “abuso della ragione”, perché il sistema dei prezzi dipenderebbe “da un numero così elevato di circostanze da non poter mai essere noto agli uomini, ma solo a Dio”. 32  A confutare questo assunto c’è, però, la storia.  L’idea che i soggetti economici subiscano inerzialmente il procedere della dinamica economica concorrenziale è, infatti, in totale contrasto con quello che può essere costatato empiricamente.  Quando i prezzi sono diversi da quelli attesi, e l’impresa vede disconfermare le proprie anticipazioni, elabora ben presto un insieme di pratiche attraverso le quali cerca di conoscere “le circostanze” che li determinano.  “Ed ecco i listini dei prezzi correnti, i corsi cambiari, i contatti epistolari, telegrafici, ecc. tra i commercianti (con un naturale sviluppo parallelo dei mezzi di comunicazione), attraverso i quali ciascun individuo si procura notizie sull’attività di tutti gli altri cercando di adeguarvi la propria.  (Vale a dire che, sebbene la domanda e l’offerta generali procedano ancora in maniera indipendente, ciascuno cerca di informarsi sullo stato della domanda e dell’offerta generali; e questa informazione a sua volta influisce praticamente su di esse.)  …  Ciò fornisce la migliore dimostrazione di come agli individui il loro stesso scambio e la loro stessa produzione si contrappongano sotto forma di rapporto oggettivo, indipendente da essi ….” 33 e proprio per questo siano spinti a cercare di sottometterlo al loro controllo.   Un passaggio che possono compiere realmente solo se, invece di limitarsi alla conoscenza del ruolo che spontaneamente scaturisce dal loro agire privato, cioè dal perseguimento dello scopo della minimizzazione dei costi, si spingono fino al punto di cercare di conoscere e condizionare anche il modo in cui il contesto – cioè l’insieme dei loro rapporti -  determina gli esiti del loro comportamento.

La chiave per la comprensione dell’evoluzione economica degli ultimi due secoli sta tutta nell’accettazione di questo fattore dinamico, che prende corpo già sulla stessa base capitalistica e che modifica la struttura di questo organismo.  Gli economisti conservatori sostengono però che questa trasformazione del rapporto dei produttori col mercato, attraverso la quale il mercato stesso viene sempre più posto come nesso da subordinare ai propri scopi, costituirebbe non già uno svolgimento, bensì uno stravolgimento.  Secondo loro, il mercato concorrenziale sarebbe la forma immanente e insuperabile di razionali relazioni produttive tra gli esseri umani 34, appunto perché essi potrebbero sapere nei confronti di se stessi e dei contesti locali nei quali sono immediatamente immersi, ma non possono sapere nei confronti dell’insieme più ampio della loro società, visto che quest’ultima sarebbe rappresentabile nella sua concretezza solo ad entità onniscienti. 35  Insomma, nell’interazione economica ognuno deve limitarsi a perseguire i propri particolari fini,  e se cerca di perseguire fini collettivi può causare solo disastri. Ma se da almeno settant’anni non incappiamo più in disastri sociali come quello della crisi degli anni Trenta, e nemmeno la crisi odierna ha comportato, finora 36, una contrazione del prodotto del 20 o del 30%, è appunto perché questa tesi è falsa, e lo stato, le imprese e i sindacati hanno sviluppato delle – rozze, sì, ma non per questo meno preziose – conoscenze sul procedere della società nel suo insieme, attenendosi ad esse.

Indubbiamente le imprese cercano di acquisire queste conoscenze per continuare a massimizzare i loro profitti, così com’è vero che i sindacati sviluppano il loro sapere inerente all’andamento del sistema per creare condizioni positive di vendita della forza lavoro.  Vale a dire che lo sviluppo delle capacità previsionali ed organizzative non appare necessariamente come uno scopo finalizzato a trascendere i limiti delle relazioni private, bensì prevalentemente come un mezzo per piegarle a proprio vantaggio.  Ma è altrettanto vero che in tal modo si creano le condizioni materiali di un modo di produrre che si spinge oggettivamente al di là del rapporto privato, in quanto corrisponde al riconoscimento pratico del sussistere di un insieme di condizioni e di vincoli esteriori di natura generale, dai quali non si può prescindere se non si vuole fallire.  Ed è così che la stessa produzione privata sottostà, dapprima, ad un contraddittorio, ma non per questo meno sostanziale, processo di socializzazione superiore rispetto al puro e semplice scambio di merci.

Ma se per gli economisti conservatori lo spazio di un embrionale superamento del rapporto privato non viene ritenuto praticabile dai singoli produttori, è ovvio che esso debba essere ancor più recisamente negato nel momento in cui, con lo Stato sociale moderno, si cerca di estenderlo a tutta la società.  Per attuare questa negazione gli ortodossi estremizzano le loro interpretazioni, sostenendo che, col keynesismo si pretenderebbe di “conoscere tutti i dati” che determinano l’andamento del sistema economico. 37  Tuttavia la storia dello Stato sociale non ha nulla a vedere con questa rappresentazione parodistica.  Lo Stato sociale procede, infatti, attraverso l’acquisizione di quegli elementi conoscitivi ed organizzativi che di volta in volta possono essere conosciuti e organizzati 38,  i quali, pur non essendo tali da assicurare un perfetto controllo dell’andamento del processo produttivo complessivo, appunto perché non possono mai includere tutti i fattori dinamici che determinano l’evoluzione sociale, consentono comunque di creare le condizioni di un procedere tendenzialmente coerente con i bisogni e le aspettative dei cittadini, o almeno non contraddittorio rispetto a questi.  Inoltre, poiché il processo conoscitivo e decisionale non è una tantum, bensì ha luogo interattivamente con i mutamenti sociali e con gli esiti che determinano, è per sua stessa natura necessariamente autoemendativo. 39

Da questo punto di vista, la storia successiva alla Seconda guerra mondiale fa piazza pulita dell’obiezione di Hayek e degli altri economisti conservatori, perché rende evidente che, mentre gli aggiustamenti a tentoni e a posteriori attraverso il mercato hanno determinato per più di due secoli ubriacature produttive, con immani sprechi, e penurie assurde, con impoverimenti drammatici, gli aggiustamenti ad occhi aperti 40 e a priori praticati con lo Stato sociale, hanno fatto e fanno procedere la società in modo decisamente meno irrazionale.  Crolli produttivi, come quelli che si sono ripetutamente verificati fino al 1940, non sono intervenuti, e la società si è lamentata, fino al 2008, soprattutto del fatto che non ha più goduto degli stessi tassi di aumento del prodotto dei quali godeva nella fase di fioritura delle strategie keynesiane, non del fatto che si precipitasse nella miseria di massa delle epoche precedenti. Lo stesso concetto di “signoria sul denaro” – che rappresenta la chiave interpretativa del keynesismo - non prevede, d’altronde, l’abolizione del rapporto di denaro, con una radicale rottura su base volontaristica delle relazioni ereditate dall’egemonia capitalistica, ma solo un mutamento nei principi che regolano la spesa, al fine di cogliere delle possibilità prima precluse.

D’altra parte, i cittadini intraprendono questo “cammino” muovendo da una subordinazione al denaro, come forma del loro stesso potere sociale, e dunque accanto alla forma soggettiva del sistema dei “diritti sociali”, della quale i loro bisogni vengono rivestiti, deve necessariamente intervenire un sostegno oggettivo corrispondente alla relazione che sanno praticare.   Per questo la regolazione dell’attività produttiva ha luogo, con il keynesismo, attraverso “un livello appropriato della spesa monetaria complessiva”41 attuata dallo stato, grazie alla quale si cerca di realizzare una produzione aggiuntiva senza intaccare la libertà personale sulla quale è stata edificata la società borghese.42  I conservatori, che come avvoltoi hanno aspettato il momento della crisi iniziata negli anni Ottanta per riproporre la loro visione del mondo, e dunque eludono qualsiasi riferimento al lungo periodo nel quale questa strategia ha dato frutti incomparabili con quelli di tutte le epoche precedenti,  sostengono che in tal modo si finisce con lo spiazzare il mercato e con l’eliminare la disoccupazione  solo apparentemente.   Il ragionamento paradossale al quale ricorrono può essere riassunto nei seguenti termini:  poiché nessun singolo individuo e nessuna impresa possono conoscere tutto, debbono limitarsi a praticare una conoscenza relativa solo a ciò che li riguarda immediatamente nella loro particolarità.  E questa forma di conoscenza sarà più “vera” di tutte le altre possibili, perché tutte le altre sono illusorie.

Questo quadro teorico è però contraddetto alla radice dalla stessa divisione del lavoro.  Perché mai dovrei mettermi nelle mani di un medico, se questo affidamento deve necessariamente poggiare su delle conoscenze che vanno al di là della mia?  Perché mai dovrei far costruire il palazzo in cui andrò ad abitare da un ingegnere edile, se questo affidamento deve necessariamente poggiare su un sapere che non è immediatamente mio?   Perché mai dovrei affidare i miei figli ad un insegnante, se non so giudicare in quale modo quella persona saprà educarli come buoni cittadini? La risposta è ovvia:  perché riconosco in loro la capacità di soddisfare i miei bisogni, una capacità che anche se non è immediatamente mia, partecipa delle facoltà dalle quali scaturisce la ricchezza umana, inclusa la mia.  Ora, se questo passaggio interviene per una moltitudine di bisogni già sul terreno privato43, perché mai non si dovrebbe poterla praticare inizialmente  anche in rapporto alle decisioni relative all’andamento economico della società nel suo complesso?  Perché mai dovrei considerare sensato che ci siano progettisti che lavorano a creare i grandi sistemi stradali, elettrici, telefonici, idrici, dei trasporti ferroviari, marittimi ed aerei, di smaltimento dei rifiuti, di previsioni meteorologiche, ecc. e non progettisti che lavorano a coordinare tra loro l’andamento dell’offerta e della domanda aggregata e le articolazioni per settore dell’una e dell’altra. Lo Stato sociale è stato costruito su uno dei principi fondamentali sui quali poggia lo stesso mercato:  quello della divisione del lavoro.  Ed esso riflette inevitabilmente sia i pregi che i difetti di questo modo di procedere.  D’altronde, lo stesso assunto dei conservatori, che l’azione privata, a differenza di quella pubblica, sia in grado di tener conto di tutte le condizioni del successo sul terreno particolare sul quale procede, è decisamente strampalato.  Tant’è vero che l’attività privata subisce continue modifiche, che scaturiscono proprio dal sopravvenire di fatti che, nelle fasi produttive precedenti, non rientravano nell’orizzonte conoscitivo dei produttori e degli acquirenti.  Ed è proprio a questa evoluzione che Marx si riferisce quando sottolinea che nessun rapporto sociale può restare immutato, come se fosse un “solido cristallo”.  Basti qui far riferimento alla forte spinta alla modificazione delle caratteristiche tecniche dei motori delle automobili, derivante dagli aumenti di costo dei carburanti,  all’inquinamento che producono, dal numero elevato degli incidenti stradali, un fenomeno oggi rilevantissimo, ma completamente ignorato fino a cinquant’anni fa.

Gli economisti conservatori obiettano che il sapere e il potere corrispondenti alla programmazione della società nel suo complesso sarebbero diversi da quelli relativi alla produzione di specifici prodotti e servizi.  “Un progettista o un ingegnere”, scrive Hayek, “hanno bisogno di tutti i dati (rilevanti ai fini di un’azione razionale) e del pieno potere di manipolarli, per poter organizzare le circostanze materiali in modo da ottenere il risultato voluto.  Ma il successo delle azioni nell’ambito della società richiede la conoscenza di un numero di fatti particolari superiori a quello che chiunque può essere in grado di conoscere”.44 A queste conclusioni si può però giungere solo attraverso una visione ingenua del mercato, con produttori che operano ancora su piccola scala, o che addirittura scambiano solo ciò che eccede il loro stesso fabbisogno, in  una produzione finalizzata all’autoconsumo.  Tuttavia, quando un’azienda automobilistica progetta oggi una vettura, non fa la stessa cosa delle officine artigianali di inizio Novecento, bensì decide della vita di centinaia di migliaia di persone, della quale non conosce alcun particolare 45.  Quando una casa farmaceutica immette un nuovo farmaco sul mercato, non fa la stessa cosa di quanti approntavano preparati galenici fino a cent’anni or sono nei retrobottega delle farmacie, bensì condiziona la vita di milioni di persone, con evoluzioni sanitarie e sociali che le restano a lungo ignote.46  Quando un produttore televisivo organizza il suo palinsesto, non procede come gli imprenditori teatrali della prima metà del secolo, piuttosto determina la fruizione culturale di milioni di utenti della cui formazione culturale sa poco o nulla.  Quando un’azienda organizza delle crociere, sa già che coinvolgerà centinaia di migliaia di persone nella sua attività. E potremmo continuare per pagine e pagine ad elencare situazioni nelle quali lo stesso rapporto mercantile ha oggettivamente trasceso i limiti di un procedere che poteva coerentemente essere considerato  come a sé stante, in quanto non aveva bisogno, né poteva, dominare i “fatti particolari che determinano le azioni degli altri individui che formano la società”47. Insomma, non solo i nessi materiali tra gli esseri umani non sono più, come accadeva nelle fasi iniziali dello sviluppo dei rapporti mercantili, in costruzione, bensì sono stati costruiti, ed hanno subito modificazioni radicali, che non sono comprensibili a chi non riesce a concepire rapporti economici che vadano al di là delle forme originarie e concorrenziali dello scambio.   La stessa produzione di merci si presenta da lungo tempo come un rapporto che condiziona la società nella sua generalità.48   Sul piano storico non ci troviamo pertanto di fronte ad un mercato che rimane sempre uguale a se stesso, al quale viene contrapposto un intervento programmatorio pubblico.  Sono semmai gli stessi soggetti che si riversano sul mercato come proprietari privati ad imboccare una via programmatoria e, non riuscendo a praticarla coerentemente sulla base dei limiti dai quali muovono, finiscono, dopo la Seconda guerra mondiale, nelle braccia dello stato. Né più e né meno di come sta accadendo oggi al precipitare della crisi finanziaria ed economica.  Per questo possiamo riconoscere che la spinta a subordinare a sé i propri rapporti generali, al contrario di quello che pensano gli economisti conservatori, non ha nulla di irrazionale.

 

Lo scoglio sul quale è naufragato lo Stato sociale

Il senso comune non è stato tuttavia in grado, nel corso degli ultimi trent’anni, di afferrare queste semplici “verità”.  E lentamente, ma sempre più ampiamente, è stato convinto a ripetere pappagallescamente insulse argomentazioni sulla necessità delle riprivatizzazioni dei beni pubblici, sulla positività della concorrenza, sulla natura sussidiaria dell’intervento pubblico, sulla insostenibilità del sistema dei diritti, sul presunto “ritorno dell’individuo” contro lo stato, ecc.  Questi principi orientativi, che dal punto di vista degli stessi rapporti capitalistici appartengono alla preistoria, svolgono un ruolo analogo ai residui mistici di cui abbiamo parlato in rapporto alla religione.  Permettono agli individui di credere che non si siano smarriti, che sanno quel che stanno facendo e, soprattutto, vista la grave amnesia di cui soffrono, di autoconvincersi che stiano facendo qualcosa di nuovo.49

In realtà la situazione è rovesciata, rispetto al modo in cui viene concepita. E la dinamica della quale il senso comune conservatore fa un’ingiustificata apologia corrisponde solo al tentativo – diffuso - di sottrarsi individualmente al processo di impoverimento in corso.50  Cercare di scaricare i guai su chi ti è vicino 51:  questa è la parola d’ordine che ha prevalso non appena, al sopravvenire della crisi dello Stato sociale, lo sviluppo si è inceppato.  La drammatica redistribuzione di reddito a favore di rendite e di profitti che ha avuto luogo – in tutti i paesi - negli ultimi venticinque anni consegue dall’incomprensione di questa evoluzione. Se il regresso può essere presentato come un progresso e se, in questi anni, si possono riproporre drastici tagli della spesa pubblica  come mezzo principale per uscire dalla stagnazione,  un’idea che nel 1930 costò al conservatore Hoover la rielezione a Presidente degli Stati Uniti 52, è appunto perché è sopravvenuta una totale cecità nei confronti del procedere sociale. Ad essa non si può però porre rimedio volontaristicamente, bensì imparando a vedere ciò che non si sa vedere spontaneamente.  Occorre pertanto capire su quale scoglio è naufragato lo Stato sociale, perché quello scoglio impedisce tuttora di riprendere la navigazione.

Come abbiamo visto nella prima parte, l’elemento di rottura che interviene ad inizio Novecento consiste, per Keynes, nel fatto che le grandi masse non sono più disposte ad accettare passivamente lo stato di tremenda privazione nel quale avevano vissuto per tutta la prima fase dell’affermarsi dei rapporti capitalistici.  Se doveva nascere un nuovo mondo, questo avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle la situazione di generale miseria preesistente, perché sarebbe stato tecnicamente in grado di farlo.  E, come abbiamo più volte ripetuto, dopo la Seconda guerra mondiale lo Stato sociale moderno si impegna a realizzare questo passaggio.  Ma che cosa succede quando la produzione materiale raggiunge livelli inimmaginabili per le epoche precedenti?  Che cosa accade quando i centri urbani non sono più separati tra loro e, invece di combattersi, scambiano merci su scala allargata, quando la disponibilità di automobili si moltiplica di cento volte, quella di elettrodomestici di centinaia di volte,  quella di vani abitativi di otto volte, quella di libri di centinaia di volte, quella di posti letto in ospedale di decine di volte, quella di servizi igienici di decine di volte, quella di illuminazione, di elettricità e di mezzi di comunicazione di decine di volte, quella di medicamenti di centinaia di volte, quella di vestiario di decine di volte, e così via.  Avviene che la condizione umana muta radicalmente.  Ci si avvicina infatti progressivamente ad una situazione che era stata anticipata dallo stesso Keynes nel 1930 in Prospettive economiche per i nostri nipoti, quando aveva scritto:  “le cose procederanno semplicemente in modo tale che ci saranno sempre più gruppi di persone e classi per le quali il problema della necessità economica sarà stato superato.  Ci si renderà conto della differenza critica quando questa condizione si sarà a tal punto generalizzata da mutare la natura del dovere di ognuno nei confronti dei suoi simili”.

Perché mai questo cambiamento avrebbe dovuto sfociare in una situazione critica?  Appunto perché le vecchie pratiche e i vecchi valori, inclusi quelli corrispondenti alla politica del pieno impiego attuata con una crescente spesa pubblica, non avrebbero più potuto mediare coerentemente lo sviluppo.  Il sistema capitalistico svolge infatti un ruolo storicamente positivo in quanto pone la necessità economica al centro delle relazioni tra gli individui.  Conquista la libertà personale per gli esseri umani, per racchiuderli all’interno di rapporti economici finalizzati ad una continua espansione della ricchezza materiale, come condizione di un futuro emancipato dalla miseria.  Lo stesso Stato sociale, che aiuta i cittadini a sottrarsi alle conseguenze contraddittorie del prevalere di questa finalità accumulativa, è stato comunque edificato sull’ipotesi che solo impiegando il tempo disponibile in un lavoro aggiuntivo, seppur non produttivo di profitto, ha luogo un arricchimento, misurato dall’aumento del PIL.  Ma non appena la ricchezza materiale è cresciuta in maniera esponenziale 53, e può essere ulteriormente aumentata con una quota irrisoria di lavoro aggiuntivo o addirittura con meno lavoro di prima, le condizioni storiche che “giustificavano” quella costrizione economica evidentemente recedono.  La sollecitazione a svolgere continuamente un lavoro addizionale “ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana”.54

Keynes anticipa però acutamente che questo cambiamento oggettivo non sarebbe stato di per sé sufficiente per l’instaurarsi di rapporti sociali ad esso corrispondenti. Le generazioni che si sarebbero trovate per prime a vivere in questa nuova realtà sociale avrebbero infatti avuto non poche difficoltà a riconoscere il lato positivo di tutto ciò, visto l’inevitabile trascinarsi nella loro individualità “del vecchio Adamo che è in ognuno di noi”. Una figura che gli serve per rappresentare una forma di soggettività che è agita, nel rapporto con le condizioni della sua esistenza, come se queste costituissero sempre l’espressione di una necessità esterna 55; una soggettività che ha coerentemente prevalso in tutte le formazioni sociali passate, ma che si sarebbe inevitabilmente trascinata fino alla soglia del nuovo mondo, dove non sarebbe più stata giustificata.

Cerchiamo di approfondire il senso di questa figura con l’aiuto di un testo spesso citato che ben si aggancia alle riflessioni di Keynes.  “Lavorerai col sudore della tua fronte! fu la maledizione che Jehova scagliò ad Adamo.  E così, come maledizione, A. Smith considera il lavoro.  Il ‘riposo’ figura come lo stato adeguato, che si identifica con la ‘libertà’ e la ‘felicità’.”  E’ questo il modo contorto nel quale l’economia politica ha recepito dal senso comune il sussistere di questa componente costrittiva.  Un contorcimento al quale Marx avanza la seguente obiezione: “Il pensiero che l’individuo ‘nel suo normale stato di salute, forza, attività, abilità e destrezza’ abbia anche bisogno di una normale porzione di lavoro, e di eliminare il riposo, sembra non sfiorare nemmeno la mente di A. Smith.  Senza dubbio la misura del lavoro si presenta come un dato esterno, che riguarda lo scopo da raggiungere e gli ostacoli che debbono essere superati mediante il lavoro.  Ma che questo dover superare ostacoli sia in sé una manifestazione di libertà – e che inoltre gli scopi esterni vengano sfrondati della parvenza della pura necessità naturale esterna, e siano posti come scopi che l’individuo stesso pone 56 – ossia come realizzazione di sé, oggettivazione del soggetto, e perciò come libertà reale, la cui azione è appunto il lavoro:  questo A. Smith lo sospetta tanto meno.  Senza dubbio egli ha ragione nel fatto che nelle forme storiche del lavoro, quale lavoro schiavistico, lavoro servile e lavoro salariato, il lavoro si presenti sempre come qualcosa di repellente, sempre come lavoro coercitivo esterno, di fronte a cui il non-lavoro si presenta come ‘libertà’ e ‘felicità’.  Si tratta di due cose:  di questo lavoro antitetico; e, connesso con questo del lavoro del quale ancora non si sono create le condizioni, soggettive ed oggettive … affinché sia lavoro attraente, autorealizzazione dell’individuo, il che non significa affatto che sia un puro spasso, un puro divertimento, secondo la concezione ingenua e abbastanza frivola di Fourier.  Un lavoro realmente libero, per esempio comporre, è al tempo stesso la cosa maledettamente più seria di questo mondo, lo sforzo più intensivo che ci sia.”57  Ora la convinzione di Keynes è, appunto, che la concezione dell’attività produttiva solo come condanna ad un fare costrittivo, propria del mondo dominato dalla penuria, si sarebbe trascinata a lungo anche nel nuovo mondo che accede all’abbondanza, cioè nonostante l’emergere di condizioni oggettive che avrebbero reso la coercizione materiale non più necessaria.

Ma in che modo questo trascinamento della vecchia componente dell’individualità è intervenuto, se è intervenuto? Sarebbe sciocco sperare di trovare una confutazione esplicita del sopravvenire di una situazione nuova caratterizzata dall’abbondanza.58  La negazione è semmai intervenuta tacitamente, con una lettura rovesciata della dinamica relazionale, rovesciata sia rispetto a quella prospettata da Keynes che a quella anticipata da Marx.  Entrambi hanno infatti sostenuto:  poiché muta la base sulla quale le relazioni produttive poggiano, deve cambiare la mediazione sociale attraverso la quale gli individui producono.  Il senso comune ha praticamente risposto:  poiché nulla è cambiato nei rapporti sociali, nulla può cambiare nell’attività.  In altri termini, l’inerziale trascinamento dell’esteriorità in un contesto che non la giustificava più ha avuto luogo attraverso un processo di autoconferma dei limiti, anche concettuali, all’interno dei quali la vita si stava svolgendo.    Nonostante negli anni Sessanta alcuni studiosi abbiano sottolineato, nel consenso generale, che, nel mondo sviluppato, si stava ormai realizzando una società che avrebbe dovuto esser considerata “affluente”59; nonostante a metà anni Settanta, nello stesso momento in cui si preannunciavano le avvisaglie della successiva crisi dello Stato sociale, molti ricercatori abbiano cominciato a parlare, con ampia approvazione, delle conseguenze generali della “rivoluzione informatica” e degli effetti dirompenti che avrebbe avuto sulla produttività; nonostante molti sindacalisti e politici abbiano introdotto negli anni Ottanta il concetto di una “società dei due terzi”60, per ragionare attorno ad una situazione nella quale la stragrande maggioranza della popolazione europea si era sostanzialmente emancipata dalla miseria precedente; nonostante i conflitti sociali irrisolti abbiano finito col degenerare assumendo sempre più forme distruttive, non ha avuto luogo alcun “rivoluzionamento sociale”. Quasi tutti i keynesiani, dimentichi degli avvertimenti di Keynes relativi al lungo periodo, hanno continuato a riproporre stancamente le ricette del passato, subendo lungo la strada continue defezioni, soprattutto da parte delle nuove generazioni.  Il permanere delle difficoltà ha poi cominciato ad erodere il terreno sotto ai piedi di tutti i difensori del Welfare.61  E il fronte dei progressisti ha finito col frantumarsi nella caotica ricerca di “riforme” che consentissero di affrontare i problemi nella loro particolarità, senza la conquista di una qualche visione d’insieme.

Coloro che avevano concepito lo Stato sociale in termini puramente volontaristici, e dunque come una manifestazione dell’assistenzialismo 62, hanno spinto per un ulteriore aumento della produttività e della competitività, cioè per un accrescimento dell’autocostrizione all’interno delle condizioni date, come mezzo per poter eventualmente tornare a praticare politiche assistenziali sulla scala necessaria.  “Il Welfare ha bisogno di sostegno”63 è stata la loro parola d’ordine.  Ed il sostegno sarebbe dovuto scaturire dalle risorse che l’espansione dei rapporti mercantili – unici creatori di vera ricchezza - avrebbero messo a disposizione della “giustizia sociale”. Uno sviluppo concepito in termini decisamente prekeynesiani costituiva per loro la risposta alle difficoltà emerse.  Coloro che avevano compreso meglio la natura economicamente innovativa del Welfare, hanno invece cercato di imputare le difficoltà alle “distorsioni” intervenute nella sua attuazione, prospettando che il Welfare costituiva “una conquista che doveva ancora trovare una faticosa attuazione”.64   Ora, proprio perché la realizzazione dello Stato sociale, nella maggior parte dei paesi europei, aveva avuto luogo, questa pretesa di ripartire da zero, anche se comprensibile nel tentativo di opporsi ai conservatori, non poteva dimostrarsi meno impotente dell’approccio che accettava i tagli e i sacrifici come via di uscita dalla crisi.65  La palla è così pian piano finita col passare agli avversari del keynesismo.  E, invece dell’aprirsi di una fase di transizione, contraddistinta dal tentativo di comprendere e risolvere i nuovi problemi emersi, abbiamo subito una fase di drammatico regresso, favorito dall’ignoranza storica, che ha finito con l’imporci problemi analoghi a quelli del secolo scorso, nonostante il mondo sia completamente cambiato rispetto ad allora.

Quale sarebbe stato, nelle ipotesi di Keynes, il sintomo principale che avrebbe testimoniato la necessità di  spingere il sistema economico al di là dello Stato sociale?  Su che base si sarebbe dovuto prendere atto che una politica del pieno impiego che faceva leva sulla creazione di lavoro da parte della pubblica amministrazione non sarebbe più bastata e che occorresse cambiare rotta?  E perché mai questo sintomo avrebbe avuto grandi difficoltà ad essere interpretato come la manifestazione di un problema nuovo? La risposta che Keynes dà nell’articolo citato è relativamente semplice:  il primo segno del mutamento in corso sarebbe consistito nel ripresentarsi di una difficoltà di creare lavoro sulla scala necessaria a garantire il pieno impiego, al quale la pubblica amministrazione non sarebbe più riuscita a porre rimedio.  Ora, se noi confrontiamo il periodo 1948-1975 con il periodo 1976-2012 (vedi grafico)66, ci rendiamo subito conto che questa difficoltà si è effettivamente presentata.

Note

1. “Ma una volta cancellata la limitata forma borghese, che cos’è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive, ecc.  Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, ma produce la propria totalità?  Dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nel movimento del divenire”.  Karl Marx, Lineamenti fondamentali … cit. vol. II, p. 112.

2. Una sorte analoga non subì, ad esempio, il culto di Mitra, che pure presentava molti elementi in comune col cristianesimo, e tuttavia non precludeva, per quello che si sa, l’osservanza dei riti che confermavano la natura sacra dell’imperatore.

3. A differenza delle credenze nelle sette, che di solito svolgono un ruolo regressivo.

4. Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Borighieri, Torino 1976, p. 41.

5. Come si è espresso Gregory Bateson, in Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976, manca una comprensione di come interviene la conoscenza.

6. Che, come ha ben spiegato Marx, nei Manoscritti del ’44, non ha nulla a vedere con l’ateismo.  (op.cit. pp. 124-126).

7. Chissà fino a che punto il Gesù storico si sarebbe rispecchiato nella Superstar di Jesus Christ ?

8. L’ulteriore degrado rispetto a quello del quale parla Marx è stato ben evidenziato in un articolo di Enrico Buonanno,  Viaggio ai confini (mistici e materiali) della libertà di culto, nel quale si descrive in che modo “la creazione di nuove e improbabili ‘religioni’ dilaghi.  In America e non solo”.  Il manifesto 5 marzo 2006, p. 11.

9. E’ un paradosso che perfino il Papa Benedetto XVI, nel suo chiacchierato discorso di Regensburg, dell’autunno 2006, abbia apertamente riconosciuto il sussistere di questa situazione, convenendo che dio ha “molte figure”.  Una ricerca dell’International Social Survey Programme del 2012 ha evidenziato che ben il 54% delle persone “crede in un dio-persona”.

10. Alessandro Portelli nel suo America Profonda, Donzelli, Roma 2010, ci fornisce una vivida immagine di come negli USA la “chiesa” sia rimasta, fino ai giorni nostri, una questione privata.

11. Vedi La questione ebraica, cit.  Opere Complete, cit., vol. III, p. 168.

12. Ibidem,  p. 163.

13. Dei quali ben pochi hanno memoria.

14.  Ma anche socialmente molto arretrato.

15. Ci riferiamo a Bush, che però agiva senza cercare i segni che i nostri antenati collegavano alla preghiera la quale, non essendo autoconfermativa, era essenzialmente diversa da quelle odierne.

16. Senza dover far riferimento  alle numerose opere di Hegel, di Feuerbach, di Eliade, di Donini, di Mumford, di Fromm, ecc., che aiuterebbero a comprendere meglio.

17.  Se le ricerche sociologiche, che sostengono che una percentuale compresa tra il 60 e l’80% degli abitanti degli USA dichiara di “aver parlato con dio” nel corso della settimana (!) precedente rispondono al vero,  è ovvio che la critica di Marx soffre di un’eccessiva moderatezza.  Si veda anche di Lilly Grueber, America anno zero, in particolare il capitolo “Dio è in casa?”.

18. Erik H. Erikson, La forza dell’uomo e il ciclo delle generazioni,  in Introspezione e responsabilità, Armando Armando, Roma 1968, p. 153.

19. Karl Marx-Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, cit. p. 68.

20. Karl Marx,  Lineamenti fondamentali …, cit. vol. II, p. 121.

21. Per avere un’idea di questa vischiosità delle forme ereditate dal passato, si può far riferimento all’episodio dell’Esodo nel quale si racconta di come, nell’attesa di Mosè che stava raccogliendo la tavola delle leggi, il popolo ebraico tornò ad adorare un vitello d’oro.

22. Gli stessi economisti ortodossi non conservatori usano riferirsi a questo passaggio con il concetto di “fallimenti del mercato”.

23. Ed hanno continuato a sostenerlo fino ai giorni nostri.  Vedi ad esempio Duncan Williams, La scimmia in calzoni, Rusconi, Milano 1973.

24. La contraddittorietà di un’istituzione come l’Autorità per la Concorrenza è palese, appunto perché si fa derivare una pratica che dovrebbe esprimersi attraverso l’assenza di qualsiasi autorità dalla manifestazione di una autorità.

25. Non diverso da qualsiasi gioco fondato sulla casualità, come ad esempio il lotto.  Ad esempio,  chi si iscrive ad una facoltà universitaria, su una base puramente privata, pratica un gioco d’azzardo, in quanto non ha ancora sufficienti strumenti per anticipare il futuro delle conoscenze che cerca di acquisire.  Da qui lo sviluppo di pratiche che trascendono il rapporto privato (ricerche sugli sbocchi occupazionali dei laureati, l’organizzazione di stages presso aziende, l’istituzione di uffici universitari per il sostegno ai laureati, ecc.).

26. Non approfondiamo in questa sede la descrizione del rapporto per non appesantire il discorso.  Chi vuole può far riferimento ai primi quattro capitoli del Capitale.

27. Le uniche compere/vendite sono quelle che si fanno in occasione delle fiere o del passaggio di qualche straniero.

28. Organizzerà la produzione in modo diverso, produrrà merci completamente diverse, ridurrà la scala produttiva, cercherà di influenzare la domanda, ecc.

29. L’idea che “di più è meglio” costituisce un’idea che, nonostante i cambiamenti cui abbiamo fatto cenno, è dura a morire.

30. Spinto a ciò anche dagli economisti conservatori, i quali continuano a fare l’apologia di una concorrenza che – per nostra fortuna – non esiste più.

31. Karl Marx, Lineamenti fondamentali …, cit., vol. II, p. 183.

32. Friedrick August Von Hayek,  La presunzione del sapere, Nobel lecture 1974, in Conoscenza, mercato, pianificazione, Il Mulino Bologna  1988, p. 217.

33. Karl Marx, Lineamenti fondamentali .., cit. vol. I.

34. Così come sarebbe impossibile immaginare un essere umano senza linguaggio, così sarebbe impossibile immaginarlo senza rapporto di scambio.

35. “… tutti quei costruttivisti che argomentano abitualmente partendo dall’assunzione di onniscienza non possono…”.  Vedi Friedrich A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, Il Saggiatore, Milano 1994, p. 20.

36. Purtroppo, nel corso del 2011 e 2012 i governi europei stanno dimostrando sempre più di essere stati colpiti da una grave forma di amnesia sociale, e fanno a gara per ripetere gli errori che hanno causato il disastro di ottant’anni fa, con la conseguenza che le cose potrebbero anche ripetersi nella loro forma più drammatica.

37. Ibidem.

38. Lo sviluppo delle statistiche economiche e sociali fa tutt’uno con l’affermarsi dello Stato sociale.

39. E là dove non lo è stato, come nel caso di molti piani quinquennali in Unione Sovietica, è destinato al fallimento, appunto perché finisce con l’ignorare le condizioni economiche e sociali  sulle quali ogni programmazione deve poggiare.

40. Il fatto che tenendo gli occhi aperti non si riesca a vedere tutto, non comporta che non si riesca comunque ad assumere almeno un atteggiamento orientato.

41. A. von Hayek, ibidem, p. 212.  Un problema che approfondiremo nel capitolo XIX.

42. Da qui la sottolineatura, nel “Progetto Beveridge”, che si trattava di assicurare il pieno impiego in una “società libera”.

43. E, come abbiamo visto nella prima parte, Keynes sostiene che lo stesso rapporto capitalistico regge in conseguenza di una tacita divisione di compiti sociali.

44. Friedrich A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, cit. p. 19.

45. Un’evoluzione che ha cominciato ad essere sempre più chiara a partire dagli anni Sessanta, quando Ralph Nader vinse la sua battaglia contro la General Motors, per le centinaia di morti causate dai difetti di costruzione della Convair.

46. La rivista scientifica Lancet ha pubblicato una ricerca che testimonierebbe la morte di più di centomila persone conseguente all’uso di un antinfiammatorio non steroideo.  (Vedi i quotidiani del 25 gennaio 2005.)

47. Una parte dell’economia politica ha affrontato questo problema già ad inizio Novecento, introducendo i cosiddetti “effetti esterni”, cioè le conseguenze negative dell’azione produttiva che i produttori privati non sapevano e non volevano includere nei loro elementi di costo, così come il mancato pagamento delle risorse produttive esistenti ancora liberamente in natura.

48. Basti pensare all’uso dei CFC e all’instaurarsi del buco nell’ozono che influenza tutta l’umanità.  Per non parlare delle centrali nucleari (vedi Fukushima).

49. L’uso odierno del concetto di “riforme” per definire molti dei regressi a forme sociali del passato esprime bene questo limite.

50. Basti pensare alla corsa alla borsa e alla corsa al mattone.  Se nel corso di un anno le quotazioni di borsa salgono del 20% ed il PIL solo del 2%, i percettori di rendite finanziarie possono godere di una ricchezza aggiuntiva solo sottraendola agli altri, grazie all’aumento del prezzo relativo della ricchezza di cui dispongono.  Insomma non producono di più, si limitano ad esigere di più.  Analogamente, se i proprietari di immobili esigono canoni più elevati del 50%, non aggiungono nulla al reddito nazionale e si limitano a pretendere una quota maggiore di quel reddito per sé a danno di altri.

51. Un assurdo esempio di questa strategia ci è offerto dall’articolazione in tre fasce della “riforma” pensionistica del Governo Dini.  I sindacati, incapaci di reggere un’eventuale reazione dei lavoratori più anziani, hanno accettato una strategia punitiva nei confronti delle giovani generazioni, preservando un trattamento keynesianamente sensato per i  soli anziani.

52. Ma che oggi imperversa nella destra internazionale da Bush a Berlusconi, ed ha affascinato perfino alcuni sindacalisti.

53. Chi sa che appena due secoli or sono la quasi totalità degli europei aveva un solo paio di pantaloni ed una camicia, ignorava cucchiai, coltelli e forchette, e non godeva dell’uso di una sedia?

54. Karl Marx,  Lineamenti fondamentali …, cit. Vol. II, p. 401.

55. Come ricorda egregiamente Napoleoni, anche il capitalista, che pure non soffre in prima persona dell’alienazione del lavoro salariato, condivide tuttavia l’appartenenza ad una struttura sociale che poggia su questa alienazione.

56. Un passaggio che corrisponde inevitabilmente al superamento del rapporto salariato, nel quale lo scopo dell’attività è esterno rispetto al soggetto che produce.

57. Ibidem.

58. Anche se non sono infrequenti lagnanze pseudoscientifiche sulla nostra povertà materiale.

59. John Kenneth Galbraith,  La società opulenta, Comunità, Milano 1961.

60. Vedi tra gli altri, Peter Glotz, La socialdemocrazia tedesca a una svolta, Editori Riuniti, Roma 1985.  Siccome il terreno sotto a quei due terzi si è progressivamente logorato, con una drammatica redistribuzione del reddito a favore degli strati sociali più ricchi, questa espressione ha fino con lo scomparire dal dibattito sociale.

61. Forse qualcuno potrà scrivere la storia di come è progressivamente mutata la giurisdizione e la giurisprudenza in materia di lavoro a partire dalla metà degli anni Ottanta.

62. In Italia va fatto riferimento a buona parte del sindacalismo di sinistra e ad un frazione non minoritaria del PCI.

63. L’espressione è stata frequentemente usata dall’ex ministro del centro sinistra Tiziano Treu e da esponenti della sinistra moderata.  Non a caso nel 2012 Treu è esplicitamente intervento a sostegno della nuova normativa sul lavoro introdotta dal governo Monti.

64. Sono parole di Federico Caffè.  In La fine del Welfare State  come riedizione del crollismo, in In difesa del Welfare State, Rosenberg & Sellier,  Torino 1986, p. 24.  Proposizioni analoghe, ad un livello più che pregevole, hanno successivamente sviluppato Giorgio Lunghini e Nicola Cipolla.

65. Ben esemplificata dalla cosiddetta “svolta dell’EUR” della CGIL del 1977.

66. Ci è sembrato opportuno far riferimento alla Gran Bretagna perché è il paese nel quale, da un lato le politiche keynesiane sono state seguite più coerentemente, ma dall’altro anche la loro crisi è stata più marcata.

67. Un buon esempio di questo approccio lo ha fornito il Ministro del lavoro, Cesare Damiano, il 27 novembre 2006, sostenendo che dopo il ’95, sono “avvenuti due fatti” di cui le forze politiche non avrebbero tenuto conto:  l’invecchiamento e la precarietà.

68. E spesso ignora addirittura che cos’è “il capitale”.

69. Che rimane “propria” anche se ha riguardato le generazioni immediatamente precedenti.

70. Come quelle dei “sacrifici”, del “rigore”, ecc.

71. Si legga in merito il capitolo Comunismo e transizione, di Marx oltre Marx, di Antonio Negri, pp. 160/177.

72. Si legga Luciano Lama, Intervista sul sindacato, (a cura di Massimo Riva), Laterza, Bari 1976, p. 90.  Scriveva John K. Galbraith negli anni Sessanta, a conferma della validità di quella convinzione per il periodo storico precedente:  “Ci sono alcuni paesi, e ciò vale in generale per l’Europa e gli USA, nei quali una crescita della popolazione significa un aumento delle persone al lavoro e un incremento di tutti i generi di prodotti per soddisfare la popolazione aggiuntiva.  Un aumento della popolazione fa crescere la forza lavoro, non l’ammontare dei disoccupati.  E se anche si aggiungesse ai disoccupati, vi si può far fronte con un sostegno della domanda aggregata.  I nuovi lavoratori saranno occupati negli impianti agricoli e industriali esistenti.  E se c’è lavoro disponibile e la domanda è adeguata, questi impianti verranno accresciuti dai notevoli risparmi della società, cosicché il lavoro eccedente verrà assorbito”.  John K. Galbraith, Economic development,  Harvard University Press, Cambridge Mass. 1965, p. 100.  La convinzione che questi nessi continuassero a sussistere sul finire degli anni Settanta è, in Lama, evidente.  Ma purtroppo proprio in quegli anni essi hanno cominciato a dissolversi.

73. Per avere un’idea della distanza che separa le due epoche basta tener presente che mentre a metà anni Sessanta i disoccupati in Germania erano circa 100.000, negli ultimi anni oscillano tra i 3 e i 5 milioni.

74. Che rimane ingenuo anche nel caso in cui si esprime in un monumentale sistema di equazioni algebriche.

75. Scrive Marx nel 1843:  “L’unico linguaggio che parliamo tra noi è quello dei nostri oggetti in relazione tra loro.  Un linguaggio umano non lo comprenderemmo, esso rimarrebbe senza effetto”. Vedi Estratti da Eléments d’économie politique di Mill,  in Opere complete, Vol. III, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 246.

76. Ovviamente i conservatori, che negli ultimi trent’anni hanno stravolto i criteri statistici di rilevazione della disoccupazione, ritengono che ragionando così si meni il can per l’aia, mentre basterebbe …. “rimboccarsi le maniche”.

77. Che furono una grande conquista di inizio Novecento, ma che appaiono del tutto inadeguati per far fronte all’odierna crisi.

78. Il coordinamento passivo della domanda e dell’offerta di lavoro precede il keynesismo.  Gli uffici di collocamento pubblico compaiono infatti fin dal 1920.    Ma si scontra con i limiti corrispondenti alla contraddittorietà dei rapporti, che impongono un coordinamento attivo, cioè reso possibile da forze che sovrastano il mercato.

79. Ovviamente i conservatori non rinunciano al loro cavallo di battaglia, consistente nell’asserzione che il lavoro c’è, ma “i disoccupati non hanno voglia di lavorare”.

80.  “Per chi si suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato:  fino al momento in cui l’ottiene.  Ricordiamo,” scrive, “l’epitaffio che la vecchia donna di servizio dettò per la sua tomba:

                                    ‘Non portate il lutto, amici, non piangete per me,

                                        che farò finalmente niente, niente per l’eternità.’

 

 Questo era il suo paradiso.  Come altri che aspirano al tempo libero immaginava solo quanto sarebbe stato bello passare il tempo a fare da spettatrice.

    C’erano infatti altri due versi nell’epitaffio:

 

                                     ‘Il paradiso risuonerà di salmi e di musiche soavi

                                         ma io non farò la fatica di cantare.’

 

 Eppure la vita sarà tollerabile solo per quelli che partecipano al canto.  E quanti pochi di noi sanno cantare!  Pertanto, per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema:  come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’accumulazione gli avranno guadagnato, per vivere bene, con saggezza e piacevolmente”.  (Prospettive economiche per i nostri nipoti, op. cit. p. 273/274)

81. Si tratta di un problema che svolgeremo nelle battute conclusive della nostra ricerca.

82. Nel quale il soggetto non sperimenta una manifestazione di sé.

83. Manoscritti economico filosofici … , cit. p.  75.

84. Ibidem.

85. Particolarmente comica è l’apologia di questa situazione che, da qualche anno, si fa con la pubblicità televisiva sulle lotterie gestite dallo stato (!), nella quale compaiono sempre soggetti che, vincendo, finalmente riescono a sbarazzarsi del proprio lavoro.

86. Speriamo che sia ovvio che qui non si sta formulando un giudizio, ma solo costatando un comportamento pratico.

87. E’ la sezione dedicata ai Rapporti tra individui che scambiano.  Armonie di uguaglianza, di libertà, ecc. in Lineamenti fondamentali … op. cit. Vol. I, pp. 207/221.

88. Ibidem, vol. I,  p. 317.

89. Per questo, nelle sue lezioni agli operai di Bruxelles, Marx afferma che il lavoro “è libero” quando si presenta come “lavoro salariato”.  Vedi Lavoro salariato e capitale, Editori Riuniti 1970.

90. Ci sono ovviamente autori che sostengono la tesi opposta.  Vedi ad esempio il recente libro di Silver Beverly, Le forze del lavoro, Bruno Mondadori, Milano 2008.  A nostro avviso però occorre distinguere tra ribellione operaia a condizioni intollerabili  e sviluppo dei bisogni.

91. Karl Marx, Il capitale, Libro III, vol.  3, pp. 231/232.

92. E qualche tempo dopo emerge addirittura il bisogno generalizzato di praticare delle diete dimagranti.

93. E qualche tempo dopo insorge addirittura il problema di come non trovarsi troppo soli.

94. Karl Marx, Friedrich Engels,  L’ideologia tedesca, cit. p. 28.

95. Karl Marx, Lineamenti fondamentali …, cit. vol. I, p. 317.  Senza quel “diventa”, Marx non si distinguerebbe dagli economisti ortodossi, i quali immaginano che un comportamento acquisito in conseguenza dello sviluppo costituisca invece un tratto immanente della individualità degli esseri umani.

96.Anche se la forma ingenua della soggettività, priva di storia, continua a considerarli come tali.

97. John M. Keynes, National selfsufficiency , in The collected writings vol. XXI, Macmillan, London, 1982, p. 242.

98. Karl Marx, Il capitale, Libro III, vol.  3, pp. 231/232.

99. Tanto più limitate dalla radicale opposizioni delle classi dominanti alla stessa esistenza dei sindacati.

100. Non è un caso se le statistiche sulla disoccupazione subiscono un continuo influsso dell’orientamento culturale prevalente, e col prevalere dell’ideologia neoliberista hanno subito continue revisioni metodologiche tutte finalizzate ad occultare la reale portata del fenomeno.  (Si pensi alla pratica in uso di considerare “occupato” chi, nelle due settimane antecedenti, ha svolto anche solo un’ora di lavoro.)

101. Vedi John K. Galbraith, Storia dell’economia, BUR Milano 1987, pp. 272 e segg.

102. Ben cinque anni prima che questa “formula” cominciasse a circolare nel dibattito economico.

103. John M. Keynes,  The collected writings.., cit. vol. XI, p. 326 (corsivo nostro).

104. Ma può realmente esistere un essere umano che sia “solo”?

105. Si tratta, a mio avviso, di una negazione esplicita della tesi di Marx secondo la quale  l’abbondanza mette in crisi  il “sapere” economico.

106. Riccardo Bellofiore, Cambiare la natura umana, Teoria politica, VII, n. 3, 1991, pp. 71/72 (corsivi nostri).

107. Non a caso poco più di dieci anni prima Keynes ha proclamato “La fine del laissez faire”.  E in altri saggi ha scritto:  “l’accentuarsi dei cicli economici e il crescente carattere cronico della disoccupazione hanno evidenziato che il capitalismo privato è giunto al suo declino come strumento per risolvere il problema economico”.  In The collected writings, cit. vol. XXI, p. 492.

108. “Faremo per noi stessi molte più cose di quante non ne facciano i ricchi oggi”.  Economic possibilities …., cit.

109. John M. Keynes, The collected writings, Vol. IX, p. 326.

110. John M. Keynes,  Ibidem, p. 331.

111. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, cit. p. 3.  Per cogliere questo problema concretamente si può tornare ad uno dei nostri esempi.  Se tanti individui cominciano a sapere leggere (nuova forza produttiva) e cominciano ad avere a disposizione i testi sacri, grazie all’invenzione della stampa (altra forza produttiva nuova), possono avviare un processo di emancipazione dal clero, ponendo il suo dominio magistrale come “insostenibile”.

112. Karl Marx, Friedrich Engels,  L’ideologia tedesca,  Opere complete,  cit. p. 34 (corsivi nostri).

113. E proprio il “conflitto sul necessario” sta, in questi anni postsovietici, travolgendo la Russia.

114. E se si dice che, pur godendo di un’abbondanza, gli individui continuano ad agire come faceva il proletariato  dell’Ottocento, si dice, appunto, che non c’è contraddizione.

115.Aaron Esterson, Foglie di primavera, Einaudi, Torino 1973, g. 248.

116.Che Marx definisce come “contraddizione vivente”,  in Lineamenti fondamentali …, cit. Vol. II, p. 496.

117. Ovviamente se si ritiene che non voglia impiegarla tutto il ragionamento crolla.  Ma in tal modo si manda in soffitta anche Marx, il quale, quando giunse alle prime manifestazioni mature del suo pensiero, affermò:  “nell’esame delle condizioni politiche si è cercato con troppa leggerezza di non tener conto della natura oggettiva delle situazioni e di far tutto dipendere dalla volontà delle persone agenti.  Ma si danno situazioni che determinano tanto le azioni dei privati quanto delle singole autorità, eppure sono indipendenti da esse quanto il sistema respiratorio.  Se fin dall’inizio ci si pone da questo punto di vista oggettivo, non si riesce ad addossare in maniera prevalente la buona o la cattiva volontà né all’una, né all’altra parte, ma si vedranno agire situazioni dove di primo acchito  sembrava agissero soltanto persone.”  Giustificazione del corrispondente della Mosella,  In Opere Complete, vol. I, p. 349.

118. Karl Marx, Manoscritti economico filosofici del ’44,  cit. p. 119.

119. E la crisi dello Stato sociale si esprime proprio nello smarrimento di questo precario sistema di diritti.  Tanto meno grave quanto meno – si pensi ai paesi scandinavi – esso viene rimosso.

120.Ovviamente anche i lavori utili sostengono la domanda aggregata.

121. Riccardo Bellofiore, ibidem.

122.In futuro qualcuno potrà scrivere la storia di come le grandi ricerche sulla malnutrizione, sulle condizioni abitative, sull’analfabetismo di massa, sulla morbilità, abbiano contribuito a formare quella coscienza.

123. Come si può comprendere, è la stessa opposizione tra naturale ed artificiale, che determina un ostacolo nello svolgimento del pensiero, a differenza di quella tra naturale e storicamente prodotto.

124. Un fenomeno che era già intervenuto più volte nella storia dell’umanità ed in assenza del quale sarebbe praticamente impossibile distinguere le varie epoche storiche.

125.Karl Marx, Il capitale, Libro I, vol. I, cit. p. 89.

126. Un problema che riprenderemo nelle sezione conclusiva.

127. Vedi il nostro Quel pane da spartire, cit. p. 169.

128. Lewis Mumford , Tecnica e cultura, Il Saggiatore, Milano 1962, p. 56.

129. Karl Marx, Il capitale, cit. Libro I, vol. 1, p. 47.  Per avere un’idea concreta del fenomeno al quale questa affermazione si riferisce basta riandare criticamente alla propria esistenza quotidiana. Di solito, la mattina ci svegliamo in un letto che abbiamo comperato o che qualcuno ha comperato per noi.  Poggiamo su un materasso acquistato, dentro a lenzuola e coperte a loro volta comperate.  Il pigiama che indossiamo è stato acquistato e l’abat jour che accendiamo si trova lì per un acquisto.  Accendendo la luce comperiamo elettricità.  Non appena ci rechiamo in cucina per prepararci un espresso, utilizziamo una macchinetta, delle tazzine, del caffè e dello zucchero, tutti acquistati, così come il gas che ci permette di prepararlo.  E magari facciamo la prima telefonata, comperando l’uso della rete.  Ecc., ecc. …  .  A questo ritmo, entro l’ora di pranzo avremo interagito con qualche migliaio di elementi appartenenti a questa “immane raccolta”.

130. Che corrisponde al potere, del compratore, di far fare al produttore ciò che l’acquirente vuole, pur senza costringerlo personalmente.

131. A dire il vero c’è stato un lungo periodo di transizione, nel corso del quale non pochi mugnai, panettieri, magazzinieri, ecc., venivano linciati, perché additati come coloro che nascondevano le risorse disponibili, e creavano artificialmente una penuria che, secondo le convinzioni del popolo, era inesistente.

132. Nella crisi del 1846, solo in Irlanda, morirono di fame due milioni di persone.

133. Si tratta solo di esempi.  Se volessimo fare una casistica completa per la sola Italia, relativa agli ultimi anni, non ci basterebbero svariati volumi.

134. Centinaia di vincitori di concorso non possono essere chiamati per mancanza di fondi, centinaia di corsi universitari vengono tenuti precariamente con remunerazioni ridicole, migliaia di tirocinanti, dottorandi, collaboratori, ecc. lavorano senza vedere alcun quattrino, ecc.  Sembra di essere tornati all’inizio degli anni Sessanta, quando l’università era appannaggio delle classi egemoni, che non avevano bisogno di guadagnare per vivere.  Tant’è vero che nel 2006 l’allora Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica, Mussi, minacciò di dimettersi per gli ulteriori tagli prospettati in Finanziaria, tagli che sono stati poi ampiamente praticati poco dopo dal governo Berlusconi.  Non stupisce, dunque, che nel 2011, il 15% dei giovani che in passato si iscrivevano all’università, oggi non lo facciano.

135. Nella sua ignoranza l’estensore dell’articolo non sa che il “piano Marshall” fu un piano per dare senza contropartite, non per togliere, e dunque che l’associazione tra la strategia sacrificale che propone e il piano Marshall è del tutto strampalata.

136. Paolo Del Debbio, Piano Marshall per le riforme, Il Giornale, 11 giugno 2003.

137. Un provvedimento che il Governo Prodi ha reso solo un po’ più graduale, ma che il Ministro Fornero e il Governo Monti hanno nuovamente peggiorato in modo drammatico.

138. In realtà Roberto Pizzuti ha ampiamente dimostrato che questa asserzione è infondata  perché il confronto si basa su dati non omogenei.  Se si tiene conto del fatto che nei calcoli italiani quel 14% include il TFR e il fondo di garanzia della liquidazione di fine rapporto (che notoriamente riguardano il rapporto diretto lavoratori-imprese) e non detrae le imposte pagate dai pensionati, che in molti paesi europei non esistono, l’Italia si colloca, come spesa pensionistica, nella media.  Non ci sarebbe pertanto nulla di “equo” nel trasferimento di fondi dalla previdenza alla sanità.

139. Mario Pirani, Così muore la sanità pubblica, la Repubblica, 13 giugno 2003.  Nei fatti, in questi anni, l’innalzamento c’è stato, ed è andato ben al di là della misura auspicata da Pirani, ma non solo la sanità non ha ricevuto fondi aggiuntivi, ma si è vista imporre tagli draconiani.

140. E’ indicativo che il governo Monti non abbia nemmeno discusso i provvedimenti del decreto sulle pensioni con i sindacati, imponendo senza contraddittorio il diktat della Banca Centrale Europea.

141.Citato in Andrea Bonanni, “Tutti in pensione più tardi per aiutare  il lavoro”, la Repubblica 7.1.2009, p. 19.  Inutile ricordare che l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni, imposto dalla Fornero, non ha favorito la creazione di un solo posto di lavoro ed ha gravato pesantemente sulla disoccupazione giovanile.

142.Un sapere che, per avere qualche speranza nel futuro, dovrebbe costituire oggetto di insegnamento già nella scuola dell’obbligo.

143. Anche se sarebbe più preciso definirla come “feticistica”, visto che il potere umano è interamente proiettato  nel prodotto umano, cioè nel denaro.

144. Trenitalia ha via via soppresso un numero crescente di treni regionali e di Intercity, per restringere la propria attività nei limiti dei ricavi.

145. Negli ultimi anni, per “risparmiare”, più di centomila insegnanti e di cinquantamila ATA non sono stati sostituiti con il normale turnover, salvo cercare di porvi un pessimo e tardivo rimedio con le norme recenti.

146. Il naufragio della nave che portava i prodotti, l’attacco di briganti alla carovana diretta al mercato, il dilagare di un’epidemia che teneva tutti lontano dalle fiere, l’esplosione di una guerra, ecc.

147.Per un paio di secoli i precursori degli economisti teorizzarono che l’unico scopo coerente dell’attività economica fosse quello di accumulare oro, massimizzando i ricavi e minimizzando le spese.

148. Vedi pp. 68/69.

149. Come avviene oggi per il settore automobilistico che sarebbe in grado di produrre, a livello mondiale, dai venti ai trenta milioni di auto in più rispetto a quelle che vengono effettivamente prodotte.

150.Appunti preparatori alla stesura della General Theory, in The collected writings , vol. XXIX, MacMillan, London 1979, p. 89.

151. Ibidem, p. 81.

152.Ma non rispetto ai bisogni!

153. F. W. Crick, The genesis of bank deposits, Economica, giugno 1927.

154. John M. Keynes, The world’s crisis and the way of escape. (1932)  in The collected writings,  MacMillan, London 1972, vol.  XXI, p. 53.

155. Come avviene oggi, ad esempio, per il settore automobilistico che sarebbe in grado di produrre tra i venti e i trenta milioni di auto in più rispetto a quelle che vengono effettivamente prodotte.

156. Alcune stime quantificano la circolazione monetaria di tipo speculativo, a livello mondiale, nel 2004 a ventiquattro volte quella destinata agli scambi commerciali veri e propri.  Nell’ottobre 2006, quando la Cina ha cercato di collocare sul mercato finanziario titoli bancari per 20 miliardi di dollari, si è trovata inondata da una domanda per 500 miliardi di dollari.

157.Ma esse sostengono anche il consumo corrente, appunto perché permettono ai lavoratori occupati con gli investimenti di comperare i beni che assicurano la loro esistenza.

158. Che questo fenomeno possa essere interpretato in modo rovesciato – con la conseguente sollecitazione a fare l’esatto opposto di quello che si dovrebbe fare – è dimostrato dai commenti de la Repubblica all’aumento della propensione al risparmio registrato in Italia tra il 2000 e il 2004.  Quel giornale ha infatti sostenuto che quell’aumento corrispondeva “ad una ripresa della fiducia”.  Vedi la Repubblica, 16.3.2005, nelle pagine dedicate all’economia.

159. Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch, Change. Sulla formulazione e la soluzione dei problemi,  Astrolabio  Roma 1974, pp. 45/52.

160. Barbara Palombelli, L’Italia si arrangia, la Repubblica 14.3.1995, p. 11.  Inutile dire che i governanti odierni hanno preso in parola l’Albertone nazionale, visto che il Quirinale e Palazzo Chigi, fanno a gara a sbandierare i risparmi di spesa che hanno attuato.

161.Vedi il testo della Manifestolibri, L’assurdità dei sacrifici, ove è riportato un dialogo radiofonico tra Keynes e Stamp su Spesa e risparmio.

162. Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 126.

163. Karl Marx,  Lineamenti fondamentali …, cit., vol. II, pp. 403/404.

164. Che, come sta accadendo ai nostri giorni, non pagheranno alcun interesse sui depositi.

165. Come sottolinea magistralmente Marx, la condizione essenziale del rapporto di merce (e di denaro) è costituita dall’indifferenza reciproca.

166. John M. Keynes, L’assurdità dei sacrifici, Manifestolibri Roma 1995, p.  25.

167. Ed impongono legalmente il comportamento corrispondente.  I membri di un Consiglio di Amministrazione che decidessero di operare in perdita sarebbero perseguibili penalmente con anni di prigione.

168. In forme quasi sempre criticate da Marx.

169. E’ ovvio che nella dimensione dell’agire privato non viene percepita alcuna “sottrazione”.  Per poter definire l’astensione dalla spesa come una “sottrazione”, si deve essere in grado di concepire una forma di relazione che comporta vincoli più generali di quelli privati.

170. John M. Keynes, Answer to Dora Russell, The collected writings, vol. XXVIII, MacMillan,  Cammbridge  1982, p. 35.

171. Un approccio che, in altra forma, si ritrova anche in Marx, che notoriamente studiò e scrisse la maggior parte delle sue opere in un forte contrasto con quelli che definì gli approcci socialisti e comunisti di tipo utopistico.

172.Sia i laburisti inglesi che i socialdemocratici europei ritenevano che una strategia di espansione della spesa pubblica fosse sbagliata.

173.Negli ultimi decenni il primo atto economicamente significativo della maggior parte dei governi di centrosinistra è stato quello di imporre dei tagli draconiani alla spesa pubblica.

 

La disoccupazione ha infatti ben presto raggiunto gli stessi livelli elevati che aveva ricorrentemente assunto nel corso dello sviluppo dei rapporti capitalistici.

Ma se, per imporre ai suoi colleghi economisti un’interpretazione critica della natura della disoccupazione, Keynes ha dovuto battersi per tutta la seconda metà della sua vita, senza nemmeno riuscire a spuntarla veramente; se la disoccupazione ha continuato ad essere interpretata dal senso comune prevalente in maniera distorta, cioè  non come una contraddizione, bensì come una disgrazia 67 o come una cattiveria; come avrebbe mai potuto il suo ripresentarsi dopo un trentennio sollecitare la sensibilità a riconoscervi un elemento di novità ?

Qui è dove l’inerziale trascinarsi di precedenti forme dell’individualità gioca un ruolo essenziale.  Fintanto che il soggetto non sa nulla della natura delle crisi capitalistiche 68, di come coloro che sono immersi in questo modo di produzione cercano dapprima di porvi rimedio, di come essi finiscono col precipitare in uno stato di totale impotenza nel corso della Grande crisi degli anni Trenta, e di come, col Welfare, si riesca ad uscire da questo drammatico impoverimento dopo la Seconda guerra mondiale, può concepire la disoccupazione solo in forme arcaiche.  Non conoscendo la propria storia 69, non può riferirsi a ciò che gli accade se non che in termini che potevano avere un senso duecento anni or sono, ma che ora appaiono anacronistici.   Anche se per accidente incappasse nell’avvertimento di Keynes non sarebbe in grado di attribuirgli alcun rilievo, perché il significato che dovrebbe guidare la sua azione lo trae già da un sistema  di pensiero che nega la natura problematica dell’evento, accontentandosi di una lettura impastata di categorie prescientifiche 70.   Ci sono poi autori 71 che, banalizzando i processi di trasformazione sociale, ipotizzano che il puro e semplice “rifiuto” della propria condizione, il puro e semplice “sottrarsi al comando altrui”, corrisponda già all’affermarsi di una soggettività in grado di far fronte alle contraddizioni capitalistiche e a quelle che sono  intervenute con lo  stesso Stato sociale.  Ma l’esperienza degli ultimi trent’anni confuta alla radice questa ottimistica ipotesi, visto il sistematico crescere del disorientamento, che sta lentamente raggiungendo i livelli distruttivi degli anni Trenta del secolo scorso.

 

 

 

Capitolo diciannovesimo

 

Perché l’emergere di nuovi bisogni genera un disorientamento ?

 

 

Qual è il significato della disoccupazione riesplosa a partire dagli anni Ottanta?  Perché mai, quando la maggioranza della popolazione ha cominciato ad emanciparsi stabilmente dalla situazione di penuria, il numero di coloro che hanno perso il lavoro o non sono riusciti a trovarlo è tornato a crescere sensibilmente?  Se la  disoccupazione strutturale del secondo dopoguerra, in paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e la Finlandia costituiva la manifestazione dell’arretratezza e del sottosviluppo, non sarebbe semmai dovuto accadere il contrario, e cioè l’abbondanza di risorse e l’accumularsi delle conoscenze non avrebbe dovuto favorire un crescente coinvolgimento dei cittadini nel processo produttivo?  La convinzione, espressa da molti sindacalisti e politici riformisti, che i paesi sviluppati avessero ormai trovato una soluzione definitiva al problema della disoccupazione, con l’Italia a rappresentare un’anomalia 72, non avrebbe dovuto ricevere una conferma, invece di subire una drammatica disconferma col dilagare dei senza lavoro anche nei paesi di più vecchia maturità industriale 73?

Per rispondere a questi interrogativi si deve aver chiara sia la natura del lavoro che cerca un’occupazione, appunto il lavoro salariato, sia la relazione nella quale questa attività si trova con i bisogni che la generano, e che punta a soddisfare.  Insomma non si deve cadere nell’errore di concepire lo sviluppo in forma astratta, e cioè a prescindere dalla concrete condizioni che di volta in volta lo favoriscono o lo ostacolano.

 

Il rapporto tra disoccupazione e sistema dei bisogni

Ogni attività ha infatti il suo elemento motore, in assenza del quale non interverrebbe.  E nel caso dell’attività produttiva l’elemento motore è costituito dall’insieme dei bisogni.  Pur non ignorando del tutto questo fatto essenziale, gli economisti ortodossi se lo rappresentano nei limiti di un approccio astratto, o se si vuole astorico, osservando che, se a monte dell’attività produttiva ci sono i bisogni, questi sarebbero però illimitati e tutti di una medesima qualità. L’attività diretta a soddisfarli non dovrebbe mai scontrarsi con ostacoli che potrebbero inibirla, fatta eccezione per il caso di una mancanza di risorse o di errori imprenditoriali.  Il sopravvenire della disoccupazione non appare così imputabile alle dinamiche proprie del sistema, ma solo ad eventi esteriori, accidentali o imposti.

I rapporti umani sono però molto più complessi di quanto non si riesca a cogliere con questo quadro ingenuo 74.  Può infatti accadere che ci siano bisogni e tuttavia, a causa della forma nella quale si presentano, non siano in grado di generare l’attività produttiva prevalente, o addirittura una qualsiasi attività.75  In tal caso l’elemento motore potenzialmente c’è, ma purtroppo gira a vuoto.  Il disoccupato ha, ad esempio, un dannato bisogno di trovare un lavoro, e la possibilità che lo trovi scaturisce inevitabilmente, da un lato, da un’attività di studio collettiva e di ricerca sulla natura della disoccupazione, dall’altro, da un’attività che favorisca la circolazione sociale e l’accettazione dei risultati di quelle ricerche, dall’organizzazione di una struttura che operi continuativamente per dare attuazione alle soluzioni prospettate, ecc.76  Ma il disoccupato non ha il potere immediato di mettere in moto tutto ciò, e non c’è nessun meccanismo spontaneo che assicuri che quelle attività intervengano per proprio conto, che quando vengono svolte lo siano nel modo giusto, o che quando vengono affrontate nel modo giusto incidano realmente sulla società.  Può così accadere, come sta accadendo ai nostri giorni, che egli manifesti il suo bisogno, ma questo resti insoddisfatto o sia solo molto maldestramente soddisfatto dagli uffici di collocamento pubblici 77 e dalle agenzie di lavoro private; ai quali, proprio perché agiscono a valle rispetto al problema 78, non si può però imputare la disoccupazione. Ci sono poi attività che, pur essendo svolte, non riescono ad incontrarsi con i bisogni e quindi si risolvono in uno spreco.  Uno tra i tanti esempi possibili è quello dei prodotti agricoli lasciati marcire sui campi o destinati alla distruzione negli ammassi, per non far crollare i prezzi di vendita.  Un altro è quello dei lavori inutili di stampo keynesiano, ai quali si continua a ricorrere in piena crisi, nonostante abbiano ormai perso la funzione (contraddittoriamente) positiva, che avevano fino agli anni Ottanta.

Insomma, i bisogni, l’attività che li soddisfa e la forma della ricchezza che scaturisce da quell’attività costituiscono l’articolazione di una totalità problematica, che non fluisce così linearmente come gli economisti ortodossi immaginano, quando fantasticano sul sussistere di un “ordine spontaneo” che normalmente si instaurerebbe sulla base dell’agire privato.  Un ordine che consentirebbe di metabolizzare i bisogni emergenti attraverso il rapporto domanda-offerta e il lavoro che ne scaturisce. E dunque, nel momento in cui sopravvengono delle difficoltà sociali come quelle di cui stiamo soffrendo attualmente, occorre indagare il perché, nonostante ci siano dei bisogni insoddisfatti, nonostante i disoccupati sarebbero disposti ad agire produttivamente 79 e sarebbero capaci di farlo da un punto di vista tecnico, ma non sociale, nonostante ci sia la ricchezza materiale che consentirebbe di produrre, e di provare a soddisfare quei bisogni, non si riesca a stabilire un nesso di reciproca coerenza tra questi tre momenti del processo riproduttivo sociale.

Soffermiamoci innanzi tutto sulla forma dell’attività.  Con una metafora quasi poetica 80, forse per evitare la durezza delle considerazioni analitiche, Keynes ci introduce al nocciolo della relazione produttiva che si esprime nel lavoro salariato.  L’attività che si svolge in quel rapporto sociale, egli afferma, non è uno scopo dell’individuo, una manifestazione della sua “libertà”, ma piuttosto un mezzo; anche se un mezzo per assicurarsi le condizioni della propria esistenza.  Il fatto che la capacità di produrre sia messa in vendita, nella speranza che venga acquistata da altri per il perseguimento di loro scopi, testimonia il sussistere di una radicale passività 81.  Non a caso Marx, movendo quasi un secolo prima nella stessa direzione, definisce il lavoro salariato come un lavoro estraniato 82; una caratteristica che a suo avviso è immediatamente desumibile dal fatto che “non appena viene meno lo stato di bisogno materiale, il lavoro viene fuggito come la peste”.83 Poiché il lavoratore “si sente presso di sé solo fuori dal lavoro, mentre nel lavoro si sente fuori di sé, è a casa propria se non lavora, mentre se lavora non è a casa propria”84 è disposto a svolgere quell’attività solo fintanto che è pressato dalla necessità esterna, nonostante questa non si presenti come una costrizione personale.  Se potesse appropriarsi di quei beni che gli assicurano la riproduzione per altra via non cercherebbe (quel) lavoro. Godrebbe dei beni che gli altri producono, ma non si “sottometterebbe” al compito di produrre per altri.85 Con la richiesta di un denaro per agire, il produttore potenziale esplicita proprio il sussistere di questa relazione antagonistica, sulla base della quale dichiara di non sentirsi libero, bensì di procedere materialmente costretto a “cercare un lavoro”86.   Esigendo un valore che equivale a quello della merce che immette sul mercato – che nel caso del lavoratore è la sua “forza lavoro” o “capacità di produrre” - il soggetto (lavoratore o produttore autonomo) privato esplicita che, in realtà, sta solo cercando di produrre indirettamente per se stesso, e la soddisfazione dei propri bisogni è l’unico movente che lo spinge all’azione; cosicché procede su una base meramente economica, ed è disposto a “dare”, ma solo per riuscire ad “avere” corrispondentemente.

In un capitolo dei Lineamenti fondamentali di grande rilevanza teorica 87, Marx spiega attraverso quali passaggi analitici l’economia ortodossa finisce con l’ignorare o col relegare in secondo piano questo modo di presentarsi della costrizione economica, e col sopravvalutare la conquista dell’indipendenza personale reciproca,  cancellando il fatto che gli individui si presentano “non come semplici individui che scambiano”, bensì come soggetti che si trovano in rapporti economici (di classe), sottostanti  agli scambi, che condizionano in modo specifico le loro stesse pratiche riproduttive.  Vale a dire che il rapporto di scambio non può essere un rapporto tra persone, ma solo tra individui socialmente indipendenti o tra persone che possono agire solo come membri di classi sociali. e questo è vero,  emerge evidentemente un interrogativo:  a quali condizioni i bisogni possono generare un’attività come il lavoro salariato?  In altri termini, a quale tipo di bisogni ci troviamo di fronte, e che cosa c’è nella loro natura che consente di non formularli in contraddizione con un rapporto di sottomissione economica dei produttori ai loro stessi rapporti,  come quello appena descritto.

Il soggetto che muove da questa coazione lo fa, in un primo momento, perché è spinto da quello che Marx definisce come “il bisogno di conservare se stesso”, di assicurarsi “la sussistenza”.  E aggiunge che, procedendo su questa base, “il lavoro si muove nell’ambito dei limiti dei suoi bisogni naturali”88.   Per questa ragione può porre la sua attività come un qualcosa che si impone su di lui dal di fuori, pur non costituendo più, come invece accadeva nei rapporti precapitalistici, l’espressione di una costrizione personale.89  Ora è evidente che, per chi non sa cogliere il senso metaforico del linguaggio, e precipita in quel baratro della comunicazione inefficace del quale abbiamo parlato nel primo capitolo,  il concetto di “bisogno naturale” è inafferrabile.  Il bisogno, infatti, si distingue dalla spinta istintiva di tipo animalesco, appunto perché presuppone un rapporto con ciò che sollecita all’azione, e dunque è già al di là di quella dimensione che in genere definiamo come “natura”.  Come possono allora esistere “bisogni naturali”?  Ma la metafora di Marx si riferisce al fatto che i bisogni in questione vengono trattati, da chi li manifesta, come se fossero “naturali”, piuttosto che come un prodotto dello sviluppo precedente.  In altre parole, quei bisogni vengono recepiti passivamente, senza il sopravvenire di un rapporto critico con il processo attraverso il quale hanno preso corpo e, tanto meno, con le pratiche che garantiscono o negano la loro soddisfazione.  Per questa ragione è il capitale che, pur nella sua incessante spinta ad un arricchimento astratto attraverso la produzione mercantile, per una fase storica si assume il compito di “creare le condizioni per lo sviluppo di una individualità ricca e dotata di aspirazioni universali  nel consumo”.  Il consumo di coloro ai quali cerca di vendere. Mentre il lavoro salariato, normalmente, punta dapprima a riprodursi nell’ambito dei limiti dell’esistenza ereditati dalle generazioni precedenti, senza alcuna sollecitazione verso l’universalità della ricchezza.90  Una sollecitazione che, come vedremo nelle battute conclusive, opererà eventualmente solo in un secondo momento, nel confronto con l’arricchimento materiale nel frattempo intervenuto grazie al capitale.

Certo, fino all’affermarsi del fordismo, il capitale procede del tutto contraddittoriamente.  Vale a dire che ogni capitalista cerca di limitare la capacità di acquisto della forza lavoro alle proprie dipendenze, perché per lui rappresenta un costo, mentre punta alla vendita ai lavoratori che sono alle dipendenze altrui, perché la loro spesa è per lui un ricavo. Desidera un mondo popolato da consumatori, ma inibisce il consumo di coloro con i quali interagisce immediatamente nella produzione, dimostrando così di concepire la ricchezza umana in forma decisamente estraniata, come manifestazione di una domanda che non contribuisce a determinare, e che anzi là dove ha un potere immediato tende a comprimere.   Ma anche muovendosi all’interno di questo orizzonte contraddittorio, abbatte i limiti propri di un’esistenza basata sulla mera soddisfazione dei “bisogni naturali”, appunto perché, creando una ricchezza materiale e rapporti sociali su scala allargata,  spinge oggettivamente tutti gli individui, inclusi i salariati, verso un consumo che trascende i precedenti limiti riproduttivi.   Non che voglia fare ciò, ma cercando di vendere su una scala sempre più ampia, lo fa.   E, come abbiamo già chiarito, con il fordismo prima e il keynesismo poi, lo sviluppo dei consumi diventa una componente nuova, consapevolmente interiorizzata dal sistema, che ora lavora per determinare una crescita  della domanda aggregata che vada incontro all’offerta potenziale.

Soffermiamoci brevemente su questo problema. “Uno degli aspetti in cui si manifesta la funzione civilizzatrice del capitale”, scrive Marx, “è quello di estorcere il pluslavoro  in un modo e sotto condizioni che sono più favorevoli allo sviluppo delle forze produttive, dei rapporti sociali, e alla creazione degli elementi per una nuova e più elevata formazione, di quanto non avvenga nelle forme precedenti della schiavitù, della servitù della gleba, ecc.   Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i modi possibili di produzione.  A mano a mano che egli si sviluppa il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni.”91   Ora, è ovvio che questo meccanismo non può riprodursi illimitatamente in modo immutato.   Se si comincia a mangiare regolarmente, la fame, come forma immediata del bisogno di un qualsiasi cibo, tende a recedere 92.  Vale a dire che non si presenta più soltanto come un mezzo per riprodurre puramente e semplicemente la propria esistenza così com’è.  Se si riesce a vivere regolarmente al coperto e in un ambiente confortevole, il bisogno non è lo stesso di quando si era costretti in molti in un tugurio.  Recede la componente di “ricovero”, e comincia ad instaurarsi un rapporto qualitativo con lo spazio abitativo che ci circonda 93. Se al sopravvenire di una malattia si può comprenderne la patogenesi e ci si può curare con farmaci, o con il cambiamento delle proprie abitudini di vita, non è lo stesso di quando si doveva aspettare passivamente, e soffrendo, che le difese immunitarie dessero una possibilità di sopravvivenza, magari evocando pratiche magiche o recitando preghiere.  Insomma dalla normale soddisfazione dei bisogni scaturisce una tendenza a non considerare più normale una situazione nella quale quei bisogni si presentano come un evento al quale il soggetto può rapportarsi solo passivamente, considerandoli come un qualcosa di naturale.  Nei termini usati da Marx:  “il bisogno soddisfatto, l’azione del soddisfarlo e lo strumento già acquisito di questo soddisfacimento”, non instaurano un semplice processo inerziale di tipo ripetitivo – una sorta di stato stazionario - bensì “portano a nuovi bisogni”.94  E questi nuovi bisogni  costituiscono la nuova ricchezza del genere umano, in quanto anticipano la dimensione di una nuova libertà che è possibile instaurare.  Una libertà che, come Keynes afferma esplicitamente,  i capitalisti possono solo far intravedere, ma della quale non sanno consentire il godimento.

E’ questo il momento in cui interviene il dischiudersi  “della possibilità del consumo per tutti”.  Vale a dire che, pur non costituendo ancora una realtà nella vita delle grandi masse, la propensione ad un consumo crescente e diversificato contribuisce alla formazione della loro individualità.   I bisogni ai quali Marx si riferisce, in rapporto al lavoro salariato di un secolo e mezzo fa, si presentano pertanto come “bisogni naturali”, appunto perché i salariati stessi continuano a non includere nel loro orizzonte – se non passivamente - le conquiste produttive che stanno intervenendo.  Ma con il consolidarsi della produzione di nuovi beni su scala allargata essi finiscono lentamente col considerare arbitraria ogni esclusione dal godimento della nuova ricchezza, che si dispiega sempre più di fronte a loro.  In tal modo la spinta ad andare “al di là del necessario diventa essa stessa un bisogno generale, che scaturisce cioè dagli stessi bisogni individuali”.95 Quando questo passaggio interviene, questi bisogni, presentandosi come un prodotto storico, non possono più continuare ad essere considerati come espressione di “una necessità naturale nella sua forma immediata”96.  Ciò corrisponde ad un mutamento oggettivo della condizione nella quale gli individui si riproducono.  Un mutamento oggettivo che, nei paesi a capitalismo avanzato, come gli Stati Uniti, aprono la strada alle prime manifestazioni del consumismo di massa successive alla Prima guerra mondiale.

Lo stesso Stato sociale si presenta, trent’anni più tardi, come una conferma del fatto che questa distinzione permea sempre di più la società nel corso del suo stesso sviluppo.  Durante la Grande Crisi degli anni Trenta risultava infatti ancora tollerabile che milioni di persone traessero il loro fortuito e miserevole sostentamento dall’assistenza pubblica, là dove era stata introdotta.  Al punto che in Gran Bretagna per un intero ventennio (!) non si scese mai al di sotto di una disoccupazione del 10% della forza lavoro, e quella media fu del 15%, senza che le classi egemoni sentissero il bisogno di cambiare strada e le classi subalterne minacciassero radicalmente le relazioni prevalenti. Ma il keynesismo critica alla radice questa evoluzione, e afferma che le condizioni materiali per porre fine a questo stato di cose esistono già e, dunque, si deve smettere di affidarsi ai sussidi.  I bisogni necessari possono e debbono essere soddisfatti, proprio instaurando un diverso rapporto economico con quelle abbondanti risorse materiali, che gli imprenditori hanno creato, ma non sanno reimpiegare pienamente.  “Se fossi oggi al potere”, scrive Keynes nel 1933, “mi impegnerei senza alcun dubbio a dotare le nostre principali città di tutte quelle pertinenze dell’arte e della civiltà al più alto livello del quale i cittadini sono individualmente capaci, convinto di potermi permettere tutto ciò che sarei in grado di creare.  Il denaro speso in questo modo non solo sarebbe preferibile a qualsiasi indennità di disoccupazione, ma eviterebbe la necessità di una simile indennità.”97  Dunque se c’è un muratore capace di realizzare opere, deve poter edificare; se c’è un medico deve poter curare malati; se c’è un’insegnante deve poter insegnare; ecc. Una strategia che ha cominciato ad essere seriamente seguita solo dopo la Seconda guerra mondiale con il cosiddetto “diritto al lavoro”.

A che cosa corrisponde questo ulteriore cambiamento?  Torniamo al passo di Marx appena citato.  Come abbiamo visto i bisogni necessari di espandono, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che consento di soddisfarli.  Ora, la crescita di queste forze è realmente possibile solo in quanto “i produttori associati, regolano razionalmente il loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca”.98  Non possiamo qui approfondire tutte le concrete manifestazioni attraverso le quali questo passaggio è stato avviato.  Coerentemente col prevalere dell’ideologia del laissez faire, che non considerava i cicli economici come manifestazioni di questa “forza cieca”, fino alla Seconda guerra mondiale le grandezze economiche aggregate non venivano neppure rilevate in modo sistematico.  Basti pensare che la stessa quantificazione della disoccupazione negli USA costituiva un fatto privato dei sindacati, che elaboravano delle stime sulla base delle loro limitatissime capacità 99.  Con lo Stato sociale l’andamento dell’occupazione diventa, invece, una variabile essenziale, che i governi si sentono tenuti a conoscere esattamente e, se possibile, con grande tempestività.100  Gli stessi dati relativi alla composizione e all’andamento del PIL cominciano ad essere rilevati accuratamente, per consentire di impostare una politica economica coerente solo dopo che Simon Kuznets 101, poco prima della Seconda guerra mondiale, contribuì alla loro impostazione.  Come si espresse Galbraith:  “un conto era resistere alla teoria di Keynes, un altro e molto più difficile compito era resistere alle statistiche di Kuznets”.  Queste dimostrarono che “il sistema economico stava operando molto al di sotto delle sue capacità”, con la conseguenza che una moltitudine di bisogni primari non venivano soddisfatti, senza alcuna giustificazione economica.  Solo in questo modo lo Stato sociale riuscì nel perseguimento dei propri obiettivi, e la soddisfazione dei bisogni necessari di grandi masse non fu più lasciata allo spontaneo evolvere del rapporto offerta/domanda.

 

L’evoluzione del sistema dei bisogni secondo chi confuta le teorie della “fine del lavoro”.

Perché è importante non rimuovere o ignorare il processo evolutivo che abbiamo sinteticamente ricostruito?  Per la semplice ragione che investe direttamente il problema che è al centro della nostra attenzione, quello della riproducibilità o meno del lavoro salariato.  La tesi di Keynes e di Marx è che i bisogni necessari crescono, ma, se la società sviluppa le conoscenze che le consentono di sottrarsi alle drammatiche crisi che hanno caratterizzato il passato, la capacità di soddisfarli crescerà più celermente.  E quelli crescono proprio perché questa cresce.  Con un conseguente radicale miglioramento delle condizioni di vita.  Questo arricchimento produrrà però, nel lungo periodo, un effetto paradossale, con l’inevitabile riemergere di una difficoltà a riprodurre il lavoro salariato su una scala corrispondente al pieno impiego.  A loro avviso, questo tipo di attività riesce infatti ad incontrarsi coerentemente con i bisogni primari, ma ha difficoltà ad andare incontro ai bisogni superiori, proprio a causa della sua natura inerzialmente esteriore.  E siccome i primi vengono soddisfatti con sempre meno lavoro, mentre i secondi non possono essere soddisfatti con altro lavoro, sia il meccanismo accumulativo del capitale, che quello espansivo dello stato keynesiano si inceppano. Non deve dunque sorprenderci che alcuni di coloro che hanno confutato la teoria la “fine del lavoro”, ben prima 102 del presentarsi di questa teoria nel dibattito economico e sociologico, abbiano sentito il bisogno di negare qualsiasi validità all’idea che la riproduzione del lavoro salariato stesse entrando in contrasto con lo sviluppo dei bisogni, cosicché questo sarebbe sempre stato in grado di sostenere quella.

Poiché questo passaggio costituisce il fulcro sul quale fa leva l’intero approccio teorico con il quale ci stiamo confrontando, approfondiamo le critiche dei nostri avversari, richiamando prima esplicitamente l’ipotesi keynesiana dalla quale dissentono.  “E’ vero”, scrive Keynes nel 1930, “che i bisogni degli esseri umani possono sembrare insaziabili.  Ma essi  rientrano in due categorie – quei bisogni che sono assoluti, nel senso che li sperimentiamo qualunque sia la situazione nella quale i nostri simili si trovano, e quelli che sono relativi, nel senso che li proviamo solo se la loro soddisfazione ci eleva al di sopra, ci fa sentire superiori ai nostri simili.  I bisogni del secondo tipo, quelli che soddisfano il desiderio di superiorità, possono indubbiamente essere insaziabili;  perché quanto più elevato è il livello di vita generale, tanto maggiori essi sono.  Ma ciò non è vero per i bisogni assoluti.   Possiamo infatti presto raggiungere un punto, forse molto prima di quanto tutti noi riusciamo a concepire, nel quale questi bisogni  saranno soddisfatti, nel senso che preferiremo dedicare le nostre energie aggiuntive al perseguimento di scopi non economici”.103

L’accento, a nostro avviso,  cade sulla frase conclusiva, che è la sola a dare un significato compiuto all’intero ragionamento e che Keynes, subito dopo, lega direttamente alla possibilità o meno di riprodurre il rapporto di lavoro salariato.  Ma i critici della teoria della “fine del lavoro” raccolgono questa distinzione dei bisogni purgandola proprio del passaggio conclusivo.  Soffermiamoci brevemente ad analizzare le argomentazioni critiche di uno di questi autori.  “La distinzione operata da Keynes tra i bisogni assoluti e quelli relativi”, scrive Bellofiore, “una distinzione che è anche separazione e indipendenza dei primi dai secondi – non può non richiamare alla mente la distinzione di Smith tra bisogni ‘naturali’, (cibo, vestiario e riparo) e desiderio di ‘quelle comodità che sono richieste dalla raffinatezza e dalla delicatezza del nostro gusto’.  I primi, potremmo dire, sono comuni agli esseri umani in quanto eguali, siano essi soli o in società 104; i secondi, che pongono l’accento sulle differenze reciproche, sono necessariamente relazionali e posizionali.  A differenza di Keynes … Smith mette però in relazione i due tipi di bisogni, ed anzi crea un effetto di ritorno dei secondi sui primi.  Non soltanto perché lo scopo del processo capitalistico, il sempre migliore soddisfacimento dei bisogni naturali, è per lui il risultato inintenzionale di attività che sono invece rivolte all’obiettivo impossibile di esaudire il desiderio di distinzione, attraverso l’impulso che esse danno alla divisione del lavoro e alla crescita economica.  C’è di più.  Quei beni, dapprima prodotti come ‘comodità’ per i ricchi, finiranno con il tempo – quando le classi superiori se ne saranno stancate – con il passare alle classi più povere, soddisfacendo i loro bisogni naturali.  Che, dunque, sono in realtà sempre meno autonomi, e vanno a rimorchio del desiderio dei ricchi.  Qui l’antico si rivela più attuale del moderno.  I fenomeni di induzione e di imitazione del consumo sembrano confermare più l’intuizione di Smith che le tesi di Keynes.  L’economia ha più a che fare con i bisogni relativi che con quelli assoluti 105:  sia perché le necessità fondamentali sono sempre più determinate dal contesto storico e sociale; sia perché è la produzione stessa a plasmare la domanda.  Se le cose stanno così, non si vede perché l’espansione ‘artificiale’ dei bisogni non possa ancora costringere l’essere umano nel mondo del lavoro e dell’economia, contrariamente a quanto scrive Keynes.”106

Come abbiamo più volte ricordato, l’interpretazione di un pensiero spesso svela più la sensibilità del soggetto ricevente che le intenzioni di chi scrive.  Quando Smith pubblica, nel 1776, The wealth of nations, il sistema capitalistico è agli albori, tant’è vero che i suoi riferimenti concreti riguardano quasi esclusivamente la manifattura, non la grande industria, che è ancora lungi dall’emergere.  Quando Keynes scrive, nel 1936, The general theory, il sistema capitalistico è ormai avviato al tramonto 107, avendo dato corso ad uno straordinario sviluppo, ma essendo anche incapace di uscire dalla Grande Crisi senza l’intervento di un terzo.  Come può dunque il primo autore, che lavora prevalentemente su delle intuizioni, comprendere meglio la natura e i limiti del sistema, di chi ha di fronte il risultato dello svolgimento storico?  Non pretendiamo certo di sostenere che il messaggio di Keynes sia univoco, appunto perché contiene una forte componente a sua volta intuitiva ed anticipatrice di tendenze future, e dunque non si esprime e non può esprimersi in termini inequivocabili.  E per di più lo fa col linguaggio dell’epoca, che anticipa rozzamente svolgimenti che potranno essere descritti adeguatamente solo dopo che sono intervenuti.  Ma ci sembra che, avendo scritto ben centocinquant’anni dopo Smith, ed avendo dimostrato una profonda sensibilità storica, meriti una lettura più aperta.

Qual è il nocciolo del passo in questione?  A nostro avviso sta tutto in quel “preferiremo dedicare le nostre energie a scopi non economici”, il cui senso va esplicitato facendo riferimento al resto dell’articolo.  Anche Keynes rileva infatti che i nuovi bisogni delle grandi masse tendono, in un primo momento, ad “andare a rimorchio” delle pratiche poste in essere dai ricchi, con un “effetto di ritorno” a là Smith 108. E anzi sottolinea anche il sussistere di un meccanismo coattivo nell’esperienza, che per qualche tempo inibisce la percezione collettiva dell’instaurarsi di una situazione nuova rispetto alle epoche precedenti.  Ma, a differenza di chi confuta oggi la teoria della “fine del lavoro”, non considera questa tendenza oggettiva come un fato immanente.   Innanzi tutto perché, a suo avviso, “il comportamento dei ricchi … è molto deprimente”.  Anche se queste classi hanno, per così dire, “rappresentato le nostre avanguardie, coloro che hanno esplorato per noi la terra promessa, piantando le loro tende” nel mondo dell’abbondanza, “dobbiamo tuttavia convenire che esse hanno disastrosamente fallito nel risolvere il problema che è stato loro posto” dalla storia:  quello di cominciare a praticare un’attività produttiva non legata al movente economico, ma al vantaggio sociale generale connesso ad uno sviluppo delle relazioni umane su una base superiore alla proprietà privata.  E significativamente aggiunge:  “sono sicuro che con un po’ di esperienza noi ci rapporteremo alla nuova condizione in modo decisamente differente dai ricchi di oggi, e ci daremo un progetto di vita molto diverso dal loro”.109  Insomma, la dinamica propria dell’opposizione tra lusso e bisogni necessari non è destinata a trascinarsi in una ripetizione infinita, appunto perché presuppone il sussistere della povertà di massa.

La convinzione dei critici della teoria della “fine del lavoro” è invece che tutto ciò sia impossibile, e che Keynes si limiti a proiettare nella dinamica in atto le sue fantasie.  Per loro, anche in una situazione caratterizzata da una generale abbondanza, gli esseri umani non saprebbero sottrarsi al meccanismo costrittivo proprio delle relazioni private.  E al massimo scimmiotterebbero i ricchi che li hanno preceduti, continuando, proprio per questo, ad agire da poveri emulativi, come in passato.  Se lo stesso Keynes paventa questo permanere inerziale di una forma della soggettività ereditata dalle epoche dominate dalla penuria, lo considera però anche come una sorta di disturbo della socialità, che sarebbe in totale contrasto con l’evoluzione oggettiva e con le possibilità di sviluppo delle capacità umane.  Un comportamento che, pertanto, “avrebbe cessato di essere ragionevole”110, determinando l’insorgere di una situazione contraddittoria, che proprio perché tale contiene in sé una spinta al cambiamento.

Si noti il paradosso.  Con le confutazioni della teoria della “fine del lavoro” ci troviamo di fronte a critici che, nella stragrande maggioranza, si richiamano esplicitamente a Marx, il quale ha notoriamente affermato che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario il loro essere sociale che determina la loro coscienza”.  Un essere sociale le cui caratteristiche andrebbero ricercate “nei rapporti materiali dell’esistenza”.  E se “ad un certo punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti …  subentra un epoca di rivolgimento sociale”.111   Ma per chi nega la tendenza evolutiva che viene espressa con la figura della “fine del lavoro” tutto ciò è irrilevante e l’evoluzione sociale andrebbe sempre interpretata facendo riferimento ad una coscienza stolidamente ancorata a pratiche ereditate inerzialmente, anche quando non riflettono più coerentemente i rapporti materiali dell’esistenza.

Perché mai, nel caso  specifico di una “espansione artificiale” dei bisogni che si accompagna alla accettazione della costrizione implicita nel lavoro salariato nonostante il recedere della penuria, possiamo parlare di una contraddizione?  Appunto perché teniamo contemporaneamente conto dei due corni del contesto sociale.  Qui può esserci di aiuto la stessa riflessione di quanti confutano l’ipotesi della “fine del lavoro”.  Essi non negano che col Welfare siamo entrati in una situazione nuova.  Non contestano – e come potrebbero? - che nell’ultimo secolo ci sia stato un mutamento radicale nelle condizioni materiali di vita.  Dissentono semmai sul fatto che la straordinaria ricchezza materiale conquistata rappresenti un fattore dinamico tale da imporre un cambiamento soggettivo di coloro che interagiscono con essa.  La soggettività, a loro avviso, può coerentemente procedere senza essere vincolata al, o quanto meno influenzata dal dato oggettivo.  Oggettività e soggettività possono cioè ignorarsi a vicenda, cancellando ogni dialettica.

Ma se nel breve periodo un fenomeno del genere può indubbiamente intervenire, è però anche vero che nel medio e nel lungo periodo l’esperienza della contraddizione è la condizione di qualsiasi sviluppo, e la sua elusione  è causa di un’inevitabile decadenza.  Per risolvere i problemi che ostacolano la riproduzione e lo sviluppo è infatti necessario partire proprio dallo scarto tra intenzione e risultati ottenuti.  Un passaggio che può essere eluso solo nella malaugurata ipotesi che le relazioni siano concepite in modo idealistico, e cioè come espressione di una “pura” volontà.  La spinta a procedere al di là dei rapporti capitalistici implica dunque che “l’estraniazione diventi un potere ‘insostenibile’, cioè un potere contro il quale si agisce per via rivoluzionaria; occorre, inoltre, che essa abbia reso la massa dell’umanità affatto ‘priva di proprietà’ e l’abbia altresì posta in contraddizione con un mondo esistente della ricchezza e della cultura; due condizioni che presuppongono un grande incremento della forza produttiva, un alto grado del suo sviluppo.  E d’altra parte questo sviluppo delle forze produttive è un presupposto pratico assolutamente necessario, anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda.”112 Pertanto, non solo le condizioni materiali debbono essere tali da permettere un processo di liberazione dai meccanismi che mediano la riproduzione attraverso la necessità economica, ma lo stesso procedere della soggettività che rivendica una liberazione, per  sperare di non schiantarsi, a causa della sua cecità, sui problemi che cerca di affrontare, non può fare a meno di vincolarsi a quelle condizioni.113 Negando che lo sviluppo intervenuto nei paesi economicamente avanzati abbia infine determinato l’instaurarsi di una situazione contraddittoria, i critici della teoria della “fine del lavoro” occultano, dunque, uno dei presupposti dello sviluppo.  Pur battendosi politicamente per una radicale trasformazione dei rapporti sociali, essi ignorano il fattore energetico al quale è indispensabile riferirsi per orientare il cambiamento.  “Una contraddizione diviene infatti distruttiva se non è più storicamente necessaria e si crea un tabù circa la possibilità di riconoscere che esiste 114 o che è storicamente superflua.  La distruttività è legata al fatto che la persona o il gruppo sono divenuti pronti per una fase di sviluppo al di là della contraddizione esistente, ma si proibisce loro di realizzarla”.115  Ma questo sviluppo è possibile solo se si riescono a individuare le direzioni – opposte - verso le quali ciascuna delle forze in campo spinge, e a trovare la mediazione sintetizzante e anticipatrice, grazie alla quale ognuna delle due viene determinata nel rapporto con l’altra, senza pretendere di costituire l’unico fattore dinamico del contesto.

La contraddizione 116 con la quale dobbiamo confrontarci, come abbiamo visto più volte, consiste originariamente nel fatto che, pur “liberando” una parte rilevante della forza lavoro dai propri compiti attraverso il continuo aumento della produttività, e dunque creando una delle condizioni dello sviluppo, il capitale, perseguendo il proprio scopo accumulativo, non riesce 117 ad impiegare nuovamente quei lavoratori.  Fallisce dunque nel rispettare la seconda condizione dello sviluppo in quanto non riesce a metabolizzare bisogni superiori, corrispondenti alla libertà dalla necessità immediata che si sta, nel frattempo, instaurando. O almeno non lo fa nella misura necessaria per occupare nuovamente tutta la forza lavoro “liberata” dai precedenti compiti.  Allo stesso tempo pone, però, come condizione, per rendere disponibili i beni che garantiscono l’esistenza stessa dei lavoratori, che essi trovino un’occupazione alle stesse condizioni di prima, e, soprattutto, che quel lavoro sia fonte di profitto.  A causa di ciò determina una regressione, che sfocia nel riemergere di un diffuso stato di necessità e di precarietà come componenti – ora del tutto artificiose! - della vita sociale.  Una contraddizione che, pur con profonde differenze, nel corso degli anni Ottanta e nei decenni successivi, investe  lo stesso Stato sociale,  che non riesce più a svolgere la funzione di occupatore di ultima istanza acquisita nel corso del “trentennio glorioso”.  Ma no, obiettano i critici delle teorie della “fine del lavoro”, perché mai il capitale non dovrebbe essere in grado di mistificare sul rapporto di necessità tra bisogni emergenti e i beni che possono soddisfarli?  Perché mai non dovrebbe essere capace di costringere gli esseri umani al pluslavoro, facendoli regredire in una condizione di incertezza, a desiderare un telefono cellulare, né più e né meno di come cercavano una pagnotta quando morivano di fame, o magari un viaggio alle Maldive o a Ibiza, né più e né meno di come aspiravano ad un braciere nelle loro catapecchie nei giorni del grande freddo?  Perché mai i lavoratori dovrebbero essere sollecitati a riflettere e ad agire sui loro stessi rapporti produttivi, invece di continuare a concentrarsi solo sugli oggetti e i servizi ai quali agognano? In questa ricostruzione l’unica spinta che riesce ad essere concepita è quella corrispondente al permanere della passività - nonostante l’instaurarsi di un’abbondanza materiale, e dunque contro la libertà possibile.   E’ ovvio che questa concezione sfoci nel rifiuto di qualsiasi problematica relativa alla difficoltà di riprodurre il rapporto salariato.  Ma si tratta di una concezione logicamente inconsistente.

 

I bisogni di una società ricca

Si può infatti dire che il soggetto comincia ad “arricchirsi”, in quanto non si perde più nell’oggetto che lo fa essere ciò che è; con la conseguenza che il suo stesso bisogno dismette sempre di più la sua natura di forza alla quale è sottomesso.  “Il senso, prigioniero dei bisogni pratici primordiali, è soltanto un senso limitato.  Per l’uomo affamato non esiste la forma umana dei cibi, ma soltanto la loro esistenza astratta come cibi; potrebbero altrettanto bene essere presenti nella loro forma più rozza, e non si può dire in che cosa differisca questo modo di nutrirsi da quello delle bestie.  L’uomo in preda alle preoccupazioni e al bisogno non ha sensi per il più bello degli spettacoli; il trafficante in minerali vede soltanto il valore commerciale, ma non la bellezza e la natura caratteristica del minerale; non ha alcun senso mineralogico; e quindi occorreva l’oggettivazione dell’essere umano, tanto dal punto di vista teoretico che dal punto di vista pratico, sia per rendere umano il senso dell’uomo, sia per creare un senso umano che fosse corrispondente a tutta la ricchezza dell’essere umano e naturale”.118  L’aspetto essenziale del processo di arricchimento, di qualsiasi arricchimento, quello relativo all’instaurarsi di una distanza tra il bisogno e il suo oggetto, finisce così, nelle argomentazioni degli avversari dell’ipotesi della “fine del lavoro”, con l’essere cancellato. La spinta oggettiva tende, però, ad essere rimossa, con la conservazione di un comportamento inerzialmente ereditato dal mondo nel quale questa distanza non poteva intervenire, solo fintanto che gli individui sono incapaci di trovare il filo di Arianna che può aiutarli ad orientarsi nel labirinto nel quale sono precipitati e credono che non esistano alternative alle pratiche riproduttive ereditate.  Ma in questo caso la loro “povertà” è ora soprattutto soggettiva, e si esprime nella loro incapacità di concepire un modo di rapportarsi a se stessi, alle condizioni della loro esistenza e della possibilità di produrre in un modo che si spinga al di là del lavoro salariato.

La stessa affermazione dello Stato sociale confuta però che questo stato di cose si sia pacificamente instaurato. Quando il keynesismo interviene, costituisce l’embrione di questo processo di orientamento alternativo,  perché, attraverso la formulazione di quello che viene chiamato il sistema dei “diritti sociali”, contribuisce all’instaurarsi di un rapporto con i propri bisogni, e alla elaborazione di una – indubbiamente grossolana, ma non per questo meno sostanziale - gerarchia di priorità.119  Il principio prevalente nell’ambito dei rapporti capitalistici è:  se non è produttivo di profitto, il lavoro non può essere svolto e le risorse non possono essere impiegate.  Non importa se il lavoro sia necessario, perché nessun imprenditore è disposto a violare il principio della profittabilità e a comperare forza lavoro al solo fine di assicurarle le condizioni di esistenza.  Col keynesismo si afferma invece che  il lavoro necessario deve essere sempre svolto, sia esso chiamato in causa direttamente o indirettamente con lavori socialmente utili messi in moto dallo stato, sia esso chiamato in causa da lavori inutili che si limitano a sostenere la domanda 120.  Un rovesciamento di movente che testimonia l’instaurarsi di un rapporto economico alternativo, rispetto a quello che comporta una subordinazione al processo accumulativo, e che avvia la conquista di un’embrionale padronanza sullo stesso processo riproduttivo.

Ma i critici della “fine del lavoro” ribaltano il senso di questo passaggio storico.  A loro avviso, il Welfare offrirebbe un’ulteriore conferma di un’assoluta capacità manipolatoria da parte del capitale, con un’evidente confutazione della riflessione di Keynes.  “Un’ulteriore riprova di ciò,” scrive ad esempio uno degli autori in questione, “la si ritrova nella stessa forma che ha poi assunto proprio l’intervento keynesiano, quanto si è proposto di rimuovere i limiti che il capitalismo ‘puro’ poneva alla piena utilizzazione delle risorse, limiti che intralciavano la strada che conduce al superamento del ‘problema economico’.  Quell’intervento si è infatti configurato come un’immissione di domanda aggiuntiva da parte dello stato che ha sostenuto, direttamente e indirettamente, la domanda privata, ed in particolare la quota dei consumi sul reddito.  Vista da questa angolazione, la politica economica eretta sulle basi della Teoria generale è la smentita più radicale del futuro preconizzato da Keynes, dal momento che si traduce in un ulteriore salto nell’artificialità del consumo”.121  Ora, è evidente che avanzando una simile valutazione sulle possibilità di manipolazione del capitale si esprime un giudizio negativo sulle stesse capacità dei lavoratori.

Che cosa c’è di sbagliato in questo ragionamento?   A nostro avviso, il fatto che ignora completamente le condizioni storico-sociali che Keynes ha posto al centro della sua analisi.  Egli riteneva che, negli anni Trenta del Novecento, i bisogni primari della società fossero lungi dall’essere normalmente soddisfatti, e quindi sollecitava un uso del tempo sprecato con la disoccupazione in un lavoro aggiuntivo, che avrebbe potuto soddisfare i grandi bisogni sociali che avevano strutturalmente preso corpo nella società attraverso lo stesso sviluppo capitalistico.  Da questo punto di vista è del tutto erroneo parlare di un’artificialità dei bisogni, appunto perché quei bisogni di alimentazione regolare, di abitazione decorosa (anche perché dotata di acqua corrente e di energia, di servizi igienici e di riscaldamento), di istruzione di base, di cure primarie, di mobilità fisica, ecc. ecc. erano già una componente della soggettività che era venuta conflittualmente consolidandosi durante i due secoli di egemonia borghese.122  Essi potevano pertanto cominciare ad esser considerati come “bisogni naturali”, nonostante si presentassero come un “prodotto storico”.  Non a caso Marx, nel Capitale si riferisce ad essi come espressione di una “seconda natura”.  Il keynesismo ha puntato a creare una situazione nella quale questi bisogni avrebbero dovuto essere soddisfatti normalmente, appunto perché, pur essendo “storici”, non avevano nulla di “artificiale”123.  Cioè si batteva per l’instaurarsi di una condizione generale nuova, nella quale gli individui potevano cominciare a muoversi da una base riproduttiva da considerare come consolidata, perché definitivamente sottratta alle vicende casuali dei cicli economici capitalistici.  E dunque gli esseri umani, anche se non appartenenti alla ristretta cerchia delle classi egemoni, avrebbero potuto, per la prima volta nella storia, iniziare a sperimentare un grado di libertà dalla necessità prima sconosciuto.  Si sarebbe forse trattato di un “salto nell’artificialità”, come ritengono gli avversari della teoria della “fine del lavoro”?  O, piuttosto, si deve concludere, come crediamo noi, che si trattava della inclusione nella “natura umana” di un insieme di condizioni della riproduzione dalle quali, prima, le grandi masse erano escluse, ma che ora rivendicano come necessarie, con il superamento di uno spartiacque tra forme della vita ereditate e forme della vita prodotte?124  Non bisogna infatti dimenticare che, nonostante la convinzione dei critici della “fine del lavoro”, nel progetto keynesiano, lo stato non si limita affatto a sostenere la domanda privata.  Nel mentre sostiene quest’ultima, organizza infatti direttamente quelle attività produttive che soddisfano i cosiddetti “diritti sociali”.

Per i critici delle teorie sulla “fine del lavoro”, come abbiamo più volte ricordato, questo spartiacque non esiste. Essi leggono la storia dell’ultimo mezzo secolo in modo unidimensionale, contrapponendosi a quegli studiosi che invece vedono nello Stato sociale solo l’elemento di rottura.    Secondo loro, il lavoro salariato – anche dopo aver goduto di un’istruzione elevata; anche dopo esser diventato, in molti casi, proprietario della casa in cui vive; anche dopo aver avuto a disposizione i moderni strumenti di comunicazione; anche dopo aver lasciato la sua impronta su una parte significativa della storia recente - non sarebbe altro che una marionetta nelle mani del capitale.  Cosicché non saprebbe sperimentare l’embrione di libertà dalla necessità economica per la quale si è battuto e della quale  ha cominciato a godere.  Per questo, a loro avviso, l’espansione “artificiale” dei bisogni continuerà a costringere l’essere umano nel mondo della incessante riproduzione del rapporto di lavoro salariato, senza nemmeno determinare l’instaurarsi di una situazione contraddittoria.  Abbiamo appena visto che Keynes non è così ingenuo da concludere che la rottura di questo involucro sociale debba essere positivamente ricercata in uno spontaneo cambiamento soggettivo negli individui che producono.   E che semmai questi ultimi debbono faticosamente imparare a comprendere la situazione nuova nella quale si trovano, in conseguenza dell’emergere di un problema che tendono sistematicamente a rimuovere:  il ripresentarsi della disoccupazione di massa nei paesi sviluppati, dopo che lo stato ha sviluppato tutto un insieme di conoscenze e di strumenti che, per una lunga fase storica, hanno evitato il ripetersi di questo dramma collettivo.

Parafrasando Marx, possiamo convenire con Keynes e riconoscere che “la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale.  Comincia post festum e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento”.125  La situazione nella quale gli esseri umani sono finalmente liberi dal bisogno immediato, deve essersi consolidata a tal punto da assumere l’aspetto di una “forma naturale della vita sociale”, prima che essi cerchino di rendersi conto di ciò che questa situazione implica.  Ma per procedere a questa acquisizione, essi debbono imparare a rapportarsi criticamente al loro stesso modo di produrre, in quanto proprio quel modo pone quella libertà embrionale su fondamenta ancora instabili.126  E, tuttavia, l’orientamento critico non può emergere fintanto che la riproduzione sociale procede senza intoppi.  Debbono dunque emergere dei problemi affinché il modo di produzione prevalente possa cominciare ad essere messo in discussione.  Insomma la libertà appena conquistata deve essere minacciata, così come è avvenuto nel corso degli ultimi trent’anni nei confronti dei cosiddetti “diritti sociali” e come sta drammaticamente accadendo dopo il tracollo finanziario di fine 2008.

Tutto ciò può essere ovviamente ignorato se si immagina borghesemente – o anche anarchicamente – che la libertà sia un dato originario, connaturato alla condizione umana, che può essere fatto valere o meno a seconda della maggiore o minore energia con la quale i soggetti la rivendicano.  Cosicché il problema della libertà non si porrebbe oggi in forme nuove rispetto al passato. Ma “la libertà, ogni libertà, è una conquistata lastricata di continue sottomissioni a ciò che, in una forma o nell’altra, viene sperimentato come la condizione necessaria per l’instaurarsi delle manifestazioni personali che le corrispondono”.127   Il lavoro salariato non è, così, libero di pretendere la certezza di un’occupazione, a meno che non impari a conoscere il nesso che esiste tra espansione dei bisogni e  difficoltà di creare nuovo lavoro, spingendosi al di là del rapporto domanda-offerta che lo ha legato e lo lega al capitale, e al di là del sistema dei “diritti” che si è sviluppato attraverso l’evocazione dello stato.  E per farlo dispone oggi di conoscenze e strumenti che ai suoi predecessori mancavano del tutto.  Conoscenze e strumenti che non rientrano nel suo bagaglio culturale “per natura”, ma che esso deve apprendere, in un rapporto critico con il mondo che la storia passata gli ha trasmesso.

Né più e né meno di come nel Seicento e nel Settecento quelli che poi diventeranno chimici hanno imparato a risolvere alcuni dei problemi posti da coloro che li avevano preceduti come alchimisti, frapponendo una distanza tra le loro stesse intenzioni e le pratiche attraverso le quale perseguivano l’effetto voluto, così l’individuo che sviluppa la capacità di rapportarsi in modo consapevole al procedere sociale può risolvere i problemi che affliggono la classe dei lavoratori salariati  solo imparando a riconoscere “la sporca traccia che il bisogno di risultati immediati”128 imprime all’azione.   Centocinquant’anni dopo le prime rivendicazioni pratiche di massa di un “diritto al lavoro” non ci si può limitare ad evocare ancora questa figura astratta; né si può sperare di trascenderla con una fuga in avanti basata sull’ipotesi di un rovesciamento volontaristico dei rapporti sociali, del quale non si sa fornire alcun fondamento culturale.   Chi cerca una conferma immediata del proprio comportamento sociale, nonostante il sopravvenire di problemi che, affrontati in quella chiave, hanno portato a disastrose sconfitte, ignora che tutte le pratiche sociali che assicurano la nostra esistenza individuale e collettiva sono il risultato della elaborazione di mediazioni culturali, grazie alle quali abbiamo prodotto quel particolare potere che definiamo con il concetto di umanità.  Ignora altresì che coloro che hanno contribuito ad elaborare quelle mediazioni non sono gli individui che hanno rifiutato i problemi sociali di volta in volta emersi, ma quelli che li hanno assunti su di sé, dimostrando, al di là della loro stessa limitatezza storica, di essere umani.

 

 

Capitolo ventesimo

 

La bussola scassata, ovvero quando il senso comune si lamenta che  i soldi mancano.

 

 

Negli ultimi due capitoli abbiamo ricostruito il modo in cui, nelle società economicamente sviluppate, è sopravvenuto un profondo disorientamento, e come questo disorientamento abbia finito con l’impedire una coerente metabolizzazione dei bisogni emergenti.  Dobbiamo ora entrare nel merito della reazione, del tutto improduttiva, che si è accompagnata a quel disorientamento.

Se, come ci ricorda Marx nelle battute iniziali del Capitale, “la ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, si presenta come un’immane raccolta di merci”129,  il potere sociale, nel quale si esprime la partecipazione al processo produttivo e riproduttivo, si costituisce necessariamente come capacità di vendere e di comperare 130.  L’impoverimento e la povertà, in quegli stessi organismi sociali, assumono conseguentemente la forma di una penuria di denaro.  Una penuria che corrisponde all’impossibilità per molti di acquistare le merci delle quali hanno bisogno per vivere, per il fatto che non hanno trovato acquirenti della merce – forza lavoro o beni prodotti – che hanno cercato di vendere.  Un problema che investe anche coloro che storicamente svolgono il ruolo di “imprenditori”, il cui squilibrio dei conti deriva da una crescente difficoltà di vendere, che genera l’impossibilità di tornare a comperare i mezzi  indispensabili per procedere nell’accumulazione.

Quando gli individui che vivono in questi contesti finiscono col restare impigliati nei rapporti dominanti, e si trovano a disporre in massa di meno denaro di quello che sono abituati a maneggiare, e di cui hanno bisogno per riprodursi, invece di rapportarsi criticamente alle relazioni economiche che fanno la loro esistenza si limitano a lamentarsi di una mancanza di soldi, aggravando lo stato di disorientamento del quale soffrono.  E se cercano una spiegazione della crisi non sanno darsi altra ragione che quella, arcaica, del sopravvenire di una carenza di risorse.131  Poiché, come soggetti che non trovano i soldi per appropriarsele, non riescono a disporne, concludono che, come oggetti, esse manchino.  La penuria di denaro costituirebbe, conseguentemente,  solo il riflesso di un impoverimento oggettivo, intervenuto a monte, che i soggetti subiscono, piuttosto che una manifestazione della loro incapacità di procedere all’impiego di buona parte delle risorse esistenti, attraverso la mediazione sociale prevalente, rappresentata dalla compravendita.

 

Lo stonato stornello neoliberista.

Come abbiamo più volte sottolineato, sarebbe sciocco pensare di essere rimasti ai rapporti capitalistici quali si presentavano un secolo e mezzo fa, quando la penuria di denaro in occasione delle crisi esplodeva nelle forme più rudi, e centinaia di migliaia di persone morivano letteralmente di fame 132. Ma nonostante i cambiamenti intervenuti, nonostante la mancanza di denaro non investa più, nei paesi sviluppati, il problema della sopravvivenza immediata di grandi masse, il  “non ci sono i soldi!” è stato proprio il ritornello che in Europa ha fatto da sfondo all’evoluzione sociale di questi trent’anni, per rappresentare la crisi.    Un ritornello che quasi tutti hanno imparato a ripetere e ad accettare, senza però comprenderne le implicazioni.

Una breve ricognizione dell’ultimo decennio può esserci di aiuto.133 A inizio primavera 2003, ad esempio, i rettori delle università italiane hanno presentato in massa le dimissioni, perché il governo aveva negato loro i fondi indispensabili per il funzionamento minimo delle istituzioni che presiedevano.134  Ottenendo in un secondo momento, a causa del fatto che il governo non aveva i soldi, solo delle briciole, rispetto alle necessità prospettate e subendo ulteriori tagli con le finanziarie successive.  A fine primavera, poi, il Ministero degli interni ha comunicato di aver soppresso lo stanziamento per le corone funerarie (!) degli agenti di polizia morti nell’adempimento del dovere, per mancanza di fondi.  I poliziotti a cavallo di Roma, sono stati costretti, in quegli stessi giorni, a far pascolare i loro destrieri a Villa Borghese, perché le caserme non avevano ricevuto i soldi per comperare la biada.  A inizio estate un quotidiano a grande tiratura lanciava un grido di allarme in prima pagina:  “Ospedali con le tasche vuote.  Tagli del 15%: così farmaci e assistenza diventano un lusso” o debbono ricadere sulla disponibilità dei parenti che, nei limiti di ciò che possono, si precipitano a sostituire le strutture sanitarie, comperando medicine, pannoloni, ecc.   Un altro quotidiano scriveva del direttore di un importante centro di ricerca pubblico che, nel corso di un’intervista, coccolava il suo telefono d’ufficio, perché nel giro di qualche mese non avrebbe più ricevuto i quattrini per continuare a pagarlo.  Nei mesi seguenti alcuni tribunali hanno decretato uno stato di paralisi, per l’impossibilità di comperare, con gli stanziamenti a disposizione, la carta per le fotocopie degli atti o per retribuire la trascrizione stenografica delle deposizioni.  In pieno inverno è poi esplosa la vertenza degli autoferrotranvieri, condizionata dal fatto che il governo sosteneva di non avere i soldi per rispettare il contratto precedentemente sottoscritto, che prevedeva almeno un adeguamento delle retribuzioni all’inflazione effettiva.  Col passare del tempo abbiamo assistito ad un ulteriore dilagare di episodi:  sono state tagliate le dotazioni di fondi alle amministrazioni centrali e locali che, in molti  casi, sono costrette a pagare le forniture con anni di ritardo;  il Ministero degli interni ha dichiarato di poter versare i sussidi previsti per le invalidità civili solo con molto ritardo, per mancanza di fondi; l’amministrazione dello stato è stata vincolata a mantenere l’andamento degli esborsi al di sotto del tasso di inflazione, per non spendere soldi che non c’erano; l’ANAS ha dichiarato di dover chiudere molti cantieri per la mancata disponibilità di fondi.   Dal 2006 è stato un coro generale:  ministeri, scuole, università, tribunali, municipalizzate, ospedali, aziende pubbliche, musei, sono stati privati di una parte elevatissima dei fondi senza i quali viene minacciato il loro stesso funzionamento di base.  Fino ad arrivare ad oggi, quando i tagli alla scuola e all’università hanno generato una ribellione di dimensioni paragonabili a quelle del ’68.

Ma il problema non ha investito solo l’Italia. In Germania, ad esempio, le chiese cattoliche e protestanti hanno cominciato a vendere molte delle loro proprietà per recuperare i soldi prima corrispondenti alla tassa ecclesiastica (Kirchensteuer), che non vengono più versati da sei milioni di fedeli che, vedendo le loro disponibilità monetarie drasticamente ridotte, hanno preferito dichiararsi “senza culto”,  per essere esentati dai versamenti.  La musica non cambia se si attraversa l’Atlantico.  Un titolo a caso tra i tanti:  “Crisi economica in molti stati USA, i Governatori ricorrono a ogni trucco.  ‘Svitate le lampadine’, così le amministrazioni degli stati risparmiano.  Bilanci in rosso:  musei chiusi e docenti che fanno i bidelli”.  La California, uno stato economicamente molto sviluppato, si trova in una condizione di sostanziale fallimento da anni.  Così come il quadro non cambia se si attraversa La Manica, viste le continue restrizioni dell’assistenza sanitaria e nell’educazione universitaria, decise dai governi inglesi.

Tagli, tagli e ancora tagli, per rientrare nei limiti che lo spontaneo riafflusso di denaro impone alla soddisfazione dei bisogni, questa è dunque la risposta prevalente alla stessa mancanza di soldi.

I ridimensionamenti della capacità di spesa che le famiglie subiscono privatamente da anni non finiscono sulle pagine dei giornali allo stesso modo, ma solo in occasione della pubblicazione dei risultati delle rilevazioni campionarie degli uffici statistici.  Scopriamo così ricorrentemente che, nel corso degli ultimi anni, i consumi sono rimasti sostanzialmente fermi o sono diminuiti in termini reali, appunto perché ben prima della riscossione del salario o dello stipendio a fine mese, sempre più famiglie rimangono “senza soldi”.

Le stesse imprese sono, d’altronde, afflitte da un grave problema di liquidità, perché non solo lo stato non paga o paga con ritardo, ma anche i committenti non onorano più il debito, e le banche non concedono il credito necessario al normale funzionamento.

 

L’imperativo di racimolare fondi.

La “filosofia” che si è accompagnata alla penuria di denaro ha avuto nel tempo le sue versioni prosaiche di destra e di sinistra.  Vediamo un esempio della prima.  Ha scritto, a suo tempo, Paolo Del Debbio sul Giornale:  “Bisogna che lo stesso Berlusconi faccia  il Piano Marshall 135 anche (a livello) locale.  Ha un programma, ha il popolo dalla sua, ha un linguaggio giusto.  Che cosa manca dunque?  I soldi?  Sì, ma ha anche la forza per fare quelle cose dure e difficili per trovarli.  A partire dalla riforma delle pensioni che interessa agli italiani più del federalismo.”136  E, come sappiamo, il Presidente del Consiglio e il Ministro del Welfare hanno prontamente risposto, facendo in modo che chi poteva “uscire dal lavoro” per raggiunti limiti di età, fosse costretto dal 2008 ad erogare la propria attività per ben cinque anni aggiuntivi.  Ciò al fine di recuperare soldi 137. Un passaggio che ha dato ben miseri risultati se quattro anni più tardi Monti e la Fornero hanno ulteriormente alzato l’età pensionabile, hanno cancellato le residue componenti del sistema retributivo, e hanno addirittura annullato il parziale adeguamento delle pensioni al costo della vita per tutti i trattamenti al di sopra dei 1500 euro.

Negli stessi giorni in cui scendeva in campo Del Debbio, l’imperativo dei fondi da racimolare veniva posto in termini più garbati da un esponente della moderna “sinistra riformista” su la Repubblica.  Ha scritto infatti sulla sua rubrica del lunedì Mario Pirani:   “quando, ad esempio, si afferma l’esigenza di accrescere le risorse destinate alla sanità bisognerebbe anche quantificare l’incremento, almeno in termini di percentuale del PIL.  In secondo luogo occorrerebbe indicare da dove trarre i finanziamenti aggiuntivi necessari:  da una maggiore pressione fiscale o, anche, da una ripartizione diversa della spesa sociale complessiva?  Ricordiamo che il nostro bilancio devolve oggi il 5,8% del PIL alla sanità.  In confronto ai grandi paesi europei la nostra spesa pubblica per la sanità non è, dunque, eccessiva.  Per contro la spesa previdenziale assorbe quasi il 14%.  Queste cifre vanno tradotte in un discorso di politica sociale:  il nostro paese finanzia il sistema previdenziale (pensioni e assistenza) in una percentuale che è la più alta d’Europa 138 e spende poco in sanità pubblica.  Se, dunque, si vuole salvaguardare meglio la salute, in primo luogo delle persone anziane, la prima cosa da fare è quella di  dislocare una aliquota della spesa sociale dalla previdenza alla sanità.  Invece di difendere in toto la situazione esistente, i sindacati potrebbero aprire una grande vertenza, offrendo di spostare il limite dell’età pensionabile a 65 anni (con un risparmio immediato nel pubblico impiego) e ponendo come condizione al disegno governativo di sgravare di 5 punti i contributi per i nuovi assunti, l’obbligo di destinare il risparmio realizzato al progressivo finanziamento della sanità”.139

C’è dunque chi ha chiesto di far leva sulla forza bruta 140 e su decisioni unilateralmente imposte – un appello che ha trovato ascolto solo con l’avvento del governo Monti – chi, invece, su una presunta “ragionevolezza economica” e sulla concertazione.  Ma la spinta a procedere nella direzione del togliere a qualcuno per riuscire a racimolare qualcosa per darlo a qualcun altro scaturisce da una comune convinzione economica:  che le “risorse” siano scarse e, per fare le cose giuste, occorra reperirle sottraendole ad alcuni dei bisogni che con esse vengono soddisfatti.  Sostiene ad esempio Bini Smaghi, definendo l’intervento pomposamente come “un nuovo patto”:  “nelle circostanze attuali una manovra ideale dovrebbe, da un lato, sostenere il reddito di chi perde il posto di lavoro e, dall’altro, ridurre la spesa pensionistica, allungando l’età di pensionamento”.141

Dalle cose che abbiamo detto nelle sezioni precedenti, dobbiamo però esplorare la possibilità che questo modo di ragionare sia ingannevole, e cioè che la spinta a rientrare nei limiti imposti dalla “disponibilità” di denaro non costituisca altro che una causa del nostro stesso processo di impoverimento, non un effetto della carenza di risorse.  Una manifestazione del fatto che non si sa agire diversamente, non del fatto che non si possa farlo.  Né più e né meno di come la spinta a digiunare di alcuni giovani delle classi medie e abbienti, è una manifestazione di una loro anoressia e non un effetto della mancanza di cibo.

 

Per quale ragione i soldi mancano?

Che i soldi “manchino” è, appunto, un fatto.  Ma il pensiero scientifico si distingue dalle altre forme di pensiero appunto perché non si limita a constatare fatti, bensì cerca di spiegarli.  Non si accontenta di dire che le cose vanno come vanno e cioè che, a differenza della fase storica precedente, l’evoluzione economica procede oggi meno favorevolmente.  Non tratta la storia come il risultato di una lotteria, di un puro caso,  e  verifica, piuttosto,  se sia l’effetto dei comportamenti sociali che, con maggiore o minore intenzionalità, l’hanno di volta in volta determinata.  Per comprendere il fenomeno che si esprime nel fatto che i soldi non ci sono, visto che i soldi non cadono dal cielo, dobbiamo dunque capire che cosa accade quando i soldi invece ci sono, e perché talvolta finiscono col non esserci.142

Per afferrare questi due opposti svolgimenti occorre però evitare di cadere nell’errore di concepire la realtà sociale in forma statica 143, com’è implicito nella formula “non ci sono i soldi”, e svolgere la rappresentazione in termini dinamici.  Quando ricorre alla formula “non ci sono i soldi”, il soggetto, normalmente, lo fa per spiegare la ragione per la quale rinuncia a fare qualcosa di cui si prospetta la necessità, e che magari fino a poco tempo prima faceva con regolarità:  nel caso del pubblico, il far viaggiare treni 144, il riparare strade, il far funzionare scuole 145, il curare malati, ecc. ecc.; nel caso dei privati, il mantenere occupati i lavoratori per poter svolgere la produzione al livello dei bisogni esistenti come domanda potenziale.  Il senso dell’espressione è piuttosto chiaro:  “vorrei farlo, ma non ho il potere per farlo.  Poiché il denaro, che è la forma in cui, nella nostra società, si presenta il potere di agire produttivamente e di chiedere agli altri di fare ciò di cui abbiamo bisogno, non affluisce nelle mie mani, sono costretto a fermarmi”.  Ora, la prima cosa da fissare è che la disponibilità di denaro per l’insieme della società e per gli individui che la compongono, è data non solo e non tanto dalla quantità di moneta esistente, quanto piuttosto dalla velocità con cui quell’ammontare di denaro circola.  Tuttavia, poiché il denaro non è soggetto, la sua velocità di circolazione esprime soprattutto la propensione degli individui e delle istituzioni a spenderlo, cioè la loro disponibilità a porre in essere la mediazione sociale che sostiene il processo di riproduzione.   Se un sistema sociale dispone di 100 miliardi di unità monetarie, che vengono di volta in volta spese solo per il 30%, ha meno soldi di un sistema che dispone solo di 50 miliardi, ma negli stessi intervalli di tempo ne spende l’80%.   Supponendo che in entrambi i contesti gli esborsi abbiano cadenza mensile, e la moneta abbia lo stesso valore, alla fine dell’anno la prima società produrrebbe e godrebbe di un reddito di 360, mentre la seconda produrrebbe e godrebbe di un reddito di 480.  Nel primo sistema, visto che gli individui producono relativamente di meno gli uni per gli altri, anche se sembra che “abbiano” più denaro, poiché ne spendono di meno ne hanno di meno.  Vale a dire che c’è meno denaro, appunto perché quel rapporto media in misura inferiore il processo riproduttivo. La figura nella quale si rappresenta il potere sociale si fissa nelle tasche di chi ne entra in possesso.  Se gli agenti economici del secondo organismo passano a spendere solo il 40% della moneta di cui dispongono, circolerà ovviamente meno denaro che nel primo e la riproduzione cadrà ad un livello più basso, con l’impoverimento corrispondente.  Coloro i quali si lamentano oggi della mancanza dei soldi sanno in genere ben poco di questa misura dinamica, né più  e né meno come la maggior parte delle persone sa poco del perché talvolta piove ed altre no, limitandosi a rilevare che nel primo caso cade acqua, mentre nel secondo caso no.

Gli economisti ortodossi prekeynesiani alimentavano questa ignoranza, perché astraevano dalla complessa natura del rapporto di denaro, immaginando che il denaro fosse solo un espediente introdotto consapevolmente per facilitare gli scambi, e dunque una volta acquisito fosse sempre speso, e speso presto.  E anche nel caso in cui non fosse speso, ciò avveniva perché non c’era né un’offerta né una domanda corrispondenti, cosicché non si poteva parlare di una mancata spesa, ma solo di una positiva decisione di risparmiare.

Ma perché mai gli individui che hanno denaro possono decidere di non spenderlo?  Nel  passato più lontano ciò poteva avvenire non per una vera decisione, bensì perché mancavano le occasioni di scambio; i mercati svolgevano un ruolo marginale e la produzione era prevalentemente per l’autoconsumo, cosicché gli scambi dovevano essere programmati mesi prima, ma allo stesso tempo dipendevano anche da vicende del tutto accidentali 146.  Ma anche quando i mercati cominciarono ad espandersi, e a trasformarsi nella forma normale di cooperazione produttiva, un rapporto coerente con la necessità della spesa non si impose con facilità.  Il nuovo rapporto col denaro, che lo poneva come rappresentante universale della ricchezza, conteneva in sé ancora  un aspetto feticistico, cosicché la tendenza era anche quella di accumularlo come un tesoro 147.  Quando finalmente, con l’affermarsi dei rapporti capitalistici maturi, si riconobbe che il denaro è ricchezza solo in quanto entra nuovamente nella circolazione, e cioè viene speso, divenne chiaro che esso non può, come cosa, in alcun modo incarnare immediatamente la ricchezza, e può divenire tale solo nel processo del susseguirsi degli scambi, resi possibili dalle spese.

Ciò non ha però eliminato la possibilità che il denaro non fosse speso.  Ad esempio, un miglioramento delle condizioni materiali di vita degli individui riduce l’urgenza dei bisogni, e fa crescere la propensione al risparmio, con la conseguenza che una parte del denaro non torna sollecitamente in circolo.  Ben più importante é, dal punto di vista del possibile sopravvenire della crisi, la tendenza ad evitare perdite di valore del proprio patrimonio da parte dei soggetti economici nella fase di caduta dei prezzi dei beni, che li spinge ad astenersi da qualsiasi trasformazione in una ricchezza materiale del denaro di cui dispongono; un comportamento che implica di evitare la spesa corrispondente.  Ciò ci permette di riconoscere che il denaro ha una duplice e opposta caratteristica, da un lato, quando viene speso, costituisce la manifestazione del bisogno di mettere insieme le diverse attività produttive, nonostante queste vengano svolte privatamente, dall’altro lato, quando non torna ad essere speso, costituisce la manifestazione del bisogno di sottrarsi a quel processo riproduttivo, a causa dei fenomeni negativi che si manifestano in esso.  Quando si presenta in questa seconda veste, il denaro - che storicamente è il mediatore dei rapporti di scambio, attraverso i quali gli individui  hanno imparato a produrre gli uni per gli altri al di là dei vecchi rapporti di reciproca appartenenza o di subordinazione personale -  fa l’esatto opposto, e cioè rescinde quella relazione, impedendola. Dire che “i soldi mancano” equivale, dunque, solo a riconoscere che gli individui non stanno cooperando tra loro nella misura necessaria a mantenere il livello di vita che avevano raggiunto e che, se non tutti, in molti, vorrebbero mantenere.  Infatti, se non ci fosse questa seconda componente, non potrebbe prendere corpo la recriminazione del fatto che “i soldi non ci sono”.   Il concetto stesso di una mancanza rinvia ad un difetto, ad un qualcosa che dovrebbe esserci, ma non c’è.  Se non ci fossero bisogni insoddisfatti e risorse produttive inutilizzate, non ci sarebbe ovviamente alcuna “mancanza”, per il fatto che non emergerebbe il bisogno di una mediazione, e non ci si potrebbe dunque rammaricare dell’assenza di un mediatore che nessuno evoca.  In altri termini, il non verificarsi di una spesa, che determina la mancanza di denaro, non costituirebbe un fenomeno patologico, ma solo il riflesso di uno stato di cose del tutto fisiologico.

Gli antikeynesiani rimuovevano questa complessa problematica ipotizzando che la velocità di circolazione della moneta fosse costante e, pertanto, non potesse emergere un problema di disponibilità di denaro da parte della società derivante da una carenza di domanda, cioè dalla mancata cooperazione riproduttiva tra gli individui.  Poiché l’orientamento della collettività a detenere e a spendere moneta sarebbe stato abitudinario, la sua velocità di circolazione, secondo loro, non avrebbe subito variazioni.  Ed è ovvio che se la velocità alla quale il denaro viene speso non varia, la maggiore o minore disponibilità di moneta dipende solo dalla sua quantità.  Per questo un comportamento teso ad accumulare denaro, accantonandolo, per renderlo disponibile per le nuove iniziative economiche che si vogliono intraprendere, sembra del tutto razionale e tale da non influenzare negativamente la riproduzione della società. Così come appare del tutto sensato il sottrarlo alle utilizzazioni meno prioritarie, per destinarlo alle più urgenti.  Se ognuno spende sempre tutti i soldi che ha secondo un comportamento abitudinario, la mancanza di soldi che eventualmente si registra quando si vogliono soddisfare alcuni bisogni, dimostra necessariamente che quei bisogni si spingono al di là del preesistente livello di vita.  Cosicché per riuscire bisogna immettere di più nel processo produttivo.  Vale a dire che la mancanza di denaro non scaturirebbe mai da una carenza di domanda, bensì sempre da un’inadeguatezza dal lato dell’offerta. Un’inadeguatezza che il denaro, “servo” dei rapporti produttivi, sarebbe sempre pronto a colmare, non appena l’offerta necessaria sopravvenisse.   Una maggiore offerta potrebbe, d’altronde, conseguire solo da un risparmio impiegato produttivamente, cioè dalla creazione di strumenti che accrescono la capacità produttiva e la rendono più efficiente.  Da qui il giudizio univocamente positivo sul risparmio, che corrisponde all’ipotesi che con i sacrifici individuali e collettivi si possa instaurare la situazione desiderata, perché costituirebbero una condizione degli investimenti attraverso i quali realizzare la crescita.

Questa convinzione è però frutto di un abbaglio, in quanto deriva dal trascinarsi di esperienze relativamente valide per il passato in un contesto che è diventato radicalmente diverso da quello che le giustificava.  E’ ovvio che se la società è povera, e pratica scambi solo raramente, manca delle risorse con le quali soddisfare bisogni su scala allargata.  Poiché la capacità di soddisfare questi bisogni dipende soprattutto dalla disponibilità di mezzi di produzione, è altrettanto ovvio che la produzione di questi mezzi divenga l’obiettivo prioritario.  D’altra parte, a causa della situazione di povertà, non si possono creare mezzi di produzione nuovi e più produttivi e conoscenze nuove e superiori altrimenti che sottraendo risorse al consumo immediato – ad un tipo di spesa - per destinarle all’acquisizione delle condizioni innovative della produzione, cioè trasformando una parte significativa della ricchezza in capitale, praticando un altro tipo di spesa.   Questo meccanismo sociale ha rappresentato, come ci ricordava Keynes nel passaggio di Le conseguenze economiche della pace che abbiamo sopra citato 148, la base dello sviluppo nel XIX secolo.  La parsimonia ha dunque rappresentato una condizione dell’arricchimento sociale nel corso dell’Ottocento, svolgendo allora un ruolo eminentemente positivo, perché l’astensione dalla spesa in consumi era quasi sempre bilanciata da un aumento della spesa in investimenti.

Arriviamo così al secondo punto da fissare per ragionare attorno alla mancanza di soldi.  Se, per il loro pieno sviluppo, i rapporti capitalistici ormai consolidatisi come rapporti prevalenti, avessero dovuto far affidamento solo sui risparmi, la società si sarebbe ben presto trovata di fronte ad una difficoltà insormontabile.  L’innovazione tecnica e il corrispondente aumento della produttività sono infatti intervenuti ad un tasso ben più accelerato dell’aumento dei risparmi connesso all’aumento dei redditi.  Con la conseguenza che l’offerta reale, e ancora di più quella potenziale, hanno sopravanzato strutturalmente le possibilità di sbocco sul mercato.  Come garantire a questa ricchezza reale, ma anche a quella potenziale, di non andare sprecata, a causa dell’impossibilità di impiegarla produttivamente, perché il denaro, non essendoci nella misura necessaria, non le andava spontaneamente incontro?  La risposta fu trovata con l’espansione del credito, cioè con la concessione alle imprese, da parte delle banche, del denaro che, in condizioni normali, era necessario per comperare il prodotto aggiuntivo, nonostante questo denaro eccedesse i risparmi della società.  In tal modo le imprese potevano esprimere la domanda che consentiva loro di comperare il prodotto aggiuntivo e avviare un nuovo processo di accumulazione, per lo sbocco del quale sarebbe stato necessario disporre di altro denaro che, ancora una volta, eccedeva i risparmi.

Occorre comprendere bene questo passaggio storico.  Col credito, il potere di usare le risorse non veniva più affidato passivamente alla disponibilità del denaro, perché i soggetti che concedevano il credito e coloro che ne fruivano fingevano di procedere sulla base del denaro, ma questo denaro si presentava solo come una “figura” di riferimento comportamentale, che veniva evocata, al di là della sua stessa presenza reale, per poter agire nel modo conosciuto.   Un comportamento che risultava possibile in quanto si sperimentava che nel contesto c’erano risorse disponibili, bisogni insoddisfatti e la capacità imprenditoriale di generare il processo che le univa.  Mancava solo il denaro che avrebbe potuto mediare la connessione tra questi tre momenti.   Certo la banca concedeva il credito per ricevere indietro il capitale e guadagnare sul prestito, così come l’imprenditore prendeva in prestito per produrre denaro e guadagnare un profitto, che rendeva possibile sia restituire il debito, sia  accrescere il proprio capitale.  Ma la cosa che ci interessa è che un denaro che non c’era veniva introdotto per permettere l’utilizzazione delle risorse esistenti nel processo di produzione  su scala allargata.  Il fatto che quel processo fosse finalizzato a risolversi in futuro nella creazione di un denaro effettivo per l’imprenditore e per la banca si presenta come un aspetto secondario rispetto al fatto che l’avvio della produzione, con l’avvio delle risorse precedentemente prodotte, veniva svincolato dall’effettiva presenza del denaro.

Col credito la società capitalistica ha, dunque, imparato da lungo tempo ad agire produttivamente anche quando “i soldi non ci sono”.  Basta che ci siano le condizioni materiali della produzione e i bisogni da soddisfare.  Quando questo presupposto sussiste, si limita ad agire come se i soldi ci fossero – creando dei “depositi” dai quali attingere il loro sostituto - per produrre tutta la ricchezza producibile.

Ma perché, allora, in questa fase che si protrae da un trentennio, nella quale ci sono, da un lato, molti impianti inutilizzati o sottoutilizzati 149, operai e laureati disoccupati in massa e, dall’altro lato, molti bisogni insoddisfatti, il meccanismo riproduttivo risulta gravemente inceppato?  La risposta ce la forniscono con chiarezza sia Keynes che Marx:  il credito non fiorisce per permettere un uso delle risorse produttive nella soddisfazione dei bisogni.  La società in cui viviamo non è una società basata sulla cooperazione produttiva finalizzata alla sola soddisfazione dei bisogni; è, piuttosto, una società nella quale la cooperazione produttiva procede condizionata e subordinata alla necessità che da essa scaturisca una riproduzione del denaro speso e un profitto per le aziende.  Poiché “l’impresa non ha altro obiettivo oltre a quello di concludere il processo con più soldi di quelli che vi ha immesso”150, scrive Keynes riconoscendo il suo debito con Marx 151 nella comprensione di questo passaggio, si fermerà non appena l’andamento negativo dei prezzi, derivante da una crescita eccessiva della capacità produttiva rispetto alla domanda 152, sarà tale da precludere questo esito.  Il sistema si blocca dunque, non perché non sia tecnicamente possibile produrre e perché non ci siano bisogni da soddisfare, ma perché scompare il terzo elemento necessario a realizzare il collegamento:  la motivazione imprenditoriale di procedere ad una spesa.

Per questo Keynes sostiene che l’uso delle risorse per soddisfare i bisogni deve essere garantito dalla spesa pubblica.  Una spesa che, da un lato, deve intervenire mantenendo ferme le conquiste culturali attuate con lo sviluppo del credito, ma, dall’altro, deve sbarazzarsi del vincolo al quale le imprese si sentono subordinate, per fare ciò che ad esse viene impedito dalla struttura delle relazioni.  In termini diretti, lo stato deve sviluppare la capacità di creare tutto il denaro necessario a comperare le risorse esistenti per impiegarle nella soddisfazione dei bisogni e, allo stesso tempo, deve spenderlo senza aspettare che la spesa  gli garantisca un reintegro degli esborsi, e tanto meno un guadagno.   E’ il passaggio che Beveridge ha definito come la conquista di una “signoria dello stato sul denaro”.

I conservatori si sono ovviamente battuti in modo strenuo per negare la praticabilità di questa evoluzione, spingendosi fino al punto di confutare che, nelle fasi espansive, le stesse banche procedessero, come in realtà fanno, a creare il denaro necessario.  Basti pensare che, negli stessi anni in cui veniva finalmente compreso in modo approfondito il meccanismo del moltiplicatore dei depositi 153, sulla base del quale le banche creano denaro, Luigi Einaudi sosteneva perentoriamente che l’unico credito praticabile razionalmente fosse quello corrispondente alla messa a disposizione delle imprese del solo denaro accantonato dagli agenti economici, quando questi,  rinunciando alla spesa in  consumi, risparmiavano.

Questa ipotesi rappresenta l’opposto dell’ipotesi keynesiana, secondo la quale il denaro non è sempre un misuratore efficiente della ricchezza prodotta e delle risorse disponibili.  Infatti, se la spesa non interviene inevitabilmente, perché il denaro esistente viene trattato come un “tesoro” e il credito si restringe drasticamente, possono esserci risorse disponibili che, non incontrando il denaro che le confermerebbe come tali, non possono trasformarsi in una ricchezza reale, e vanno sprecate.  Inoltre possono esserci prodotti e risorse che non incontrano un denaro perché sono il risultato di un processo produttivo che sfocia in un prezzo che il mercato non è disposto a o non è in grado di pagare.  Il denaro appare così come un rappresentante estremamente ingannevole della situazione per chi deve procedere alla produzione.  Ma gli individui, come dimostra la loro lamentela del fatto che non si può procedere perché “non ci sono i soldi”, non sanno interagire altrimenti che attraverso la mediazione del denaro.  Per questo, secondo Keynes, per una lunga fase lo stato deve garantire, con la sua spesa compensativa della mancata spesa dei privati, che quel denaro si presenti.

Qui occorre comprendere appieno il contrasto paradigmatico sottostante alle due opposte posizioni. Einuadi può coerentemente sostenere che le banche non debbono creare moneta e l’intervento dello stato è inopportuno perché non vede che, a differenza della fase in cui i rapporti di scambio si stavano instaurando, lo scambio stesso è diventato la base stessa del processo produttivo.  Se la cooperazione mercantile si presenta come un di più rispetto alla struttura economica della società, è evidente che il denaro misura adeguatamente, non già le risorse esistenti, che non deve misurare, ma quelle che gli individui sono disposti a riversare in questo rapporto, che deve misurare.  Ogni denaro immesso artificialmente al di là di quello che circola spontaneamente avrebbe necessariamente un effetto inflazionistico, perché alimenterebbe una domanda alla quale non corrisponderebbe un’offerta.  Ma lo sviluppo dei rapporti capitalistici corrisponde proprio al fatto che la ricchezza umana assume nella sua generalità la forma della merce.  In questo contesto la cooperazione mercantile non rappresenta un di più, e corrisponde invece all’intelaiatura stessa delle relazioni produttive e riproduttive.  Ciò comporta che lo scambio non è più una rapporto libero, e si trasforma in un rapporto economicamente necessario.  Per questo la mancata spesa diventa un atto distruttivo.

Lasciamo brevemente la parola a Keynes:   “la spesa di un uomo costituisce il reddito di un altro uomo.  Perciò ogni volta che ci asteniamo dallo spendere, nonostante indubbiamente accresciamo il nostro margine, diminuiamo quello di qualcun altro; e se questa pratica viene seguita da tutti, ognuno starà peggio di prima.  Un individuo può essere costretto dalle circostanze in cui privatamente si trova a tagliare la sua spesa normale, e nessuno può biasimarlo per ciò.  Ma nessuno giunge alla conclusione che egli stia rispettando un dovere pubblico ad agire in questo modo.  Un individuo, un’istituzione,  o un organo dello stato che volontariamente e senza necessità taglino o pospongano la loro spesa per cose utili, pongono in essere un atto antisociale.  … In passato nessuna spesa finanziata col debito veniva considerata appropriata per lo stato, fatta eccezione per le spese di guerra.  Abbiamo conseguentemente dovuto aspettare una guerra per superare una depressione significativa.  Spero che in futuro la smetteremo di aderire a questo atteggiamento di finanza puritana, e saremo pronti a spendere nelle iniziative di pace ciò che le massime finanziarie del passato ci permettevano di spendere per le devastazioni della guerra.  Comunque sostengo con convinzione che la sola via d’uscita dalla crisi è quella di scoprire un qualche obiettivo che anche i più cocciuti saranno in grado di accettare come una scusa legittima per aumentare largamente la spesa di qualcuno in qualcosa!  In tutti i nostri ragionamenti e con tutta la nostra sensibilità, nel tentativo di migliorare le cose, dovremmo tenere bene a mente, che questa non è una crisi di povertà, ma una crisi di abbondanza”.154

Quando, da un lato, ci sono molti impianti inutilizzati e sottoutilizzati 155, operai e laureati disoccupati, enormi capitali monetari non impiegati produttivamente 156 e, dall’altro lato, una moltitudine di bisogni insoddisfatti, si sbaglia ad ipotizzare che sottraendo risorse al livello di consumo, per racimolare denaro, si contribuisca all’allargamento della base produttiva.  Al contrario, ogni risorsa sottratta al consumo corrente, cioè ogni taglio di spesa, si risolve in uno spreco, perché elimina delle attività economiche e l’uso di risorse che fino a quel momento entravano nel processo riproduttivo sociale, senza favorire  un qualsiasi impiego alternativo.  Invece di riconoscere che i privati si stanno astenendo dal cooperare, e per questo i soldi mancano, lo stato antikeynesiano procede dalla convinzione che il problema stia nel fatto che i soldi mancano, e quindi agisce in modo esattamente uguale ai privati, contraendo la cooperazione produttiva.

Quando, nella fase iniziale dei rapporti capitalistici, il risparmio e il credito sostenevano l’attività delle imprese, si trattava di sostituire un’attività produttiva, destinata a soddisfare un consumo corrente, con altre attività che, oltre a generare immediatamente un lavoro, permettevano di creare i presupposti per accrescere il consumo futuro 157.  Agendo allo stesso modo oggi si cancella puramente e semplicemente un’attività svolta, sapendo già che non verrà sostituita da nessun’altra.  Magari accompagnando questa cancellazione con “sermoni ottativi” sugli effetti salvifici della competitività e degli investimenti innovativi, come se prevalesse ancora la penuria e ci fosse un’attività sostitutiva in investimenti pronta ad intervenire.

Che cosa accade infatti quando si cerca di praticare questo “risparmio” per “risanare” la situazione economica?  Che lo specifico tentativo di risoluzione aggrava proprio il problema al quale pretende di porre rimedio.158  Una situazione che rientra perfettamente nella casistica paradossale che gli studiosi della scuola di “Palo Alto”, pur riferendosi ad un altro campo delle relazioni sociali, hanno descritto nel loro Change 159, quando hanno sostenuto che, spesso, il problema si incaglia proprio nel procedimento con il quale si cerca di risolverlo.  L’atteggiamento di chi cade nel fraintendimento degli economisti ortodossi è ben espresso da una vecchia intervista ad Alberto Sordi, che richiamiamo proprio per la cristallina rispondenza all’ingenuo senso comune.  “Disponiamo”, ha risposto l’Albertone nazionale  a chi gli chiedeva come far fronte alle difficoltà economiche degli anni Novanta, “di una ricetta semplicissima:  si chiama risparmio.  Si prendono i conti dello stato e si dice, per esempio, tu magistrato, guadagni un milione (di lire) al mese di meno; tu deputato, due milioni di meno; tu ministero, devi diminuire le spese per la carta, il telefono, le automobili … e così via.  Informando mensilmente gli italiani, alla televisione e sui giornali, dei risparmi ottenuti.  Allora si potrebbero chiedere sacrifici a tutti:  diventerebbe una gara a chi è più bravo”.160   Keynes obiettava, cinquant’anni prima, che “una campagna nazionale per il risparmio [del tipo prospettato] dovrebbe in realtà essere chiamata ‘Campagna nazionale per l’intensificazione della disoccupazione’”161.  E possiamo aggiungere, una campagna per ridurre ulteriormente i soldi a disposizione della collettività.     Infatti a partire dalla Grande Crisi l’economia politica di impostazione critica cominciò a riconoscere che la velocità di circolazione della moneta non è affatto costante, e mentre nelle fasi di espansione interviene una sua accelerazione, in quelle recessive sopravviene sempre “una sua caduta massiccia”162, che tende via via a diventare cumulativa proprio a causa dell’ulteriore diminuzione della possibilità di spendere che determina.  E se l’aumento della propensione all’accantonamento è il problema, i “sacrifici”, che sfociano in un accantonamento coatto,  non possono che aggravarlo.

Per avere un’idea concreta del fenomeno in questione basta far riferimento a ciò che accade con la costruzione di un sistema di dighe lungo il corso di un fiume.  Un fiume costituisce, infatti, parte del sistema di circolazione dell’acqua.  Se qualcuno edifica una diga, coloro che si trovano a valle avranno per lungo tempo a disposizione meno acqua.  La diga svolge infatti la funzione di rallentare il flusso dell’acqua verso il mare.  Se poi l’invaso viene costruito per far fronte alla diminuzione delle piogge e alla riduzione della portata del fiume, il rimedio a monte comporta un vero e proprio disastro a valle.  Né più e né meno di come accade quando, durante le crisi, le imprese attuano tagli o il governo ne impone alla spesa pubblica.

Le crisi svelano dunque il sussistere di un’opposizione continuamente latente, nell’ambito dei rapporti privati, tra i meccanismi di autodifesa delle imprese e dei singoli e la riproduzione dell’insieme.  Poiché la produzione non è sotto un comune controllo, i privati considerano sempre il livello riproduttivo raggiunto come una conquista casuale.  Per questo puntano solo a salvare se stessi – o meglio il potere di acquisto del loro denaro - e a ignorare le conseguenze negative delle loro stesse azioni difensive sulla riproduzione dell’insieme della società.

Questi meccanismi si intrecciano, nel lungo periodo, con un altro fenomeno più fisiologico, che sopravviene con lo sviluppo economico.  Il fatto che la società si arricchisce “implica infatti che essa può attendere”, che non è costretta a destinare la maggior parte della ricchezza già prodotta all’immediata soddisfazione dei bisogni.163  E’ quindi del tutto normale che una parte tendenzialmente crescente di quella ricchezza non torni celermente in circolo, e cioè venga spesa più lentamente. Come ha sottolineato Keynes, in genere, quanto più elevato è il reddito tanto più elevata è la propensione a posporre una spesa aggiuntiva in consumi. Nella società moderna questo risparmio che defluisce dal consumo  privato affluisce in genere come deposito nel sistema bancario, che potrebbe tornare ad impiegarlo, moltiplicato, nel credito.  Ma gli investimenti intervengono sulla base di una valutazione dei profitti futuri.  E se già ci sono impianti capaci di produrre al di là delle possibilità di sbocco, le prospettive saranno negative e quei fondi languiranno nelle banche 164, che non saranno disposte a prestarli a chi è destinato a subire delle perdite.

In tal caso sopravviene un fenomeno che, per il senso comune, fuorviato dall’identificazione immediata della ricchezza umana con il denaro, scompare dietro la natura paradossale di questo rapporto.  Ci sono infatti abbondanti risorse – forza lavoro, impianti, materie prime, conoscenze tecniche, ecc. – ma non c’è un denaro che le evochi, appunto perché quei fondi non potrebbero essere utilizzati nella spesa senza subire una perdita o, comunque, senza potersi valorizzare.  La ricchezza materiale esistente, inclusa la forza lavoro, si svaluta, mentre il denaro, che le si contrappone come il potere che sarebbe in grado di convalidarla, cerca di conservare il proprio valore proprio astenendosi da quella conferma.  Non importa che ci siano molti bisogni insoddisfatti, perché quei soldi si sono fermati e, pertanto, non rientrano, come invece avviene quando la riproduzione procede, nella disponibilità di coloro che sono portatori di quei bisogni.  D’altra parte, l’individuo che si astiene dalla spesa  non sa 165 di distruggere le condizioni che consentono ad altri di riprodursi, appunto perché questa riproduzione, non riguardandolo come proprietario privato, non ricade nello spazio nel quale egli esercita la sua sensibilità.  Poiché la mediazione sociale che garantisce la riproduzione è lasciata, in tal modo, alle casuali decisioni dei singoli è del tutto normale che possa mancare.

E’ qui che l’elemento di rottura della “rivoluzione keynesiana” si fa valere.  Dimostrando che la disponibilità ad effettuare investimenti aggiuntivi e a far crescere i consumi decresce relativamente all’aumentare del reddito, Keynes descrive come, al presentarsi dell’abbondanza, il denaro diventa un rapporto contraddittorio.  Per questo col Welfare si stabilisce che la spesa possa intervenire anche su decisione dello stato, il quale acquista le risorse materiali esistenti e le mette in moto, al di là della propensione a spendere di chi è già sazio o di chi non vuol subire perdite.  Questa spesa ripristina il corso del denaro, alimenta i consumi e permette anche a chi è disposto a spendere per perseguire un arricchimento di farlo, appunto perché i rendimenti attesi dagli investimenti capitalistici tornano a crescere.  Ciò perché la spesa pubblica arresta la deflazione in corso o, se essa non è ancora intervenuta, la previene, col ripristinarsi della fiducia sulla possibilità di futuri guadagni.  Nei termini figurativi della diga, è come se lo stato, attingendo ad una sorgente inutilizzata per accrescere l’invaso, convincesse i proprietari dell’invaso ad aprire le chiuse per far defluire l’acqua necessaria a valle, garantendo che il contributo della sorgente e le piogge che conseguiranno dal mutamento del microclima alimenteranno nuovamente l’invaso, impedendo che il suo livello scenda.

 

 

Il disorientamento causato dal denaro

Il denaro, come figura alla quale si delega feticisticamente il potere di consentire l’estrinsecazione di un’attività produttiva, spinge dunque gli individui e le autorità,  che ignorano l’ABC del keynesismo, anche quando si ammantano del ruolo di un governo di “professori”,  a procedere in direzione opposta rispetto al necessario.  “Ogni volta che qualcuno taglia la sua spesa” per rientrare nei limiti della propria disponibilità di denaro o della propria propensione a spenderlo, “sia come individuo, sia come Consiglio Comunale o come Ministero, il mattino successivo sicuramente qualcun altro troverà il suo reddito decurtato; e questa non è la fine della storia.  Chi si sveglia scoprendo che il suo reddito è stato decurtato o di essere stato licenziato in conseguenza di quel particolare risparmio, è costretto a sua volta a tagliare la sua spesa”.166  Sempre più denaro finisce così con lo scomparire in una sorta di “buco nero” sociale, che ingoia risorse e dissipa bisogni, annullando le energie che cercano di esprimersi nella forma del procedere privato.  Un esito che deriva dal mancato riconoscimento del sussistere di una dipendenza generale degli uni dagli altri, una dipendenza che si presenta nella forma contraddittoria del rapporto di scambio.  L’indifferenza reciproca, insita nello scambio mercantile, sfocia infatti nella libertà di ognuno di astenersi quando vuole e quanto vuole dal praticare i comportamenti necessari allo svolgimento del ciclo riproduttivo, nonostante la sua astensione dalla spesa blocchi tutti coloro che – in una lunga concatenazione - dipendono dal ripetersi di quella domanda.

Keynes evidenzia che questa dipendenza – che è già nei fatti - deve, invece, essere messa al centro delle strategie economiche, e là dove il denaro viene a mancare, ma ci sono bisogni da soddisfare e risorse che consentono di soddisfarli, si debba fare in modo che la circolazione riprenda sulla scala necessaria. La carenza di denaro costringe a fermarsi là dove si potrebbe procedere, e anzi lo si dovrebbe fare, se si vuol garantire uno sviluppo all’insieme della società.  Tuttavia, per riuscire non basta un’astratta volontà di farlo.  Si debbono piuttosto individuare le ragioni che permettono, quando si giunge al bivio nel quale si deve decidere tra il fermarsi e l’andare oltre, di optare per questa scelta alternativa, sviluppando un potere sociale che, sulla base dei rapporti privati  non può prendere corpo.  Infatti, da un lato, si apre la strada che sfocia nella pura e semplice riproduzione dei rapporti capitalistici, i quali impongono una limitazione all’azione.  Poiché se si spende si finisce in perdita, e i rapporti capitalistici concepiscono 167 la spesa imprenditoriale finalizzata al guadagno, come l’unica forma di arricchimento possibile, si sente, giustamente, di doversi fermare.  Il keynesismo ha invece prospettato l’esistenza di un percorso alternativo, come d’altronde avevano già fatto i movimenti socialisti e comunisti 168.  Solo che questi ultimi, nelle formulazioni più diffuse, erano convinti che la via dello sviluppo fosse aperta da sempre, e fosse percorribile fino in fondo senza ulteriori impedimenti di natura non politica; e dunque che si trattasse unicamente di cambiare le circostanze, cioè di espropriare chi inibiva l’uso delle risorse, sottraendole 169 al normale ciclo riproduttivo. Un passaggio considerato in sé sufficiente appunto perché, chi lo auspicava riteneva che gli individui, nella loro generalità, non fossero intrappolati in rapporti di classe, che precludevano una relazione economicamente matura con le condizioni generali della loro esistenza, bensì fossero già maturi per rapporti produttivi al di là della proprietà privata.  Insomma negava che, per questa evoluzione, fosse necessario l’instaurarsi di un insieme di condizioni culturali tali da “sostenere” l’intervento.  Non c’era un potere sociale nuovo da sviluppare, ma solo un potere già dato di cui riappropriarsi.   Un approccio con il quale lo stesso Keynes dovette criticamente confrontarsi nei seguenti termini:  mi si chiede perché non vengano adottate domani le proposte economiche che suggerisco.  “Il punto essenziale è il seguente.  I miglioramenti sono forse ostacolati da uomini cattivi che conoscono i cambiamenti necessari, ma vi si oppongono per un interesse egoistico?  O sono piuttosto ostacolati dalla difficoltà di sapere con certezza quale sia la cosa giusta da fare?  … Penso che sia estremamente difficile sapere che cosa fare, e ancor più difficile per quelli che lo sanno (o almeno credono di saperlo) persuadere gli altri che hanno ragione – anche se poi, con il passare del tempo, teorie che risultano indigeste per la loro oscurità e difficoltà, finiscono col diventare più facilmente assimilabili”.170

Per Keynes, come per Marx, le cose non erano, dunque, affatto  semplici.  Secondo loro, il senso comune, incluso quello dei rappresentati della classe operaia, era troppo invischiato nella convinzione dominante che le crisi costituissero la manifestazione di una carenza di risorse; sapeva ben poco della natura contraddittoria del rapporto di denaro, e ancora meno concepiva una qualsiasi teoria di ciò che è socialmente connesso ai sistematici aumenti di produttività.  Per Keynes in particolare, se il conflitto sociale fosse stato focalizzato direttamente sulla proprietà, magari con giustificazioni di natura morale invece che economica, avrebbe comportato una confusione distruttiva di portata enorme, proprio perché avrebbe inibito lo svolgimento del ciclo riproduttivo materiale ereditato dal passato, peggiorando le prospettive rispetto alle stesse crisi economiche.171

Nel keynesismo c’è dunque implicita una critica tanto del contenuto delle posizioni conservatrici del suo tempo, quanto del modo in cui venivano spesso sostenute quelle progressiste.172  Le prime, costringendo la società a tentare di ripercorrere la via accumulativa, sarebbero inevitabilmente sfociate in uno spreco da immobilismo sociale; le seconde si sarebbero esaurite in un processo distruttivo dovuto a comportamenti che trascendevano solo volontaristicamente le possibilità dell’epoca.  In altre parole la via alternativa avrebbe dovuto essere aperta attraverso uno sviluppo culturale tale da renderla praticabile. Se si dice ad un disoccupato che dovrà aspettare il momento in cui gli imprenditori eventualmente decideranno di riprendere gli investimenti, cosicché egli una volta o l’altra si incontrerà con il denaro di cui ha bisogno, gli si chiederà di muoversi, come facevano gli antikeynesiani, nell’ambito delle relazioni proprietarie prevalenti. Anche se ciò comporta un suo drammatico impoverimento, che verrà giustificato con l’accusa che prima avrebbe vissuto al di sopra delle proprie possibilità economiche.  Se invece gli si riconoscerà un “diritto al lavoro” e lo si occuperà realmente a soddisfare bisogni altrui, nel mentre gli si garantiscono le condizioni della sua esistenza, lo si solleciterà ad imboccare l’altra direzione.  Ma le mediazioni sociali attraverso le quali questo “diritto al lavoro” non rimane un puro enunciato, e riesce realmente ad imporsi come pratica economica di lungo periodo, vanno tutte costruite.

L’orientamento che finirà col prevalere dipenderà innanzi tutto dal modo in cui  si sperimenta la disponibilità o meno di denaro.  Ed è proprio questa esperienza che si è cercato di cambiare con le considerazioni sul deficit pubblico del Welfare keynesiano, purtroppo con risultati solo epidermici. Se la carenza di denaro viene considerata come un evento immanente, di fronte al quale non si può far altro che fermarsi, limitandosi a subirlo, si può imboccare solo la prima via.  Magari invocando contraddittoriamente e magicamente una “volontà politica” che permetta di sottrarsi a questa costrizione.  Se quella carenza viene, invece, considerata come un fenomeno contraddittorio, che evidenzia i limiti delle pratiche sociali prevalenti alle quali non occorre necessariamente piegarsi, si può pensare di imboccare l’altra via.   Il tono generalmente arrendevole col quale si accondiscende  ancora oggi, da sinistra 173 non meno che da destra, al fatto che “non ci sono i soldi”, per rinunciare a qualsiasi strategia innovativa, o anche solo al proseguimento delle politiche keynesiane, esprime chiaramente il regresso sociale che è intervenuto a partire dagli anni Ottanta, quando, essendo finiti in un vicolo cieco che impediva la pura e semplice ripetizione coattiva delle politiche del pieno impiego, si è tornati ad imboccare la via prekeynesiana.  Nel muoversi in questa direzione si è poi proceduto in maniera così fideistica da farne - con il Trattato di Maastricht, il cui perno è la lotta ai deficit pubblici e al debito dello stato - una direzione obbligata, una sorta di “comandamento economico”, al quale l’Europa sta stupidamente tornando ad adeguarsi.

Per questo ci troviamo a ripercorrere, per nostra fortuna sin qui in forme meno drammatiche, passaggi analoghi a quelli della crisi degli anni Trenta, con  una ripetizione farsesca della storia passata e del dibattito culturale dell’epoca.  Ma anche se si riuscisse a riprendere l’altra via, come taluni keynesiani sopravvissuti auspicano, dobbiamo essere consapevoli che non basta battersi per politiche espansive, perché ci aspetta un altro passaggio molto problematico, quello nel quale non abbiamo saputo districarci dal finire degli anni Settanta.  Un passaggio che rinvia proprio alla questione della riproducibilità o meno del lavoro salariato, e che può essere compiuto solo facendo riferimento agli insegnamenti di Marx e di quel Keynes che è  sempre stato rifiutato dall’ortodossia.

 

Ultima modifica: 29 Giugno 2017