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E se il lavoro fosse senza futuro?

Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (III Parte)

 

Quaderno Nr. 5/2016

Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

 

GIOVANNI MAZZETTI

2017

2016

Presentazione

Il limite della nostra forma di sapere è che pur parlando continuamente di cambiamento in realtà non abbiamo alcuna idea di come rappresentarlo. Dopo aver ricostruito la dimensione storica dell’ascesa del rapporto di lavoro salariato, affrontiamo in questi due capitoli il processo attraverso il quale si è, con lo Stato sociale keynesiano, avviato un rozzo superamento di quel rapporto. E’ la complessa storia dell’affermazione del keynesismo e delle sua implicazioni.

 

Parte quarta

 

L’inizio dell’incerto cammino

al  di  là del rapporto salariato

 

 

Capitolo undicesimo

Alla frontiera del rapporto di merce

 

“Il  movimento politico della classe operaia ha naturalmente

come   scopo   ultimo  la conquista del   potere politico   e a

questo   fine è   ovviamente    necessaria   una     precedente

 organizzazione    della  classe        dei  lavoratori sorta dalle

 sue stesse lotte     economiche.      Ma  d’altra parte       ogni

 movimento in    cui la classe operaia si oppone come classe

alle classi dominanti    e cerca di far forza su di esse      con

 una costrizione dal     di  fuori    è  un movimento   politico.

Per   esempio  il   tentativo   di   strappare   una   riduzione

della  giornata  lavorativa  in  una  sola fabbrica o anche in

una sola industria, con degli scioperi,  ecc. è un movimento

puramente   economico,  invece  il  movimento per strappare

una  legge  sulle  otto  ore,  ecc.  è  un  movimento  politico.

E in questo modo, dai singoli movimenti degli operai sorge

e  si  sviluppa dappertutto  il movimento  politico,  cioè  un

movimento  della  classe  per  realizzare  i  suoi interessi in

forma  generale,  in  una  forma  che  abbia  forza coercitiva

generale.”                                                                 (Marx 1871)

 

 

Qual è il limite del rapporto di merce, cioè l’aspetto che, dopo averne riconosciuto il ruolo storico positivo, come abbiamo fatto,  ci permette di esprimere nei suoi confronti una valutazione (anche) negativa?  Possiamo rispondere:  nella natura privata della relazione che in esso si esprime.  Con un approccio riduzionistico,  il singolo “decide per proprio conto quale sarà il suo contributo produttivo” 1.  Questo perché immagina che, pur procedendo in totale indipendenza 2 dagli altri, e instaurando con loro una relazione che nasce e si esaurisce nel momento dello scambio 3, sia comunque in grado di dominare gli effetti sociali della propria azione, e cioè di ottenere il risultato atteso.  Nello scambio c’è, pertanto, una rimozione della complessità della riproduzione sociale che, lasciando ognuno libero di agire secondo le proprie unilaterali decisioni, delega il coordinamento allo spontaneo procedere del mercato.  Che cosa c’è che non va in questa “delega”?  C’è che nel mercato “i singoli momenti del processo sociale provengono, sì, dalla volontà cosciente e dagli scopi particolari degli individui, tuttavia la totalità del processo si presenta come una connessione oggettiva che nasce naturalmente, che è bensì il risultato dell’interazione reciproca degli individui cosciente, ma non risiede nella loro coscienza, né, come totalità, viene ad essi sussunta”.4  Vale a dire che gli individui agiscono come cellule che non hanno alcun interesse al loro costituirsi in struttura organica, e fantasticano che il mercato possa spontaneamente garantire un’evoluzione fisiologica della riproduzione individuale e collettiva.

Questa delimitazione del rapporto non è ovviamente sempre stata negativa. Ché altrimenti lo scambio non avrebbe mai potuto diventare, com’è oggi, la base sulla quale poggia la riproduzione di buon parte dell’umanità. Come abbiamo visto, questo rapporto ha infatti avuto una valenza liberatoria quando, nelle sue prime forme, ha consentito l’instaurarsi di interazioni riproduttive tra estranei, cioè tra esseri umani profondamente diversi che non erano spontaneamente legati tra loro.  In tal modo, gli individui si spingevano al di là delle relazioni ereditate dalle prime fasi dello sviluppo, che non contemplavano quei nessi riproduttivi.  Ma non si sono misurati con la nuova complessità e, semmai, hanno comprensibilmente semplificato l’interazione. Il lasciar da parte ogni bisogno di accordo sulle implicazioni economiche e non-economiche di quegli scambi, rinunciando a creare una comunità di vita, ha consentito di produrre gli uni per gli altri pur nell’estraneità reciproca, là dove invece ogni tentativo di creare un tessuto di relazioni omogeneo o quanto meno  liberamente condiviso sarebbe inevitabilmente sfociato in un fallimento.  Grazie a questa semplificazione la merce è stata, come abbiamo visto, la prima forma della ricchezza umana con un carattere oggettivamente universale, proprio perché astratta, e cioè perché indifferente alle forme di vita nelle quali lo scambio si risolveva. 5

Qui non stiamo però discutendo delle fasi arcaiche dello sviluppo, bensì di quelle moderne, nelle quali lo scambio non riguarda più aspetti marginali della vita degli individui e degli organismi sociali. E’ ragionevole immaginare, in questa nuova realtà, nella quale tutti dipendono gli uni dagli altri attraverso lo scambio, che le intenzioni positive di ognuno non possano non riflettersi coerentemente nell’andamento dell’insieme, pur non riversandosi in modo consapevolmente concordato nella pratica produttiva che determina quell’andamento?  Vale a dire, è sensato presumere che la sussistenza della società e il suo sviluppo non conseguano da altro che dalla sommatoria spontanea e positiva dei comportamenti autonomi dei singoli e degli organismi ereditati dal passato?  Una presunzione con la quale si configura l’individuo privato come un essere intrinsecamente  in grado di gestire adeguatamente la propria socialità attraverso un agire che prescinde da e ignora le condizioni generali del processo riproduttivo.  Con il corollario che la dinamica dell’insieme della società improntata al laissez  faire e, dunque, a lui ignota - non si ritorcerebbe mai contro di lui. 6

La storia successiva all’instaurarsi del rapporto di merce come base della vita dimostra ben presto che l’evoluzione sociale, nel concreto, non conferma affatto questa illusione, e cioè che il procedere sociale complessivo, nell’ambito dei rapporti privati che tendono a costituirsi come base dell’esistenza,  può contraddire, e spesso contraddice, le anticipazioni e le intenzioni dei singoli 7.  Non solo di questo o di quel produttore singolarmente presi, ma della gran massa di quanti interagiscono nella società, appunto perché le motivazioni che sottostanno al comportamento dei singoli non si riflettono coerentemente nell’andamento riproduttivo dell’organismo sociale nel suo complesso.  Ne scaturisce una spinta al cambiamento, tesa a prevenire il ripetersi dei disastri che sopravvengono con le crisi, il cui carattere oggettivamente rivoluzionario viene però ignorato.  Tant’è vero che gli economisti ortodossi non solo negano che questo cambiamento sia intervenuto, ma addirittura che possa intervenire, spingendosi fino al punto di considerarlo come una degenerazione.

Dal lato dei lavoratori salariati questo svolgimento contraddittorio produce, in un primo momento, la convinzione che, ponendo fine alla concorrenza tra loro sul mercato del lavoro, si possa evitare l’immiserimento ricorrente.  Il grido di battaglia diventa:  “Uniti si vince”. Si tratta di un passaggio indubbiamente essenziale, che sfocia in un cambiamento positivo nella prima metà del Novecento.  Il valore della forza lavoro contiene notoriamente un elemento storico, cioè una misura dei beni e dei servizi che, in ciascuna epoca, i lavoratori considerano come elementi indispensabili della propria esistenza, e che dunque normalmente esigono per mettersi al lavoro.  Se interviene un accordo sul fatto che la riproduzione non possa scendere al di sotto di un livello già raggiunto o raggiungibile, cosicché un dato ammontare del salario individuale non debba essere messo in discussione dal comportamento più o meno disperato dei singoli lavoratori che agiscono competitivamente al ribasso, questa consapevolezza opera come una forza immediatamente sociale, in quanto cerca di fissare le conquiste sociali intervenute fino a quel momento come base della vita da porre come norma. 8   Ciascuna forza lavoro riconosce così praticamente di non essere la sola merce, ma di operare in un universo di relazioni derivante dal comportamento di moltissime altre merci analoghe che, offrendosi congiuntamente sul mercato del lavoro, ne determinano il prezzo e le condizioni di utilizzo.  In tal modo interviene un primo timido superamento della separazione reciproca dei lavoratori, del loro agire come proprietari privati, separazione che rappresenta una condizione essenziale della normale riproduzione del rapporto mercantile. E’ la fase 9 nella quale i lavoratori hanno finalmente spezzato i divieti legislativi che erano stati imposti nella prima fase del dominio borghese, organizzandosi in sindacati.  La loro convinzione era che fosse sufficiente tentare di vendere la forza lavoro in forme collettive (trade unions) per evitare l’impoverimento che precipitava loro addosso con l’esplodere delle crisi. 10  Essi hanno però ben presto scoperto che il potere monopolistico appena acquisito poteva farsi realmente valere solo nelle fasi ascendenti del ciclo economico, mentre nelle fasi di contrazione i venditori di una merce non domandata restavano (e restano) completamente disarmati.    E cioè che un potere sul prezzo di offerta non garantiva anche un potere sulla domanda; cosicché la decisione di non scendere al di sotto di un livello salariale, considerato come minimo vitale, non assicurava comunque che tutta la merce disponibile trovasse uno sbocco. 11  La domanda di forza lavoro continuava, d’altronde,  a presentarsi come espressione di un potere esteriore – quello dei capitalisti - e, al sopravvenire delle crisi, che gli stessi imprenditori dichiaravano di subire, i sindacati ridiventavano impotenti e i lavoratori dovevano sopportare una decurtazione delle retribuzioni, che nei casi peggiori sfociava nella fame di massa 12.

D’altra parte, nello stesso periodo l’evoluzione della struttura produttiva dal lato delle imprese, è stata analoga.  Scrive in merito Marx con straordinaria preveggenza, quando gli oligopoli sono ancora rari:  “Non appena l’illusione sulla concorrenza quale presunta forma assoluta della libertà individuale svanisce, ecco la prova che le condizioni della concorrenza, ossia della produzione basata sul capitale, vengono già avvertite” (da tutti, e dunque anche dalle imprese), “come ostacoli, e quindi lo sono e lo diventano sempre più”.  Il capitale cerca allora “scampo verso forme le quali, mentre danno l’illusione di perfezionare il suo dominio, imbrigliando la libera concorrenza, annunciano nello stesso tempo la dissoluzione sua e del modo di produzione che su di esso si fonda”. 13  Nel tentativo di far fronte alle conseguenze negative della concorrenza ha infatti avuto luogo un processo di centralizzazione e di concentrazione delle imprese 14 che è sfociato in una significativa crescita degli oligopoli, e che è proceduto in parallelo al costituirsi dei sindacati dei lavoratori.  Una tendenza alla quale, con un’articolata legislazione antimonopolistica 15, si sono inutilmente opposti quanti ritenevano che il sistema del laissez faire fosse insuperabile.  Ma, al pari dei lavoratori, le imprese che aggiravano questi divieti per mettersi, quanto più possibile, al riparo dalle crisi, hanno riconosciuto che tutto ciò non bastava. Che le crisi continuavano a presentarsi, appunto perché i cambiamenti attuati cadevano sempre al di sotto del livello al quale i problemi riproduttivi tendevano a presentarsi 16.

E’ cominciato allora un tortuoso cammino di messa in discussione di questo rapporto domanda-offerta, con l’evocazione dell’unica figura sociale generale che, al di là del capitale, sembrava in grado di rapportarsi alla società come un insieme.  E’ la lunga storia della sollecitazione di un intervento dello stato (moderno) in occasione delle crisi, da parte di coloro che percepivano il bisogno di un cambiamento più profondo.

In un primo momento questo intervento è stato però attuato in forme ingenue – puramente pragmatiche.  Si è pensato che il capitale si astenesse dall’occupare tutta la forza lavoro disponibile per mero egoismo, e dunque che una volontà altra, non condizionata da quell’angusta prospettiva, fosse in grado di procedere ad libitum al di là dei limiti borghesi.  In più occasioni, però, lo stato interventista, che procedeva a “dare lavoro” o a sostenere i redditi  con un approccio puramente volontaristico, cioè senza comprendere i meccanismi economici sottostanti alle crisi, finiva a sua volta col mostrare un’impotenza che, sulla base delle concezioni prevalenti, risultava incomprensibile.  La Repubblica di Weimar, ad esempio,  pur forte di un orientamento  politico socialdemocratico, all’inizio degli anni Trenta non trova i fondi né per garantire lavoro ai milioni di disoccupati della Germania, né per continuare a pagare i sussidi a chi rimane disoccupato, ed è quindi condannata a subire la crisi, invece di impedirla.  I pochi governi laburisti inglesi, nel ventennio 1919-1939, cadono nella medesima trappola, al pari dei governi del Fronte Popolare in Francia.  Negli USA,  lo stesso Roosevelt, che dopo il 1933 aveva adottato una linea apertamente interventista, dando lavoro a milioni di lavoratori disoccupati con una strategia apparentemente keynesiana, nel 1938, quando subentra un deficit di bilancio, agisce antikeynesianamente, ridimensionando il peso della spesa pubblica, cosicché il volume della disoccupazione complessiva finisce col non essere completamente riassorbita e, anzi, col tornare a crescere di oltre quattro milioni di unità.

Risulta così ben presto evidente che, se si vuol porre rimedio alle crisi, e superare le difficoltà di riprodurre il lavoro salariato che in esse si esprime, occorre realizzare un cambiamento più radicale.  Un cambiamento che maturerà solo dopo la Seconda guerra mondiale con il trionfo, in Europa, del keynesismo.

 

 

 

Capitolo dodicesimo

Lo Stato sociale moderno, figlio del keynesismo

 

 

   Perché mai lo Stato sociale prekeynesiano finisce, negli anni Trenta, col non soddisfare le aspettative che in esso erano state riposte?  Innanzi tutto perché, in un primo momento, confonde a sua volta gli effetti  delle crisi con le cause, dimostrando così di essere ancora un’espressione del più banale senso comune.  Nei fatti viene concepito come un soggetto che si assume finalità arcaicamente assistenziali, senza spingersi fino al punto di porsi come pilastro di uno sviluppo economico possibile, ma diverso rispetto a quello del periodo precedente. 17  Al precipitare della crisi e all’esplodere della disoccupazione, il governo finisce col bloccarsi perché, come i privati, ritiene che manchino le risorse, e che dunque occorra fare sacrifici e risparmi per procurarsele. Poiché ragiona con le categorie dell’economia ortodossa, non individua le leve dello sviluppo, o le banalizza, riconducendole solo ad una volontà altra, e finisce col subire il gioco di dinamiche economiche che non comprende e non condiziona.  Percepisce cioè la disoccupazione esattamente allo stesso modo del capitale e del lavoro salariato, come la conseguenza di un impoverimento; pertanto taglia i sussidi, riduce le spese, incluse le retribuzioni dei propri dipendenti, non opera investimenti, né spese aggiuntive che compensino la mancata spesa dei privati, contribuendo all’aggravarsi degli effetti moltiplicativi negativi sottostanti alle crisi. 18

Ci vuole il keynesismo per rievocare una delle tesi care a Marx e cioè che le crisi sopravvengono, paradossalmente, “perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio” 19.  Scrive infatti Keynes in piena crisi:  “Oggi siamo disillusi non perché siamo più poveri del passato – al contrario perfino oggi godiamo, almeno in Gran Bretagna, di un livello di vita più elevato che in qualsiasi precedente periodo – ma perché altri valori sembrano essere stati sacrificati, e soprattutto, perché sembrano essere stati sacrificati senza che fosse necessario.  Visto che il nostro sistema economico non ci permette di sfruttare al meglio le possibilità di creare ricchezza materiale offerte dal progresso della nostra tecnica, e piuttosto, si ferma molto prima, ci spinge a credere che avremmo potuto usare i margini di cui disponevamo in modi più soddisfacenti” 20.  I  sacrifici rappresentano pertanto una risposta sbagliata alle difficoltà emerse.  Che gli individui singoli cadano in questo tipo di fraintendimento, aggiunge Keynes, è comprensibile.  Dato il suo rifiuto della problematicità, non ci si può aspettare dal senso comune la capacità di elevarsi immediatamente al di sopra della situazione in cui è precipitato.  Ma se “per una qualsiasi ragione gli individui che compongono la nazione” non sanno come far tornare in circolo “le risorse delle quali la nazione è dotata, spetta allora al governo, il rappresentante collettivo degli individui, di ripianare lo scarto”.  Sempre che il governo si riconosca un potere superiore a quello del denaro 21 – nel quale si esprime, contraddittoriamente, la proprietà privata degli individui e delle imprese - e contribuisca a farlo venire continuamente alla luce, attraverso una serie di mutamenti profondi nel processo produttivo e nelle forme di proprietà.

In questo passaggio è racchiuso il nocciolo interpretativo, nel bene e nel male, della storia della seconda metà del XX secolo.   Lord Beveridge, un conservatore convertito in tarda età alle tesi keynesiane, nel 1944 riassunse l’intera vicenda nei seguenti termini:  le decisioni di spesa della pubblica amministrazione “avrebbero dovuto essere formulate non in riferimento al denaro disponibile, bensì tenendo conto della forza lavoro disponibile”.  Secondo Beveridge, “il Ministro delle finanze avrebbe dovuto prendere ogni anno una decisione cardinale (…).  Questa decisione implicava una rottura rispetto a due fondamentali principi che avevano governato i bilanci pubblici del passato:  il primo, che la spesa dello stato avrebbe dovuto essere mantenuta al minimo necessario  per far fronte ai soli bisogni ineludibili 22; il secondo, che le entrate dello stato e le sue uscite avrebbero dovuto [comunque] trovarsi in equilibrio ogni anno.  Ciascuno di questi principi era  il sottoprodotto della presunzione di una spontanea tendenza alla piena occupazione, [attraverso i rapporti di mercato], avanzata dalla teoria economica di impostazione ortodossa.  Fintanto che si riteneva che esistessero delle forze economiche che automaticamente assicuravano una domanda aggregata tale da garantire l’impiego di tutte le risorse disponibili, lo stato non poteva spingersi ad impiegare una qualsiasi parte di quelle risorse per i suoi scopi senza sottrarle all’impiego da parte dei privati cittadini.  Ma una volta che veniva introdotta la possibilità di una domanda privata insufficiente”, cioè dell’inesistenza di un meccanismo equilibratore automatico tra i bisogni e l’attività privata che li soddisfa, “lo stato doveva essere pronto, nel perseguire lo scopo del pieno impiego, a spendere, se necessario, più di quello che sottraeva ai cittadini attraverso la tassazione.  Questo per trovare un uso al lavoro e alle altre risorse produttive che [con il laissez faire] “sarebbero stati sprecati”.  Lo spreco sarebbe dunque corrisposto all’abbandonarli al comportamento spontaneo delle imprese e degli acquirenti privati che si riversano sul mercato. 23

   E’ bene avere un quadro d’insieme non approssimativo del cambiamento di approccio del quale stiamo parlando, considerando gli anni antecedenti al secondo conflitto mondiale, come rappresentativi del prevalere dell’orientamento economico prekeynesiano, e la fine degli anni Settanta, come indicativi del momento in cui la strategia keynesiana giunse al momento della sua ultima fioritura. 24

 

 

Livello dell’occupazione in termini assoluti e relativi

Fine anni Trenta – Inizio anni Ottanta 25

 

                          Anni Trenta           %        Anni Settanta/Ottanta    %

 

Gran Bretagna  privata    18.562.000     89,2              16.691.000               68,6a

Gran Bretagna  pubblica   2.239.000    10,8                 7.632.000                31,4

 

Francia privata                 17.671.000      91,1              15.195.000              70,9

Francia pubblica                1.725.000        8,9               6.237.000               29,1b

 

Germania privata             31.040.000      87,1             26.684.000               84.2

Germania pubblica            4.460.000       12,9              6.634.000               25,8c

 

Italia privata                     16.193.000    92,2             15.818.000              75,6

Italia pubblica                     1.368.000      7,8               5.101.000              24,4d

 

Stati Uniti privata             47.075.000     90,7             80.558.000               81,2

Stati Uniti pubblica            4.378.000       9,3             18.707.000               18,8e

 

 

a. dati relativi al 1939 – 1980         c. dati relativi al 1939-1980  e.  dati relativi al 1939-1980

b. dati relativi al 1936 – 1980         d.  dati relativi al 1936-1981

 

E’ facile rilevare che nei paesi sopra riportati, come accadde anche in quasi tutti gli altri, il mantenimento di un livello di occupazione corrispondente alla forza lavoro disponibile, e dunque di una produzione corrispondente a quella potenzialmente garantita dalle condizioni economiche date, è stato assicurato quasi soltanto dalla creazione di occupazione pubblica. 26

In tutto il mondo occidentale sono dunque stati direttamente creati, dopo il trionfo del keynesismo, decine di milioni di posti di lavoro attraverso l’intervento pubblico. Cosicché per più di venti anni il tasso di disoccupazione dei paesi economicamente e socialmente più sviluppati è stato sistematicamente ai minimi storici. Ma, ciò che più conta, è che ad essi vanno senz’altro aggiunte quelle altre decine di milioni di posti di lavoro sostenuti dagli effetti moltiplicativi delle decisioni di spesa pubbliche, che continuavano tuttavia a rientrare formalmente nella categoria dell’occupazione privata, perché a valle rispetto alle scelte sociali che generavano indirettamente il lavoro salariato possibile. Una realtà che tende oggi ad essere sistematicamente negata dagli apologeti dell’ideologia neoliberista, i quali asseriscono che è l’insieme delle imprese a sostenere l’intervento dello stato, e a quest’ultimo può essere riconosciuta, come accadeva prima di Keynes, solo una funzione di sussidiarietà.

 

 

 

 

 

Capitolo tredicesimo

Quando il keynesismo è stato cavalcato dal senso comune

 

 

 

Abbiamo già richiamato un dato di fatto sul quale dobbiamo tornare a spendere qualche parola:  il Welfare State si è quasi imposto come espressione di una dinamica oggettiva.  Come ha puntualizzato Cohen, “con il passare del tempo la società ha rivendicato sempre più diritti all’educazione, alla cura e alle pensioni, e queste rivendicazioni hanno sempre sopravanzato i programmi governativi”.  Ora, se questo comportamento fosse stato arbitrario nessuno potrebbe oggi parlare di un “trentennio glorioso” in riferimento al periodo 1950-1980.  Una pratica economicamente insostenibile presenta il proprio conto nel giro di due o tre anni, e i sostenitori di ciò che è insostenibile sono costretti ben presto a fare macchina indietro.  L’illusione del sussistere di un potere svanisce cioè nel nulla.  Un elemento di cui, ad esempio, dovette prendere atto il Presidente Mitterand quando, dopo aver vinto per la prima volta le elezioni, pensò di attuare, ancora nel 1980, cioè in piena crisi del keynesismo, politiche espansive di tipo keynesiano nella sola Francia. E nel giro di un anno fu costretto a ripiegare sulla tendenza conservatrice prevalente in quasi tutti gli altri paesi, riconoscendo così che o il Welfare risolveva a livello globale i problemi scaturiti dalla sua stessa crescita, esprimendosi positivamente come agenda mondiale o, come qualsiasi altra politica odierna, risultava impraticabile.

Per sostenere lo sviluppo – e che sviluppo 27! – per un periodo così lungo come quello del trentennio postbellico, l’evoluzione sociale deve dunque essersi accompagnata, in tutto il mondo, ad un comportamento che era del tutto razionale sul terreno economico, nonostante il pensiero prevalente ne ignorasse molte implicazioni.

Ma come è potuto accadere che una simile convergenza inconsapevole intervenisse?  La risposta è relativamente semplice: perché era vero, come ipotizzava Keynes, che in quella fase l’intervento pubblico non costituiva un “gioco” a somma zero.  I governi potevano consentire che le rivendicazioni dei cittadini sopravanzassero i loro stessi programmi perché, alla prova dei fatti, molti dei bisogni espressi finivano con l’essere materialmente soddisfatti.

Questo fenomeno non può essere compreso se non si coglie il senso più recondito del moltiplicatore keynesiano, che abbiamo già richiamato nella prima parte.  Come può una spesa di 100 da parte della pubblica amministrazione generare un’espansione multipla di reddito, ad esempio di 400?  Per la semplice ragione che nel mentre si garantiscono le condizioni di produzione di una parte dei lavoratori disoccupati, che li mettono in grado di produrre 100,  si mettono indirettamente in moto le attività dalle quali scaturiscono gli altri 300, le cui condizioni di produzione già esistono o sono latenti, ma non riescono ad essere attivate dalla mediazione del capitale.  Insomma c’è una domanda potenziale (condizione soggettiva) che chiede solo di essere trasformata in una domanda solvibile, e ci sono le conoscenze tecniche, gli impianti, i capitali monetari e la forza lavoro (condizioni oggettive) che chiedono solo di essere impiegati produttivamente.  Se così non fosse la spesa primaria non potrebbe avere gli effetti moltiplicativi secondari, appunto perché non potrebbe evocare a breve quelle attività, delle quali si dovrebbero ancora creare le condizioni.  Insomma la teoria del moltiplicatore keynesiano comporta il riconoscimento del sussistere di un’abbondanza materiale 28, che opportune mediazioni sociali consentirebbero di utilizzare, perché è concentrata sui modi per tornare ad usare risorse disponibili che i rapporti sociali prevalenti  impediscono di utilizzare pienamente.

L’aspetto rivoluzionario del keynesismo consiste proprio nel riconoscere che questo stato di cose impone un rovesciamento di approccio rispetto al senso comune prevalente.  Il capitale, com’è noto,  convalida le risorse, trattandole come esistenti e mettendole in moto, solo se ed in quanto assicurano un accrescimento del valore anticipato con l’investimento.  Accade così che se esistono risorse che potrebbero garantire la soddisfazione di bisogni, ma dal loro impiego non scaturirebbe un accrescimento del capitale, quest’ultimo non procede a riconoscerne l’esistenza e ad impiegarle, appunto perché non rientrano nel suo orizzonte motivazionale 29.  Ma ogni volta che un imprenditore manda a casa un lavoratore – pur senza volerlo e senza saperlo – ne manda indirettamente a casa qualcun altro che opera in altri settori produttivi.  Insomma un capitalista che si astiene dalla spesa (oltre ai “suoi” lavoratori) mette in crisi altri capitalisti, che sono costretti a loro volta ad astenersi dall’investimento e dal continuare ad utilizzare i propri impianti e la forza lavoro che impiegano, perché vedono dissolversi la domanda che sostiene la loro attività produttiva.  L’impoverimento consegue proprio da questo gioco a “somma negativa”, nel quale se qualcuno toglie o si defila anche gli altri sono costretti a togliere o a defilarsi.

Proprio perché impara a confrontarsi col sussistere di questa dinamica, lo stato keynesiano può e deve intervenire in direzione opposta, mettendo al lavoro quanti più disoccupati possibile, in modo da soddisfare direttamente bisogni, ma anche di creare le condizioni più favorevoli per quegli imprenditori che tentano di utilizzare i loro impianti o intravedono possibilità di investimento.  Trovandosi di fronte una domanda solvibile generata dalla spesa pubblica, questi ultimi possono infatti continuare ad impiegare gli impianti dei quali dispongono, ed effettuare una spesa aggiuntiva con delle aspettative positive sui ricavi futuri.  In questo quadro, gli imprenditori possono “riprendere il loro mestiere”, i cittadini, e in particolare i lavoratori, possono godere dei loro “diritti”, e lo stato – perseguendo una pratica che i privati non sanno esplorare - può agire, oltre che come produttore diretto,  come coordinatore generale dell’impiego delle risorse, garantendone la piena utilizzazione. 30

L’evoluzione reale del sistema keynesiano ha pienamente confermato questa rappresentazione, che contrastava radicalmente con l’ipotesi conservatrice, secondo la quale lo stato sarebbe incapace di creare qualsiasi ricchezza, e ogni godimento in più che garantisce eventualmente ad alcuni potrebbe derivare solo dalla sottrazione di una ricchezza già data di altri.  Come sostengono ancora oggi alcuni apologeti del neoliberismo, quando si ostinano a fraintendere la storia, “lo stato potrebbe dare qualcosa a qualcuno soltanto sottraendolo ad altri”.  La prerogativa di creare  ricchezza sarebbe pertanto appannaggio del solo capitale o dei privati 31.  Ma la convinzione keynesiana è diametralmente opposta.  Nel corso delle crisi, ed ancora di più quando sopravviene un ristagno strutturale, ci sono risorse inutilizzate (forza lavoro disoccupata, capitali monetari non impiegati produttivamente, impianti sottoutilizzati, ecc.), cosicché, con la sua spesa aggiuntiva non subordinata al prelevamento di imposte aggiuntive, lo stato non toglie nulla a nessuno, e invece crea direttamente una ricchezza reale addizionale, oltre a consentire indirettamente la produzione di una ricchezza maggiore anche da parte delle imprese e dei privati.  La spesa pubblica keynesiana corrisponde dunque, al di là della consapevolezza sociale che l’ha accompagnata, al maturo riconoscimento di un necessario squilibrio teso ad assicurare un crescente godimento sociale, senza che esso debba essere preventivamente bilanciato dall’imposizione di ulteriori sforzi accumulativi per poterne godere.  Quando l’Amministratore Delegato della FIAT riconosce apertamente che il costo diretto del lavoro incide ormai solo per il 6% del costo complessivo della produzione automobilistica, 32 ci conferma, appunto, che la produzione non si misura più con la quantità di lavoro immediatamente erogata.  Come si espresse Keynes ciò avrebbe comportato la “sconfitta” del vecchio Adamo, annidato in ognuno di noi, del quale avremmo dovuto imparare a sbarazzarci, pena il disastro economico strutturale. Non va infatti dimenticato che per i servizi resi dallo Stato sociale, secondo Keynes, non deve aver luogo un pagamento.  E che essi si presentano, conseguentemente, come un dono di cui la collettività gode grazie alla crescente produttività del lavoro.

Fintanto che il moltiplicatore ha operato nella sua pienezza, a causa dello stato di miseria dal quale si partiva, è sembrato a tutti che la riproduzione del lavoro salariato fosse stata finalmente emancipata da ogni limitazione, e dunque che non potessero più emergere seri problemi di disoccupazione.  In altri termini, un’economia mista, che avesse metabolizzato il keynesismo, stabilendo un razionale rapporto privato-pubblico, non sarebbe più dovuta incappare in fenomeni contraddittori. Ma a questa conclusione si è potuti giungere perché non ci si è soffermati sufficientemente su ciò che aveva consentito quel particolare sviluppo.

 

 

 

Capitolo quattordicesimo

Quando il senso comune si è separato dal keynesismo

 

 

Un vincolo, infatti, continuava a sussistere, anche se non giungeva alla coscienza degli economisti e degli imprenditori, oltre che dei politici e delle grandi masse.  La spesa pubblica crescente costituisce un gioco a somma positiva, dal quale consegue un aumento del reddito tale da assicurare un autofinanziamento degli esborsi iniziali senza variare le aliquote fiscali, solo fintanto che la domanda potenziale sopravanza strutturalmente e significativamente l’offerta potenziale.  Vale a dire che i bisogni che sono in grado di generare un lavoro salariato aggiuntivo, attraverso una spesa di denaro, eccedono sensibilmente l’offerta di merci e di beni e di servizi pubblici, ma non la disponibilità delle risorse che potrebbero essere impiegate produttivamente.  Nei termini usati da Keynes, la capacità di trovare “nuovi usi per il lavoro” non viene superata dalla celerità con la quale, con l’innovazione tecnologica, lo si risparmia nelle attività che, fino a quel momento, sono state necessarie per garantire il livello di vita conquistato, cosicché le risorse esistenti risultano facilmente impiegate.  Ma quando questa situazione recede, perché si instaura un’abbondanza che causa crescenti difficoltà a trovare nuovi usi per il lavoro, la spesa primaria  genera un effetto moltiplicativo del reddito molto contenuto, e il tasso annuo di crescita dell’economia da valori del 3-4 per cento precipita a valori dell’ 1-2 per cento, o addirittura negativi. 33  Non importa se continuano a sussistere o meno risorse inutilizzate, perché da quel momento in poi il problema che fa entrare in crisi la società trascende quello della pura e semplice inadeguatezza della domanda effettiva.

Cerchiamo di fare un primo cenno al senso di questa affermazione, consapevoli che dovremo tornarci su approfonditamente più avanti.   Keynes può parlare, come fa, di una inadeguatezza della domanda aggregata perché si concentra sullo scarto esistente tra l’insieme dei bisogni sociali e le risorse esistenti ed impiegate, in primis la forza lavoro. 34 Per imputare la disoccupazione a una carenza di domanda occorre, ovviamente, sperimentare l’esistenza di bisogni insoddisfatti che, nel loro eventuale tentativo di esprimersi, potrebbero facilmente assumere quella veste sociale – manifestandosi con una spesa - nonostante questo passaggio non abbia concretamente avuto luogo sulla base della spontanea evoluzione del mercato capitalistico.   Per cogliere il senso di questo rilievo, si può far riferimento ad una stanza nella quale, di giorno, ci si lamenta della inadeguatezza dell’illuminazione.  In tal caso, essendo le condizioni oggettive di una luce possibile (il sole, le finestre) già date, non occorre fare grandi cambiamenti, visto che  basterebbe limitarsi all’attività produttiva corrispondente all’apertura delle imposte per ottenere il risultato desiderato.  Ma lo stesso ragionamento non varrebbe se ci trovassimo in un ambiente che non ha affacci e che manca di un impianto di illuminazione, ad esempio uno scantinato abbandonato.  Qui i presupposti della soddisfazione del bisogno non sono già dati.  Se emerge il bisogno di vedere, occorre produrre le condizioni della luce, ad esempio facendo un fuoco che permetta di guardarsi intorno.  Quando il problema del “che fare” si presenta in questi termini, il keynesismo canonico non c’entra, in quanto il bisogno deve prima incontrarsi con una “ricchezza” materiale che ancora non c’è, che non è immediatamente producibile e che, dunque, non può essere appropriabile limitandosi ad una spesa crescente. Cosicché sarebbe del tutto improprio recriminare su una “carenza della domanda”, visto che la carenza si presenta innanzi tutto dal lato della disponibilità dei mezzi di illuminazione, cioè dal lato dell’offerta.

Quando, al sopravvenire della crisi del keynesismo, interviene il drastico ridimensionamento dei tassi di aumento del reddito collegati alla spesa pubblica, gli economisti ortodossi prendono atto di questo mutamento.  Ma ignorando completamente la complessa questione della diversa forma dei bisogni e delle differenti forme produttive, rimangono intrappolati nella loro gabbia teorica, nella quale i rapporti produttivi vengono concepiti solo all’interno dell’universo domanda-offerta.  Se non è più un problema di “inadeguatezza della domanda”, dicono, può solo essere un problema di “inadeguatezza dell’offerta”.  Con uno sforzo produttivo e con gli opportuni sacrifici, si potrebbero creare gli oggetti che mancano, assicurando così un aumento dell’occupazione e del reddito.   Nel nostro esempio, basterebbe produrre un impianto di illuminazione per riuscire a praticare la cantina.

Ma che cosa accade se i bisogni, che dovrebbero consentire i “nuovi usi” delle risorse risparmiate dall’innovazione, non sono già così chiaramente definiti, e cioè se essi non sono tali da poter assumere spontaneamente la veste della domanda?  Che cosa accade, cioè, se il problema non è tanto quello di una mancanza dell’oggetto per il bisogno, quanto piuttosto quello di una inadeguatezza del bisogno a definire se stesso, cioè ad esprimere  le condizioni della propria soddisfazione? In tal caso non sono più né la domanda, né l’offerta a presentarsi come inadeguate, bensì lo stesso processo di formulazione e di metabolizzazione dei bisogni emergenti.   Stiracchiando un po’ il  nostro esempio, se qualcuno soffre di claustrofobia, non basterà certo un impianto di illuminazione per consentirgli di muoversi in uno scantinato buio.  E se egli vorrà riuscire a farlo dovrà imparare ad agire su forze che non gli sono immediatamente note, nonostante inibiscano la sua azione.  La formulazione del bisogno farà dunque tutt’uno con un processo di trasformazione di sé stesso, cioè con l’imparare a fare una cosa che non sa fare.  Un problema che affronteremo a fondo più avanti, ma che qui ci preme anticipare in riferimento ad un punto essenziale.

Se si afferma che, per poter soddisfare i  bisogni relativi alla normale riproduzione dei cittadini – quelli che la società ha già dato prova di saper soddisfare, perché si presentavano nella forma di una domanda o dei diritti sociali - si debbono prima  soddisfare i bisogni aggiuntivi in formazione, nonostante essi siano ancora oscuri a se stessi e non riescano a presentarsi come domanda, si imporrà evidentemente un blocco artificiale alla produzione.  Per continuare a fare quello che si sa e si può fare – l’attività produttiva al livello conquistato nelle fasi antecedenti la crisi - si deve prima imparare a fare quello che non si sa ancora fare e che non si ha una chiara idea di come debba essere fatto.  L’essenza del keynesismo sta proprio nella rimozione di questo blocco, e cioè nel contrastare una retroazione negativa che si presenta nella forma di una contrazione della domanda, e che finisce paradossalmente per trasformarsi in una riduzione dell’offerta, al di là del fatto che l’offerta sarebbe materialmente possibile, e la domanda esisterebbe, ma non incontra il denaro che le permetterebbe di trasformarsi da potenziale in reale.  Quest’ultimo fenomeno deve però essere coerentemente interpretato come un effetto del mancato sviluppo, e non come una delle sue cause.  Per restare nel nostro esempio, se, vista la claustrofobia di qualche abitante, si pretendesse di non procedere all’installazione di un sistema di illuminazione fintanto che quella claustrofobia non è stata superata, si creerebbe un problema a monte, per il fatto di non sapere risolvere un problema che è invece a valle.   La tesi di Keynes è infatti che non si dovrebbe permettere alla claustrofobia di impedire la produzione di una ricchezza reale, come quella dell’impianto di illuminazione, che dovrebbe essere prodotto per quelli che vogliono e sanno andare in cantina, anche quando quelli che ne soffrono non hanno ancora superato le ossessioni claustrofobiche.  Ma egli aggiunge che, fatto l’impianto, arriva il momento in cui sarà necessario affrontare le ossessioni claustrofobiche.  Un compito che non si può sperare di risolvere restando sul vecchio terreno del sostegno alla domanda aggregata 35, perché se il lavoro salariato è in grado di approntare un impianto di illuminazione, non altrettanto è in grado di far fronte all’ossessione claustrofobica.

Fino ad oggi questa problematica è stata assolutamente ignorata dai keynesiani canonici.  Il conflitto teorico tra gli studiosi di scienze sociali si è infatti svolto ancora all’interno della vecchia diatriba tra antikeynesiani 36, che tornavano a predicare la politica dei sacrifici e la pratica della concorrenza, e keynesiani, che giustamente insistevano sugli effetti recessivi dei tagli e dei sacrifici 37, ma erano incapaci di prospettare strategie di sviluppo alternative rispetto a quelle investite dalla crisi. 38  Non stupisce dunque che, all’interno di questa arena, farsescamente ripetitiva delle vicende degli anni Trenta del secolo scorso, non si sia riusciti a trovare il bandolo della matassa per uscire dalla crisi.

 

La cosiddetta crisi fiscale dello stato

Qual è il fenomeno più immediato che consegue alla significativa caduta dei tassi di aumento del PIL, e che ha grandemente contribuito al generale disorientamento sociale sopravvenuto a partire dagli anni Settanta? 39  Quella che è nota come “crisi fiscale dello stato”. 40  Quando la strategia keynesiana era pienamente coerente con le condizioni sociali generali, ad ogni spesa pubblica conseguiva spontaneamente, come abbiamo visto, un aumento del reddito multiplo rispetto all’esborso iniziale, che determinava una crescita delle entrate fiscali superiore rispetto all’esborso iniziale senza che aumentassero le aliquote fiscali. Come ricorda O’Connor, nel suo tentativo di afferrare la differenza tra la fase positiva e quella negativa del keynesismo, nella prima “le spese statali hanno allargato la base imponibile, stimolando indirettamente 41 la produzione e il reddito, e si sono quindi parzialmente autofinanziate”. 42 Ma non appena subentra la seconda fase, e la spesa dell’amministrazione pubblica determina una crescita del reddito che è solo di poco superiore rispetto all’esborso effettuato, non interviene più una copertura spontanea delle nuove uscite ad aliquota fiscale data.  Lo stato, che vorrebbe continuare a funzionare sulla base dello stesso principio di prima, soddisfacendo cioè bisogni su scala allargata senza chiedere l’immediata contropartita in valore dei beni forniti e dei servizi resi, va in crisi, visto che sopravviene uno squilibrio tendenzialmente strutturale tra uscite ed entrate.  Poiché una spesa aggiuntiva di 100 determina un aumento del reddito di 200, invece che di 400 o 500, l’esborso non può essere finanziato ferma restando l’incidenza fiscale preesistente.  Un’aliquota del 25% garantirebbe, ad esempio, solo un recupero di 50, invece di 100 o di 125, con il consolidarsi di un deficit di 50.

Quando interviene questo fenomeno si può reagire come reagì a suo tempo O’Connor, e con lui buona parte della sinistra dell’epoca, dando involontariamente spazio alle argomentazioni conservatrici:  “non esiste nessuna legge ferrea in virtù della quale le spese debbano continuare ad aumentare più in fretta delle entrate”. 43    Lo stato può infatti “lasciare delle esigenze insoddisfatte”, “può congelare i salari e gli stipendi (dei pubblici dipendenti)”, “può congelare i sussidi alle imprese” e, infine, “può costringere i cittadini a pagare imposte più elevate”. 44  Insomma può procedere recuperando un insieme di regole che ristabiliscano proprio la limitazione all’agire pubblico a suo tempo enunciata da Smith e criticata da Beveridge.  Da signore del denaro, la pubblica amministrazione dovrebbe tornare ad essere sottomessa a questa relazione, anche perché i conservatori alla Friedman e alla Hayek spingevano alacremente nella stessa direzione.  Ma se ogni volta che avesse previsto di recuperare solo 50, l’amministrazione pubblica avesse speso solo 50 si sarebbe trovata nella condizione paradossale di poter recuperare solo 25. Poiché il meccanismo moltiplicativo aveva esaurito il proprio ruolo propulsivo lo stato, accogliendo i suggerimenti alla O’Connor e di tutti i conservatori, poteva bilanciare i propri conti solo aumentando le aliquote fiscali, cioè chiedendo 50 per poter spendere 50. 45  I cittadini, che fino a quel momento erano stati messi in condizione di godere in massa di una ricchezza aggiuntiva senza dover sborsare il valore equivalente, vengono ora chiamati a pagare preventivamente per una parte dei servizi aggiuntivi che lo stato intende offrire o, in alternativa, a rinunciare alla soddisfazione di alcuni loro bisogni.  E’ la cosiddetta  “politica dei sacrifici” che, in una pedissequa ripetizione della storia degli anni Trenta del secolo scorso, ha cominciato ad imporsi  tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, trovando, come nel periodo tra le due guerre mondiali, numerosi paladini anche nelle amministrazioni e nei governi “progressisti”.  Ma se il potere di spendere è condizionato dal potere di vendere o di procedere a prelievi fiscali scompare, ovviamente, qualsiasi “signoria del denaro”, e si dissolve il sistema dei cosiddetti “diritti sociali”.

Il favore di cui godeva lo Stato sociale ha finito così ben presto con l’essere eroso. Lo spreco pubblico che, in assenza di ulteriori sviluppi sociali, lo stesso Keynes giustificava come transitoriamente necessario per sostenere la domanda, ha cominciato ad apparire  insopportabile.  Un’attività improduttiva può infatti apparire tollerabile, a chi non sa comprendere i fenomeni contraddittori che la rendono necessaria a causa dell’arretratezza dell’organismo sociale, solo fintanto che non costa.  Ma dal momento in cui comincia a costare, la sua inutilità diventa intollerabile.  D’altronde, col ridimensionarsi del peso del moltiplicatore si dissolve la stessa giustificazione keynesiana dello spreco, perché non è più vero che “la spesa pubblica ‘improduttiva’ sia comunque in grado di arricchire, nel bilancio complessivo, la società”. 46  O essa l’arricchisce direttamente, perché è utile e produttiva, oppure il bilancio complessivo non comporta più alcun arricchimento indiretto.  L’epoca del gioco a somma positiva, attuato attraverso il reimpiego da parte dello stato del lavoro salariato reso superfluo dal progresso tecnico, si è in tal modo conclusa.  Per questo, quando tra gli intellettuali di sinistra ci si confrontava ancora sulla natura della crisi, ci è sembrato giusto parlare di una “fine dello Stato sociale”47, intendendo che su quella base non sarebbe più stato possibile un ulteriore sviluppo, anche se ci si poteva arroccare in una difesa che, per un breve arco di tempo, avrebbe potuto bloccare il regresso.

Al precipitare della situazione, la società ha, d’altronde, perso ogni capacità intellettiva, sprofondando in uno stato confusionale dal quale sembra ancora incapace di uscire.  Invece di svolgere le categorie interpretative relative a questo momento di crisi, approfondendole rispetto a come Keynes le aveva intuitivamente anticipate, si è cominciato ad interpretare la dinamica in atto con categorie prekeynesiane.  Ora, è proprio questo fenomeno che dobbiamo cercare di spiegare, se vogliamo riflettere seriamente sul presente e sul futuro del lavoro salariato.

 

 

 

 

Capitolo quindicesimo

Imparare dalle crisi capitalistiche

 

 

Le crisi, secondo Keynes, esplodono nel momento in cui la società non è in grado di trovare un nuovo uso per la capacità produttiva degli individui che è stata resa superflua dal progressivo risparmio di lavoro conseguente all’innovazione tecnica.   Questo evento va compreso sia nella sua determinazione positiva, che in quella negativa, riconoscendo che quest’ultima non ha nulla in comune con gli impoverimenti sociali e con i disordini economici delle epoche passate.

Per quanto riguarda il primo aspetto, il quadro è relativamente semplice:  un’attività, che era necessaria per produrre la ricchezza materiale che veniva prodotta non deve più essere svolta, perché la stessa ricchezza di prima o addirittura una maggiore si ottiene, grazie all’innovazione, senza che quell’impegno produttivo intervenga.  In questo senso quel lavoro diventa superfluo, cioè non più necessario.48   Insomma, la società può tornare a soddisfare i bisogni che già soddisfaceva con un minuslavoro. Il problema che emerge, in conseguenza di questo progresso tecnico, è altrettanto semplice ed evidente:  che fare di chi svolgeva l’attività che è stata resa superflua?  Ora è ovvio che, se ci sono altri bisogni che, presentandosi con un alto grado di certezza ed una forma sociale simile a quella prevalente, possono essere soddisfatti, quel produttore, che è stato “liberato” dal suo precedente lavoro, può essere impiegato nelle attività corrispondenti al tentativo di soddisfare questi altri bisogni.  Al lavoro che continua ad essere necessario per soddisfare i bisogni che venivano precedentemente soddisfatti, dopo che è stato sottratto il lavoro reso superfluo, si aggiunge ora un lavoro diverso.  Ma proprio perché questo lavoro non è più necessario per ottenere lo stesso risultato di prima, deve essere considerato come un lavoro in più, come un lavoro aggiuntivo, come un pluslavoro, al quale corrisponde un plusprodotto.

Sennonché nell’ambito dei rapporti capitalistici – che per primi pongono la continua innovazione tecnica al centro della dinamica sociale – questa attività aggiuntiva viene effettivamente messa in moto se e soltanto se da essa l’imprenditore trae un profitto.  Non si punta cioè soltanto a creare  un plusprodotto rispetto a prima.  Occorre piuttosto che il lavoratori reimpiegati, dopo essere stati resi superflui, producano anch’essi un prodotto eccedente rispetto ai costi, e in particolare rispetto alle stesse anticipazioni che ricevono, come salario, da chi li mette in moto.  Se ciò non accade, i capitalisti si accontenteranno dei guadagni derivanti dal minor costo, e lasceranno quei lavoratori disoccupati.  Per questo si può dire che le risorse che vengono “liberate” grazie ai guadagni di produttività si presentano in un primo momento storico come proprietà del capitale.  Cioè come un’entità sociale che consegue ad una decisione degli imprenditori, e che può estrinsecare la sua dimensione positiva solo se gli stessi imprenditori decidono di passare alla seconda fase del processo.  Abbiamo infatti visto che, affinché i bisogni dei lavoratori che sono stati resi superflui possano continuare ad essere soddisfatti, e tutto il (minor) lavoro che ora è necessario per riprodursi allo stesso livello di prima continui ad essere svolto, si debbono tornare ad impiegare i lavoratori espulsi dalle innovazioni con un nuovo investimento.  In caso contrario, una parte significativa dell’attività necessaria per riprodursi allo stesso livello di prima verrebbe privata del suo stesso principio motore, in conseguenza del dissolversi della domanda dei  lavoratori resi superflui, che si trasformerebbero in disoccupati privi di reddito, con la conseguenza che il loro minuslavoro si trasformerebbe in una minusdomanda, e dunque in una spinta a contrarre la produzione .49

Nella storia dei rapporti capitalistici si sono susseguite fasi nelle quali i capitalisti sono stati in grado di trovare ampi impieghi per la forza lavoro che rendevano superflua e fasi nelle quali il processo di riutilizzazione incontrava difficoltà, con un immane spreco di risorse.  Lo spreco andava però molto al di là del puro e semplice mancato impiego dei lavoratori resi superflui,  appunto perché questi ultimi venivano puramente e semplicemente espulsi dal processo produttivo, e dunque perdevano il salario che precedentemente scaturiva dalla loro attività.  La loro domanda, conseguentemente, non si presentava più sul mercato, e i loro bisogni, che prima venivano soddisfatti, non potevano più esserlo, determinando l’espulsione anche di quei lavoratori la cui attività continuava ad essere necessaria per ottenere il prodotto che prima i lavoratori superflui comperavano.  Solo Marx ha descritto questo fenomeno in maniera adeguata, sottolineando che, nel modo di produzione capitalistico, il lavoro superfluo finiva col presentarsi come una condizione per continuare a svolgere il lavoro necessario.50  Vale a dire che, se non interveniva un arricchimento, la società avrebbe dovuto rinunciare a soddisfare anche i bisogni che, fino alla fase economica precedente, apparivano come normali componenti della vita, col subentrare di un impoverimento.

Per riuscire a comprendere questo fenomeno paradossale si deve tener presente l’operare del moltiplicatore negativo, al quale abbiamo già fatto cenno.  Quando i capitalisti si astengono dalla spesa che consentirebbe un impiego dei lavoratori che le loro stesse innovazioni hanno reso superflui, tagliano, senza volerlo, la domanda aggregata.  Una parte della produzione non riesce pertanto a ritrasformarsi in reddito, cosicché non tutta l’offerta trova acquirenti.  Questa diminuzione del reddito retroagisce poi negativamente sulla produzione, determinando una contrazione cumulativa, corrispondente alla caduta complessiva della domanda.  La capacità degli imprenditori di sferzare la società, per spingerla al di là dei precedenti livelli riproduttivi, si rovescia, in questi momenti, nel suo opposto. Si nega infatti alla società di poter continuare a vivere allo stesso livello materiale che aveva conquistato prima del progresso tecnico intervenuto, e lo si fa proprio in conseguenza degli effetti di quel progresso tecnico.  L’uso delle risorse disponibili viene così ostacolato dallo stesso meccanismo sociale che nella fase precedente l’aveva favorito.

Avendo compreso questa dinamica, Keynes sollecitò un intervento dello stato che non si limitasse a perseguire una generica volontà di alleviare l’impoverimento, bensì assumesse come punto di partenza della sua stessa azione il rovesciamento di quel meccanismo economico.  Per chi non si fa trarre in inganno dalle formule linguistiche degli economisti ortodossi, la sua tesi è relativamente semplice:  “per il lavoro che è stato reso superfluo dalle innovazioni, ci sono usi che, pur non garantendo un profitto, potrebbero assicurare la soddisfazione di molti bisogni essenziali, bisogni dei quali è facile constatare l’esistenza e renderli solvibili. Mettiamo dunque all’opera chi rimane disoccupato, in modo da assicurargli quel reddito che i capitalisti non sono più disposti ad erogare.  Saremo così in grado di non subire la contrazione della produzione che interviene nelle crisi e di prevenire quegli impoverimenti ricorrenti di cui abbiamo sofferto negli ultimi centocinquant’anni. Se riusciremo anche a far agire quei lavoratori in modo socialmente utile, potremo in aggiunta godere della ricchezza materiale che essi produrranno, appropriandoci così di un pluslavoro che, pur non producendo alcun profitto, assicura comunque uno sviluppo economico.  Non solo.  Se la situazione avrà subito un deterioramento, e non si tratterà più di far fronte ad una disoccupazione frizionale, visto che una quota rilevante della forza lavoro risulterà strutturalmente disoccupata o sottoccupata, saremo anche in grado di invertire l’operare del moltiplicatore, assicurando sbocchi crescenti al settore privato”.  Ciò che è implicito in questa strategia è chiaro:  mentre prima era il perseguimento della finalità dell’accumulazione a costituire la forza trainante dello sviluppo, ora lo sviluppo deve far leva sulla capacità di perseguire la soddisfazione dei bisogni su una base che corrisponde alla disponibilità delle risorse.  E dunque è il consumo che trascina la produzione, in quando va incontro ad un aumento della produttività che ha già avuto luogo o è in corso.   Definendo il processo con i termini usati da Marx:  “la crescita delle forze produttive non è più vincolata all’appropriazione di pluslavoro altrui, e piuttosto la massa operaia stessa si appropria del suo pluslavoro…”51.  Con la conseguenza che “la produzione va ora valutata in vista della ricchezza di tutti”.

Keynes era perfettamente consapevole che questo rovesciamento della dinamica riproduttiva – con lo stato che avrebbe dovuto procedere in direzione opposta rispetto ai privati - esprimeva un radicale cambiamento di approccio rispetto al passato ed imponeva una serie di profondi mutamenti nella struttura del sistema economico. Mutamenti i cui tratti essenziali ha descritto nei suoi saggi sul superamento del laissez faire 52 e sull’introduzione di una sistematica pianificazione statale 53.  Ed è su alcuni aspetti del modo in cui questi mutamenti sono intervenuti che ora dovremo soffermare la nostra attenzione, perché da quei cambiamenti possiamo trarre alcuni insegnamenti per far fronte ai nostri problemi.

 

 

 

 

 

Parte quinta

 

L’embrione dell’individuo

consapevolmente sociale

 

 

Capitolo sedicesimo

Lo Stato sociale tra continuità e rottura col precedente sviluppo

 

 

“Il primo passo della rivoluzione dei lavoratori

consiste nel loro innalzarsi a classe dominante,

cioè   nella    conquista   della     democrazia”.

(Karl Marx- Friedrich Engels, 1848)

 

“Il comunismo si distingue da tutti i movimenti

finora esistiti in quanto rovescia la base di tutti

i rapporti di produzione e le forme di relazione

finora esistite e    per la prima volta   tratta co

scientemente tutti i  presupposti naturali come

creazione degli uomini finora esistiti, li spoglia

del loro carattere  naturale e li assoggetta al potere

degli  individui  uniti.  La sua organizzazione

è quindi  essenzialmente economica, è la creazione

materiale  delle  condizioni  di questa unione,

essa fa delle condizioni esistenti le condizioni dell’unione”.

(Karl Marx – Friedrich Engels,  1846)

 

 

 

 

Si fa presto a risolvere il keynesismo nel puro e semplice intervento pubblico nell’economia, e al suo perseguire uno scopo produttivo e non meramente assistenziale.54  Nell’analisi e nelle proposte pratiche di Keynes c’è, però, molto di più, ed esattamente, un’essenziale distinzione dei diversi modi in cui lo stato può e deve intervenire nell’economia, nel pieno rispetto delle condizioni che mediano lo sviluppo. Una distinzione che torna utile per cercare di comprendere perché, quando l’iniziativa pubblica ha raggiunto un peso assoluto e relativo prima inimmaginabile, è sopravvenuta, come lo stesso Keynes aveva d’altronde anticipato, una crisi dello Stato sociale.

Abbiamo appena visto, pur senza approfondire la questione, che la ricchezza capitalistica è una ricchezza astratta. Vale a dire che essa non stabilisce alcuna relazione qualitativa vincolante tra l’attività produttiva e i bisogni, accontentandosi che, qualunque sia la natura di questi ultimi, i risultati dell’attività che li soddisfa siano quantificabili monetariamente attraverso la possibilità di vendita.   Qualsiasi bisogno calchi la scena, con un’offerta di denaro adeguata ai prezzi, ha la veste sociale corrispondente alla ricchezza borghese e ogni tentativo di qualificarne il contenuto riproduttivo, cioè il concreto “valore d’uso”, contrasta con la stessa relazione mercantile che si cerca di instaurare.  Detto in termini più semplici:  il venditore di una merce non chiederà mai a chi l’acquista quale sarà lo specifico uso che intende farne, esplicitando la natura del concreto bisogno che sta cercando di soddisfare, appunto perché questa specificità ricade nella sfera privata di chi compera, cioè è indifferente al venditore.55  Né il compratore potrà sperare di far “valere” le particolari finalità del suo acquisto per sbarazzarsi di concorrenti che offrono più denaro di lui, perché lo scopo del venditore è quello di massimizzare i ricavi. Vale a dire che la vita, nelle sue determinazioni concrete, sta al di fuori del rapporto di scambio, che poggia solo su se stesso.  Trattandosi del nocciolo del rapporto privato, questa indifferenza del produttore nei confronti del determinato processo riproduttivo che viene mediato dall’acquisizione e dall’uso della merce che cerca di vendere, non può essere messa in discussione senza minacciare l’intero rapporto.

   Lo stato è chiamato ricorrentemente ad intervenire, ed in una tarda fase dello sviluppo dei rapporti capitalistici comincia a farlo strutturalmente, cioè con una comprensione delle dinamiche economiche, perché questo rapporto astratto con la domanda determina eccessi di fiducia nei periodi nei quali la domanda fluisce con grande veemenza.  E dunque sembra che tutto ciò che è producibile possa essere prodotto e trovare acquirenti. Ma induce anche eccessi di sfiducia nei momenti in cui i bisogni solvibili non crescono quanto la capacità produttiva, e dunque la domanda langue o crolla, cosicché sembra che nemmeno ciò che è già oggetto di normale uso possa continuare a costituire il fine del processo economico.

 

La produzione pubblica tra astrattezza e pianificazione

Ora, se la produzione capitalistica è una produzione che astrae dal contenuto concreto dei bisogni da soddisfare, e il sistema sta attraversando una fase di strutturale ristagno, è evidente che l’intervento pubblico è positivo in ogni caso, qualunque sia la natura della spesa corrispondente.  La “spesa”, infatti, non è altro che il meccanismo attraverso il quale si evoca l’attività, la forma della “chiamata alla produzione” sulla base della proprietà privata.  Proprio per sottolineare questo punto, Keynes ribadisce insistentemente che anche la spesa 56 più inutile o più improduttiva può, là dove è sopravvenuta una crisi con una disoccupazione di massa, tornare ad arricchire la società.  Poiché la dinamica che ha sostenuto l’attività produttiva prima della crisi è stata quella della produzione per la produzione, e in un primo momento è difficile immaginare un cambiamento troppo radicale, qualsiasi spesa che ripristini il corso del denaro e consenta la ripresa dell’attività produttiva è in grado di mediare un recupero.  In un certo senso la cosiddetta legge di Say - che ipotizza l’esistenza di un meccanismo spontaneo di equilibramento della produzione mercantile in base al quale ogni offerta porterebbe inevitabilmente al mercato una corrispondente domanda, e nella sua immediatezza è falsa - può essere emendata, e dunque resa valida con un atto positivo della volontà collettiva.  Se la spesa capitalistica non  porta spontaneamente la propria domanda al mercato, e nella crisi non la porta, si può infatti agire in modo da portarcela, trasformando una parte dei bisogni giunti a maturazione in domanda effettiva, grazie all’intervento pubblico.

Keynes tuttavia insiste nel sottolineare che, in una prospettiva storica, l’evoluzione sociale possibile non deve essere considerata in termini così univoci.  In una prima fase, quando nei primi anni Venti la crisi strutturale che investe la Gran Bretagna è ancora agli inizi, egli è costretto a battersi contro i sostenitori del laissez faire – che costituivano la stragrande maggioranza degli economisti e dei politici dell’epoca – i quali negano qualsiasi validità all’intervento pubblico, classificandolo sempre come un mero spreco.  Egli evidenzia che ci sono numerosi campi del fabbisogno sociale – che vanno molto al di là di quelli minimi accettati all’affermarsi del laissez faire, e dunque al di là degli orizzonti praticabili con l’agire privato - che possono essere colonizzati produttivamente solo con un’agire pubblico.57 La loro stessa natura preclude cioè la possibilità di soddisfarli realmente su un terreno privato, e dunque non solo è possibile che lo stato crei una ricchezza reale che le imprese non saprebbero produrre, ma talvolta è addirittura necessario che lo faccia. In una seconda fase, quando sul finire degli anni Venti ormai la crisi si protrae, in Gran Bretagna, da più di un decennio, lascia dietro di sé le considerazioni teoriche e contribuisce ad individuare concretamente una serie di attività utili pubbliche, che possono assicurare una nuova ripresa dell’economia ed un nuovo sviluppo sociale.58  In una terza fase, spazientito dalla mancata accettazione delle sue proposte e dall’ulteriore peggioramento della situazione economica, intervenuto su scala planetaria, si spinge fino al punto di dimostrare che la spesa per la spesa può comunque consentire una ripresa della produzione e dell’occupazione.59  E’ quest’ultimo Keynes – ipoteticamente attento solo ai problemi di natura congiunturale o, se si vuole, di breve periodo - che, dopo la Seconda guerra mondiale, finirà con l’essere accettato, con l’emergere di pratiche sociali che rappresentano una (relativa) rottura rispetto ai rapporti sociali precedenti e che, tuttavia, comportano una (altrettanto relativa) continuità rispetto ad essi.

 

La rottura

Perché, ricostruendo questo quadro di riferimento 60, possiamo comunque parlare di una rottura nel modo di produrre?  Per rispondere a questo quesito bisogna riprendere il filo dell’analisi relativa agli effetti degli aumenti di produttività.   Che cosa faceva precipitare la crisi?  Il fatto che gli imprenditori, non trovando nuovi usi per il lavoro che avevano reso superfluo, non consentivano ai lavoratori, che precedentemente lo erogavano percependo un salario, di tornare a comperare l’insieme di merci che prima “comperavano” in contropartita del loro contributo attivo.  L’aumento di produttività si esprimeva pertanto, in questi momenti, come un fenomeno antagonistico.  Poiché si tratta di un termine abusato, è bene spiegare nel concreto l’aspetto centrale di questo antagonismo.  Con il loro comportamento pratico, gli imprenditori “dicevano” ai lavoratori:  tutto quello che ci interessa è il nostro arricchimento.  Se dal vostro impiego non può conseguire alcun arricchimento per noi, non ci importa quel che accadrà di voi.  Non conta che ora, come società, siamo in grado di produrre lo stesso insieme di beni e servizi che producevamo.  Poiché il nostro orizzonte non va al di là dell’accumulazione da parte della nostra impresa, non possiamo riconoscervi un reddito e concedervi di tornare a comperare i beni che eravate in grado di acquistare prima.  Voi, per noi, rappresentate un costo, e siamo disposti a sopportarlo solo se garantirà un ricavo maggiore.  Se dessimo a voi comunque i frutti dell’aumento di produttività, senza farli fruttare ulteriormente, non faremmo altro che piegarci al vostro esclusivo interesse.  Un comportamento che, anche legalmente, ci è precluso dai principi propri dell’organizzazione sociale nella quale siamo immersi 61, che presuppone l’indifferenza nei confronti dei reciproci destini degli individui.   Preferiamo attendere il momento in cui sarete nuovamente “produttivi”, e cioè tornerete a garantirci un profitto.  Quando riusciremo a trovare nuovi usi per la vostra attività, che sono anche remunerativi, provvederemo a smettere di astenerci dalla spesa e a sopportare il costo del vostro impiego, erogando di nuovo il reddito che ricevevate.  I bisogni ci sono e, smaltito l’eccedente, ben presto torneranno a far lievitare i prezzi, consentendoci di tornare ad occuparvi per soddisfarli. Nel frattempo, se non volete soffrire troppo a lungo, cercate di prendere atto che la merce che offrite sul mercato del lavoro è sovrabbondante e quindi accettate, come fanno tutti coloro che offrono merci, una diminuzione dei vostri prezzi di vendita, cioè dei salari che chiedete.  Con la vostra rinuncia contribuirete a ricreare quei profitti a cui aspiriamo. Se invece pretendete di essere occupati al di là delle nostre stesse finalità sociali e di quelle che noi consideriamo come nostre possibilità, state in realtà sovvertendo i rapporti sociali, in quanto potreste farlo solo sottraendoci le ricchezze aggiuntive che abbiamo creato, costringendoci a comperare la vostra forza lavoro, per la quale – ora – non intravediamo alcun uso.

Sennonché nel corso degli anni Trenta questo momento di ripresa, al quale si affidavano i capitalisti, sembrò non giungere mai 62, appunto perché al “normale” alternarsi di cicli caratterizzati da  regressioni più o meno brevi ed espansioni più o meno lunghe, subentrò una tendenza strutturale al ristagno, determinata dal fatto che l’offerta potenziale sopravanzava sistematicamente la domanda effettiva.

Se, all’instaurarsi di queste condizioni nuove, interviene un soggetto (lo stato) che è in grado di riferirsi ai frutti dell’aumentata produttività – rappresentati innanzi tutto dai lavoratori che non debbono più essere attivi per ottenere lo stesso prodotto di prima - in modo diverso da quello dei capitalisti, quelle risorse possono tornare in circolo.  E i lavoratori possono ricevere un reddito che permetterà loro di comperare quanto meno le stesse merci di prima, e ai capitalisti, sostenuti dall’effetto moltiplicativo di quella spesa, di impiegare le loro risorse nell’unico modo che considerano “produttivo”, cioè con profitto.  Ora, è evidente che, se il capitale non è in grado di concepire un altro potere produttivo oltre al proprio, riterrà che la forza lavoro non possa avere altro valore d’uso oltre a quello che si realizza nell’accumulazione.  E dunque non potrà non contrastare un intervento come quello prospettato da Keynes. Il senso del potere sociale che si esprime attraverso questa pratica  non è tuttavia così univoco, come gli avversari di Keynes ritenevano.  Possiamo cogliere la sua ambivalenza con le stesse parole di Keynes:  “mentre l’ampliamento delle funzioni del governo, connesse al compito di adeguare tra loro la propensione al consumo e la disponibilità [degli imprenditori] ad investire, potrebbe sembrare ad un pubblicista del diciannovesimo secolo o ad un americano che opera oggi nel mondo della finanza, come una terrificante violazione dell’individualismo, lo difendo, al contrario, come la sola via praticabile per evitare la distruzione delle forme economiche esistenti nella loro interezza e come la condizione per il funzionamento positivo dell’iniziativa individuale”.63

Ma perché mai la pratica interventista suggerita da Keynes aveva questa ambivalenza?  E cioè, perché mai alla negazione del valore assoluto dei fini soggettivi dei capitalisti, implicita nella crescita della spesa pubblica, si sarebbe accompagnata un’indiretta conferma di quegli stessi fini, sempre in conseguenza di quella spesa?  Insomma, dov’è la continuità tra modo di produzione capitalistico e Stato sociale?

E’ evidente che se non impiegano  tutti i lavoratori disponibili i capitalisti non sanno cogliere una possibilità di utilizzarli.  Potrebbe allora sembrare che la sostituzione della loro (in)capacità di intraprendere con le decisioni della pubblica amministrazione costituisca una pura e semplice disconferma del loro ruolo storico:  si impiegano risorse là dove, lasciando fare ai capitalisti, esse non verrebbero occupate.  Ma questa azione, come abbiamo visto, non assume la forma coercitiva degli eserciti di disoccupati avviati coattivamente al lavoro, né si risolve in se stessa.  Da un lato, lo stato si muove infatti nell’ambito del rapporto di denaro, consolidando la libertà personale conquistata con l’egemonia borghese.  Dall’altro lato, riaprendo il circolo riproduttivo generale, consente ai  capitalisti di incontrare la domanda della quale sperimentavano una carenza; cosicché essi possono svolgere il loro stesso circolo riproduttivo ad un livello più elevato rispetto a quello che si sarebbe instaurato sulla base della loro egemonia.  Vale a dire che, lungi dal ricevere solo una disconferma, come sembrerebbe a chi ragiona seguendo l’ideologia conservatrice, i capitalisti trovano una conferma delle loro prospettive di investimento (e di arricchimento), anche se non sono stati in grado di intraprenderne autonomamente di nuove.    E’ vero che il peso relativo del capitale sull’insieme della produzione sociale tende a decrescere, tuttavia è altrettanto innegabile che allo stesso tempo esso riesca ancora  a crescere in termini assoluti.

La mancata conferma dei capitalisti come agenti trainanti dello sviluppo della società è cioè compensata dal fatto che essi continuano a gestire la base sulla quale quello sviluppo, embrionalmente alternativo, prende avvio.  E che questa stessa base tende ad allargarsi ulteriormente. Senza il continuo aumento della produttività, infatti, non ci sarebbe il lavoro disponibile, con il cui impiego si possono soddisfare i bisogni nuovi corrispondenti ai cosiddetti “diritti sociali”.  Né più e né meno di come se non intervenisse allo stesso tempo la soddisfazione dei diritti sociali ogni ulteriore aumento della produttività verrebbe bloccato, appunto perché, mancando una domanda adeguata, risulterebbe compromesso lo stesso meccanismo di riproduzione allargata del settore privato.  Questo secondo aspetto, ha spinto molti ideologi del campo progressista a balzare alla conclusione che, se il capitale si riproduceva su scala allargata, non poteva non continuare ad essere la figura sociale egemone.  Se, al tempo di Marx, lo stato non era altro che il “comitato di affari della borghesia”, con l’affermarsi dello Stato sociale la struttura delle relazioni sociali forse cambiava, ma solo di una virgola.

Su questa conclusione occorre però riflettere criticamente.  A differenza di ciò che accadeva prima, i lavoratori vengono messi in condizione di godere degli stessi salari complessivi di cui godevano nella fase antecedente l’innovazione tecnologica o, anche, di vederli crescere.  Se ora non svolgono alcun lavoro aggiuntivo per il capitale, essi vengono tuttavia confermati sul terreno della ricchezza acquisita, oltre a godere per “diritto sociale” della ricchezza aggiuntiva che eventualmente scaturisce dall’intervento pubblico.  E ciò costituisce un cambiamento tendenzialmente radicale in quanto implica lo sfruttamento di una possibilità di produrre e di arricchirsi che il capitale avrebbe invece sprecato.  Il compromesso sociale, termine abusato per descrivere la fase dello sviluppo dello stato keynesiano, trova quindi il suo fondamento nelle relazioni economiche, grazie al fatto che si fuoriesce dalla situazione contraddittoria che ha prevalso tra le due guerre mondiali, nella quale l’aumento esponenziale della produttività, riversandosi unicamente nell’ambito dei rapporti capitalistici, è sfociato nell’esclusione di una quota crescente della popolazione dal lavoro e nel ristagno economico.  Poiché il cosiddetto “compromesso sociale” si concretizza nella fine dell’esclusione, la rottura non può essere negata.

   C’è poi un’altra determinazione della dinamica in atto, della quale si deve  tener conto.  Da principio motore del processo riproduttivo, il capitale è precipitato al ruolo di elemento trainato, a soggetto che trova fuori di sé – nello stato – il principio della sua realizzazione (la produzione e la vendita su scala allargata).    Questa rottura può essere sottovalutata da chi non riesce a prendere atto che il processo riproduttivo sociale ha sempre una forma determinata, che però non si ripresenta mai in maniera eguale a se stessa, perché la conservazione dell’organismo sociale implica la soluzione dei problemi che emergono e, con essa, una trasformazione della sua stessa struttura.  Con la conseguenza che nessuna formazione sociale può essere considerata come un “solido cristallo”.

 

La continuità

L’ignoranza di questi mutamenti sostanziali, col mancato consolidarsi dello Stato sociale come base non più questionabile dell’esistenza sociale, è stata però favorita da un fatto innegabile.  Invece di procedere ad una vera e propria programmazione, con l’elaborazione di “piani di sviluppo” fondati su una distinzione gerarchica dei bisogni, capaci di emancipare la società nel suo complesso dalla condizione di penuria e di porre realmente “il valore d’uso” come elemento determinante della produzione, la pubblica amministrazione si è accontentata 64 di accogliere il terzo orientamento keynesiano, privilegiando il suo ruolo di puro e semplice garante del pieno impiego.65  L’obiettivo marxiano di promuovere la “ricchezza di tutti” è stato conseguentemente perseguito nella forma banale della mera riproduzione del lavoro salariato sulla scala necessaria a prevenire o a limitare la disoccupazione.

La critica, così spesso avanzata nei confronti dell’obiettivo della continua crescita del PIL riflette 66 questo limite storico, che occorre comprende nelle sue articolazioni.  Lo stato, pur non avendo finalizzato il proprio intervento alla produzione di valore, visto che di norma non ha richiesto un pagamento per i servizi che rendeva e per i beni che offriva, 67 ha  tuttavia proceduto astraendo – non del tutto, ma in maniera comunque significativa - dal contenuto concreto della ricchezza che contribuiva a produrre.  Alla finalità capitalistica della produzione per l’accumulazione, ha sostituito la finalità della produzione per garantire sempre e comunque il lavoro.  In questo senso ha agito anche  in una significativa continuità con il precedente comportamento del capitale.

Qui occorre essere molto chiari.   La strategia secondo la quale lo stato doveva agire come occupatore in ultima istanza va compresa, nel senso che la pubblica amministrazione avrebbe dovuto mettere in moto un’attività anche quando era in qualche modo consapevole che un reale effetto utile era difficilmente ottenibile 68.  Un modo di procedere apparentemente paradossale, che Keynes caricaturò nei seguenti termini:  “Se il Ministro del Tesoro riempisse delle bottiglie usate con delle banconote, le sotterrasse ad una profondità adeguata in miniere di carbone in disuso, riempiendole fino alla superficie con rifiuti urbani, e lasciasse all’iniziativa privata sulla base del rodato principio del laissez faire di scavare le banconote di nuovo, non ci sarebbe alcuna disoccupazione e, con l’aiuto delle ripercussioni, il reddito reale della società, oltre al suo capitale, crescerebbero sensibilmente rispetto ad oggi.  Certo sarebbe più sensato costruire case o cose simili; ma se ci sono difficoltà politiche e pratiche che impediscono di procedere in questa direzione, ciò che ho suggerito è meglio di niente”.69  Pur nella sua contraddittorietà, ciò avrebbe garantito, ed ha garantito, un arricchimento materiale.  Nella storia reale non ci sono infatti bottiglie ripiene di banconote sepolte per poi essere scavate, ma un’infinità di manufatti mai terminati o del tutto privi di utilità 70 che, proprio perché non entrano nell’uso sociale svolgono esattamente la funzione delle inesauribili miniere di “finto oro” parodiate da Keynes.  Ma questo comportamento pratico ha comportato che il lavoro superfluo continuasse a costituire condizione per lo svolgimento del lavoro necessario.  Se, seguendo il terzo Keynes, occupo dei lavoratori in modo così sciatto che essi finiscono spesso con lo scavare buche e riempirle o con l’erigere edifici abitativi che dovranno poi essere abbattuti – com’è ad esempio concretamente avvenuto per i sottopassi pedonali delle grandi arterie e per le famose “vele” di Scampia a Napoli 71– ciò accade perché non so far altro che consentire a quel lavoro, superfluo e inutile, ma “necessario” per permettere alla domanda di quei lavoratori – e a quella di coloro che vengono evocati dalla loro spesa - di continuare a riversarsi sul mercato.  Lo faccio più per garantire la loro esistenza come forza lavoro che per altro. Dunque, in continuità inerziale con i rapporti capitalistici, alle cui contraddizioni cerco di porre rimedio, pongo ancora il lavoro superfluo come condizione del lavoro necessario.  E dimostro in tal modo di non essere in grado di concepire un'altra forma di partecipazione degli individui all’attività produttiva o di garantire che il lavoro inutile non venga erogato, mediante un coerente processo programmatorio, che ponga su una base diversa il rapporto tra lavoro necessario e lavoro aggiuntivo, riconoscendo un valore al tempo disponibile.

Possiamo così cominciare ad intravedere il nocciolo della questione:  fintanto che la società nel suo complesso non è in grado di distinguere il lavoro necessario dal lavoro superfluo, e tanto meno è in grado di distinguere il lavoro superfluo utile da quello inutile 72, introducendo un meccanismo di organizzazione generale del lavoro che contempli anche l’eliminazione del lavoro inutile, senza che ciò sfoci nella disoccupazione di coloro che lo erogavano, non può esserci una piena rottura nei confronti delle relazioni capitalistiche.  Per questo Keynes sollecita i suoi interlocutori conservatori a cogliere gli elementi di continuità, ma anche i suoi oppositori di sinistra a prendere atto del problema emerso.  Se non si percepisce che la riduzione del tempo di lavoro necessario è un processo positivo sul terreno economico - e quando non si riesce a ritrasformarlo in lavoro non lo si fa diventare “tempo disponibile” da ridistribuire tra tutti con una riduzione dell’orario a parità di salario - si resta intrappolati in un meccanismo analogo a quello che ha già bloccato il capitale nel periodo tra le due guerre mondiali.  In questo caso, infatti, la quantità di lavoro immediato continua ad essere considerata come la misura dell’arricchimento, ed il PIL continua ad essere la misura oggettiva della ricchezza che ne risulta.   Un errore imputabile al fatto che non si sa concepire nemmeno l’embrione di una partecipazione al processo produttivo diversa dal lavoro salariato.

Come abbiamo visto citando il Keynes di Prospettive economiche per i nostri nipoti, per una fase storica questo modo di procedere ha senso e può essere considerato addirittura inevitabile.  Ma quando il tasso di aumento del PIL, dopo qualche decennio di pratiche keynesiane, cade a livelli infimi o lo stato passa a riconoscere che la quantità di lavoro non necessario sta crescendo esponenzialmente – al di là del fatto che la sua stessa incapacità programmatoria lascia insoddisfatti molti bisogni primari! – o finisce col trovarsi in una situazione di delegittimazione sociale analoga a quella che ha colpito il capitale nel periodo tra le due guerre mondiali.

Non a caso Marx insiste ripetutamente nell’indicare che la “conquista della democrazia” si esprime proprio nell’elaborazione di “un piano collettivo” che guidi nel concreto lo sviluppo sociale, permettendo ai cittadini di fare i conti con le dinamiche economiche che risparmiano lavoro.  Se manca questo passaggio, la democrazia si blocca al livello politico, e il soggetto, che la vive come suo potere, dimostra di non aver ancora sviluppato la capacità di procedere realmente, e non solo idealmente, alla creazione delle condizioni che consentono di soddisfare i suoi bisogni ad un livello sociale superiore.  Oscillerà continuamente, come accade oggi, tra la manifestazione di una volontà che ripone piena fiducia nel capitale, e la manifestazione opposta del bisogno di una limitazione di quel potere da parte dello stato.  Come approfondiremo nelle battute conclusive del testo, in entrambi i casi, si accontenta di riprodursi come forza lavoro, nonostante nel frattempo le condizioni che mediano questa forma dell’esistenza si stiano dissolvendo.

 

 

 

 

Capitolo diciassettesimo

Quale forma prende dapprima la consapevolezza sociale?

 

 

Storicamente ci troviamo, dunque, di fronte ad una particolare attuazione del keynesismo che, ignorando quella parte dell’insegnamento di Keynes non utilizzabile come rimedio congiunturale, ha finito col diventare impotente nei confronti delle conseguenze contraddittorie dello stesso sviluppo sociale del quale si è fatta promotrice. Ma un’evoluzione diversa sarebbe stata possibile?  La configurazione sociale scaturita dalla “rivoluzione keynesiana”  avrebbe cioè potuto poggiare su una base più solida, tale da precludere il nuovo verificarsi di una crisi sociale?

E’ fuori di dubbio che l’azione dei privati – lavoratori e imprese - sia stata fecondata dall’intervento pubblico di tipo keynesiano.  Questo ha, infatti, reso possibile una produzione che, se fosse rimasta ferma l’egemonia del capitale, non sarebbe potuta intervenire.  E, da questo punto di vista, hanno senz’altro ragione quegli autori, come ad esempio Cavallaro, che riferendosi al mutamento in questione sottolineano l’elemento di rottura, parlando addirittura di un nuovo modo di produzione.73  Ma, a nostro avviso, se si risolve l’analisi con questa determinazione unilaterale del contesto, si finisce col perder di vista una parte essenziale del processo intervenuto e, soprattutto, col sottovalutare la sua stessa limitatezza.  Lo stato si eleva, infatti, grazie all’approccio moderno che contempla una sua signoria non arbitraria sul denaro 74, al di sopra del rapporto della proprietà privata.  E sembra anche che, con la comprensione della natura contraddittoria della disoccupazione di massa, esso conquisti la chiave per un definitivo superamento delle crisi.  Sennonché, come dimostra la storia degli ultimi trent’anni,  le cose non procedono in maniera lineare.

 

 

Il cammino verso i diritti sociali

Qual è stato l’elemento che ha determinato una divaricazione tra la base economica, che si stava instaurando con il keynesismo, e le forme della consapevolezza sociale che si sono accompagnate a quel mutamento dei rapporti sociali?  Cerchiamo di individuarlo con l’ausilio di uno schema storico caro a Norberto Bobbio.

Lo stato costituisce notoriamente una proiezione, grazie alla quale il singolo si riferisce alla propria socialità generale, cioè la dimensione nella quale si percepisce come cittadino.  Ma i modi in cui questa proiezione ha avuto luogo sono mutati radicalmente con il procedere storico.  Per questo possiamo affermare che la particolare struttura che noi oggi chiamiamo “stato” è il risultato dell’impasto di tre passaggi storici recenti, che poggiano sul riconoscimento di “diritti”, e che appaiono diversi proprio in quanto rinviano a basi economiche differenti.

1)   Nella transizione da un mondo dominato dai privilegi ad un mondo dominato dai diritti, i primi ad essere “affermati (sono stati) i diritti di libertà, cioè tutti quei diritti che tendevano a limitare il potere dello stato e a riservare all’individuo o ai gruppi particolari una sfera di libertà dallo stato”, che fino a quel momento non concedeva agli individui eguali libertà.  E’ l’universo dei diritti borghesi 75, come diritti dei singoli individui – di tutti gli individui - che prende corpo a cavallo tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento.  Questo orientamento si è affermato “battendo in breccia due capisaldi della monarchia assoluta:  e cioè, da un lato, l’idea di un potere che poteva essere più o meno arbitrario, più o meno giusto, ma derivava comunque da un’investitura divina e, dall’altro, la presunzione del principio dinastico e patrimoniale che autorizzava questa o quella casa principesca a disporre di popoli e di territori come di cosa propria”.76  In questa fase è emerso il bisogno di una libertà dallo stato, come manifestazione del processo attraverso il quale gli individui singoli si emancipavano dalla subordinazione personale preesistente.77  Il lasciar fare ai singoli (individui e imprese) è diventata la “figura” nella quale si è espressa questa libertà, appunto perché essa ha trovato la sua manifestazione principale nel generalizzarsi dei rapporti di scambio. Cosicché lo stato ha conquistato la sua stessa essenza nel garantire una emancipazione 78 dalla moltitudine di vincoli e di servitù proprie del mondo feudale.  Mentre in quel mondo esisteva tutta una serie di figure sovrane, che sovrintendevano alla convivenza ed eventualmente dettavano le regole alle quali conformarsi, ora ogni individuo viene presupposto come sovrano.

Ma come può un contesto sociale fatto da una moltitudine di individui singoli consentire che essi si costituiscano tutti come sovrani?  La soluzione di questo apparente paradosso, proposta all’epoca, è relativamente semplice:  basta ipotizzare che ciascun singolo, in quanto intrinsecamente depositario delle facoltà specificamente umane, si trovi sempre in una posizione superiore rispetto al genere.  Se la regalità dismette la sua veste divina, quest’ultima finisce cioè col cadere sulle spalle del singolo individuo che, appunto, appare come superiore rispetto al genere perché ciascuno viene al mondo ad immagine di dio.79

La prima forma empirica di questa emancipazione la troviamo nei “comuni” italiani dell’XI e XII secolo, nei quali si raccolgono coloro che cercano di sottrarsi ai preesistenti vincoli feudali.80  E proprio per questo finiscono col considerare il “comune” stesso come un qualcosa di sovrastante, che implica ancora una sorta di reciproca appartenenza.81 Mentre la forma matura, che genera l’individuo singolo realmente indipendente dagli altri, e in sé e per sé sovrano,  prende corpo con le rivoluzioni del XVI e del XVII secolo, che superano il livello comunale per darsi una coerente dimensione di mercato nazionale, nel quale il ruolo del nuovo stato è quello di abolire gli “stati” preesistenti, trasformando tutti in “proprietari privati”.  (Ognuno diventa proprietario della propria persona, che viene “privata” dei vincoli preesistenti.)

2)  “In un secondo tempo sono stati propugnati i diritti politici che, concependosi la libertà non soltanto negativamente come non-impedimento, ma positivamente come autonomia, hanno avuto per conseguenza la sempre più ampia, diffusa e frequente partecipazione dei membri di una comunità al potere politico (o libertà nello stato)”.   Ad essi corrisponde la generalizzazione delle condizioni formali borghesi e dei relativi poteri politici.  Si tratta di un processo lento, nel corso del quale l’eguaglianza formale dei cittadini viene progressivamente allargata a classi,  a ceti e a generi che, in un primo momento, non ne avevano goduto.82  Questo passaggio comporta un relativo superamento della concezione prevalentemente negativa dello stato ed un altrettanto relativo ridimensionamento della sua natura esteriore.  Non era più sufficiente che lo stato si limitasse a garantire il godimento di diritti astratti che “erano stati attribuiti (ad ognuno) da un creatore”.  Poiché risultava sempre più evidente che i diritti stessi promanavano dalle decisioni delle autorità statali, ma investivano i cittadini nella loro generalità, quelle decisioni dovevano costituire l’espressione di una volontà realmente collettiva.  Non bastava cioè il consenso dei governati,  che tra l’altro spesso mancava, bensì occorreva che i governanti fossero sottomessi al senso che gli stessi governati intendevano imprimere al procedere della società.  E’ la lotta per la piena attuazione della democrazia formale, che ha caratterizzato tutta la prima metà del Novecento.  Al mercato come regolatore universale delle relazioni che scaturivano dallo spontaneo comportamento individuale, che si presupponeva libero, si sostituisce una forma di regolamentazione che non si basa più sulla preminenza del singolo sull’insieme, bensì giunge alla conclusione che l’insieme è esso stesso un momento della realtà sulla quale la vita dell’individuo finisce col costruirsi, e va perciò indirizzato collettivamente.  La sovranità non è più relegata al livello delle dotazioni originarie di ciascuno, bensì deve esprimersi nella concreta evoluzione delle condizioni generali dell’esistenza.  Anche se quell’incidenza viene concepita nella forma ingenua della mera estrinsecazione della volontà dei singoli così come essi si presentano “naturalmente”, e dà corpo ad una dipendenza reciproca di forma puramente politica.

3)  “Infine,” conclude Bobbio riferendosi alla seconda metà del Novecento, “sono stati proclamati i diritti sociali che esprimono la maturazione di nuove esigenze, diciamo pure di nuovi valori, quali quelli del benessere e dell’eguaglianza non soltanto formale, e si potrebbero chiamare libertà attraverso o per mezzo dello stato.”83  In questa fase i rapporti economici sono stati posti al centro dell’attenzione, e l’enunciazione di quei diritti perseguiva lo scopo di insignorirsi dei processi che assicurano ad ognuno la base materiale dell’esistenza,  in modo da evitargli una situazione di sudditanza oggettiva nei confronti degli altri, al di là della stessa indipendenza personale. Ciò perché si percepiva con chiarezza che l’emancipazione meramente politica dalla subordinazione personale, attuata con l’affermazione dei precedenti insiemi di diritti, non costituiva una base adeguata per una reale libertà degli individui.  In altri termini si riconosceva, seppur implicitamente, che la concorrenza e lo scambio non rappresentavano una base adeguata per la libertà individuale, ma anche che l’astratta introduzione di “regole” di comportamento, attuata col secondo passaggio, non era sufficiente per prevenire gli effetti contraddittori dello sviluppo 84.  Dalla democrazia puramente politica si passa a quella che può essere definita come “democrazia economica”.

 

Lo scarto tra mutamento reale e forme ideologiche

Parlando di tutti e tre i livelli dell’evoluzione dei diritti, Bobbio sottolinea che in nessun caso si può razionalmente procedere alla ricerca di un loro fondamento  che non sia di natura puramente storica.  Vale a dire che la fondatezza dei diritti va ricercata sempre e soltanto nel “consenso di cui (hanno goduto) e godono”, e cioè nel fatto che gli esseri umani se li (sono riconosciuti e se li) riconoscono reciprocamente nella loro pratica sociale.  La forza del diritto  è dunque completamente racchiusa nella cogenza che i comportamenti corrispondenti hanno nell’articolazione delle relazioni umane, perché gli individui concordano nel considerarle come componenti necessarie della vita collettiva.  Senza questa cogenza i diritti si trasformano in mere enunciazioni ideali, che non riescono a farsi valere nella vita pratica degli individui, se non che casualmente, né più e né meno di come accade, ad esempio, per il precetto “ama il prossimo tuo, come te stesso”85.   Sarà bene fare un esempio  riferito alle conquiste passate.

Il problema della realizzazione dell’eguaglianza formale ha dovuto ovviamente concentrarsi sul superamento di un insieme di vincoli relativi alle differenze di “stato” proprie del mondo medioevale.  Uno di questi vincoli riguardava notoriamente il rapporto con le norme religiose, che all’epoca costituivano anche il fondamento della conoscenza della storia umana e della maggior parte delle sue regole correnti.  Fintanto che le scritture dalle quali si desumeva la natura della condizione umana erano “sacre”, ed espressione esse stesse di un rapporto di particolarità, perché i testi potevano essere riprodotti solo in pochi esemplari ed a cura della classe che ne era esclusiva depositaria in quanto appartenente ad uno specifico “stato”86, ogni rivendicazione di un’eguale libertà (possibilità) di leggerle e interpretarle era inimmaginabile.  Con l’invenzione della stampa - una delle grandi conquiste della borghesia in ascesa - ciò che costituiva l’oggetto esclusivo del potere di una classe, il clero, comincia ad essere disponibile anche per gli individui al di fuori di quella classe.  Il bisogno di una figura esterna come quella del prete – quale espressione della religiosità  e del rispetto delle regole di vita - può così cominciare a dissolversi, e la religiosità può diventare un attributo riconducibile all’individualità 87 del singolo.88   E questi, nel giro di un paio di secoli, può cominciare faticosamente a rivendicare la libertà di religione come una pratica non (solo) ideologica, appunto perché è in grado di instaurare un rapporto diretto con i testi dai quali la sua religiosità storicamente promana.  E’ qui necessario comprendere bene che il singolo che interpreta a suo modo i testi sacri, scostandosi essenzialmente dalla lettura che ne dà il prete e cercandone il fondamento storico, afferma implicitamente che egli è depositario di una capacità che il prete mostra di non avere più in esclusiva 89, e dunque si oppone al prete in quanto portatore di un potere che, pur promanando dall’insieme storico che lo ha preceduto, gli appare ormai come un qualcosa al quale può liberamente rapportarsi, ponendolo come suo “oggetto”.

Alla base della conquista della libertà di religione c’è, dunque, un comportamento pratico in atto  che sostanzia quella libertà.  Non importa che oggi, rivisitando la base di quella libertà, in molti si aggrappino ancora alle illusioni di quanti si batterono per essa quando la presentarono come un dono del creatore, e dunque come un diritto innato.  Nei fatti essa scaturì dalle conquiste materiali di coloro che, tra l’altro, si impegnarono per rendere le scritture non più separate dalla vita profana,90 cioè accessibili a tutti e dunque “non sacre”.  Il singolo poté conseguentemente sentirsi depositario di un potere analogo o superiore a quello dell’insieme (preesistente) solo in quanto era stato messo in grado di interagire direttamente con  i testi attraverso la propria sensibilità, che poteva scostarsi dalla tradizione trasmessagli.

Ora, proprio perché questa rivendicazione è venuta dopo la trasformazione pratica dei rapporti, ha potuto risolversi nella mera rivendicazione di una libertà da 91, cioè nella eliminazione di quei limiti e di quei vincoli – non solo interpretativi - ereditati dal mondo passato, che impedivano, ormai anacronisticamente, un comportamento possibile.  Si trattava cioè della lotta per porre la vita stessa sulle basi nuove che erano state conquistate.

Ma la rivendicazione dei cosiddetti diritti sociali, che ha prevalso a partire dalla seconda metà del Novecento, non gode del privilegio di poter far leva su una pratica che si sta già affermando.  Quando quei diritti si impongono la società sta oscuramente uscendo da un lungo periodo di crisi, nel corso del quale ha sperimentato una sostanziale impotenza nei confronti di un gravissimo processo di impoverimento e cerca un potere nuovo.  Il diritto alla salute, che prende corpo in Inghilterra con il primo Rapporto Beveridge, nel 1942, si presenta ad esempio ancora come una proiezione ideale 92, come un diritto “da costruire”.   Così come il diritto al “pieno impiego”, enunciato dallo stesso Beveridge nel 1944. Non differente è il diritto al lavoro proclamato dalla Costituzione italiana appena quattro anni dopo.   Con la declinazione che la Repubblica deve “promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, esso appare evidentemente come una norma programmatica.93

Nei confronti di questo tipo di norme si pone un problema particolare:  “quando si tratta di enunciarle, l’accordo è ottenuto con relativa facilità, indipendentemente dalla maggior o minore convinzione di un loro fondamento assoluto; quando si tratta di passare all’azione, fosse pure il fondamento indiscutibile, cominciano le riserve e le opposizioni.  Il problema non è allora quello se ci sia o meno questo o quel diritto, bensì quello della sua attuabilità”.94  Ciò significa che la conquista politica è intervenuta prima di una reale conquista  materiale, cosicché il conflitto sociale non ha ancora consolidato le basi oggettive sulle quali quella conquista dovrebbe poggiare e il sapere individuale la incorpora prevalentemente come proiezione ideale di una non meglio precisata necessità.  Si tratta pertanto di una realtà sociale voluta, ma le cui condizioni normali di esistenza debbono ancora essere prodotte.

Sottolinea Marx, nel concludere La questione ebraica, che “solo quando il reale uomo, l’individuo concreto, riassume in sé il cittadino astratto, e come uomo individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale, nei suoi rapporti individuali è divenuto ente generico, soltanto quando l’uomo ha organizzato le sue forze proprie come forze sociali, e perciò non separa più da sé la forza sociale nella figura della forza politica, soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta”.95  La rivendicazione di diritti, senza una corrispondente articolazione della conoscenza  e della prassi che li ponga come coerente base dei rapporti sociali complessivi, corrisponde dunque alla proiezione di un potere desiderato, che, se rimane tale, e cioè se continua ad essere formulato solo in maniera politicistica, è destinato a dissolversi nello scontro con le inevitabili contraddizioni economiche che tendono ad emergere con lo stesso sviluppo.

Se le dinamiche sottostanti alla riproduzione o alla mancata riproduzione del rapporto di lavoro salariato restano ignote alla grandi masse, che si presentano come lavoratori salariati, questi ultimi possono solo subire l’evoluzione sociale del mercato del lavoro, qualunque sia la loro convinzione relativa al dover essere della loro stessa condizione.  Per questo possiamo convenire che il riconoscimento dei diritti sociali, nonostante rappresenti un enorme progresso, ed abbia costituito un passaggio storico necessario, non è stato però sufficiente nel garantire l’effettivo instaurarsi di un nuovo modo di produrre.  O meglio, che l’embrione di un nuovo modo di produrre al di là dei limiti capitalistici si è presentato come un evento storicamente contingente, che, nonostante la sua rilevante portata, avrebbe potuto essere ed è stato messo in discussione con grande facilità al presentarsi di nuove difficoltà sociali.

C’è qui stata, a ben vedere, un’oggettiva convergenza tra l’approccio conservatore, di quanti negavano la sensatezza di un qualsiasi intervento dello stato in economia, e l’approccio massimalista, di coloro che confutavano che in quella fase stesse intervenendo un radicale cambiamento dei rapporti sociali.  Entrambi eludevano infatti il problema centrale, relativo al fatto che la società stava procedendo come in passato non sarebbe stata in grado di fare 96, e che dunque c’era l’embrione di un nuovo rapporto produttivo.  Ma i primi sostenevano che si trattava di un concepimento arbitrario 97, che non avrebbe potuto sfociare altrimenti che in un aborto.  Mentre i secondi sottolineavano che si trattava solo di una gravidanza immaginaria, perché il “nuovo” non era affatto nuovo, bensì il “frutto di abili mosse strategiche dei capitalisti per conservare il potere”.  Circondato da simili ostetriche, il nuovo non poteva ovviamente venire alla luce, perché, come ogni parto, era gravido di incertezze e di difficoltà, e chi non sapeva nemmeno concepirle non era certamente in grado di farvi fronte.  Ma questa non è più storia di ieri, bensì vita dei nostri giorni.

 

Note

1. Robert Dorfman, The price system, Prentince Hall, Engelwood Cliffs, 1956, pag. 3.

2. Non si deve mai dimenticare che il concetto di rapporto  “privato” scaturisce dalla lotta contro i preesistenti vincoli di dipendenza personale, dei quali gli individui (non facendoli più gravare sui loro prodotti e sui loro possedimenti) si sbarazzano per presentarsi come soggetti indipendenti, cioè “privi” di vincoli.

3. Lasciando fuori ogni confronto reciproco sulla natura dei bisogni, sulla loro gerarchia, sulle risorse e sulle capacità che possono consentire di soddisfarli.

4. Karl Marx,  Lineamenti fondamentali …, cit. vol. I, pag. 151.

5. Gli anarchici in genere obiettano che sono esistite altre forme di universalità. Ma al di là di quella religiosa, che si è svolta su un piano prevalentemente idealistico, e che essi avversano, non sanno fornire alcun esempio concreto della realtà sociale alla quale rinviano.  E quando, talvolta, lo fanno, si limitano a proiettare un valore universale su comportamenti sociali intrinsecamente particolari.

6.  Gli interrogativi in questione sono stati affrontati, sul piano teorico-antropologico in altri nostri scritti ai quali rinviamo il lettore interessato.  Vedi in particolare L’uomo sottosopra, Manifestolibri, Roma 1993 e Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, Roma 1994.

7.  Gli autori più coerenti si spingono fino al punto di sostenere che in realtà quelli non sarebbero svolgimenti contraddittori, perché in realtà deriverebbero proprio dalle finalità negative perseguite da alcuni di coloro che si riversano sul mercato (gli imbroglioni, gli sfruttatori, gli incapaci, i fannulloni, ecc.).  Conseguentemente le crisi non sarebbero così negative, perché corrisponderebbero all’eliminazione  darwiniana di questi comportamenti antisociali e alla loro separazione da quelli sinceramente sociali.

8. Un orientamento che diventa efficace grazie al fatto che ci si organizza in modo da garantire una sopravvivenza a coloro che, spinti dalla fame, prima accettavano il peggioramento.

9. Che va da fine Ottocento a inizio Novecento.

10.  Per poter praticare questo rapporto economico – corrispondente ad un’offerta monopolistica – spesso i lavoratori hanno dovuto sopravvalutare  ideologicamente il passaggio che stavano compiendo.  Uno sbilanciamento che ha quasi sempre contraddistinto i momenti di transizione.

11. Per non essere fraintesi, aggiungiamo che l’accettazione delle decurtazioni non fa altro che aggravare ulteriormente la situazione.

12. Chi ricorda i chilometri di fila che moltitudini di cittadini USA facevano nelle città nel corso del 1932, per avere una scodella di minestra?

13.  Karl Marx, Lineamenti fondamentali… , cit., vol. II, pagg. 334-335.

14.  Karl Marx, Il capitale, cit. Libro I, pag. 680/688.

15. Che, ad eccezione di qualche applicazione meramente simbolica è stata sistematicamente disattesa.

16. Stupisce che ancora a fine millennio si possa fare l’apologia della concorrenza alla maniera ingenua di Giuliano Amato, Il gusto della libertà,  Laterza, Bari 1998.

17.  Gli economisti ortodossi continuano a “naturalizzare” il contesto economico, considerando lo Stato sociale sempre e soltanto come un terzo, che può eventualmente porre rimedio ad alcuni degli effetti dell’evolvere del meccanismo economico.  Secondo Padoa Schioppa, ad esempio, lo stato dovrebbe oggi “attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del XX secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere”.  Citato in Angelo Marano,  Riforma della previdenza e fondi pensione, in  Saperi per un altro mondo, UniverATTAC, Milano 2004, pag. 27.

18. Inutile ricordare che quelle pratiche sono tornare a ricicciare, con governi di destra e di sinistra, dopo gli anni Ottanta del Novecento.

19.  Karl Marx – Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, cit. pag. 108.

20.  John M. Keynes, National self-sufficiency, in The collected writings, Vol. XXI, MacMillan, London 1982, pag. 243.

21.  Che costituisce la figura sociale attraverso la quale si esprime il potere di mercato.

22.  Difesa, ordine pubblico e giustizia.

23.  W.H. Beveridge, Full employment in a free society, George Allen & Unwin, London 1944, pag. 136.

24.   Molti lettori hanno difficoltà ad accettare che alcuni fiori possano sbocciare tardivamente, quando ormai il futuro della pianta è compromesso.  Ma è esattamente il fenomeno che ebbe luogo all’epoca, visto che alcune delle realizzazioni dello Stato sociale keynesiano intervennero quando ormai la crisi era palese.  Si pensi ad esempio alla creazione del sistema sanitario nazionale in Italia realizzato nel 1979.  Questo comportamento inerziale, convinto che i problemi fossero solo di natura transitoria, fu abbandonato a partire dagli anni Ottanta.

25. Fonte:  Richard Rose, Public employment in Western nations, Cambridge University Press,  Cambridge 1985.

26.  Gli Stati Uniti fanno relativamente eccezione, innanzi tutto perché si presentano come un paese ad elevata immigrazione, dove il problema della riproduzione del rapporto di lavoro salariato si pone contemporaneamente a due livelli.  Da un lato c’è la creazione (nelle forme date) di lavoro aggiuntivo per la riproduzione delle condizioni di esistenza dei nuovi venuti.  Dall’altro lato c’è la creazione di lavoro nuovo finalizzato alla soluzione dei problemi sollevati da Keynes.  Questo secondo lavoro non ha avuto bisogno di crescere tanto quanto è cresciuto negli altri paesi economicamente avanzati, perché gli USA godono di un privilegio come quello di battere una moneta che viene accettata da tutti come riserva.  In termini banali è come se gli USA, stampando dollari, “producessero” continuamente oro (senza sopportare i costi relativi al lavoro e alle risorse necessarie per “produrlo”).  La domanda aggiuntiva, che consente di far “girare” il sistema ad un livello di non stagnazione, non deve dunque scaturire necessariamente dalle decisioni della spesa pubblica, in quanto può derivare dal sistematico assorbimento del dollaro da parte degli altri paesi.  Il riequilibramento può qui presentarsi nelle forme di una spesa non necessariamente pubblica, appunto perché tutti accondiscendono tacitamente al suo verificarsi come debito privato, incamerando dollari senza esigere un equivalente reale.  Un’evoluzione che prima o poi è destinata ad avere un termine più o meno catastrofico, come lasciano intravedere gli eventi degli ultimi quattro anni.

27. Non a caso l’economia, che dovrebbe rifuggire da simili termini, lo definì come un “miracolo”.

28. O meglio del paradosso di una povertà causata dall’abbondanza.

29.  In termini marxiani:  il valore d’uso non è lo scopo del capitalista, cosicché le risorse verranno impiegate se e soltanto se l’attività consente una crescita del valore di scambio, nel quale si esprime socialmente la misura del valore d’uso capitalisticamente producibile.

30.  Alcuni autori, pur cogliendo questo aspetto e parlando di un “gioco a somma positiva”, continuano a relegare l’azione dello stato sul terreno meramente redistributivo, cosicché il momento dell’arricchimento non appare come un fenomeno assoluto, qual è, bensì come un fenomeno relativo, connesso alle diverse valutazioni da parte degli individui della ricchezza prodotta.  Se questa viene trasferita dai ricchi ai poveri, ha un “valore” maggiore.  Vedi in merito Giorgio Brosio – Carla Marchese, Il potere di spendere, Il Mulino Bologna 1986, pagg. 10/13.

31. In genere artigiani e coltivatori diretti, che non producono per il profitto, ma subordinano comunque la loro riproduzione al principio di equivalenza.

32.  Dichiarazioni di Marchionne nel corso del 2006.

33. Vedi tra gli altri Paolo Sylos Labini, La crisi italiana, Laterza, Bari 1995, pagg. 12/16, che però attribuisce il ristagno “alla sempre più vigorosa concorrenza mossa, in modo diretto o indiretto, da un numero crescente di paesi del Terzo Mondo”, finendo così nelle braccia dell’ortodossia.  Noi riteniamo che, al contrario, si tratti di un fenomeno analogo a quello che interviene nelle crisi capitalistiche, quando il capitale esistente subisce un processo di svalorizzazione, derivante dal fatto che risulta eccedente rispetto alle possibilità di sbocco.  Nella nuova situazione lo Stato sociale interviene, come nella fase positiva del keynesismo, con una spesa, ma questa non determina effetti moltiplicativi analoghi al passato appunto perché il problema degli sbocchi torna a limitare la valorizzazione del capitale a valle rispetto alla spesa.

34. Vedi il nostro Quel pane da spartire, cit.

35.  Si legga il primo paragrafo di The means to prosperity, cit.

36. Che con il governo Monti stanno decidendo le politiche italiane da fine 2011.

37.  Anche oggi, coloro che si limitano a sostenere che ci si debba sbarazzare dei vincoli di Maastricht, nonostante sul problema in sé abbiano ragione, non si scostano da questo livello.

38.  Per un esempio recente di questo revival del primo keynesismo vedi Giorgio Lunghini, Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi, il manifesto, 16.2.2012, pag. 15.

39.  Senza cadere nei suggerimenti ottativi tipici di molti economisti di sinistra i quali sostengono che, poiché l’aumento contenuto del PIL è “alla base dei problemi”, occorrerebbe fare ogni sforzo per farlo crescere di più.  Ma se la caduta del tasso di incremento è l’effetto di problemi che sono a monte, è evidente che o si affrontano questi problemi, o gli appelli sono destinati a produrre solo inefficaci moti di buona volontà.  Per farci capire meglio:  se la statura di una popolazione non cresce, perché l’alimentazione non cambia, è evidentemente ingenuo suggerire che la statura media debba essere maggiore di quella che si riscontra, senza spendere una sola parola sul come conseguirla.

40.  James O’Connor, La crisi fiscale dello stato. Einaudi Torino 1977.  “Abbiamo definito ‘crisi fiscale dello stato’ la tendenza delle spese governative ad aumentare più rapidamente delle entrate”.  pag. 4.

41.  A nostro avviso, oltre che indiretto, lo stimolo fu anche diretto.  Cioè lo stato ha prodotto e produce direttamente ricchezza.

42.  James O’Connor, op.cit., pag. 51.

43.  Ibidem, pag. 4.

44.  Ibidem (corsivi nostri).  Va qui ricordato che, riferendosi agli Stati Uniti d’America, O’Connor considerava lo Stato sociale come uno strumento che la borghesia usava per conservare e sviluppare il proprio dominio.  Col corollario che sarebbe stato un bene limitarne l’area di intervento.

45.  La proposta  era già stava avanzata dagli economisti conservatori, come Von Hayek un paio di anni prima.  Si noti che tutti gli economisti conservatori danno per scontato che se lo stato spende debba procedere ad aumentare le imposte.

46.  John M. Keynes, The general theory…., cit. pag. 128.  Se le imprese private, invece di occultare i costi della pubblicità tra i loro costi di produzione li facessero pagare esplicitamente come tassa sul loro potere sociale, c’è da giurare che nel giro di poco tempo emergerebbe un movimento per i tagli della pubblicità.

47.  Vedi AA.VV. Ai confini dello Stato sociale, Manifestolibri,  Roma 1986.  Vedi il nostro saggio La fine dello stato sociale.

48.  Nei miei precedenti lavori, a partire da Disoccupazione e scarsità del lavoro (Dedalo 1986) ho fornito numerosi esempi relativi al contenuto concreto di questo cambiamento.

49.  Questa dipendenza dalla stessa classe dei lavoratori viene ovviamente ignorata dal capitale, che, non essendo un soggetto capace di rapportarsi consapevolmente alla società nel suo complesso, è in grado di cogliere solo il rapporto tra i propri costi e i propri ricavi, cosicché lascia marcire i frutti degli aumenti di produttività non appena non gli garantiscono un profitto.

50.  “Anzitutto:  il capitale costringe gli operai a superare il limite del lavoro necessario per effettuare un pluslavoro.  Solo così esso si valorizza e crea plusvalore.  Ma d’altra parte esso pone il lavoro necessario solo in quanto e nella misura in cui è pluslavoro e questo a sua volta è realizzabile come plusvalore.  Esso pone dunque il pluslavoro come condizione del lavoro necessario, e il plusvalore come limite del lavoro oggettivato in generale”. Karl Marx, Lineamenti fondamentali … , cit. vol. II, pag. 27.

51.  Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica …, cit. vol. II, pag. 405.

52.  John M. Keynes, La fine del laissez-faire, in Esortazioni e profezie, cit. pag. 234.

53. John M. Keynes, State planning, in The collected writings, vol. XXI, MacMillan, London 1982, pagg. 84-92.

54.  Anche se, con questo passaggio, ci si lasciano già alle spalle le banalità del senso comune.

55.  Di fronte a questa argomentazione, il proprietario privato che non sa nulla di se stesso, in genere si perde.  Se lui compera un’auto, chi mai potrebbe voler sapere di più del fatto che gli serve per i suoi spostamenti?  Ma ciò comporta che l’uso concreto del bene – a differenza dei beni che non hanno la veste della merce – non è oggetto di una considerazione sociale condivisa già nel momento della produzione.  Così un produttore di automobili venderà le sue vetture, senza questionare, tanto ad una banda di criminali che progetta una rapina,  quanto alla polizia che intende prevenire il crimine con auto civetta, perché si ferma al riconoscerli entrambi come compratori.  E tanto nell’uno come nell’altro caso, i suoi ricavi entreranno positivamente nei conti con i quali cerca di valutare la crescita della sua ricchezza.  Ma entreranno anche nella ricchezza sociale complessiva come componente del PIL, che, appunto, astrae dalla concreta riproduzione che viene garantita da quella ricchezza.

56. Pubblica o privata che sia.

57.  John M. Keynes, La fine del laissez faire, cit.

58.  John M. Keynes, Un programma di espansione, in Esortazioni e profezie, cit. pagg. 93-104.

59.  E’ il succo delle pagine dedicate all’analisi della propensione al consumo nella Teoria Generale.

60.  Che può essere approfondito anche riferendosi al dibattito su Critica Marxista di settembre/ottobre 2006, tra Luigi Cavallaro e chi scrive.

61. Un imprenditore che sostiene dei costi sapendo di non ottenere ricavi che li coprano è perseguibile penalmente.ù

62. E, infatti, di volle la guerra.

63. John M. Keynes, The general theory….., cit. pag.  380.

64.  Non si è ovviamente trattato di una scelta consapevole, bensì dell’unico comportamento che, dati i limiti sociali esistenti, lo stato è in genere riuscito a praticare; con qualche encomiabile eccezione nei paesi scandinavi.

65.  Ciò che in minima parte giustifica le interpretazioni del Welfare come assistenzialismo.

66.  A dire il vero in modo quasi sempre ideologico e privo di elementi analitici, ma non per questo del tutto strampalato.

67.  Un orientamento che va via via scomparendo con l’evolvere della crisi dello Stato sociale, cosicché questi beni e servizi tendono sempre più ad essere venduti, trasformandosi in merci.

68.  Una pratica che, in genere, i provinciali nostrani, che non hanno mai vissuto a lungo all’estero, attribuiscono solo al proprio paese, ma che in effetti è stata largamente diffusa.

69.  John M. Keynes,  The general theory … , cit. pag. 129.

70. Un esempio odierno potrebbe essere rappresentato, se le critiche dei NO TAV sono fondate, dal tunnel sulla tratta Torino – Lione.

71.  Ma gli esempi potrebbero qui essere migliaia.

72.  Non che, su questo terreno, le imprese si siano distinte dallo stato.  L’enorme espansione delle spese che Marx definisce come falsi costi di produzione, testimonia che anche i capitalisti hanno dismesso la loro funzione storica di ridurre il lavoro al minimo necessario e che dunque il problema dell’improduttività investe la società nel suo insieme e non soltanto la sfera pubblica.  Basti qui ricordare che la Barilla sul finire degli anni Novanta aveva deciso di eliminare la pubblicità puntando su una riduzione dei prezzi dei proprio prodotti, ma è stata costretta a fare subito retromarcia appunto perché i falsi costi di produzione sono ormai parte strutturale del funzionamento degli stessi rapporti privati.

73.  Un’espressione che ha qualche analogia con quella di Bobbio, che, pur non facendo alcun riferimento al concetto marxiano di “modo di produzione” ha definito lo Stato sociale come “una nuova forma di stato”.  Norberto Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 2001, pag.  73.

74.  Un’espressione che ha qualche analogia con quella di Bobbio, che, pur non facendo alcun riferimento al concetto marxiano di “modo di produzione” ha definito lo Stato sociale come “una nuova forma di stato”.  Norberto Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 2001, pag.  73.

75.  Il primo dei quali è quello “alla proprietà privata”.

76.  Gian Giacomo Ortu, Lo stato moderno, Laterza, Bari 2001, pag. 176.  Una concezione che, com’è noto, spinse Luigi XIV a proclamare “Lo stato sono io”.

77.  La libertà di movimento, ad esempio, corrisponde allo sbarazzarsi dei vincoli che incatenavano buona parte della popolazione rurale al territorio (di un signore), definendola come una sua pertinenza.

78.  E il servo della gleba diventa  “libero” di vendere la sua forza lavoro.

79.  Galvano Della Volpe, Rousseau e Marx, Editori Riuniti, Roma  1974.    Accostando Kierkegaard a Rousseau, Della Volpe ricorda che, in questi due autori, “poiché ogni singolo è fatto a somiglianza di Dio, il singolo è più alto del genere”.  Ivi, pag. 22.

80.  Per una breve storia vedi,  Knut Schulz, “Poiché tanto amano la libertà…”, Rivolte comunali e nascita della borghesia in Europa, ECIG, Genova 1995   e  J.F.C. Harrison, The common people,  Flamingo, Longon 1984.

81.  Un’espressione di questo stato di cose la troviamo nei giuramenti  nei quali quasi sempre si affermava che “il comune va tutelalo contro tutti …  affinché ciascuno in caso di bisogno contribuisca alla protezione del suo vicino come se si trattasse di un fratello”.  Vedi il primo capitolo di Regine Pernoud, Storia della borghesia, Jaca Book, Milano 1986.

82.Basti pensare che in Italia il suffragio universale si afferma solo nel 1946.

83.  Norberto Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino, pag. 27.

84.  Uno degli aspetti del regresso in corso è, appunto, rappresentato dalla pretesa di ritrasformare lo stato moderno in ciò che era fino a sessant’anni fa.

85.  Che, appunto, non corrisponde ad un diritto di essere amati.

86.  I concetti di “stato” e di “classe” sono qui utilizzati in modo generico, senza distinguerli da quelli di ceto, di strato, ecc.  Ai fini del nostro discorso la differenza non è rilevante, mentre lo diventa quando si vogliono cogliere storicamente i singoli passaggi.

87.  Significativamente rappresentata come espressione della sua “interiorità”.

88.  La progressiva dissoluzione della teoria del “giusto prezzo” e l’affermarsi della teoria economica, secondo la quale è “giusto” che il prezzo, qualunque esso sia, venga determinato dal mercato, è, ad esempio, inimmaginabile senza questo passaggio.

89.  E che molte chiese protestanti accettano di perdere.

90.  Ad esempio traducendole nelle lingue volgari, le uniche conosciute dalle grandi masse.

91.  Sulla essenziale differenza tra “libertà da” e “libertà di” si veda Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Edizioni di Comunità, Torino 1956.

92.  Non va mai dimenticato che il Rapporto Beveridge  fu redatto in piena Seconda guerra mondiale.

93.   Nelle istituzioni mutualistiche c’è indubbiamente un’anticipazione di questa tendenza, ma essa è priva di qualsiasi nesso con i fenomeni  contraddittori determinati dallo sviluppo.  E, come abbiamo sottolineato più volte, la strategia keynesiana, in contrapposizione a quella bismarckiana, che aveva precedentemente fallito, fa i conti con queste contraddizioni.

94.  Norberto Bobbio, L’età dei diritti, cit. pag. 16.

95.  Karl Marx – Friedrich Engels, Opere complete, Vol. III, pag. 182.

96.  Chi ricorda che lo stesso Hilferding, figura di spicco della socialdemocrazia tedesca e ministro dell’epoca, era contrario ad ogni intervento diretto dello stato nell’economia nel corso della Grande Crisi, considerandolo come inevitabilmente assistenziale?

97.  Secondo i conservatori non si può cercare di stabilire un coerente rapporto collettivo tra i bisogni umani che via via emergono e l’attività che tende a soddisfarli, cosicché il mercato appare come una forma di organizzazione sociale insuperabile.

Ultima modifica: 29 Novembre 2017