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Quaderni di Formazione online

Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

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Come l'acqua sul dorso di un'anatra

 

I tratti essenziali della rivoluzione Keynesiana

(Parte Terza / 6)

 

GIOVANNI MAZZETTI

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Presentazione

 

Le parti della Teoria generale nelle quali Keynes cerca di descrivere il ruolo del lavoro nella società capitalistica sono indubbiamente quelle che risentono di più dei limiti generali dell’opera. Questo non perché egli non riesca a spiegare bene le dinamiche che sfociano nelle crisi e nella disoccupazione strutturale, ma piuttosto perché nel farlo privilegia, come scrive esplicitamente nella prefazione, l’interlocuzione con i suoi colleghi economisti, che erano coloro che più ostinatamente si opponevano alle sue argomentazioni.

Se invece di confutare i propri avversari si cerca di “convincerli”, si finisce purtroppo con l’introdurre un linguaggio che è inadeguato al compito di farsi capire dagli altri. È noto, infatti, che esiste un rapporto stretto tra pensiero e forma del linguaggio. Di fronte ad un problema paradossale, come quello della disoccupazione che cresce al crescere della capacità produttiva della società, o si elabora un linguaggio che entra nel paradosso, o ci si impantana in mediazioni espressive che creano più confusione che chiarimenti.

Non fu per caso che gli avversari di Keynes si misero subito all’opera, dopo la pubblicazione della Teoria generale, per riassorbire quel pensiero eterodosso nell’ambito dell’ortodossia. In particolare, essi negavano qualsiasi novità al pensiero keynesiano che, a loro avviso, si

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limitava ad introdurre formalmente nel modello quelle rigidità dell’offerta di lavoro alla quale loro avevano da sempre imputato la disoccupazione.

Per fortuna all’epoca c’erano non pochi giovani economisti che seppero separare gli elementi di novità dalle confuse mediazioni rivolte a convincere i suoi avversari, cosicché nel dopoguerra gli avversari di Keynes furono ridotti al silenzio. Va però anche detto che se il pensiero keynesiano fu poi travolto dalla sua stessa crisi, sul finire degli anni settanta, fu proprio per questo elemento di ambiguità, che impediva di far consolidare le nuove acquisizioni come base del senso comune.

Per questo l’auspicio di Keynes, col quale chiudeva la Teoria generale, non trovò una conferma. “Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti,” scrisse, “venga di solito esagerato rispetto alla graduale penetrazione delle idee. Certo non immediatamente, ma dopo qualche tempo; perché nel campo dell’economia e della filosofia politica non troviamo molti studiosi influenzati dalle nuove teorie dopo che hanno raggiunto i venti/trent’anni. Cosicché le idee con le quali gli amministratori pubblici, i politici e perfino gli agitatori cercano di spiegare gli eventi correnti non sono quasi certamente le più nuove. Ma prima o poi sono le idee, non gli interessi costituiti ad essere pericolose nel bene e nel male”. Questo auspicio, di una transizione morbida al di là del capitalismo dei rentier, ha trovato una radicale disconferma nella storia degli ultimi decenni, quando sembra che le idee keynesiane si siano volatilizzate nel nulla.

Ultima modifica: 01 Luglio 2020