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Alla scoperta della libertà che manca

Una bussola per orientarsi nella crisi e dar vita ad una politica alternativa (II Parte)

 

Quaderno Nr. 9/2017

Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

 

 

 

GIOVANNI MAZZETTI

2017

2016

“È certo che il mondo non tollererà a lungo la disoccupazione che, fatta eccezione per brevi intervalli di euforia, è associata – e, secondo me, inevitabilmente associata – all’individualismo capitalistico dei nostri giorni” (John M. Keynes 1936)

INDICE DELL'INTERA OPERA CHE SARA' PUBBLICATA IN CINQUE QUADERNI

 

 

 

Nel primo quaderno (Quaderno 10/2017)

TREDICI TESI PER LA LIBERTÀ CHE MANCA

 

 

 

LIBRO PRIMO

SUL SIGNIFICATO DELLA CRISI

 

I.  LE COORDINATE PER CAPIRE DOVE SIAMO

Il noi -  Una questione preliminare – La necessità di un orientamento -  La conquista del nuovo paradigma:  la necessità della spesa – Le diverse forme del processo riproduttivo – Denaro e crisi:  la descrizione della cosa – Perché le crisi trascendono le difficoltà del semplice rapporto di denaro – Il rimedio keynesiano alle crisi.

 

II.   IL PRINCIPIO GRAVITAZIONALE DEL PARADIGMA KEYNESIANO

La prospettiva monadica -  La prospettiva relazionale.

 

III.  COME SIAMO GIUNTI NELLA SITUAZIONE IN CUI CI TROVIAMO

I due opposti lati del rapporto di denaro – Il paradigma occulto dei conservatori – Perché la spesa costituisce la mediazione riproduttiva – La peculiarità della spesa capitalistica – La rozza intuizione del senso comune – L’esserci o il non esserci del denaro -  Dall’auri sacre fames al denaro odierno – Come il keynesismo si spinge al di là del sistema del credito – Nel guazzabuglio del significato della spesa pubblica.

 

In questo quaderno

LIBRO SECONDO

LA DIMENSIONE SOMMERSA DELLA STORIA DEL NOVECENTO

 

IV.  I PRESUPPOSTI DELLO STATO SOCIALE KEYNESIANO

Il rapporto tra base economica e problema delle crisi – Domanda e impiego delle risorse – Come avvengono i cambiamenti sociali – Il cambiamento implicito nel Welfare keynesiano – La differenza tra il credito e la spesa pubblica keynesiana – La base teorica della possibilità di una spesa in deficit – La contraddizione fondamentale insita nei rapporti capitalistici.

 

V.  IL PROFILARSI DELLA TEMPESTA

Un tentativo di spiegazione del blocco – Il nodo sottostante alla crisi del keynesismo – La mistificazione svelata –  Ma c’è una via d’uscita dalla contraddizione? - Come e perché si può erroneamente sostenere che lo stato non produce – La prima fase del progetto keynesiano – I risvolti politici del mutamento -  La seconda fase del progetto keynesiano, che la società ha eluso – Il meccanismo evolutivo del sistema dei bisogni.

 

 

Nel terzo quaderno (Quaderno 11/2017)

LIBRO TERZO

LA CRISI, QUANDO LA SOCIETÀ È IN BILICO TRA OPPORTUNITÀ E FALLIMENTO

 

VI.  IL PRIMO APPRODO KEYNESIANO:  UN PORTO INSICURO PER LA NUOVA  LIBERTÀ

Problematiche di libertà scaturite dai recenti sviluppi economici –  Perché  e come la libertà fecondata dal keynesismo è stata negata – Il fantasma del torchio -  Dalla negazione della libertà keynesiana alla sua dissoluzione.

 

VII.  L’INVERSIONE DI ROTTA E IL NAUFRAGIO

Quando il capitale pretese di sostituirsi allo stato keynesiano -

Perché il deficit è necessario -  Il quadro generale col quale dobbiamo confrontarci – Capire il naufragio – Le disperate ricerche di una via d’uscita dalla crisi – Perché nel naufragio odierno c’è lo zampino del rentier.

 

 

Nel quarto quaderno (Quaderno 1/2018)

LIBRO QUARTO

IL PROCESSO DI PRODUZIONE DELLA LIBERTA’ CHE MANCA

 

VIII.  PER FECONDARE LA LIBERTÀ CHE MANCA

L’emergere del bisogno di una nuova libertà -  La dinamica storica

che ha condotto alle soglie della nuova libertà  -  L’interiorizzazione retroversa  - Lotte che non cambiano nulla - I mutamenti necessari per far venire alla luce la libertà che manca.

 

IX.  IL BISOGNO DI UNA POLITICA ALTERNATIVA

L’ideologia della fine delle ideologie – Politica senza senso – Il trionfo dell’opportunismo -  Il berlusconismo come forma ideologica dell’opportunismo dilagante -  La pubblicità come scuola di negazione della libertà da produrre -  Dal berlusconismo al rigorismo:  la riesumazione di una cultura morta.

 

Nel quinto quaderno (Quaderno 2/2018)

EPILOGO

A MO’ DI PROGETTO POLITICO CULTURALE

I limiti del lavoro salariato – Il primo passo storico verso la redistribuzione del lavoro – La redistribuzione del lavoro della quale c’è oggi bisogno –  L’appropriazione individuale del tempo liberato dal lavoro come condizione di un nuovo sviluppo – Verso la proprietà individuale.

 

Pubblichiamo di seguito il secondo dei cinque quaderni dedicati all’individuazione delle condizioni necessarie per far venire alla luce una libertà possibile, della quale abbiamo un disperato bisogno, ma che non riusciamo a conquistare. I due capitoli di questo “libro” affrontano la questione di come, nel corso della seconda metà del Novecento, siamo giunti alla situazione in cui ci troviamo. A nostro avviso, la confusione attuale non trova una soluzione perché la società ha rimosso la propria storia, cosicché sa poco o nulla di se stessa. Non sa riferirsi coerentemente ai limiti dei rapporti privati e del mercato, ai problemi che essi determinano, e tanto meno conosce il lungo cammino che è stato compiuto col Welfare keynesiano per superare quei limiti ed affrontare le contraddizioni emerse. Così come non sa che le soluzioni adottate nel dopoguerra, con quel Welfare, che hanno consentito di godere di uno straordinario sviluppo trentennale, hanno a loro volta esaurito il loro ruolo storico positivo, in quanto ci hanno condotto proprio alla meta sperata.

Se nel precedente quaderno abbiamo affrontato soprattutto questioni di metodo, la cui conoscenza è indispensabile per potersi orientare nella crisi, qui si entra nel merito degli svolgimenti storici della seconda metà del Novecento, mostrando il valore euristico di quel metodo applicato nella sua concretezza.

I giovani di oggi, in special modo, sono sollecitati da una scarsa conoscenza del passato recente ad invertire la sequenza dei processi storici. Vivendo una fase di difficoltà, idealizzano il passato, credendo che fosse un’era scevra da gravi problemi sociali. Non si rendono conto che la realtà sociale non è mai univoca, e che i loro nonni e i loro padri hanno dovuto confrontarsi faticosamente con un’analoga impotenza generalizzata, prima di trovare la via. E se c’è stato un momento della storia dell’ultimo mezzo secolo in cui gli individui sembravano padroni del loro destino, ciò accadeva solo perché si stavano confrontando con i problemi, non perché li avessero già risolti. Essi sono riusciti a misurarsi con il negativo che la realtà sociale imponeva su di loro – povertà, autoritarismo, ignoranza, conservatorismo, ecc. - per trasformarlo in un positivo, senza pretendere che quel positivo fosse già dato prima di assumere l’onere di produrlo. E quelli che tra loro hanno poi contribuito al peggioramento di cui stiamo soffrendo, sono sono stati proprio coloro che hanno ingenuamente creduto di aver definitivamente dato corpo ad un nuovo privo di problemi e di contraddizioni.

Quello sviluppo è potuto intervenire perché l’elaborazione intergenerazionale aveva consentito di impostare un rapporto coerente con i problemi emersi. Oggi, invece, un passaggio analogo manca e la crisi non svolge un ruolo di sollecitazione al cambiamento perché le vecchie generazioni si sentono svuotate e le nuove generazioni, sfiduciate, si sono convinte che basti accomodarsi nei limiti del modo di vita prevalente per affrontare il loro futuro. Certo questo esito è stato favorito dal progressivo logoramento delle parole d’ordine sulle quali era stato costruito il mondo caratterizzato dai diritti sociali. Ma questa afasia contraddistingue tutti i processi di transizione, appunto perché la costruzione del nuovo è sempre anche sviluppo di un nuovo linguaggio e di una nuova sensibilità, due facoltà che si formano solo imparando dapprima a conoscere il senso del mondo dal quale quello in cui viviamo è scaturito.

Quanti sono interessati ad approfondire i problemi contenuti nei testi di volta in volta proposti possono farlo scrivendo a bmazz@tin.it.

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Per questo possiamo dire che la libertà, necessaria e possibile, non è già data, bensì deve essere prodotta, con l’ausilio di forme di esperienza, di modi di pensare e di relazioni che sono da elaborare. Dall’altro lato, è vero che gli orientamenti delle volontà dei diversi strati e classi sociali hanno direzioni diverse e talvolta opposte, ma è anche vero che la ricerca di una soluzione richiede proprio questa diversificazione dei criteri e degli obiettivi. Solo in questo modo si può infatti esplorare il campo delle possibilità in tutta la sua estensione, appunto perché la forma stessa del problema non è univoca. I conflitti non sono cioè insensati, visto che le diverse volontà in campo non hanno già una soluzione e, riflettendo forme del pensiero, ruoli sociali ed aspettative diversi, non possono essere immediatamente ricondotte ad un comune orientamento8.

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Ma, come abbiamo visto all’inizio, la società ha cominciato a comprendere, dal tempo di Keynes, un fatto che già era stato chiaramente anticipato da Marx: la crisi non è un evento casuale, e tanto meno esteriore, bensì è un disastro sociale determinato, ad un certo livello di sviluppo, da una specifica dinamica implicita nel normale comportamento degli individui.

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 Quando il sistema economico capitalistico si scontra con delle difficoltà riproduttive, una parte rilevante della popolazione non è solo esclusa dai consumi di lusso, ma non riesce neppure a trasformare i propri bisogni primari – che fino a quel momento erano normalmente soddisfatti! - in una domanda solvibile. Pur non rifiutando di sottomettersi ai vincoli che mediano la soddisfazione del proprio bisogno ed anzi continuando a muoversi all’interno dei limiti sociali corrispondenti, non riesce ad incontrare le condizioni della propria esistenza. Ciò significa che, cercando un lavoro ma non trovandolo, non può più affittare un’abitazione decorosa, non può più curarsi adeguatamente se si ammala, non può più far studiare i figli, in alcuni casi non può nemmeno più pagarsi un cibo decente, ecc. La libertà che viene a mancare è quella corrispondente alla disponibilità di quella ricchezza che – prima della crisi – costituiva l’essenza stessa di ciò che, fino a quel momento, era riconosciuto come base normale della “condizione umana”.

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Come avvengono i cambiamenti sociali. Tutte le grandi trasformazioni sociali intervengono infatti, in un primo momento, con un graduale trascendimento delle relazioni, che hanno però lo scopo di consentire la loro riproduzione, appunto perché puntano a risolvere i problemi che si frappongono al normale svolgimento della vita, così com’è data. Ad esempio, nelle forme più arcaiche di produzione, nelle quali ciascun nucleo sociale “deve possedere un certo numero di acri di terreno, già la crescita della popolazione rappresenta un ostacolo. Per aggirare questo ostacolo, è necessaria allora la colonizzazione, e questa rende necessaria la guerra di conquista. Da qui gli schiavi [che prima non c’erano], ecc., l’ingrandimento anche dell’ager publicus, ad esempio, e quindi i patrizi, che rappresentano la comunità. Così la conservazione della vecchia comunità implica la distruzione delle condizioni sulle quali essa poggia, e [col tempo] si rovescia nel suo contrario. … [Infatti] nell’atto della riproduzione stessa non si modificano solo le condizioni oggettive … ma si modificano anche i produttori in quanto estrinsecano nuove qualità, sviluppano e trasformano se stessi attraverso la produzione, creano nuove forze e nuove concezioni, nuovi tipi di relazioni, nuovi bisogni ed un nuovo linguaggio.” Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica

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Ma attraverso il denaro gli esseri umani non cooperano e basta, bensì cooperano in una forma determinata e a certe condizioni. E proprio questa forma e queste condizioni possono far emergere un ostacolo ad un ulteriore sviluppo delle relazioni produttive, senza che ciò sia giustificato da una carenza delle condizioni materiali della società. I proprietari privati, nel fare per gli altri, pongono, infatti, una condizione essenziale: nel procedere a “dare” debbono poi “avere” un valore superiore o almeno equivalente, e cioè realizzare un guadagno o, almeno, non incorrere in una perdita. Ciò significa che il fare per gli altri, il produrre, non è scopo, ma in realtà è solo un modo per fare per se stessi, cioè un mezzo per assicurare la propria riproduzione o il proprio arricchimento. ... Per questo il rapporto di denaro si articola sempre in un duplice movimento, consistente, da un lato, in un “dare”, che però non può mai intervenire senza che, dall’altro lato, venga bilanciato da un “avere” almeno equivalente. È questa forma di cultura che si manifesta nel grido di allarme dei conservatori, secondo i quali non può esistere un pasto gratuito, perché nessuno può pretendere di “avere” senza “dare”, cioè senza sopportare un costo equivalente. Se questa esperienza fosse fondata, e cioè corrispondesse veramente ad un vincolo immanente – sovraculturale - la società non avrebbe però mai potuto godere della crescita economica di cui ha goduto negli ultimi secoli. È infatti evidente che, un valore di segno positivo – l’aggiunta di un prodotto – ed uno di segno negativo di grandezza equivalente – il prelievo di un prodotto dello stesso valore – si annullano a vicenda. In altri termini, se la dinamica riproduttiva fosse sin qui stata quella di un’immanenza del principio di equivalenza, come sostenuto dagli economisti conservatori, la ricchezza sociale non avrebbe potuto in alcun modo crescere. E dopo duecento anni di capitalismo vivremmo più o meno nelle stesse condizioni economiche medie di inizio Ottocento, cioè nella miseria più nera. Ma l’aumento c’è stato, e oggi, nei paesi sviluppati, la ricchezza correntemente prodotta e consumata è di centinaia di volte superiore rispetto a quella di qualche generazione fa. Questo aumento è potuto intervenire perché in ciascuna fase produttiva del ciclo capitalistico di riproduzione, nel corso della quale il lavoro è stato reso più produttivo, è stata ottenuta una parte del prodotto alla quale non corrispondeva un costo per l’imprenditore. C’è dunque stato qualcuno che ha “avuto”, senza che ciò comportasse il preliminare pagamento di un costo corrispondente.

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“[Nell’Ottocento] l’Europa era organizzata, dal punto di vista sociale ed economico, in modo da assicurare la massima accumulazione di capitale. Nonostante si verificasse un qualche continuo miglioramento nelle condizioni correnti di vita della massa della popolazione, la società era strutturata in modo da sottomettere al controllo della classe che meno probabilmente l’avrebbe consumata la maggior parte dell’accresciuto reddito. I nuovi ricchi del XIX secolo non erano stati educati a porre in essere grandi spese in consumi e [a differenza delle classi egemoni delle precedenti fasi storiche] preferivano il potere che derivava loro dall’investimento ai piaceri del consumo immediato. Di fatto fu proprio l’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza che rese possibile quell’ampia accumulazione di capitale fisso, ed i suoi miglioramenti, che hanno contraddistinto quell’era da tutte le altre. In ciò giaceva la maggiore giustificazione del sistema capitalistico. Se i ricchi avessero speso la loro nuova ricchezza per il loro godimento [cioè come reddito], il mondo avrebbe trovato da lungo tempo questa organizzazione sociale intollerabile. Ma come formiche essi hanno risparmiato e accumulato, avvantaggiando in tal modo l’intera comunità, nonostante agissero con prospettive più anguste. L’immensa accumulazione di capitale fisso che, con grande beneficio per l’umanità, è stata realizzata nel mezzo secolo che ha preceduto la guerra non avrebbe mai potuto aver luogo in una società nella quale la ricchezza fosse stata divisa equamente. Le ferrovie del mondo, che quell’era ha costruito come un monumento per la posterità, furono, non meno delle piramidi d’Egitto, il risultato di un lavoro che non era libero di consumare nel godimento immediato il pieno equivalente della propria attività”. “questo rimarchevole sistema dipendeva, per il suo sviluppo, da una duplice illusione o inganno. Da una parte, le classi lavoratrici accettarono, per ignoranza, impotenza, o furono obbligate, persuase, vincolate ad accettare, in conseguenza dei costumi, delle convenzioni, dell’autorità e dell’ordine saldamente stabilito nella società, una situazione nella quale potevano considerare come propria solo una piccola parte della torta che esse, la natura e i capitalisti cooperavano a produrre. E, dall’altra parte, alla classe dei capitalisti era permesso di indicare come propria la parte migliore della torta, e di considerarsi astrattamente liberi di consumarla alla condizione tacitamente implicita che essi, in pratica ne consumassero solo una piccolissima parte. Il ‘risparmiare’ divenne quasi l’unica virtù e la crescita della torta lo scopo di una vera e propria religione. Intorno alla rinuncia al consumo della torta [finalizzata a creare altro capitale fisso] crebbero tutti quegli istinti di puritanesimo che nei secoli precedenti si erano ritirati dal mondo e avevano ignorato le arti della produzione, così come quelle del godimento. In tal modo la torta crebbe; ma a quale scopo non era chiaramente contemplato". “negli inconsci recessi del suo essere la società, [che riconosceva praticamente un potere di appropriazione del prodotto eccedente da parte delle imprese,] sapeva quello che stava facendo. La torta era in realtà troppo piccola in proporzione agli appetiti del consumo e se ci si fosse limitati a dividerla tra tutti, nessuno sarebbe stato meglio in conseguenza della spartizione. La società non stava dunque lavorando per i piccoli piaceri correnti, ma per la sicurezza futura e per il miglioramento della specie. Se si rinunciava a dividere la torta, e ci si impegnava a farla crescere sulla base della proporzione geometrica che Malthus aveva predetto per la popolazione, ma che non era meno valida per l’accumulazione, forse un giorno ce ne sarebbe stata abbastanza per tutti, per consentire alla posterità di godere pienamente dei frutti del proprio lavoro”. ( John M. Keynes, The economic consequences of the peace) “lo scopo costante della produzione capitalistica è quello di produrre, col minimum di capitale anticipato, un maximum di plusvalore o sovraprodotto; e nella misura in cui questo risultato non è raggiunto sovraccaricando di lavoro gli operai, è una tendenza di capitale quella di cercare di creare un dato prodotto col minimo dispendio possibile – risparmio di forza lavoro e di costi: tendenza economica del capitale che insegna all’umanità a ben amministrare le sue forze e a raggiungere lo scopo produttivo col minimo dispendio di mezzi”. ( Karl Marx, Storia delle teorie economiche)

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Un conto è accumulare con investimenti produttivi nel settore edilizio quando ci sono venti milioni di cittadini e poco meno di tre milioni di stanze; un altro conto è sperare di riuscire ad accumulare ulteriormente e con lo stesso tasso di crescita quando, a fronte di sessanta milioni di cittadini, ci sono già disponibili centoventi milioni di stanze, e di qualità incommensurabilmente superiore rispetto a quelle di un secolo fa. Un conto è accumulare nel settore automobilistico quando ci sono poche decine di migliaia di automobili e venticinque milioni di abitanti; un altro è quello di confidare su un’ulteriore crescita del settore quando, a fronte di sessanta milioni di abitanti ci sono già quaranta milioni di automobili e sei milioni di motociclette. Un conto è accumulare nel settore telefonico quando ci sono venticinque milioni di cittadini e ventimila telefoni, un altro conto è continuare a farlo quando su sessanta milioni di abitanti ci sono già cinquantacinque milioni di telefoni, con funzioni incomparabili rispetto a quelli di un secolo fa. Un conto è accumulare nel settore della trasmissione radiofonica quando c’è un milione di apparecchi radio su venti milioni di abitanti; un altro conto è accumulare nel settore radiotelevisivo quando ci sono in funzione, tra case e luoghi pubblici, trecento milioni di televisori su sessanta milioni di abitanti. Un conto è pensare di guadagnare nel settore delle acque minerali quando si sono tre produttori sul mercato e qualche centinaia di migliaia di bottiglie vendute in farmacia, un altro conto è puntare su un’ulteriore accumulazione nel settore quando si vendono già più di dieci miliardi di bottiglie e si fronteggiano migliaia di produttori che ingombrano i supermercati. Un conto è prevedere uno sviluppo del traffico aereo quando ci sono una decina di milioni di viaggiatori l’anno nel mondo, un altro è continuare a farlo quando il numero dei passeggeri l’anno ha ampiamente superato il miliardo. Lo si dica come si vuole, ma, raggiunto un certo livello, grazie all’accumulazione, la penuria recede. E, come risulta evidente anche ai più ingenui, diventa via via più difficile bilanciare la distruzione di lavoro che deriva dall’innovazione tecnologica, con un ampliamento dei mercati dei prodotti oggetto di innovazione. È di fronte a questo fenomeno che il capitale mostra la propria limitatezza culturale. Esso continua infatti a pretendere che le risorse siano impiegate quasi solo al fine di un’ulteriore accumulazione, anche nei nuovi campi produttivi nei quali la spinta propulsiva dei bisogni non è così intensa come quella che si manifesta in uno stato di miseria. Ma se il perseguimento ossessivo della crescita costituiva in passato il suo elemento di forza, nella nuova situazione si rovescia in un fattore di debolezza. Il capitale vuole “crescere”, ma avendo già raggiunto la maturità non può più crescere. Ad ogni progresso tecnico, cioè ad ogni passaggio che riduce il tempo di lavoro necessario, e quindi contrae la spesa – il noto meccanismo di minimizzazione dei costi - non segue infatti più con la stessa facilità di prima la possibilità di una spesa alternativa, tesa ad allargare il processo produttivo, appunto perché i mercati tradizionali cominciano ad essere tendenzialmente saturi e i nuovi bisogni non si presentano con la stessa imperatività di quelli della fase in cui prevaleva la penuria. Gli individui, meno immersi nella penuria, cominciano infatti a godere di un embrione di libertà, che determina una relativa distanza dagli oggetti che soddisfano i loro bisogni. “noi produciamo per vendere. In altri termini, produciamo in risposta ad una spesa. È impossibile pensare di poter stimolare la produzione e l’occupazione – come suggeriscono i cultori di una ‘finanza sana’ e gli economisti ‘ortodossi’ – rinunciando a spendere [per aspettare il momento in cui la spesa privata potrà garantire nuovamente una crescita]. … Mi rendo conto che gli ascoltatori possano nutrire dei dubbi, visto che lo spendere viene in genere inteso come un comportamento stravagante. Un individuo stravagante si rende ben presto povero. Come può allora un paese diventare ricco facendo proprio ciò che renderebbe povero un individuo? Nel riflettere su questo problema la gente rimane così interdetta. Eppure un comportamento che può rendere un singolo individuo povero può rendere una nazione ricca. Infatti, quando un individuo spende non influenza soltanto se stesso, ma gli altri. La spesa è una transazione bilaterale. Se spendo il mio reddito nell’acquisto di qualcosa che tu puoi produrre per me non aumento il mio reddito, ma aumento il tuo. Se tu rispondi comperando qualcosa che io posso fare per te, allora anche il mio reddito aumenta. Pertanto, quando ci riferiamo al paese nel suo insieme, dobbiamo tener conto dei comportamenti complessivi. Il resto della società è arricchita dalla spesa di un individuo – poiché la sua spesa non è altro che un’aggiunta al reddito di ciascuno. Se ognuno spende più liberamente, tutti saranno più ricchi e nessuno diventerà più povero. Ogni uomo beneficia delle spese dei suoi vicini, e i redditi sono accresciuti esattamente da ciò che occorre fare per andare incontro alla spesa addizionale. C’è solo un limite alla misura in cui il reddito può essere aumentato per questa via, e quel limite è stabilito dalla capacità fisica di produrre. Rinunciare a spendere in una fase di depressione, non solo fallisce, dal punto di vista della società, nell’aggiungere ricchezza, ma addirittura la dissipa: significa spreco di forza-lavoro disponibile, spreco di capacità produttiva esistente, oltre alla miseria umana di cui diventa responsabile.” ... “la nazione è semplicemente un aggregato di individui. Se per una qualsiasi ragione gli individui [e le imprese] che formano la società non sono disposti, ognuno nella propria misura [e capacità] privata, a spendere abbastanza per impiegare le risorse di cui la società è dotata, allora spetta al governo, il rappresentante collettivo di tutti gli individui, ripianare il buco. Questo perché gli effetti della spesa pubblica sono esattamente gli stessi della spesa degli individui, ed è l’aumento dei redditi delle persone che fornisce i mezzi per la spesa aggiuntiva del governo.” ( John M. Keynes, Can America spend its way into recovery?) Gli individui debbono pertanto imparare a metabolizzare la base materiale del cambiamento nel quale sono impegnati, sapendo che ogni passaggio riuscito finirà ben presto col far emergere nuovi problemi, che non erano coerentemente formulabili sulla base preesistente. Ma per riuscire in questo passaggio debbono confrontarsi con la loro storia. Un comportamento che quasi mai riescono ad attuare, visto che oscillano continuamente tra nostalgiche idealizzazioni del passato e naturalizzazione del presente. Da questo punto di vista, è emblematico il rapporto che gli europei non conservatori hanno instaurato con la crisi che stiamo attraversando. Invece di considerare la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta come il momento in cui, a causa della loro incapacità di far fronte ai problemi determinati dallo stesso sviluppo, la crisi si è innescata, fino a diventare sempre più insostenibile, avvolgono quella fase storica di un nostalgico romanticismo. Aggrappandosi ai ricordi della potenza di cui hanno goduto fino a quel momento, eludono il sofferto processo educativo che potrebbe altrimenti aiutarli a capire l’impotenza che li investe non appena si confrontano con il mondo che hanno prodotto.