La prospettiva culturale della sinistra: una mediocre poltiglia ?

Ricordo ancora con sofferenza un’oceanica assemblea in un’università del Meridione di vent’anni fa, con il segretario di un partito allora in forte ascesa. Con saggia moderazione egli invitava i presenti a battersi per il reddito di cittadinanza, per i lavori socialmente utili, per una ripresa dell’accumulazione su basi più moderne, ecologiche ed egualitarie e per la riduzione dell’orario di lavoro. Obiettai allora che l’accostamento di queste proposte alternative fosse possibile solo attraverso lo svuotamento, di ognuna di esse. Un problema che il mio interlocutore non ha compreso, visto che per anni ha continuato a ribadire la praticabilità congiunta dei quattro obiettivi indicati.

 

Capisco perfettamente da dove scaturisca questa sollecitazione al sincretismo: poiché le forze della sinistra sono disperse in mille rivoli, incapaci di trovare un comune percorso, facciamo in modo di farle confluire insieme, cosicché possano ritrovare la potenza che hanno perso. Ma l’energia dell’iniziativa sociale e politica non sta, ovviamente, nelle buone intenzioni o nella volontà di chi la promuove, bensì nella coerenza del progetto con la situazione esistente e con il problema che si intende affrontare. E siccome per tenere insieme le strategie prospettate occorre privare ognuna del mordente che la rende eventualmente consistente, è inevitabile che la sollecitazione, invece che un fiume vigoroso, finisca col produrre una fangosa poltiglia.

 

Non voglio qui riprendere la critica generale sviluppata nella terza parte del mio Quel pane da spartire, pubblicato ormai quindici anni fa. Mi limiterò piuttosto a far rilevare come alcune mediazioni analitiche, che puntano a sostenere la conciliabilità di strategie opposte, mostrino ancora un’intrinseca debolezza, e quindi non possano essere condivise. Nel suo "Non opponiamo il reddito al lavoro", uscito a Ferragosto, Alfonso Gianni parte con una rappresentazione caricaturale del problema che abbiamo di fronte. Scrive infatti: “Anche a sinistra, purtroppo, molti pensano che la riduzione dell’occupazione sia l’inevitabile prodotto dello sviluppo delle tecnologie applicate alla produzione. Non potendo contrapporsi a queste ultime, a meno di non cadere in una sorta di riedizione del luddismo, bisognerebbe abituarsi a convivere con un’elevata e crescente disoccupazione o inoccupazione”. I sostenitori del reddito di cittadinanza, aggiunge, fanno proprio questo assunto, e “per mitigare o prevenire la conseguenze sociali di questo fenomeno”, propongono “politiche di distribuzione della ricchezza, fino ad assumere la forma di un reddito di base del tutto separato dal lavoro”.

 

Gianni nega che questa opposizione sia necessaria con due passaggi: il primo consiste nella pura e semplice negazione del problema di partenza. Appoggiandosi ad uno dei cavalli di battaglia di un economista americano, William Baumol, ritiene che le argomentazioni di quest’ultimo permettano di asserire che “tutte (!) le teorie dell’inevitabilità della diminuzione dell’occupazione” siano “sostanziali menzogne”. Il secondo consiste nell’affermazione che il reddito di base può diventare uno strumento che non è giustificato dall’assenza di lavoro, ma dalla prospettiva di avvicinarsi al lavoro in forma decorosa, cioè senza sottostare a ricatti economici.

 

Ma che cosa sostiene Baumol di così dirimente da sbaragliare il campo da chi solleva dubbi – diciamoli in termini analitici - sulla riproducibilità del rapporto di lavoro salariato sulla scala necessaria a garantire il pieno impiego alle condizioni date? In termini semplici afferma che nei servizi lo sviluppo tecnologico non inciderebbe, cosicché quel lavoro potrebbe essere riprodotto senza subire la normale contrazione che deriva dall’innovazione tecnologica, e quindi, a differenza di quello industriale, non verrà a mancare. Questo ragionamento, che ricalca alcuni ragionamenti degli anni Cinquanta, relativi al lavoro industriale, che non avrebbe mai sofferto la contrazione che si osservava nell’agricoltura, è però frutto di una grave miopia. Le cure sanitarie, che Buamol prende come esempio principe del suo ragionamento, non possono essere ridotte all’astratta visita del medico di famiglia. Il sistema sanitario è passato attraverso un’articolata divisione del lavoro e un’innovazione dei metodi d’intervento grazie alle quali la riduzione del lavoro necessario è stata impetuosa. Un’operazione di cataratta venticinque anni fa richiedeva una degenza in ospedale di trenta giorni, con tutto il lavoro medico, infermieristico e operativo connesso. Oggi sono sufficienti un paio d’ore ambulatoriali, con risultati incomparabilmente superiori al passato. Un’operazione alla cistifellea che prima comportava quindici giorni di degenza, oggi ne richiede due, La pillola anticoncezionale ha ridotto il numero degli aborti a meno del trenta percento. Ecc. Ecc. La stessa vaccinazione di massa non è altro che un intervento per ridurre il lavoro necessario prevenendo le epidemie.

 

D’accordo, potrebbe obiettare Gianni, la sanità non fa eccezione. Ma un quartetto che suona Mozart sì, perché “il tempo di esecuzione del brano è incomprimibile”. Anche qui, a mio avviso, si manifesta una forte miopia. La produttività del lavoro non sta infatti nella maggiore o minore durata della singola attività produttiva, ma nel modo in cui quel tempo corrisponde alla soddisfazione di bisogni. Come per il produttore di frigoriferi non ha senso misurare la sua produttività sulla base del tempo che mette a produrre un solo frigorifero, ma va commisurata al numero delle famiglie che grazie a quella maggior produttività riesce ad entrare in possesso di quell’elettrodomestico, così la produttività del quartetto che suona un pezzo di musica va riferita al numero delle persone che possono godere dell’esecuzione, che non ha alcun legame con il tempo che i musici impiegano nell’esecuzione. Mentre in passato un quartetto per farsi ascoltare da qualche decina di migliaia di cultori avrebbe impiegato anni di concerti, e richiesto il lavoro di allestimento di centinaia di teatri, ora può raggiungerne milioni con una singola esecuzione, della quale possono godere anche ascoltatori futuri.

 

Baumol non può quindi servire ad ammorbidire la posizione di quei sostenitori del reddito di cittadinanza che prendono le mosse dal problema della riproducibilità del lavoro salariato. Bisogna allora rinunciare a contrastare l’opposizione tra reddito e lavoro di cui si fanno sostenitori? A mio avviso no. Ma la via non è quella di cercare una conciliazione con loro quanto piuttosto quella di metterli crudamente di fronte il significato della prospettiva in cui si muovono. Sia ben chiaro qui non è in questione il valore positivo dell’indennità di disoccupazione, cioè la corresponsione di un reddito adeguato a coloro che vengono momentaneamente esclusi dal mercato del lavoro, cosa che in Italia dobbiamo ancora conquistare. Ma l’esaltazione di istituti il cui valore economico e culturale è ormai consolidato, mediante l’attribuzione di nomi reboanti che vanno molto al di là dell’effettivo contenuto del provvedimento è parte di quella poltiglia nella quale siamo impantanati. Il reddito di cittadinanza, il reddito garantito sono istituti diversi dall’indennità di disoccupazione. E possono e debbono essere contrastati, per le seguenti ragioni.

 

Non pochi propugnatori del reddito di cittadinanza fanno confusione tra l’ipotesi che il lavoro salariato non sia più riproducibile nella misura necessaria a garantire il pieno impiego, ferme restando le condizioni della sua erogazione, e l’ipotesi, sbagliata, che esso non costituisca più la base della riproduzione della società, cioè che la vita individuale e collettiva non dipenda più dal lavoro. Per questo possono pretendere un reddito a prescindere dallo svolgimento di un lavoro attribuendo un valore positivo alla loro rivendicazione. Ma, come conclude giustamente Gianni, la società è tuttora fondata sul lavoro. Che cosa consegue inevitabilmente dalla constatazione di questo fatto ? Che ogni pretesa di godere di un reddito senza partecipare alla sua produzione è la pretesa di vivere del lavoro altrui, di voler instaurare un rapporto parassitario. I propugnatori del reddito garantito sono così, senza nemmeno saperlo, discepoli del Reverendo Malthus, che sosteneva che, per consentire ai produttori di continuare a produrre, bisognasse garantire alle classi parassitarie dell’epoca un reddito scisso dal lavoro.

 

Il capitale, dal canto suo, in quest’ultimo trentennio ha sviluppato una straordinaria forma di parassitismo, dismettendo del tutto la funzione propulsiva che aveva avuto nel lontano passato, ed era sembrato potesse recuperare grazie agli effetti moltiplicativi della spesa keynesiana. Ma il capitale è appunto l’avversario storico del lavoro salariato ed è l’avversario che deve nascondere il definitivo tramonto della sua egemonia. Ma se il parassitismo dilaga, e finisce addirittura col coinvolgere soggetti che pretendono di presentarsi come avversari storici del capitale, in quanto schierati su una posizione di sinistra radicale, ogni speranza di uscire positivamente dalla poltiglia nella quale siamo immersi è vana.

 

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