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Il pensionato furioso

Sfida all'ortodossia previdenziale

 

Giovanni Mazzetti

Bollati Boringhieri, 2003

 

 

 

 

Intervista di Paolo Andruccioli

Intervista di Gemma Contin

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Dalla seconda di copertina

Negli ultimi anni, in Italia come in tutti i paesi economicamente avanzati, uno stuolo di politici ed economisti hanno sfidato i pensionati predicando contro di loro un'assurda politica dei sacrifici. Il motto che li ha uniti è stato: "se non ci si mette di più non si può che avere di meno". A partire dalla constatazione che questo e altri luoghi comuni che lo accompagnano - la "favola delle culle vuote", la "favola del conflitto tra generazioni", la "favola dei limiti imposti dal minore aumento della produttività" - sono normalmente condivise anche da chi si presenta come difensore dei diritti dei lavoratori anziani, l'autore raccoglie la sfida per dimostrare l'infondatezza di quella che appare come l'ortodossia previdenziale. Contro le "favole" di cui sopra egli dimostra che la difesa delle pensioni, istintivamente posta in essere da grandi masse in tutti i paesi europee, ha anche solide basi economiche e che un miglioramento delle condizioni dei pensionati presenti e futuri rappresenta la condizione per evitare un drammatico impoverimento della società nel suo complesso. Il bisogno di sostenere la speculazione finanziaria, piuttosto che gli investimenti produttivi, è per Mazzetti, alla base dell'attuale spinta alle cosiddette riforme pensionistiche. Un processo che lo stesso antagonista storico del capitale non è in grado di cogliere criticamente, e che anzi spesso asseconda - come nel caso della quotazione in borsa dei fondi pensione - senza rendersi conto della contraddizione. Solo smettendola di pensare come gli avversari i sindacati, i partiti e i movimenti che in tutta Europa si oppongono all'ortodossia previdenziale potranno emanciparsi dalla situazione di debolezza in cui sono precipitati.

 

 

Da pg. 93

 

L'obiettivo di assicurare la riproduzione del lavoro necessario (incluso il miglior trattamento dei pensionati) e l'obiettivo di redistribuire fra tutti il tempo che non si riesce a trasformare nuovamente in lavoro, come tempo libero di ognuno, sono dunque due espressioni di un'unica e medesima individualità: la manifestazione del bisogno di riappropriarsi del tempo che lo sviluppo capitalistico ha reso disponibile, ma per il quale il capitale, al pari dello Stato, non sa più trovare un uso produttivo. Per questo i disoccupati e i pensionati possono e debbono trovare nella salvaguardia dei comuni interessi la base di una comune lotta. E gli stessi occupati debbono incontrarsi con loro, se non vogliono vedere peggiorare ulteriormente le loro condizioni di lavoro. I teorici del crack delle pensioni cercano di occultare questa base comune, mettendo disoccupati e pensionati gli uni contro gli altri, sollecitandoli a battersi per la spartizione della ricchezza nell'ambito di un processo di impoverimento, derivante dalla rinuncia ad una libertà che il mercato e lo Stato non sono in grado di assicurare. Il comprendere che questa rappresentazione è contro i loro comuni interessi e che la salvaguardia di questi ultimi richiede la conquista di una libertà nuova, nella quale ciascun individuo, subordinando in una nuova forma sia il mercato sia lo Stato, riesce a far propri gli sviluppi implici nel progresso tecnico, rappresenta il presupposto per non "ritrovarsi più poveri di prima".

 

Ultima modifica: 30 Gennaio 2019