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Disoccupazione e lavori socialmente utili.

 

AA.VV. - Il Manifesto Libri 1995

 

Disoccupazione e lavori socialmente utili - G. Lunghini

Contro il mercato, i bisogni - B.Morandi

Una rivoluzione per conservare - J.O’ Connor

Per l’occupazione, oltre il mercato - B. Morandi

L’illusione del ritorno a Keynes - G. Mazzetti

La necessità di trovare soluzioni per il presente - G. Lunghini

Lavori socialmente utili o redistribuzione del lavoro ? - G. Mazzetti

Dialogo sui lavori socialmente utili - B. Morandi, G. Mazzetti

Lavori socialmente utili o redistribuzione del lavoro ?

 

Giovanni Mazzetti

 

 

Recentemente Bruno Morandi è tornato sulla proposta dei cosiddetti «lavori socialmente utili» come possibile rimedio alla disoccupazione, per sollevare un insieme di interrogativi che, a mio avviso, impongono un tentativo di risposta.

 

 

UNA SINTESI DELLA CONTROVERSIA

 

Riassumiamo molto sinteticamente il dibattito che ha condotto a questi interrogativi. L'avvio lo dà Lunghini sostenendo, poco più di un anno e mezzo fa, che una soluzione praticabile al problema della disoccupazione non va cercata nelle politiche liberiste, adottate da molti governi, ma nemmeno in quelle keynesiane tradizionali. Aggiunge che la riduzione di orario potrebbe servire, ma sarebbe difficilmente realizzabile per l'opposizione padronale. Non rimarrebbe dunque altra via che la crescita di quelli che egli definisce come «lavori socialmente utili». Nella descrizione di Lunghini questi lavori sarebbero tali da spingersi al di là della produzione di merci, perché sarebbero posti in essere per il valore d'uso, vale a dire in un rapporto diretto con i bisogni. bisognerebbe dunque assicurare, per Lunghini, un salario ai disoccupati per consentire loro di porre in essere un'attività diretta a soddisfare bisogni altrui senza che il loro prodotto debba assumere la forma del valore di scambio.

qualche tempo dopo Morandi riprende (vedi il suo primo intervento in questo volume) le argomentazioni di Lunghini ma, pur muovendo in una direzione analoga, riconosce che quella dei «lavori socialmente utili» non è una formula così piana, perché al di là delle intenzioni, non definisce univocamente il tipo di attività produttiva al quale si riferisce. Nelle battute conclusive del suo articolo solleva conseguentemente un quesito essenziale: «come può un lavoro che soddisfa bisogni fondamentali configurarsi diversamente dal lavoro che produce merci ?» Insomma, nel mentre condivide la prospettiva di Lunghini, riconosce l'esistenza di un problema che, se rimanesse irrisolto, potrebbe metterla radicalmente in discussione.

Da parte mia colgo nel punto sollevato da Morandi il nodo che consente la verifica della validità della tesi di Lunghini. Intervengo quindi con un approfondimento critico, il quale mi spinge a concludere che la categoria dei «lavori socialmente utili» non può prefigurare coerentemente attività produttive capaci di far fronte non contraddittoriamente al problema della disoccupazione e di garantire, pertanto, un corrispondente sviluppo. Nel merito avanzo due ragioni: a) se la categoria viene presa in considerazione nella sua concretezza, non può riferirsi a qualcosa di diverso dai tradizionali interventi a sostegno dell'occupazione, cioè ad un'espansione del lavoro salariato di tipo keynesiano. Quest'ultimo, d'altronde, ad avviso di Lunghini ed anche mio, non è più in grado di mediare un ulteriore sviluppo. L'evocarlo, seppure con un termine più accattivante, non può pertanto comportare un qualsiasi passo avanti sulla via del superamento della crisi; b) se la categoria viene presa in considerazione come anticipazione ideale di attività alternative che, in quanto non più salariate, si spingerebbero al di là dell'orizzonte keynesiano, si rivela inconsistente, perché veicola aspettative e desideri contraddittori che non tengono conto delle condizioni indispensabili per l'estrinsecazione dell'attività in questione. Il fantasticare su possibilità inesistenti, per quanto possa essere consolatorio, non comporta alcun passo avanti sulla via della soluzione dei problemi che affliggono la società. La conclusione inevitabile è che la categoria dei «lavori socialmente utili» è purtroppo una categoria trabocchetto.

Sia Lunghini che Morandi in seguito tornano sull'argomento. Il primo per ribadire la sua tesi, salvo mutare la definizioni dei «lavori socialmente utili» in quella di «lavoro concreto». Il secondo per svolgere ulteriormente il quesito posto nel primo intervento e per porre altri quesiti ad esso collegati. Vediamo dunque questi interrogativi.

 

 

 

COME PROCEDERE ALLA VERIFICA DELLA CONSISTENZA DELLA CATEGORIA DEI «LAVORI SOCIALMENTE UTILI» ?

 

Dopo aver convenuto con me sul fatto che il problema da cui partire è senz'altro quello della consistenza dei «lavori socialmente utili», Morandi conclude che è indispensabile verificare «se siano già comparse - per esempio nei pubblici servizi - delle caratteristiche di questo lavoro concreto che possano prefigurare, seppure in forma parziale e contraddittoria, qualcosa di assolutamente diverso dal lavoro salariato ed alienato oggi dominante, sia per ciò che riguarda l'organizzazione del lavoro che le modalità di retribuzione» e procede poi a fornire alcuni esempi di queste prefigurazioni. Questa duplice specificazione degli aspetti da sottoporre a verifica, nei confronti della quale come vedremo Morandi non sarà però pienamente conseguente, è estremamente importante e può, per quanto mi riguarda, rappresentare la conquista di un effettivo punto fermo nel confronto. Essa consente infatti di tenere conto dei due lati del problema che, come ho cercato di mostrare in una mia critica a Lunghini (Fuorilinea, n. 6, 1993), sono tra loro inseparabili: quello inerente alla produzione materiale e quello relativo alla sua forma sociale, che a loro volta rinviano ai legami che intercorrono tra sviluppo delle capacità produttive e sviluppo dell'individualità.

Ora, a me sembra che Morandi muova coerentemente - e questo è il passo più difficile da compiere - dal riconoscimento del fatto che la disoccupazione è la manifestazione di uno sviluppo, di una crescita delle forze produttive, che però non riesce ad essere coerentemente metabolizzata sul piano sociale. Vale a dire che lo sviluppo tecnico non si accompagna ad un coerente sviluppo delle relazioni tale da assicurare un impiego produttivo delle nuove capacità conquistate, cosicchè queste forze vengono sprecate o addirittura operano distruttivamente. La riprova del fatto che lo sviluppo tecnico è andato molto avanti sarebbe fornita, secondo Morandi con il quale concordo, dalla possibilità di introdurre «forme di organizzazione del lavoro integrate e flessibili, ed 'orientate al problema' nella soddisfazione delle esigenze degli utenti dei servizi pubblici». Una «riqualificazione del lavoro» svolto su questa base assicurerebbe una maggiore rispondenza ai bisogni, cioè una maggiore «concretezza» dell'attività o, se si preferisce, una maggiore utilità.

Questo condivisibile ragionamento, aggiungo io, rimane però all'interno dell'orizzonte keynesiano. Nella formula usata da Keynes: se ci sono bisogni da soddisfare e ci sono i mezzi e le capacità produttive per soddisfarli, si debbono mettere gli uomini al lavoro per procedere a questa soddisfazione. Questo svolgimento che ha trovato una coerente manifestazione nello Stato Sociale, trascende già la pura e semplice riproduzione dei rapporti capitalistici, perché pone la ricchezza in generale nella forma del valore d'uso, del reddito, ed avanza la giusta pretesa di procedere alla soddisfazione dei bisogni al di là dei limiti corrispondenti alla riproduzione del profitto, cioè del capitale. Keynes si spinge addirittura più in là di Morandi perché, per usare le sue stesse parole, riconosce che la via per «accrescere l'occupazione con mezzi che allo stesso tempo accrescano la ricchezza utile può essere preclusa», ma che questo fatto non dovrebbe spingere a rinunciare ad una politica del pieno impiego. In termini diretti: se non si è capaci di imboccare un'altra via, potrebbe essere necessario ed opportuno mettere in moto lavori inutili per produrre, attraverso l'effetto moltiplicatore, lavori utili. Si tratterebbe indubbiamente di una soluzione contraddittoria; ma là dove la contraddizione che genera il problema non è ancora chiaramente percepita, perché l'individualità poggia ancora sulla forma monetaria della ricchezza, conclude Keynes, è meglio agire la contraddizione, che farsi travolgere da essa.

Su questo aspetto non mi soffermerò in questa sede, poiché lo ho già affrontato nel mio precedente intervento. Mi sembra invece importante entrare nel problema sollevato da Morandi, quello teso a verificare se nella società siano già intervenuti accenni di mutamento sociale che rappresentano un'anticipazione dello sviluppo attraverso il quale potrebbe infine aver luogo una metabolizzazione non contraddittoria delle nuove forze produttive.

Una prima obiezione. la formula che Morandi usa per affrontare la questione - quella secondo la quale si tratterebbe di analizzare «le modalità di retribuzione» di queste attività - si scosta da quella sopra richiamata e non mette, secondo me, adeguatamente a fuoco nella sua interezza il mutamento sociale che deve intervenire. Il cambiamento coinvolge infatti sia la (forma di) partecipazione, all'attività produttiva, sia la (forma di) partecipazione al prodotto che con essa si intreccia. Il concetto di retribuzione, nell'uso corrente, si riferisce invece prevalentemente al secondo momento e proprio per questo pone il problema in forma unilaterale e capovolta. È, questo, un aspetto che è indispensabile cogliere in modo chiaro. Nella forma di produzione che interviene con la mediazione del rapporto salariato, la partecipazione all'attività produttiva è realmente subordinata alla partecipazione al prodotto, perché il lavoro oggettivato, cioè il denaro, ha in essa un valore prevalente sul lavoro vivo, è la sola vera ricchezza. Tanto è vero che anche là dove esistono le condizioni materiali della produzione - fabbriche, materie prime, forza-lavoro - ma manca il denaro, la forza-lavoro continua a giacere inutilizzata. Per questo la retribuzione è così importante.«Il carattere sociale della produzione», precisa in merito Marx, «viene posto soltanto mediante l'elevazione dei prodotti a valori di scambio», vale a dire che «lo scambio è il medium che media la partecipazione del singolo alla produzione generale». Un modo di produzione che tenda a trascendere il rapporto di lavoro salariato deve invece tendere ad organizzarsi su una base opposta, e cioè «la partecipazione al mondo dei prodotti, al consumo, non deve essere mediata dallo scambio di lavori o di prodotti di lavoro reciprocamente indipendenti», bensì dall'instaurarsi di un rapporto diretto con le condizioni sociali dell'esistenza entro le quali l'individuo agisce. Pertanto, se affrontiamo il problema della partecipazione degli individui alla produzione ponendo il momento retributivo come base, per quanto possiamo essere tesi a trascendere idealmente il rapporto di lavoro salariato, ci muoviamo di fatto ancora all'interno del modo di vedere pratico - del senso - che ad esso corrisponde.

Per poter affrontare coerentemente il problema che Morandi cerca di afferrare e di definire è dunque necessario ricorrere ad una categoria che consente di tener presenti entrambi i momenti sopra richiamati. Questa categoria è quella della forma di proprietà. Il lavoro salariato è infatti qualcosa in più rispetto ad un modo di retribuzione. Esso costituisce tanto un modo di partecipazione al processo produttivo quanto ai suoi risultati, vale a dire che è un elemento di una specifica forma di vita. Nel momento in cui interviene la disoccupazione di massa è quindi essenziale verificare se quel lavoro incontra difficoltà ad essere messo in moto perché la forma di proprietà che esso esprime non è corrispondente ai nuovi bisogni che stanno emergendo in conseguenza dello sviluppo che esso ha consentito.

Questa considerazione conduce a tre quesiti fondamentali. Per quale ragione un ulteriore sviluppo dovrebbe necessariamente intervenire attraverso un progressivo superamento del lavoro salariato ? Che cosa si intende, nel concreto, quando si parla di superamento del rapporto salariato ? Come può questo passaggio intervenire ?

 

 

 

EMBRIONI DI LAVORI SOCIALMENTE UTILI ?

 

Lo sforzo di Morandi è tutto teso a dare una soluzione a questi tre problemi. ma il suo desiderio di trovare una risposta lo spinge ad imboccare quella che a me sembra una scorciatoia, che gli fa mancare l'obiettivo. Seguiamolo dunque nella sua descrizione di quelli che egli considera come embrioni di «lavori socialmente utili», per esporre le ragioni per le quali essa non ci sembra condivisibile. «Per quanto riguarda le modalità di retribuzione», precisa Morandi, «si può citare qualche esempio della possibilità di lavori socialmente utili non salariati (che però non riguardano l'attuale discussione sulla disoccupazione): per esempio il lavoro dei giovani del servizio civile, se questo andrà in porto come alternativa consistente. O anche l'ipotesi che veniva avanzata nella 'legge sui tempi' elaborata dalle donne del PCI, di consentire la sostituzione del pagamento di imposte comunali con prestazioni di lavoro sociale». Per quale ragione Morandi riesce a vedere in queste due attività un embrione di superamento del rapporto di lavoro salariato ? Probabilmente perché scompare il denaro e le attività vengono messe in moto con una modalità diversa da quella della compera. In realtà però questo elemento non è sufficiente, e se non interviene un'altra determinazione positiva, che non è affatto spontaneamente contenuta nelle due situazioni descritte da Morandi, non solo i due rapporti non si spingono al di là del rapporto di lavoro salariato, ma rimangono addirittura indietro rispetto ad esso. Vediamo perché.

Il servizio civile è un servizio che si svolge in sostituzione di quello militare. Quando riceve la «chiamata alle armi», il soggetto chiede di poter svolgere un'attività utile alternativa, per evitare di fare quella militare. In quanto egli, come cittadino, è obbligato a fare il militare, lo stato gli consente di assolvere il suo obbligo attraverso l'alternativa dello svolgimento di attività generalmente utili. Qunque il motivo originario dell'attività sta in un vincolo esteriore, in un dovere al quale non ci si può sottrarre Per questo Morandi, con grande coerenza intellettuale, introduce tra parentesi un elemento di autocritica, riconoscendo che l'esempio non ha un reale valore nella discussione dell'occupazione.

Ma perché, se colui che svolge il servizio civile produce e soddisfa bisogni, dovremmo, come suggerisce Morandi, poter prendere in considerazione la sua attività come via per il superamento del lavoro salariato, ma non anche come via per affrontare la disoccupazione ? Perché non immaginare la soluzione del problema della disoccupazione attraverso la costituzione di un «esercito di produttori»? La risposta a me sembra piuttosto ovvia. Perché nel rapporto di lavoro salariato è contenuta una determinazione positiva che nel servizio civile è assente: quella della libertà personale. È vero che questa libertà ha una connotazione giuridica e non anche economica. Ma ciò non toglie che la libertà giuridica corrisponde già ad un allargamento dei limiti riproduttivi rispetto a tutte le forme di relazione che si fondano sulla costrizione personale.

 

 

 

LA QUESTIONE DEL VOLONTARIATO

 

Chi ha sin qui seguito il ragionamento potrebbe, a questo punto, essere tentato di fare un salto. Se nell'abbattimento dei limiti implicito nella libera manifestazione della volontà interviene un progresso, allora il processo di superamento del lavoro salariato non dovrebbe forse consistere nel diffondersi del volontariato ? Qui trovo che Morandi abbia molto ragione dell'avanzare delle forti riserve. La sua formula sintetica, secondo la quale nel superamento del lavoro salariato non si potranno negare i «i problemi che finora finora ha presentato un lavoro con finalità spcoali e non mercantili, (ma) ristretto alla piccola scala», coglie perfettamente ciò che occorre tener presente quando si valuta il volontariato sul piano dello sviluppo sociale. Vediamo di che cosa si tratta.

Il denaro è la manifestazione di una forma di universalità. Il carattere sociale generale del lavoro che si va a compiere - che l'individuo che lo pratica lo sappia o no - si esprime proprio attraverso la richiesta di un salario. Se si cerca di contrapporre al denaro una forma di ricchezza che gode sì di una maggiore particolarità, ma che è anche tutta racchiusa nei limiti che a quella particolarità corrispondono, si elude il problema centrale implicito nella difficoltà di riprodurre il lavoro salariato. È infatti immediatamente evidente che il disoccupato può sempre dare produttivamente una mano in famiglia, aiutare degli amici, o contribuire alla soddisfazione dei bisogni altrui collaborando con associazioni umanitarie di vario tipo, ma è altrettanto evidente che in tal modo risolve il suo problema solo perché pone la sua attività a prescindere da un qualsiasi nesso con il secondo momento della proprietà: quello inerente alla partecipazione al prodotto. Si elude cioè la questione essenziale posta dalla disoccupazione: in che modo i disoccupati possono entrare in rapporto con le condizioni della produzione e dell'esistenza che scaturiscono dal processo generale di produzione e che sono necessarie per la loro riproduzione. Solo se ed in quanto il volontario è in grado di trovare in altro modo, rispetto all'attività volontaria, le condizioni della sua esistenza, può essere capace di dare senza porre allo stesso tempo il problema dell'avere. Vale a dire che solo perché l'individuo è in qualche modo già libero dal bisogno può procedere a fare della libera soddisfazione dei bisogni altrui lo scopo della propria attività. C'è poi un altro aspetto, secondario ma non insignificante, del quale occorre tener conto. Proprio perché è messo in moto attraverso la sottomissione ad un potere esteriore, il lavoro salariato presenta una determinazione che nella attività volontaria è spesso assente: quella dell'effettiva rispondenza al compito. In quanto viene pagato, dal lavoro salariato si pretende che sia l'espressione di una capacità e di una continuità, che non possono essere richieste - almeno nell'orizzonte sociale attuale - all'azione volontaria. Pur nella fredda indipendenza corrispondente al lavoro salariato, l'azione è dunque costretta a cercare l'efficacia del proprio svolgimento, mentre nel calore del volontariato essa tende spesso a dissolversi in un'autoconferma immediata che cerca un riscontro solo nelle intenzioni che la generano. Per farla breve: le attività di volontariato intervengono frequentemente attraverso la mediazione di forme di partecipazione simbiotica che debbono ancora affrontare il problema essenziale con il quale il denaro ci ha consentito di cominciare a fare i conti: quello della reciproca separazione.

 

 

 

IL LAVORO CONCRETO: UNA CATEGORIA PRIVA DI CONCRETEZZA NELL'ANALISI DELLE FORME SOCIALI

 

Nello svolgimento del nostro ragionamento siamo intenzionalmente arrivati ad acquisire un punto fermo che ci rimanda per un attimo a Lunghini: il volontariato non si muove in direzione del superamento del lavoro salariato, ma svolge attività che possono comunque essere «socialmente utili». Anche chi presta servizio civile non va oltre il lavoro salariato, ma può con la sua prestazione soddisfare bisogni. Gli stessi lavoratori salariati, infine, che pure si limitano a riprodurre il rapporto di salariato, così come lo hanno ricevuto dallo sviluppo precedente, estrinsecano normalmente un'attività il cui contenuto è «socialmente utili». Se si sostiene che l'attività che muove in direzione del superamento del lavoro salariato deve a sua volta essere «socialmente utili», ci si limita dunque a dire una cosa ovvia ! questo non è sorprendente. Come sottolinea Marx sin dal primo capitolo del Capitale, il lavoro concreto, «il lavoro come formatore di valori d'uso, come lavoro utile, è una condizione d'esistenza dell'uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della sua vita». Esso non può quindi costituire l'elemento distintivo che consente di individuare analiticamente una qualsiasi forma della produzione sociale. La formazione sociale che pretendesse di svolgere la propria riproduzione abdicando allo scopo di soddisfare bisogni sarebbe destinata a dissolversi perché distruggerebbe le condizioni stesse della sua sopravvivenza. Certo, se con quella espressione ci si vuol riferire al desiderio di soddisfare i bisogni che la disoccupazione impedisce di soddisfare, il termine ha un senso, che però è tutto racchiuso nella proiezione del desiderio stesso, accompagnata alla rinuncia a confrontarsi con i problemi che ostacolano la sua soddisfazione. Insomma, si tratta di un senso che non si adopera ancora a conquistare uno statuto socialmente valido - oggettivo - ma si crogiola nella sua stessa autoconferma. Abbiamo anche visto come sia analogamente affrettato indicare nella pura e semplice assenza di denaro l'elemento distintivo che può aiutarci a definire se l'attività che tende al superamento del lavoro salariato, perché questa assenza può testimoniare anche un ritardo. (La proposta di sostituire il pagamento delle imposte in denaro con prestazioni personali, ad esempio, somiglia troppo alla corvè e alle banalità feudali, per poter essere considerata comune un progresso rispetto al denaro).

 

 

 

PERCHE' REDISTRIBUIRE IL LAVORO

 

Come individuare allora la strettoia attraverso la quale il processo di superamento del lavoro salariato deve passare ? E come si può, passando per quella strettoia, far allo stesso tempo fronte al problema della disoccupazione ? La risposta, a mio avviso, si articola in due momenti, che trovano la loro espressione sintetica coerente solo nell'obiettivo della redistribuzione del lavoro.

Cercherò di esporre i passaggi essenziali della mia analisi in modo sintetico.

1. Il problema del superamento del rapporto di lavoro salariato non può essere posto se non là dove risulta difficile continuare a riprodurre questa relazione su scala allargata. Ogni tentativo di trascendere il rapporto di lavoro salariato quando questo rapporto assicura il normale svolgimento della riproduzione degli individui, e cioè l'accumulazione capitalistica procede senza intoppi, si risolve in uno sforzo donchisciottesco. Per questo la disoccupazione di massa è una delle condizioni dell'emergere del problema, in quanto rende palese la contraddittorietà del rapporto sul quale la vita sociale poggia.

2. Il legame tra il presentarsi della disoccupazione di massa, in un mondo che ha già raggiunto un elevato grado di sviluppo materiale, e la necessità del superamento del lavoro salariato non è però un qualcosa colto istintivamente. La tendenza spontanea da parte degli individui è semmai quella di procedere al tentativo di risolvere il problema della disoccupazione ricercando le vie di un nuovo allargamento del lavoro salariato. questo perché gli uomini sono normalmente spinti a riprodurre inerzialmente le forme di vista, così come le hanno svolte all'emergere del problema.

3. Molti riformatori sociali sottovalutano proprio questo aspetto. Essi non si accorgono cioè che là dove emergono problemi riproduttivi di natura non congiunturale, prima della questione della riproduzione dell'attività si presenta sulla scena sociale la questione della riproduzione della forma dell'attività. La spinta a cercare soluzioni al problema della disoccupazione che si concretizzino immediatamente in un agire produttivo, ed in particolare in un agire alternativo, scaturisce dalla erronea rappresentazione dei disoccupati come soggetti necessariamente passivi. Nella realtà, mentre è vero che i disoccupati non partecipano al processo produttivo materiale è però anche vero che possono allo stesso tempo essere, ed in genere sono, attivi nel processo di riproduzione del rapporto attraverso il quale hanno, sino a poco tempo prima, estrinsecato la loro vita. Ed infatti, essi lottano per avere un lavoro (salariato), o più semplicemente ne cercano uno o aspettano che gliene capiti uno. Insomma, nel mentre sono disoccupati dal lavoro, sono «occupati» nel processo di riproduzione del rapporto dal quale il loro lavoro dovrebbe scaturire. questo accade perché essi vedono nel lavoro salariato il solo mezzo per partecipare al processo produttivo e garantirsi i mezzi della loro esistenza.

Il primo momento dello sviluppo deve concretizzarsi pertanto nell'esplicito riconoscimento dell'impossibilità di espandere ulteriormente il lavoro salariato, impossibilità resa evidente proprio dagli effetti contraddittori determinati dai tentativi di espanderlo (apparire di incolmabili deficit di bilancio, diffondersi di un enorme quantità di lavori inutili, crescere degli effetti negativi sull'ambiente, ecc.).

4. Se la via dell'allargamento del lavoro salariato è realmente preclusa, l'attesa di coloro che si battono per la sua riproduzione finirà con l'essere frustrata. Si apre quindi lo spazio per un'azione positiva, consistente nel riconoscimento pratico del fatto che il problema fondamentale non è quello di mettere puramente e semplicemente in moto l'attività produttiva, quanto piuttosto quello di individuare il modo alternativo in cui quella attività può eventualmente venire alla luce. Si tratta cioè di aiutare gli individui a smettere di porre la questione della disoccupazione come un qualcosa di determinato dall'operare di forze meramente esteriori e di rendere evidenti i meccanismi attraverso i quali anche coloro che soffrono della disoccupazione o sono minacciati da essa contribuiscono a riprodurre, con il loro stesso comportamento, le condizioni sottostanti alla loro mancata partecipazione al processo produttivo.

5. Una volta che si riconosce che la disoccupazione è la manifestazione di un insieme di «leggi» inerenti al funzionamento dell'organismo sociale nel suo complesso, si può procedere all'individuazione delle condizioni sociali generali che consentono di farci i conti. Nello stabilire quali siano queste condizioni, non si può fare a meno di rilevare che se, da un lato, il lavoro salariato mostra di non poter continuare ad essere accresciuto, dall'altro lato, esso è ancora la base sulla quale la vita di ciascuno poggia. Questo perché la ricchezza oggettiva, il modo trasformato dall'uomo che entra nel suo stesso processo di produzione, appare ancora quasi esclusivamente nella forma sociale del denaro.

Il secondo momento dello sviluppo si concretizza dunque in una pratica che sappia tener conto di entrambi i lati della dinamica in atto: l'impossibilità di espandere significativamente il lavoro salariato e la necessità di continuare a praticare il lavoro salariato, ciò che può essere attuato solo attraverso una redistribuzione del lavoro fra tutti.

Qualche breve considerazione su quanto affermato. quando l'individuo singolo giunge a rivendicare la redistribuzione tra tutti del lavoro, si spinge oggettivamente al di là del rapporto di lavoro salariato, perché non instaura più un rapporto soltanto monetario con l'insieme dell'organismo sociale. Pervenendo ad una chiara comprensione dei meccanismi che legano lo sviluppo capitalistico all'emergere della disoccupazione di massa, e lottando per una soluzione che agisca su quei meccanismi che legano lo sviluppo capitalistico all'emergere della disoccupazione di massa, e lottando per una soluzione che che agisca su quei meccanismi, tiene anche immediatamente conto delle condizioni di riproduzione dell'insieme. Vale a dire che la generalità non gli appare più solo nella forma astratta del denaro, attraverso la quale l'individuo singolo, pur volendo partecipare al processo riproduttivo, rinuncia a subordinare a sé l'insieme delle sue relazioni, ma anche nella forma di un concreto riferimento ad un momento essenziale del processo riproduttivo generale, al quale il rapporto di denaro viene subordinato perché non ci si attende più che esso medi la propria partecipazione alla produzione.

Sembra a me che Morandi, che pure tiene presenti questi problemi, cerchi di risolverli al di qua della linea di demarcazione che deve essere superata per impostare la loro soluzione. Come è stato sottolineato sia da Marx che da Keynes, infatti, la difficoltà di riprodurre su scala allargata il lavoro salariato corrisponde alla conquista di una situazione materiale nella quale il problema economico, il problema della scarsità, è stato, per la società nel suo insieme, sostanzialmente risolto. Il problema emergente diventa allora quello di cominciare a produrre anche in una forma che non è più determinata dalla necessità esterna. Morandi non punta direttamente a questo aspetto perché vede, giustamente, che mentre il problema della scarsità è stato abbastanza risolto per la società nel suo insieme, non altrettanto si può dire per quanto riguarda i singoli individui. Per questo immagina di dover far leva sul riconoscimento di questo stato di necessità per mettere in moto un'attività che assicuri direttamente a tutti i cittadini la soddisfazione dei bisogni fondamentali: i suoi «lavori socialmente utili», che sono diversi da quelli di Lunghini ! Egli immagina tuttavia che la soddisfazione di questi bisogni debba scaturire da una distribuzione di questa attività tra tutti, attraverso l'individuazione di un dovere codificato, al quale corrisponderebbe un potere, a sua volta codificato, mentre gli individui potrebbero garantirsi l'eventuale soddisfazione dei bisogni superflui attraverso una spesa di denaro. Si instaurerebbe così un diritto-dovere al necessario ed una libertà del superfluo.

Nello svolgimento del suo ragionamento appare tuttavia evidente che egli incappa in una difficoltà, rappresentata dal bisogno di esser certo che l'attività messa in moto con la mediazione che egli suggerisce, garantisca realmente la soddisfazione in questione. Morandi, per non cadere nell'ipotesi dell'esercito del lavoro, si vede pertanto sollecitato ad escogitare forme di «remunerazione», che convincano e spingano i lavoratori impiegati per questa via a rendere effettivamente il servizio di base che sono chiamati a prestare e che siano competitive nei confronti del denaro.

Personalmente sono convinto che i suoi sforzi sono destinati al fallimento, perché la forma sociale più rispondente al problema che egli cerca di risolvere è proprio quella del denaro. Infatti il denaro è il rapporto sociale che meglio di ogni altro realizza una subordinazione al compito da parte del produttore, non mediata da forme di costrizione personale e che anzi scaturiscono dalla spinta all'indiretta soddisfazione dei bisogni. Esso è, infatti, da un lato, la misura di ciò che è socialmente necessario per giungere al risultato atteso e che il produttore non può determinare per proprio conto e, dall'altro, la misura di come egli ha provveduto a realizzare questo risultato. Il feticismo implicito nel rapporto di denaro non sta nel fatto che le cose stiano così, ma piuttosto che esse stanno così senza che coloro che praticano il rapporto di denaro lo sappiano. La forma coerente di costrizione, come d'altra parte dimostrano molte esperienze recenti, non sta tanto nella imposizione di una qualsiasi forma di dovere personale, quanto piuttosto nel subordinare la remunerazione allo svolgimento del compito. La determinazione di questa remunerazione in forma particolare - Morandi parla di un diritto all'assistenza medica dopo aver lavorato nel settore sanitario, della possibilità di mandare gratuitamente i figli a scuola dopo aver collaborato nel settore educativo, ecc. - invece che in una forma generale, in un denaro, non può far altro che complicare il problema, invece di semplificarlo, perché a differenza del denaro non pone l'insieme del processo riproduttivo in un rapporto immediato con il singolo. Vale a dire che la soluzione prospettata da Morandi richiederebbe una pianificazione rigida delle attività particolari di ciascuno e di tutti per quella parte della vita che si riferisce ai bisogni fondamentali. Esprimendo la partecipazione di ciascuno nella forma del denaro il bisogno della pianificazione non scomparirebbe, ma assumerebbe una forma decisamente meno rigida e più coerente con l'individualità che si è sviluppata nell'ambito dei rapporti borghesi.

Il paradosso più sta però nel fatto che, se la partecipazione individuale all'attività produttiva diretta a soddisfare i bisogni fondamentali - il lavoro socialmente utile - è subordinata, come suggerisce Morandi, al compenso concreto che le corrisponde, si rimane per definizione nel processo di riproduzione del lavoro salariato, perché la produzione stessa si articola attraverso il presupposto dello »scambio«. Il salario insomma rimane, nonostante l'opposta convinzione di Morandi, l'elemento mediatore della partecipazione al processo produttivo, anche se non si presenta più nella forma astratta del denaro, bensì in una forma particolare più o meno composita.

 

 

 

QUALE RAPPORTO TRA NECESSITÀ E LIBERTÀ ?

 

Riflettiamo su ciò che è implicito nel ragionamento di Morandi. Egli sottolinea, giustamente, che, nonostante l'enorme arricchimento materiale, le società economicamente sviluppate non possono ignorare che nel loro ambito continuano a sussistere categorie e gruppi di individui i cui bisogni fondamentali rimangono insoddisfatti, che questi cittadini si trovano quindi in uno stato di necessità. Egli aggiunge che lo sviluppo - qualsiasi sviluppo - deve innanzitutto fare i conti con il problema della soddisfazione di questi bisogni fondamentali.

Sino a questo passaggio non c'è motivo di dissenso. Subito dopo però sorge il problema di come procedere alla soddisfazione in questione. Nel rispondere a questo quesito mi sembra che per un tratto l'argomentazione di Morandi rimanga condivisibile. Allo stato di necessità si può far fronte coerentemente solo attraverso l'estrinsecazione di un'attività che per la sua stessa natura deve essere posta come «determinata dalla necessità e dalla finalità esterna». Per questo Morandi si sforza di individuare i vincoli che debbono essere posti all'azione produttiva, che egli vuole però non salariata e non personalmente costrittiva, ma comunque rispondente al compito. È in questo passaggio che non riesco più ad essere d'accordo con lui. Mi sembra infatti che, dato il livello di sviluppo dell'individualità, che non ha ancora conquistato una base coerente tra l'essere individuale e l'essere sociale, tra la necessità e la libertà, questa alternativa produttiva non possa oggi essere evocata direttamente. Trattandosi di una realtà che deve ancora essere prodotta, non può perciò stesso essere posta a base dell'esistenza senza causare un disastro come quello che si è abbattuto sui paesi dell'Est. La soddisfazione dei bisogni fondamentali deve cioè intervenire attraverso attività che sono già normalmente praticate dagli uomini nel loro processo riproduttivo sociale. È che si può imparare a fare una cosa nel mentre la si fa, ma è altrettanto certo che le condizioni di quel fare debbono preesistere come risultato di un processo precedente. La soddisfazione dei bisogni fondamentali può dunque essere, in un primo momento, ricercata solo su un terreno che implica o la riproduzione del rapporto di lavoro salariato o l'imposizione di un dovere esteriore riferito ad un fare concreto. Ma, come abbiamo già accennato sopra, il rapporto di lavoro salariato rappresenta uno sviluppo positivo rispetto a qualsiasi costrizione personale. Quindi, se la disoccupazione viene messa in rapporto solo con i bisogni fondamentali, essa finisce inevitabilmente con il confermare la necessità di riprodurre il rapporto di lavoro salariato. Ed è a questo aspetto che Lunghini si aggrappa per trovare una conferma della sua proposta, nella quale il nesso tra soluzione del problema della disoccupazione e superamento del rapporto di lavoro salariato non viene preso in considerazione.

È tuttavia possibile riconoscere che, nella concreta dinamica della società capitalistica, non solo la disoccupazione non emerge a del fatto che non si soddisfano i bisogni fondamentali, ma che è addirittura vero il contrario. Vale a dire che i bisogni fondamentali rimangono insoddisfatti in quanto il lavoro, che è stato reso superfluo rispetto alla loro soddisfazione grazie all'aumento di produttività, non può tornare a comperare le condizioni della propria esistenza, perché il capitale non trova il modo di impiegarlo come lavoro che soddisfa nuovi bisogni nel mentre procede con l'accumulazione. Insomma, una parte del lavoro necessario non può essere svolta perché è impossibile mettere in moto la parte di lavoro superfluo con il quale il suo prodotto si scambia. Se si vede solo la difficoltà di riprodurre il lavoro necessario e non anche la relazione economica che determina questa difficoltà, non si riconosce che la contraddizione scaturisce dal fatto che il capitale non è in grado di portare a termine un arricchimento del quale, pure, ha creato le condizioni. questo arricchimento si rovescia cioè in un impoverimento in conseguenza dell'incapacità del capitale stesso di appropriarsi della ricchezza prodotta. Questa incapacità, d'altronde, si concretizza proprio nella pretesa di continuare a porre indefinitamente il processo di arricchimento nella forma dell'espansione del lavoro salariato. Da qui l'emergere del bisogno di forme di proprietà che non si presentino più nella forma del salario.

Questa analisi, che qui ho richiamato in forma molto schematica, contiene già in sè la soluzione del problema. Infatti, essa conferma che mentre, da un lato, la base della vita è ancora data dal rapporto di lavoro salariato, che deve quindi essere riprodotto, dall'altro lato, questo rapporto non è più in grado di mediare la produzione della nuova ricchezza e non può quindi essere riprodotto nel mentre si procede alla soddisfazione dei bisogni emergenti. La soluzione deve quindi garantire la riproduzione del rapporto salariato, ma entro i limiti ad esso corrispondenti, ed allo stesso tempo deve far emergere le condizioni di una produzione che comincia a spingersi al di là di questi limiti, ciò che è reso possibile solo nella riduzione del tempo individuale di lavoro resa a sua volta possibile dalla redistribuzione tra tutti del lavoro rimasto da fare.

Ultima modifica: 02 Ottobre 2017