Affinché la vittoria della sinistra non diventi una iattura

 

 

 Le elezioni politiche che verranno nel 2006 non sono una partita di calcio. Nelle partite l’importante è vincere, perché tutto comincia e finisce con l’incontro con gli avversari. Nelle elezioni politiche è indubbiamente importante vincere; ma tutto comincia dopo l’incontro con gli avversari. Le elezioni sono cioè come una prova di ammissione ad un processo successivo nel quale i contendenti debbono dimostrare - nella prassi di alcuni anni - la validità di quello che sostengono e la solidità delle fondamenta della loro cultura sociale e politica. Se Berlusconi è oggi destinato a perdere è appunto perché il suo dopo è stato disastroso. Col suo approccio volontaristico e con la sua ignoranza della storia, aveva promesso ricchezza e sviluppo, ma si è ritrovato a determinare impoverimento e ristagno. Si era impegnato per un accrescimento delle libertà, ma ha saputo solo allargare quelle di coloro che già ne godevano in forma conflittuale e contraddittoria, contro i bisogni della maggior parte della popolazione. Aveva promesso integrazione, e invece ha aggravato la disgregazione in atto da un ventennio. Per questo confida oggi sulla propaganda, cioè sulla capacità di ottundere la percezione storica degli elettori.

 

Ma se vince la sinistra?

Ora, per auspicare una vittoria della sinistra occorre essere convinti che quest’ultima sia depositaria di un reale potere alternativo, che permetta finalmente di avviare a soluzione i problemi che si trascinano da quasi un trentennio. La “nave” dell’eventuale governo dell’Unione comincerà infatti a navigare all’indomani delle elezioni nel periglioso mare della crisi sociale, ed il bagaglio culturale che avrà caricato prima di prendere la rotta deciderà della possibilità o meno di giungere nel porto della propria conferma sociale. Una conferma che non va misurata sulla capacità di “reggere” per il mandato ricevuto, ma su quella di avviare una fase storica diversa da quella che sta tramontando.

Qui bisogna essere chiari. A parte che il “porto” di approdo non ha ancora trovato una indicazione chiara; va aggiunto che molti di coloro che tracceranno la rotta sono convinti di poter tornare a percorrere vie analoghe a quelle percorse nel passato recente, certi di poter ottenere risultati diversi da quelli che sono stati ottenuti in precedenza. Eugenio Scalari, ad esempio, ha apertamente sostenuto su la Repubblica che se il centro-sinistra riprenderà il programma avviato nella tornata elettorale vinta in passato si troverà sulla retta via. Un’affermazione sulla quale c’è ovviamente da dubitare, in quanto non fornisce alcuna spiegazione del perché Berlusconi sia tornato a vincere proprio quando quella strategia è giunta a maturazione.

 

Il cambiamento necessario è radicale

In questa sede, come economisti critici, ci siamo riuniti con la consapevolezza di non poter coltivare troppe illusioni. Non sono però sicuro che siamo pienamente consapevoli della radicalità, e dunque della difficoltà, del mutamento di orientamento del quale abbiamo bisogno. Ho sentito alcuni dei colleghi che mi hanno preceduto sottolineare la necessità di alcune “riforme”. C’è chi ha parlato della necessità di riformare il mercato del lavoro, abolendo la legge 30. C’è chi si è soffermato sulla necessità di una riforma della scuola e dell’università. Si tratta di sollecitazioni che non possono non essere condivise, ma che purtroppo rimangono su un terreno troppo particolaristico. Quello che ci manca è, appunto, un sintesi coerente dei problemi che hanno investito l’istruzione dopo le grandi attese degli anni Sessanta; così come siamo privi di una chiara comprensione dei problemi che sono esplosi, negli ultimi trent’anni sul mercato del lavoro.

Se non riusciamo a dar corpo ad una sapere alternativo, che va al nocciolo della crisi nella quale siamo precipitati resteremo racchiusi in uno spazio culturale che non è in grado di sostenere la spinta al cambiamento, appunto perché di “alternativo” resteranno solo le intenzioni. Per questo mi sembra riduttivo sostenere che “non intendiamo omologarci al primato del mercato”. Con questa espressione manifesteremmo un sentimento, non espliciteremmo un progetto; coglieremmo il malcontento, senza riuscire a trasformarlo in un’energia costruttiva.

 

Il punto di partenza per l’alternativa

Credo che per procedere dovremmo avere due punti metodologici di riferimento, perché senza metodo ci si muove sempre alla cieca. Il primo: Marx dice molto chiaramente nei Grundrisse “se non trovassimo occultati nella società così come è, le forze produttive ed i rapporti sociali necessari per una formazione superiore, ogni tentativo di trasformazione sarebbe uno sforzo donchisciottesco”. Il secondo, sempre mutuato da Marx, è che queste nuove forze all’inizio si presentano come forze distruttive. Come forze che fanno male. Perché fanno male? Appunto perché sono forze nuove. Noi non abbiamo ancora imparato a conoscerle, non abbiamo ancora imparato a controllarle ed esse operano in una forma contraddittoria.

Trovo che un’osservazione, ripetuta per ben tre volte nell’articolo con il quale Parlato ha presentato sul manifesto questo convegno, possa costituire il concreto bandolo della matassa dal quale avviare il ragionamento. Parlato scriveva “ma è molto tempo che il mercato non c’è più. Nel migliore dei casi è solo una copertura per politiche private”.

Ora, che cosa vuol dire che il mercato “non c’è più”? Se il rapporto di merce è così profondamente cambiato da non costituire più il collante sociale fondamentale, quali altre forze tengono insieme la società e in che cosa sono diverse dal mercato. Quali forze sociali sono state sviluppate, dal capitale, dai lavoratori e dagli altri soggetti sociali, nel corso del Novecento? In che modo queste forze consentono una riproduzione che va molto al di là del mercato? Quando noi accettiamo questo punto di partenza cambia tutto, ed il tessuto sociale assume una forma enigmatica. In genere questa accettazione manca. Le forme di pensiero e le forme della sensibilità alle quali siamo abituati gravano su di noi, e ci spingono a leggere e a rileggere continuamente il nuovo come se fosse ancora il vecchio. E per consolarci cerchiamo una via di fuga nella manifestazione di una volontà alternativa. Vogliamo “alro” – un altro mondo, altre relazioni tra gli esseri umani e con la natura – ma questa alterità resta quasi sempre una configurazione priva di sostanza, che naufraga nello scontro con la realtà.

Dico questo perché il dibattito odierno appare sempre più come una stanca, farsesca, ripetizione del dibattito degli anni ’30 del Novecento. Un esempio. Si discute molto a sinistra se sia meglio lo stato o il mercato, come se questa controversia avesse ancora un senso. Si tratta di una questione affrontata e risolta nei primi tre quarti del Novecento. Non a caso John M. Keynes, fin dal lontano 1925, decretò la “fine del laissez faire, cioè il sostanziale tramonto della concorrenza e del mercato. (Per ovvie ragioni di spazio non entro nel merito di questa affermazione.) Una moltitudine di pseudo modernisti di sinistra ha operato, negli ultimi decenni, per “ridare spazio al mercato”. Dovrebbe ormai essere chiaro che si trattava di una chimera. Il mercato infatti non regola più niente: non media efficacemente il ritorno in circolo delle risorse come investimenti; non garantisce un incremento dell’efficienza produttiva; non riflette il valore delle cose. Altri economisti di sinistra, nel prendere atto di questa evoluzione, dicono che c’è bisogno di una crescita dell’intervento dello stato, un recupero di alcune funzioni che ha svolto e sono state smantellate. Essi però dimenticano che tutto il bailamme sulla natura positiva del mercato è scaturita da un dato di fatto inoppugnabile, la crisi che stiamo attraversando prende corpo sul finire degli anni ’70, come crisi dello Stato sociale. Non basta dunque riaffermare volontaristicamente che occorre ridare spazio allo stato. Bisogna comprendere perché Reagan e la Tatcher sono riusciti a sfondare nel loro paese, e perché poi tutti gli altri paesi si sono lentamente accodati, al punto che la stessa Unione Europea poggia sui principi enunciati da chi si è battuto contro lo Stato sociale.

 

La cultura con la quale iniziare il viaggio

Gli studiosi più seri non si limitano a riferirsi a questo o a quel particolare provvedimenti. Non parlano genericamente di necessità di ridistribuire il reddito in maniera più egualitaria, di garantire il pieno impiego, ecc. Entrano nel merito, come hanno fatto Federico Caffè e Giorgio Lunghini, del sistema di pensiero del quale c’è bisogno. Così negli ultimi anni, Lunghini ha ripetutamente sollecitato a prendere come punto di riferimento la “filosofia” contenuta nelle “Note Conclusive” della Teoria Generale di Keynes. Ma a mio avviso ciò non basta. Quello che Keynes proponeva è stato fatto. Non dimentichiamo mai che noi abbiamo goduto per 30 anni in Europa e in parte anche negli Usa di una situazione di pieno impiego. C’è stato uno sviluppo che non è stato mai eguagliato in passato, al punto che negli anni ’80 si riconosceva con facilità che nei paesi sviluppati si era ormai giunti ad una situazione nella quale i due terzi della popolazione si erano ormai sostanzialmente emancipati dalla preesistente situazione di miseria.

Per quanto contraddittorio, per quanto disomogeneo, lo Stato sociale keynesiano ci ha condotto alle soglie di un mondo dell’abbondanza. Se questo è vero, il bagaglio culturale con il quale dobbiamo iniziare il viaggio non è quello delle “Note conclusive” della Teoria Generale, ma quello, sempre keynesiano delle Prospettive economiche per i nostri nipoti. In questo scritto, antecedente alla Teoria Generale, Keynes è quanto mai esplicito: le società sviluppate non possono sperare di andare avanti all’infinito con le politiche di intervento economico che sto proponendo. Dopo una fase di abbondanza, dopo una fase nella quale le cose andranno verso il pieno impiego stabile, interverrà nuovamente una difficoltà a riprodurre il lavoro salariato, una difficoltà che sarà determinata proprio dal sopravvenire dell’abbondanza. Chi ricorda il famosissimo passo del secondo volume dei Grundrisse nel quale Marx affronta la questione delle tendenze di lungo periodo, sa che anche Marx riteneva che il rapporto di valore – e dunque il lavoro salariato – sarebbero entrati in contrasto con la situazione di abbondanza determinata dallo sviluppo capitalistico.

Ecco il punto di fondo su cui noi dobbiamo ragionare approfonditamente. Qual è l’essenza dei rapporti capitalistici? La creazione del rapporto di lavoro salariato - prima dei rapporti capitalistici il rapporto di lavoro salariato non era una rapporto normale - e la sua riproduzione su scala allargata. Senza riprodurre il rapporto di lavoro salariato il capitale non si riproduce. Il suo arricchimento, l’accumulazione, ha luogo solo attraverso il rapporto di lavoro salariato. Keynes sottolinea che già nella prima metà del Novecento il capitale si scontrava sistematicamente con la propria incapacità di tornare ad impiegare i lavoratori che rendeva superflui. Da qui la sollecitazione all’intervento pubblico, grazie al quale la società poteva procedere a soddisfare i grandi bisogni sociali e a garantire un nuovo sviluppo basato sulla riproduzione del lavoro salariato attraverso una mediazione sociale diversa da quella capitalistico. Se questa è l’essenza dei rapporti capitalistici come possiamo comprendere la crisi odierna se la prima volta che si è presentata una difficoltà strutturale in questi rapporti nel corso degli anni 20 e 30 con una disoccupazione stabile di massa e una stagnazione terrificante, se non sappiamo riconoscere che quella difficoltà si è già presentata nella storia ha già avuto una risposta con uno stato sociale che appunto realizza la politica del pieno impiego scostandosi dai rapporti capitalistici. Basti pensare che in Inghilterra nel dopo guerra tutta l’occupazione creata è stata pubblica, 5 milioni di posti di lavoro, l’occupazione statale è diventata 1/3 dell’occupazione totale.

Quella del pieno impiego realizzato con le politiche dello Stato sociale è dunque stata una risposta coerente. E grazie ad essa abbiamo goduto di uno sviluppo miracoloso. Ma, come ricordavo, lo stesso Keynes dice: non crediate di poter procedere indefinitivamente così, perché il lavoro salariato ha un limite; non può essere riprodotto all’infinito. Ed aggiunge: voi naturalizzate questo tipo di attività lo considerate intrinseco all’essere umano, ma, pur senza mai arrivare agli estremi di Marx che considera il lavoro salariato alienante, Keynes ne sottolinea abbondantemente i limiti. Quando gli esseri umani del futuro – che saremmo noi - saranno molto più ricchi, loro bisogni non potranno più svilupparsi su una base che consente la riproduzione su scala allargata del rapporto di lavoro salariato. Bisognerà allora agire in modo da individuare il lavoro necessario e ridistribuirlo tra tutti.

 

Perché il timore di una iattura?

Sempre nella presentazione di questo convegno, Parlato ci ricordava Rudolf Hilferding. Di come questi avesse compreso l’evoluzione monopolistica del capitale. Purtroppo però Hilferding fu anche quel ministro del Governo di Weimar che si oppose strenuamente all’intervento dello stato nell’economia, appunto perché confidava sulla riproducibilità del rapporto di lavoro salariato nell’ambito delle relazioni capitalistiche. E i cinque milioni di disoccupati che si associarono alle sue politiche dell’epoca pesarono non poco sul successivo affermarsi di Hitler. Questo per dire che l’operare dei politici e dei tecnici non è mai ininfluente. Se un politico sbaglia non lascia la situazione immutata. Come un medico maldestro peggiora la salute dei propri pazienti, così chi gestisce la cosa pubblica maldestramente genera un incancrenirsi della situazione.

La iattura è quel comportamento che i naviganti pongono in essere quando, colti da una tempesta, buttano precipitosamente a mare tutto quello che avevano imbarcato all’inizio del viaggio, nella speranza di salvare almeno la pelle. Più la crisi scava, più preesistenti ricchezze sociali vengono dissipate. Se a dissiparle sono i Berlusconi di turno, non fa scandalo, appunto perché dal loro punto di vista, non rappresentano una ricchezza. Ma se a dissiparle sono gli eredi di coloro che hanno costruito il Welfare, allora si che ci troveremmo di fronte ad una iattura.

 

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