Cookie Policy     Chiudi

Questo sito non utlizza cookies.
Per maggiori informazioni leggi la nostra Cookie Policy

Quaderni di Formazione online

Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

QUADERNI 2018

QUADERNI 2017

 QUADERNI 2016

In questa sezione vengono pubblicati dei saggi finalizzati all’attività di formazione on-line da parte del Centro Studi. Si prevede la pubblicazione a cadenza almeno mensile di documenti che in qualche modo inquadrino in modo semplice il problema della necessità di redistribuire il lavoro.

Quanti sono interessati ad approfondire i problemi contenuti nei testi di volta in volta proposti possono farlo scrivendo a bmazz@tin.it.

Quel Pane da spartire

Teoria generale della necessità di redistribuire il lavoro

C'era la volontà, ma mancava la capacità.

Karl Marx, Manoscritti del 1844

 

II tempo è lo spazio per lo sviluppo delle capacità.

Karl Marx, Teorie sul plusvalore, 1862

Pubblichiamo la parte conclusiva di Quel pane da spartire. Come si ricorderà, nel quaderno precedente abbiamo svolto una critica radicale dei tentativi, ricorrenti tra i critici della cultura dominante, di affastellare tutte le proposte che appaiono godere di un aspetto positivo, senza distinguere ciò che rappresenterebbe uno svolgimento contraddittorio della situazione da ciò che invece risponde al problema della crisi in modo coerente.

Il lettore superficiale potrebbe balzare alla conclusione che, una volta individuato che la prospettiva della redistribuzione del lavoro tra tutti, senza riduzione del salario individuale, è quella giusta, il problema di come procedere sia definitivamente risolto. Ma ciò costituirebbe l’espressione di una grave ingenuità.

 

La riduzione dell’orario di lavoro, come dimostrano le vicende della Francia, può essere introdotta su una base teorica del tutto inconsistente, o addirittura volontaristica. Oppure, come evidenzia la storia delle lotte tedesche, può limitarsi a costituire una conquista corporativa di questo o quel settore. Per questa ragione il testo, in quest’ultima parte, prende di petto la questione che era stata sollevata nelle batture conclusive dell’ultimo quaderno: come si pone il problema della redistribuzione del lavoro?

In un confronto serrato con altri autori che hanno avanzato a suo tempo la proposta della riduzione dell’orario di lavoro, il testo approfondisce quelli che sono i vincoli teorici e pratici che debbono essere rispettati per non incappare in uno svolgimento contraddittorio dei cambiamenti per i quali ci si batte.

 

Sembrava, quanto il testo fu pubblicato, che i tempi fossero maturi per i primi passi avanti nella direzione della redistribuzione del lavoro, ma le cose sono andate molto diversamente e, invece di godere di un progresso la società ha sin qui sofferto di un grave regresso. Della lotta per le 35 ore si è infatti persa ogni memoria, e la disoccupazione ha finito con l’assumere una dimensione sempre più strutturale. Proprio perché il testo non si era crogiolato in un approccio politicistico al problema, i vincoli in esso evidenziati conservano tutta la loro rilevanza e dovranno essere tenuti fermi se e quando il movimento per l’alternativa comincerà nuovamente a fare qualche timido passo avanti.

La redistribuzione del lavoro, cruna per lo sviluppo

 

Non saremo certamente noi a negare che questa tendenza è stata ed è largamente presente nella società. Il movimento dei lavoratori, i movimenti ambientalisti e quelli femministi, così come quelli dei giovani, hanno più volte volte manifestato, nel corso degli ultimi tre decenni, un rapporto critico con il sistema dei bisogni in generale. Essi hanno tuttavia sottovalutato un aspetto essenziale della trasformazione per la quale si battevano, e cioè che essa non poteva intervenire senza la produzione di uno spazio sociale nel quale quella elaborazione potesse essere coerentemente praticata. In altri termini essi hanno agito come se i bisogni dei quali si facevano portatori avessero già una forma corrispondente alle condizioni della loro soddisfazione, e cioè fossero già in grado di trascendere i limiti propri della forma denaro.

Com'è noto, però, nonostante la grande forza con la quale si è cercato di farli valere, questi bisogni hanno finito col restare in gran parte insoddisfatti. La ragione di questo fallimento va a nostro avviso ricercata proprio nel fatto che essi non hanno conquistato una base sociale coerente, e cioè che li si è formulati in maniera idealistica, ignorando completamente il problema della loro forma produttiva. Ciò ha fatto sì che, mentre da un lato venivano immaginati come espressione di una nuova universalità, decadessero di volta in volta a forme particolari della ricchezza, incapaci di sovrastare l'universalità del denaro.

Ma in che modo questi bisogni possono conquistare una forma produttiva coerente con la loro natura? Come possono mediare uno sviluppo delle capacità umane che è fine a se stesso, e cioè tale da determinare la produzione di una ricchezza che non prende più corpo in una situazione di miseria generalizzata e che quindi non esprime solo uno stato di necessità? La risposta è relativamente semplice: riconoscendo che l'elemento che potenzialmente li accomuna è quello della ricerca di una libertà nuova. Una libertà attraverso la quale il soggetto non agisce più in modo da assicurare la riproduzione altrui solo per assicurare la propria, e non produce per gli altri solo in quanto produce per se stesso. Il carattere della nuova universalità, tesa a conquistare alla produzione un terreno più vasto di quello praticabile attraverso il denaro, sta dunque nel fatto che il soggetto, da un lato, riconosce la natura storico-sociale dei suoi bisogni e proprio per questo accetta di porre, dall'altro lato, la loro soddisfazione come un problema che prende corpo già nel momento della loro stessa formulazione. Vale a dire che il carattere nuovo di questa ricchezza sta nel fatto che i singoli agiscono nella consapevolezza che gli ostacoli che si frappongono alla sua produzione emergono prima del momento della produzione vera e propria, e cioè nel momento dell'autoproduzione dei soggetti che stanno cercando di soddisfare i reciproci bisogni, e che quindi non basta cercare di accrescere il lavoro per produrla.

Proprio perché muove da questa esperienza, e fa del tempo disponibile la misura della possibilità di agire su questo momento antecedente al lavoro, la lotta per la riduzione del tempo di lavoro è la forma attraverso la quale il soggetto sviluppa una forma dell'individualità corrispondente al problema con il quale storicamente si confronta. La lotta per la riduzione del tempo di lavoro è dunque la lotta per la conquista della forma generale della ricchezza corrispondente alla soddisfazione dei bisogni nuovi e il soggetto che la pratica non è solo un portatore di questi bisogni, ma anche colui che sa riconoscere i vincoli ai quali essi debbono sottostare per essere realmente soddisfatti.

Certo gli individui possono continuare a considerare questo passaggio inessenziale, e battersi per la soddisfazione dei loro bisogni a prescindere dalla redistribuzione del lavoro e del tempo libero. Ma così facendo dimostreranno di ignorare le mediazioni attraverso le quali soltanto quei bisogni possono conquistare una forma che esprime l'umanità ancora da produrre. Sentendosi già liberi, non potranno «lavorare» a produrre la libertà che manca, e saranno condannati a soffrire della loro impotenza. Inclusa ovviamente l'impotenza corrispondente al dilagare della disoccupazione di massa.

GLI ALTRI QUADERNI PUBBLICATI

 

Q. nr. 6/2018 – Gli ostacoli sulla redistribuzione del lavoro (IV e ultima Parte)

Q. nr. 5/2018 – Gli ostacoli sulla redistribuzione del lavoro (III Parte)

Q. nr. 4/2018 – Gli ostacoli sulla redistribuzione del lavoro (II Parte)

Q. nr. 3/2018 – Gli ostacoli sulla redistribuzione del lavoro (I Parte)

Q. nr. 2/2018 – Alla scoperta della Libertà che manca (V Parte)

Q. nr. 1/2018 – Alla scoperta della Libertà che manca (IV Parte)

 

Q. nr. 11/2017 – Alla scoperta della Libertà che manca (III Parte)

Q. nr. 10/2017 – Alla scoperta della Libertà che manca (II Parte)

Q. nr. 9/2017 – Alla scoperta della Libertà che manca (I Parte)

Q. nr. 8/2017 – Oltre la crisi del Comunismo

Q. nr. 7/2017 – Il Comunista negato – Un soggetto in bilico tra regresso e coazione a ripetere

Q. nr. 6/2017 – Oltre il capitalismo per scelta o per necessità? (Da l’uomo sottosopra) (Terza parte)

Q. nr. 5/2017 – Oltre il capitalismo per scelta o per necessità? (Da l’uomo sottosopra) (Seconda parte)

Q. nr. 4/2017 – Oltre il capitalismo per scelta o per necessità? (Da l’uomo sottosopra) (Prima parte)

Q. nr. 3/2017 – Quale prospettiva dopo la dissoluzione della politica? (Seconda parte)

Q. nr. 2/2017 – Quale prospettiva dopo la dissoluzione della politica? (Prima parte)

Q. nr. 1/2017 – Per comprendere la natura dello Stato Sociale e la sua crisi

 

Q. nr. 10/2016 – La crisi e il bisogno di rifondazione dei rapporti sociali - In ricordo di Primo Levi e Federico Caffè

Q. nr. 9/2016 –  1. L'individuo comunitario: una forza produttiva in gestazione? -

2. Il capitale è zoppo, non seguiamolo nella sua illusione di essere una lepre

Q. nr. 8/2016 - E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (Appendice)

Q. nr. 7/2016 - E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (V Parte)

Q. nr. 6/2016 - E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (IV Parte)

Q. nr. 5/2016 - E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (III Parte)

Q. nr. 4/2016 - E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (II Parte)

Q. nr. 3/2016 - E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato (I Parte)

Q. nr. 2/2016 - La disoccupazione al di là del senso comune

Q. nr. 1/2016 - Meno lavoro o più lavoro nell’età microelettronica?

 

Ultima modifica: 03 Dicembre 2018