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La dinamica e i mutamenti sociali del lavoro

 

Giovanni Mazzetti

Rubbettino Editore, 1990

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla quarta di copertina

Può esistere un "diritto" al lavoro ? Il testo cerca di fornire un'approfondita risposta a questo semplice, ma drammatico interrogativo. L'autore giunge alla conclusione che in nessun modo la partecipazione individuale all'attività produttiva, che costituisce il grande problema storico con il quale dobbiamo oggi confrontarci, può scaturire dalla operazione che lo pone come riconoscimento di un "diritto". Egli mostra come un approccio sociale e politico che pone il lavoro come "diritto", lasci intravedere una immaturità di fondo del movimento che se ne fa portatore. A suo avviso, l'orientamento profondamente ed ingiustamente antimaterialista di questo atteggiamento è confermato dal fatto che, attraverso di esso, gli uomini si aspettano che "la società" dia loro qualche cosa, mentre il problema storico attuale è semmai quello di darsi una forma della società nella quale la questione di consentire a ciascuno di produrre "secondo le sue capacità" sia una questione centrale. Nell'ambito di questo schema teorico, il testo reinterpreta il processo storico attraverso il quale si è affermato il Welfare State come un processo di riconoscimento del diritto al lavoro, e la crisi nella quale il Welfare State oggi si dibatte come una manifestazione contraddittoria della soluzione sociale elaborata per far fronte ai problemi che si presentano nella fase di decadenza del capitalismo.

 

 

 

Dalle conclusioni

Che fare ?

E' evidente che la critica qui avanzata al diritto del lavoro non è diretta a "strappare i fiori immaginari perchè l'uomo continui a portare quella catena, spoglia di ogni abbellimento fantastico e di ogni speranza", che è la disoccupazione, "ma perchè getti via la catena da sé e colga il fiore vivo". Lo scopo non è cioè quello di affermare l'insuperabilità della disoccupazione, bensì quello di dimostrare che, se la disoccupazione non è necessaria, come l'istanza del diritto al lavoro pretende di affermare, il limitarsi a compiacersi di essere astrattamente titolari di un tale diritto, lungi dal condurre ad un mutamento, svolge una funzione meramente consolatoria, riproduttiva della situazione data. La falsa immagine che il disoccupato ha di ciò che in realtà è gli toglie infatti quelle energie che farebbero la loro comparsa là dove la negazione dell'esistenza implicita nella sua condizione venisse percepita nella sua forma nuda e cruda. Come ha ampiamente dimostrato la psicologia contemporanea, se è vero che c'è un bisogno, è il grado di frustrazione che, entro certi limiti, fornisce una misura dell'energia con la quale il soggetto tenderà alla soddisfazione. Per questo la soddisfazione illusoria di un bisogno svolge necessariamente un ruolo riproduttivo della situazione data. E, innescando un falso senso di colpa sull'esperienza della necessità di una ribellione, inibisce la strutturazione di quelle forze che tenderebbero inevitabilmente alla trasformazione del contesto sociale.

Tuttavia, se gli uomini, quando si sono battuti per un diritto al lavoro, hanno effettivamente voluto qualcosa di concreto, occorre allora che si ridestino dai loro sogni, la smettano di trastullarsi con delle illusioni, che rimangono tali anche se sono enunciate in maniera roboante nella carta costituzionale che dà senso alla loro cittadinanza. Occorre cioè che gli individui non mistifichino sulle loro possibilità e cerchino di far valere i loro bisogni in forma razionale.

Come abbiamo ampiamente dimostrato in altra sede, è giunto il momento di riconoscere che nei paesi industrialmente maturi non è possibile oggi espandere ulteriormente il lavoro. Ciò implica che la pura e semplice attesa di una nuova fase di sviluppo spontaneo dei rapporti monetari, come processo nel quale il problema della disoccupazione di massa sia in grado di trovare una soluzione, si presenta come un'attesa di tipo miracolostico.

Ciò lascia aperta una sola via per la soddisfazione del diritto al lavoro. Vale a dire che se questo bisogno è effettivamente un bisogno necessario, come la collocazione del diritto al lavoro tra i principi sui quali lo stato è fondato vuol lasciar intendere, allora la società non può far altro che procedere celermente ad una redistribuzione del lavoro rimasto tra tutti coloro che intendono porsi come lavoratori. Non è questa la sede per sviluppare una teoria della redistribuzione del lavoro e per individuare le condizioni affinchè questa soluzione non si presenti come contraddittoria. Qui ci premeva solo dimostrrare, come ci sembra di essere riusciti a fare, una condizione preliminare all'impostazione di tale teoria e cioè che qualsiasi riconoscimento sociale dell'esistenza di un diritto al lavoro che riesca ad assumere una forma razionale che rinuncia a voler restare un pio desiderio, si trasforma nel riconoscimento di un bisogno della redistribuzione del lavoro.

Certamente, in rapporto a questa ipotesi vale una considerazione del tutto analoga a quella che Keynes svolse in rapporto alle proposte di politica economica che aveva avanzato negli anni Trenta. E' certo, cioè, che i capitalisti, e in buona parte gli stessi sindacalisti e politici, così come i funzionari statali, sperimentano una proposta del genere come una minaccia allo sviluppo e alla riproduzione sociale, ma questa esperienza scaturisce dall'unilateralità omeostatica delle forme di pensiero di quanti vivono già la situazione attuale dal suo lato riproduttivo. la nostra convinzione è che quella della redistribuzione del lavoro vada difesa come unica soluzione che consente alla formazione sociale della quale facciamo oggi parte di non perire disastrosamente prima di aver dato corso a tutte le forze produttive in essa potenzialmente contenute. Tra tutte le forze immaginabili di una ricongiunzione degli individui alle condizioni della loro vita umana, questa è l'unica che consenta un approccio socialmente non lacerante, poichè è l'unica che dimostra praticamente che il bisogno che si dichiara sottostare alla "costituzione dello stato" è effettivamente un bisogno della comunità. Essa è l'unica capace di assicurare la ricongiunzione delle capacità produttive degli individui alle condizioni della loro estrinsecazione senza che ciò sia mediato dalla distruzione vilolenta delle forme sociali che attualmente la impediscono.

Può darsi che i governanti dei paesi occidentali non credano questa necessità e pretendano di poter riuscire a rispettare per altra via il vincolo del diritto al lavoro per tutti che li lega ai cittadini. Che, sostenuti dalle illusioni delle classi egemoni, essi ritengano di poter rinviare indefinitamente il momento in cui saranno costratti ad imboccare la strada della redistribuzione del lavoro.

Abbiamo detto all'inizio che è del tutto comprensibile che i "padri fondatori" delle republbiche del dopoguerra abbiano potuto credere che fosse sufficiente limitarsi ad inserire nella costituzione dei loro stati un astratto riconoscimento di un diritto al lavoro. Così facendo essi hanno però espresso in maniera inequivocabile su che cosa questo stato si fonda. Nel momento in cui si scopre - come oggi risulta evidente - che un'attesa di uno sviluppo capace di assicurare spontaneamente quel diritto è un'attesa messianica, l'unica via aperta per continuare a poggiarsi su questo fondamento dello stato è quella della redistribuzione del lavoro.

Sarebbe tuttavia ingenuo credere che, data questa necessità, essa si presenterà sempre come possibilità, e cioè che la via della redistribuzione del lavoro rimarrà sempre aperta. Come per qualsiasi organismo vitale, anche per uno stato è essenziale che il momento in cui una trasformazione ha luogo sia quello in cui essa è imposta dalle circostanze. E come per l'organismo che perde il momento coerente con l'azione indispensabile al suo adattamento riproduttivo sopravvengono la dissoluzione e la morte, così può accadere che lo stato decada talmente agli occhi dei suoi stessi cittadini, da presentarsi loro soltanto come appartenenza ed inganno.

Non è la prima volta che la storia ha dovuto constatare la scomparsa di stati che non meritavano più di esistere. Se un fato analogo incomba oggi sul nostro stato dipende, in fondo, anche da quanto sinceramente crediamo in uno dei suoi fondamenti.

 

Ultima modifica: 31 Marzo 2019