Può il denaro contenere la ricchezza umana che abbiamo prodotto ?

Fissiamo innanzi tutto un punto fermo: il denaro è la nostra ricchezza. Questa può sembrare un’osservazione banale. Ma come vedremo, dietro questa apparente banalità si nasconde una moltitudine di problemi. Esplicitiamo in che senso dobbiamo riconoscere che il denaro è la nostra ricchezza, perché spesso le cose che più influenzano la nostra vita passano inosservate. Noi tutti, ad esempio, in questo momento stiamo respirando, ma nessuno di noi vi presta attenzione, perché avviene spontaneamente e ce ne accorgiamo solo “se” e “quando” emergono delle difficoltà. Credo che la maggior parte delle persone, esattamente come per il respiro, non sia consapevole di come il denaro “fa” la nostra vita, di quanto, cioè, sia la nostra ricchezza. Per esempio noi ci svegliamo in una casa perché paghiamo un affitto o l’abbiamo comprata, ci troviamo in un letto che abbiamo acquistato, accendiamo la luce perché paghiamo una bolletta, ci prepariamo un caffé acquistato, accendendo un gas a sua volta comprato (ed è un elenco che potrebbe continuare per pagine e pagine). Il denaro media, dunque, continuamente la nostra riproduzione momento per momento. Il denaro è cioè il nostro mediatore sociale. Gli atti riproduttivi che sono mediati dal denaro ci appaiono così naturali, che avvengono senza che noi vi prestiamo particolare attenzione. Ce ne accorgiamo solo quando abbiamo difficoltà a procurarci il denaro, oppure quando viene a mancare del tutto.

 

Perché il denaro è una forza produttiva sociale.

Il punto di partenza della nostra riflessione è perentorio: l’economia politica sbaglia completamente quando concepisce l’atto di scambio come un comportamento naturalmente umano, e desume da questa naturalizzazione, che il denaro è un mero espediente per facilitare lo scambio. Al contrario, lo scambio compare solo tardi nello sviluppo, e il denaro corrisponde solo al generalizzarsi di questo rapporto, che rappresenta uno straordinario svolgimento delle relazioni umane. Cerchiamo di analizzare il come e il perché.

Gli esseri umani iniziano come gli animali, cioè si aggregano naturalmente in piccoli gruppi locali (come per esempio gli scimpanzé o i macachi) e hanno forme di cooperazione istintive e naturali. Lentamente si instaura un’evoluzione che li conduce a diventare ciò che noi chiamiamo “esseri umani”. Ad esempio cominciano ad elaborare una rappresentazione delle origini e delle forme che danno corpo all’organismo sociale al quale appartengono, alla propria comunità. Indagano sul giusto e sull’ingiusto, cioè su ciò che può consentire la riproduzione della comunità e su ciò che può distruggerla. Ma chi è fuori rispetto a questa comunità, l’estraneo, continua ad essere “estraneo”; non è cioè considerato come un “altro” essere umano.

La cooperazione non costituisce dunque un istinto umano, se non che a livelli animaleschi. E’ piuttosto il risultato di un lungo processo di sviluppo, che ad un certo punto, con l’instaurarsi di un rapporto universale tra gli umani, trova la sua manifestazione coerente nel denaro. Fino a quando non comprendiamo questo abbiamo una rappresentazione del denaro astratta e inconsistente. Se osserviamo antropologicamente forme di cultura del passato, troviamo che sono tutte localistiche e gli esseri umani imparano a cooperare e stabilire un legame al di là di queste culture proprio perché il denaro consente di astrarre dal particolare modo di vita degli organismi che scambiano i loro prodotti. Un altro aspetto essenziale che dobbiamo avere ben presente nella nostra analisi, è che il rapporto di denaro è un rapporto libero quando si presenta, secondo quanto afferma Marx quando produco delle cose in più rispetto alla produzione della mia comunità, “c’è un’eccedenza”. A quel punto si può stabilire che quella determinata cosa che non è stata prodotta unicamente per lo scambio (che non può essere quindi considerata merce in quanto non cerca immediatamente il denaro), può essere scambiata e tale atto si può ritenere libero e media la riproduzione della società.

Quindi possiamo affermare, come secondo punto essenziale della nostra riflessione, che l’atto di scambio è un rapporto libero; è la manifestazione coerente e non contraddittoria della volontà degli individui. Individualmente posso non scambiare e riprodurmi senza lo scambio. In tal senso prevale quella indifferenza reciproca insita nel rapporto di scambio, in cui non è presente un legame preesistente. Questa è in sintesi una delle più grandi conquiste di Marx il quale afferma che il rapporto di scambio si basa “sull’indipendenza reciproca” di coloro che procedono allo scambio.

 

Alcuni aspetti contraddittori del denaro

Ma cosa accade con lo sviluppo dei rapporti di scambio? Gli esseri umani imparano a cooperare fra di loro attraverso la divisione del lavoro, che rimane una divisione spontanea e non una divisione coordinata e indirizzata. Ogni individuo si adatta alle condizioni che emergono, e procede sulla base delle sue capacità. Si lascia sempre più alle spalle i preesistenti organismi nei quali i suoi antenati erano cresciuti e appare sempre più come un individuo singolo. Qui interviene un apparente paradosso: quanto più si sviluppa l’indipendenza reciproca fra gli individui, tanto più aumenta la dipendenza di ciascuno da tutti gli altri. Ai ristretti vincoli di dipendenza locali si sostituiscono, infatti, proprio attraverso la divisione del lavoro, rapporti sempre più ampi con estranei. Qui deve essere chiaro che sono due passaggi concomitanti e bisogna tenere ben presente su ciò che ci separa dal mondo di appena 250-300 anni fa quando il rapporto di scambio era ancora marginale. Infatti una delle più interessanti note di Marx è: ”A. Smith afferma che lo scambio è una cosa fondamentale per la ricchezza. Ma nel tempo storico in cui scrive Smith la maggior parte degli inglesi dipendeva dall’autoproduzione e cioè solo una parte minima della ricchezza complessiva dipendeva dallo scambio”. Nel ‘700 i rapporti di denaro erano estremamente ridotti, praticamente inesistenti, e la maggior parte degli individui si riproduceva attraverso l’autoproduzione immediata (il 60-70% della popolazione viveva in zone rurali) o produceva una miserevole base produttiva personale. I rapporti economici con estranei erano estremamente saltuari. Dobbiamo pensare che in Italia, a Roma, nel 1860 il salario giornaliero del lavoratore era “un’arringa affumicata, un pezzo di pane e un cucchiaio di olio”, per avere un’idea concreta di come fosse limitata l’interazione economica dell’epoca. Pensiamo all’oggi in cui ciascuno di noi vive in una moltitudine di rapporti con molteplici relazioni produttive. Il rapporto di scambio consiste proprio in questo: gli individui stabiliscono sempre più nessi intricati. Per fare un esempio mentre noi stiamo in questa sala la luce elettrica che la illumina proviene da qualche impianto francese, il nostro orologio proviene dal Giappone, il nostro computer è stato fatto in Irlanda, le scarpe che indossiamo sono fatte in Cina e così via. In pratica noi tutti dobbiamo essere consapevoli di questi rapporti molteplici, anche se la maggior parte delle persone non è consapevole oppure non è interessata ad esserlo. Il punto rimane però un dato incontestabile che è quello che noi siamo dipendenti da una moltitudine di rapporti che se fossero interrotti il nostro processo riproduttivo si “incepperebbe”. Il punto focale è dunque il seguente: proprio là dove gli individui affermano con maggiore determinazione la loro reciproca indipendenza personale, è anche l’epoca nella quale essi sono in realtà sempre più “dipendenti” materialmente gli uni dagli altri.

A questo punto emerge un problema: nei Grundirisse o “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”(1857)” Marx definisce questa situazione in termini molto chiari: “gli individui (dice) sono impegnati a stabilire tra loro i nessi sociali della riproduzione, ma non lavorano ancora a sottometterli ad un comune controllo”. Ritengono cioè di poter continuare indefinitamente ad agire come proprietari privati. Ma com’è accaduto alle preesistenti forme della produzione, anche per il denaro il rapporto non può mai rimanere uguale a se stesso (questo è uno dei più grandi insegnamenti di Marx). Nel processo riproduttivo emergono problemi e difficoltà che occorre risolvere, e per risolverli gli individui debbono cambiare la situazione sociale, determinando una trasformazione che non potrà non riflettersi su ciò che sono. Per questo le contraddizioni operano come un elemento di trasformazione dinamica.

 

Un grande cambiamento

Per ovvie ragioni di tempo non possiamo ripercorrere molti dei mutamenti riguardanti la natura del denaro. Nella seconda metà dell’800, il mercato subisce profonde trasformazioni, verso organizzazioni monopolistiche, per cui il rapporto del denaro muta la sua natura. Nel corso degli anni ’20, per fare un esempio più vicino ai nostri giorni, si manifesta un problema in forma più grave delle epoche storiche precedenti. Prima c’erano state delle gravi crisi capitalistiche, ma nessuna aveva mai insistito in modo così persistente come accadde in Inghilterra a partire dal 1920 e successivamente in tutto il mondo dal 1929. In precedenza le crisi erano state più brevi, duravano due o tre anni e anche se ci fu un fenomeno protratto nel tempo come dal 1874 al 1894, era stato pur sempre un fenomeno contenuto in cui la disoccupazione non era mai salita al di sopra del 6-7%. Al contrario ad iniziare dal 1920 fino al 1939 la disoccupazione in Gran Bretagna non scese mai al di sotto del 15%. In questo periodo compare sulla scena una persona intelligente come J. M. Keynes, il quale comprese che il sistema delle classi si stava disgregando, e i rapporti sociali capitalistici erano giunti ad un punto di svolta.

Keynes comprese che la Prima guerra mondiale segna una svolta, con il coinvolgimento nella modernità di grandi masse, con lo sviluppo del lavoro industriale su vasta scala; aveva cioè finito col minare alla base il vecchio mondo. Infatti, da un lato, abbiamo una serie di bisogni che prorompono, dall’altro, quando un membro non è più un membro passivo di una classe sociale (come può essere il proletariato) non si comporta più come prima: cioè emergono tutta una serie di rivendicazioni che precedentemente non venivano considerate “naturali”. Il proletariato è educato dal fatto che la società produce una ricchezza materiale straordinaria e ne vuole entrare in possesso. Per esempio aspira ad una “casa in cui vivere”; aspira a non “soffrire delle malattie” e inizia un processo di rivendicazione che prima non era nemmeno formulabile.

E’ in questo quadro che Keynes ritiene di avviare la comprensione dell’evoluzione in corso, concentrandosi sulla natura del “denaro” (tale ricerca e studio inizia molto presto quando era funzionario presso il Ministero dell’India) e scrive un testo “La moneta e le finanze indiane”(1913) in cui questiona il legame tra la “moneta” e l’oro. In questo testo Keynes afferma che il “denaro” non può essere considerato una cosa “oggettiva”, e se lo è ciò accade solo perché esso costituisce una “barbara reliquia del passato”. Nell’evoluzione della società esso si è trasformato in un “rapporto” e deve poter essere sottomesso ad un controllo consapevole da parte dei governi e della società. Attraverso altri scritti e trattati Keynes continua questo lavoro di ricerca introducendo delle intuizioni molto importanti e utili arrivando fra il 1928 e il 1932 ad alcuni passaggi fondamentali. Esaminiamoli.

Il primo passaggio: Keynes prepara il suo “Trattato Generale” (1936) e si imbatte nella distinzione di Marx fra il “denaro come denaro” e il “denaro come capitale” e afferma che “tutti gli errori degli economisti derivano dal fatto che considerano la società come una società cooperativa, cioè come se gli individui producessero “merci” solo per soddisfare i reciproci bisogni e lo scambio intervenisse solo a questo livello. Ma questa rappresentazione non regge, perché in realtà la società si fonda su una base completamente diversa. Gli imprenditori investono e chiamano la forza lavoro ad una attività il cui scopo non è quello di “soddisfar bisogni”. E’ vero che i lavoratori attraverso il loro lavoro producono le condizioni della loro esistenza, ma non sono loro a decidere la possibilità dell’attività produttiva. Infatti, se gli imprenditori non investono la produzione si “blocca” e ciò che impedisce agli imprenditori di investire è la caduta del “saggio di profitto”. La società che ha goduto di un’elevata accumulazione di capitale, non riesce a trovare nuovi campi nel quale fare altri investimenti, raggiunge una saturazione e molti investimenti si trasformano in una “perdita” anziché in un guadagno. Per tale motivo l’imprenditore blocca le proprie iniziative espansive e continuando ad agire solo su un lato del rapporto capitalistico, riduce i costi produzione, rendendo “superflua” una parte crescente del lavoro. Poiché in tal modo non trova nuovi “usi” per il lavoro che rende superfluo, il risultato è di una disoccupazione di massa persistente.

Con un ulteriore passaggio fondamentale, Keynes critica l’approccio economico prevalente che esclude la possibilità di una “disoccupazione involontaria”. Poiché per il lavoratore il lavoro è condizione di vita la disoccupazione può derivare solo da una difficoltà di “vendita della propria forza lavoro”. In pratica il lavoratore “venderebbe” la sua merce (forza lavoro), ma l’imprenditore è impossibilitato ad acquistarla e così lo lascia disoccupato. Qui Keynes sposta il paradigma in modo mirabile e riprende la distinzione marxiana del “denaro come denaro” e “del denaro come capitale” che è alla base della realtà sociale e con questa distinzione individua il meccanismo che blocca la società. Gli economisti ortodossi aderiscono ad una visione ingenua, secondo la quale chiunque cerca di vendere sul mercato una merce trova sempre un compratore. Ma tale ipotesi si fonda su una visione del mercato come un “mondo dei sogni” perché non è previsto alcun coordinamento o discussione comune su “che cosa produrre, quanto produrne e come produrlo, oltre che a che prezzo vendere”. Per questo, sul mercato si manifestano “ingorghi”, costituiti dalle merci non vedute.

Il primo passaggio, appena descritto, è stato il più accettato del lavoro di ricerca di Keynes. Ma egli ha attuato anche un secondo passaggio che, al contrario del primo, non è stato accolto e compreso dalla maggior parte degli economisti, mentre se riportato ai nostri giorni ha un ruolo rilevante.

In due articoli del 1928 Keynes afferma che quando il mercato è diventato un “legame generale” che unisce gli esseri umani, la spesa diventa necessaria. Conseguentemente, ogni volta che qualcuno si astiene da una spesa potrà migliorare la propria condizione, ma peggiorerà quella di altri individui che dipendevano da quella spesa. In tempi di crisi la tendenza generale – seguendo le teorie degli antikeynesiani - è quella di ridurre al minimo la spesa, ma il risultato finale di questa strategia è un peggioramento generale delle condizioni di vita. Per comprendere questo fenomeno dobbiamo risalire a quanto affermato all’inizio, riguardo al comportamento paradossale implicito nel rapporto di denaro. Quando si prospettano delle difficoltà economiche, la tendenza prevalente è quella di proteggersi dalla crisi, limitando la spesa al minimo necessario. Chi procede in questo modo non tiene conto di ciò che consegue dalla sua scelta. La riproduzione di coloro che si riversano sul mercato, presuppone infatti che costoro possano produrre per altri. Ma se la domanda langue questa attività produttiva risulta inibita. E’ il fenomeno che viene descritto come “mancanza di soldi”. Fintanto che il denaro viene speso, la società si riproduce coerentemente; anzi nei periodi di inflazione si riproduce oltre le sue stesse possibilità, appunto perché la spesa impiega tutte le risorse disponibili, e ne chiede altre. In Inghilterra nel corso degli anni ’50 e ’60 c’erano dai 180mila ai 300mila lavoratori disoccupati (disoccupazione frizionale) in una percentuale dell’1-1,2% della forza lavoro, ma c’erano addirittura dalle 500mila alle 700mila richieste di lavoratori, da parte delle imprese, che non riuscivano ad essere soddisfatte. Quindi una evidente difficoltà delle imprese nel trovare forze lavorative. Per esempio quando vissi in Germania nel 1964 i dati della disoccupazione erano quanto mai significativi, c’erano 84mila disoccupati, ma più di novecentomila richieste insoddisfatte da parte delle imprese. Oggi, invece, i dati confermano che lì ci sono più di 4 milioni di disoccupati.

Keynes affermava che il pieno impiego, che le sue politiche riuscirono a garantire per 30 anni, può essere spiegato dal “non lasciare la decisione nelle mani delle imprese, ma di metterla in quelle dello Stato, che deve spendere senza preoccuparsi di guadagnarci o di coprire le spese”.

Il conservatore Lord Beveridge (1879-1963), inizialmente anti-keynesiano (scrisse tre libri contro le tesi di Keynes), si convinse solo nel 1942 che Keynes aveva ragione riguardo all’intervento dello Stato, cioè che lo “Stato deve fare ciò che nessun privato può fare: elevarsi al di sopra del denaro e spenderlo liberamente senza farsene limitare”. A questo punto mi rendo conto che può avvenire un corto circuito ma nello stesso tempo sono consapevole che proprio su questo terreno abbiamo sbagliato. Quando Keynes nel 1944, al summit di Bretton Woods, propone di lavorare su questo problema, puntando ad introdurre una moneta per gli scambi internazionali, come il Bancor - una moneta che avrebbe dovuto essere sottoposta a un controllo consapevole e coordinato tra governi e banche centrali - cerca di creare una cultura ed una struttura che avrebbero consentito di procedere coerentemente in questa direzione. Ma la sua proposta non venne accettata e si preferì seguire le politiche che suggeriva su una base molto più limitata. Si decise di far funzionare il dollaro come moneta di “riserva” internazionale e di favorire gli interventi pubblici, ma prevalentemente come sostegno al mercato.

Con le privatizzazioni, decise dopo la crisi del keynesismo, si è fatto recedere l’intervento dello Stato e questo ha innescato un fattore moltiplicativo negativo creando una situazione di crisi. Oggi spesso parliamo di crisi, ma si tratta ancora di difficoltà che non possono essere paragonate a quelle del ’29, appunto perché l’elevata incidenza della spesa pubblica agisce da sostegno alla spesa. Ad esempio, attualmente in Italia la contrazione del PIL è del 4/5%, nel 1933 negli Stati Uniti la caduta del PIL fu di più del 30% in termini materiali, del 50% in termini di valore. Sicuramente noi non siamo ancora al livello della crisi del ‘29 anche se non è da escludere che ci possiamo arrivare, perché il paradigma keynesiano è stato completamente rimosso e si è tornati a fare l’apologia dei tagli e dei sacrifici.

Per esempio qualche giorno fa una quindicina di presidi si sono incatenati ai cancelli del Ministero della Pubblica Istruzione a Roma per denunciare un problema economico gravissimo di mancanza di fondi in quanto nelle loro casse avevano a disposizione, per il funzionamento delle scuole, poche migliaia di euro, cioè meno di un risparmio medio di una famiglia. In Italia i Ministeri hanno ricevuto tagli per il 70% delle loro spese correnti rispetto a tre anni fa. Ci troviamo in una situazione in cui la spesa statale viene ripetutamente ostacolata e la spesa privata viene “fagocitata” da quel moltiplicatore negativo che causa una disoccupazione di massa e un impoverimento reciproco. Ma se, come sottolinea giustamente Keynes, il denaro è il mezzo che ci unisce, quando non interviene la “spesa” ci impoveriamo tutti per mancanza di circolazione delle risorse.

Ora, Keynes non era così ingenuo da credere che, se le sue proposte fossero state attuate, il mondo avrebbe trovato la soluzione definitiva ai suoi problemi. A questa conclusione erano giunti, negli anni ’60-’70, gli pseudo-keynesiani che proponevano “un mix di intervento pubblico e di mercato che, a loro avviso, avrebbe permesso di mantenere la produzione sempre a livello ottimale”. Al contrario Keynes affermava che qualora le sue proposte fossero state accettate avrebbero potuto funzionare per una fase storica. L’arricchimento che ne sarebbe conseguito avrebbe sollecitato ulteriori cambiamenti e, con essi, il bisogno di imparare a produrre su una base diversa.

Consentitemi di affrontare sinteticamente quest’ultimo problema. In “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (1930) Keynes afferma che il denaro è un rapporto sociale che va bene quando c’è penuria, cioè quando dobbiamo costringerci all’interno di una determinata situazione in cui non siamo liberi, appunto perché siamo poveri. Questa rappresentazione della libertà riprende una tesi di Marx, introdotta nella Ideologia tedesca (1845), secondo la quale si può parlare di libertà umana solo quando ci sono le condizioni materiali di realizzazione umana (come il mangiare decorosamente, il vestirsi decentemente, il non soffrire il freddo e godere di una casa in cui vivere). La libertà è dunque un fatto pratico, non astratto. Keynes aderisce pienamente a questa lettura della condizione umana. E propone le sue politiche proprio per creare questa base di libertà. Le politiche del pieno impiego, sostenute dalla spesa pubblica, avrebbero garantito una straordinaria espansione materiale della ricchezza, ma poi avrebbero mostrato i propri limiti. Nella prima fase, lo Stato sarebbe potuto intervenire, sostituendosi al capitale, spendendo denaro in forma di reddito. Nella fase successiva questa strategia si sarebbe mostrata inadeguata. E gli individui avrebbero dovuto imparare a produrre su una base diversa che possiamo definire con un termine mai toccato da Keynes: il comunismo. Esso si fonda sul fatto che gli individui sviluppano una capacità di conoscere il processo riproduttivo nel quale sono inseriti e di conseguenza elaborano delle strategie di comune controllo e indirizzo.

Secondo Keynes il sintomo della necessità di passare da una fase all’altra si sarebbe presentato nella forma del riemergere di una disoccupazione di massa. Questo perché lo Stato non sarebbe stato in grado di inventarsi nuovi lavori sostitutivi di quelli distrutti dal progresso tecnico. Così, mentre in Inghilterra dal 1938 al 1980 l’occupazione aumenta di 5milioni di unità, tutti lavori creati dallo Stato, dopo il 1980 questo processo si inceppa e non si riesce a trovare una via d’uscita. Così arriva la crisi, i conservatori riprendono il respiro e cominciano ad imporre nuovamente strategie prekeynesiane. La soluzione viene innanzi tutto ricercata in un aumento delle imposte, per riequilibrare i conti pubblici. Poi si passò addirittura ad una diminuzione delle aliquote più elevate, per favorire una fantomatica ripresa dell’accumulazione privata. Infine si ridusse l’incidenza dell’intervento pubblico nell’economia. Per Keynes simili strategie erano decisamente da rifiutare. Infatti con l’aumento delle imposte si incide negativamente sulla domanda e di conseguenza si determina un blocco della produzione; il ruolo propulsivo delle imprese si era esaurito già nella prima metà del ‘900 e ogni ridimensionamento dell’intervento pubblico non può che aggravare la situazione.

Le intenzioni di Keynes erano ben diverse. Si trattava, all’emergere delle nuove difficoltà, di “spingere “ la produzione oltre i limiti del rapporto di denaro sulla base delle capacità culturali e tecniche che nel frattempo la società aveva conquistato. Questo era l’obiettivo di Keynes: produrre tutta la ricchezza producibile, ciò che non può avvenire senza la “distruzione del potere oppressivo del capitale” (dalla “ Teoria generale”). Ma per procedere in questa direzione bisogno saper vedere:

1. Che il denaro è un rapporto coerente con il sussistere di condizioni di miseria generalizzata;

2. che attraverso il rapporto di denaro gli esseri umani imparano a cooperare tra loro come i loro antenati non hanno mai fatto;

3. che su questa base di è sviluppato un sistema di dipendenza generale che ha fatto uscire una parte non insignificante dell’umanità dalle condizioni di miseria;

4. che le condizioni di un nuovo modo di produrre si sono sviluppate ampiamente all’interno della società, con la conseguenza che l’educazione a rapporti superiori a quello del denaro è oggi a portata di mano.

La crisi rende questo processo insieme necessario e difficile. Per intenderci: i lavoratori francesi che qualche mese fa hanno sequestrato i dirigenti delle loro aziende, hanno dato un segnale di lotta importante, ma in generale hanno iniziato a percorrere una strada distruttiva, che può rivelarsi autodistruttiva, perché non è capace di rappresentare il processo complessivo, ma solo una reazione spontanea ad un atto distruttivo subito come può essere il licenziamento. E’ evidente che il licenziamento o la chiusura delle imprese è un atto che distrugge la condizione della loro esistenza, ma il grave errore (ancor più se è compiuto dai “loro” sindacati e partiti) consiste nel proiettare sui loro dirigenti un potere che questi non hanno più. Non è sequestrando i dirigenti che si risolvono a mio avviso i problemi di fondo, ma iniziando a lavorare per sviluppare una capacità produttiva che non sia più subordinata al potere dei dirigenti. Quando uso questa formula parlo di un processo storico, per il quale è indubbiamente necessario interrogarsi se ne esistano già le condizioni, o se invece si tratta di una fantasia arbitraria partorita dalla mente di qualche illuminato. Personalmente sono convinto che le condizioni ci siano già, perché il capitale non è più quello al quale si riferiva Marx, ma è diventato un’altra cosa. La realtà è cambiata profondamente rispetto al tempo di Marx che aveva di fronte dei proletari (analfabeti, incapaci di gestire i complessi riproduttivi generali, che non avevano nozioni di storia e la cui unica ricchezza era la “prole”).

Con lo sviluppo capitalistico prima, con quello dello Stato sociale poi, il mondo è diventato totalmente diverso rispetto al passato. Si tratta solo di non procedere più a “tentoni”, con vecchie idee, con vecchi valori oppure prendere delle vie di fuga come quello di dar vita politicamente ad un “Partito semplice” escludendo i problemi importanti e complessi.

In realtà, in questa fase storica i problemi ci sono e ci sovrastano e con questi, e con la loro complessità, dobbiamo fare i conti.

 

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