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Risposta all'intervento "Decrescita ed economia" di Marino Badiale

"Decrescita ed economia" di Marino Badiale

Caro Marino Badiale,

vorrei innanzi tutto sottolineare che personalmente non sono affatto diffidente nei confronti della “teoria della decrescita”; molto più semplicemente sono in dissenso con i suoi sostenitori. Vale a dire che la mia esperienza e le mie conoscenze mi impediscono di accettare in tutto o in parte le argomentazioni con le quali quella “teoria” viene proposta.

Ho molto apprezzato il suo garbato invito a confrontarsi, per il tono equilibrato e argomentato col quale è stato formulato, cosa rara tra i seguaci di quella teoria. Purtroppo non ho però trovato in esso elementi che potessero far incrinare la mia avversione. Ma proprio perché lei giustamente sollecita una reciproca comprensione, o almeno un tentativo in quella direzione, cercherò di esporle alcune delle ragioni per le quali sento di non poter convenire con le sue pacate argomentazioni.

 

1. Nelle battute iniziali del suo scritto lei scrive: “ciò che si chiama ‘crescita’ o ‘sviluppo’ consiste nell’aumento dei valori monetari delle merci prodotte in un’economia”. Capisco il tentativo, ma lo trovo analiticamente erroneo. La congiunzione disgiuntiva “o” è, secondo me, usata in modo improprio. Non che manchino persone che considerano i due termini come sinonimi. Ma puramente e semplicemente non possono essere considerati tali. La crescita corrisponde (ma nel caso dell’Europa è corrisposta) infatti ad una specifica forma dello sviluppo. Cosicché lo sviluppo, il saper districare di volta in volta i problemi che avviluppano la possibilità di soddisfare bisogni umani, è il generale, mentre la crescita rappresenta il particolare o, se preferisce, lo sviluppo è la classe e la crescita è un membro della classe. Da questo punto di vista perfino la schiavitù può essere considerata come una specifica forma dello sviluppo dell’umanità, perché ha messo in rapporto popolazioni e individui che altrimenti non avrebbero interagito tra loro (certo si tratta di uno sviluppo antagonistico, così come, su un altro piano sono antagonistici i rapporti capitalistici. Ma pretendere di evitare l’antagonismo non equivale, forse, a pretendere che gli esseri umani siano già ciò che ancora non sono?). Insisto su questo perché molti dei miei interlocutori passati, favorevoli alla decrescita, facevano confusione tra i due livelli logici, entrando, secondo me in costante contraddizione. A me sembra che, per come lei cerca di presentarla – parlando spesso di “tipo di sviluppo” - concepisce la decrescita come una forma di sviluppo diversa ed opposta rispetto alla crescita, mentre loro parlavano puramente e semplicemente di un – mi perdoni il neologismo - desviluppo. (Tra “loro” includerei senz’altro anche Latouche, il quale sostiene che “sviluppo è una parola tossica …”)

 

2. Un altro aspetto metodologico che non mi convince è quello di rappresentare la coppia crescita/decrescita come coerentemente comprensiva ed esaustiva dell’universo sociale. Tant’è vero che lei ritiene che le altre posizioni critiche, come la mia, possano essere ricondotte come particolare all’interno dell’universale alternativo rappresentato dalla decrescita. Si tratta di una mappatura del contesto che fa capolino anche nelle argomentazioni più pacate di Latouche quando parla di “obiezione di crescita”. Qui lo schema è quello del si/no, che tende a chiudere l’insieme delle possibilità in un recinto di opposti, che escludono qualsiasi altra determinazione della pratica sociale.

Mi sembra di poter sostenere che questa conclusione è la conseguenza di quello che considero come un vero e proprio errore nella sua argomentazione e in quella degli altri sostenitori della decrescita. Il soggetto non è la crescita, bensì il capitale, e se è vero che il capitale persegue lo scopo della crescita non per questo si può trasformare quest’ultima nel soggetto. Tra l’altro lei giustamente ricorda che il capitale non è lo stesso della fase della sua ascesa, e i cambiamenti intervenuti determinano problemi con i quali bisogna fare i conti. Dei conti che il capitale stesso non è in grado di fare, ma che non possono risolversi nel puro e semplice rovesciamento del suo scopo. A mio avviso ci vuole molto di più, e cioè un profondo cambiamento dell’individualità, che la maggior parte dei sostenitori della decrescita con i quali mi sono confrontato non sanno nemmeno concepire.

La questione della soggettività è essenziale per individuare dove si colloca il problema del cambiamento necessario e le forme in cui cercare di rappresentarlo. Il rischio è, infatti, che considerando il capitale in modo esteriore, cioè come un qualcosa che non avrebbe sin qui dato forma alla vita umana per come si presenta, si finisca col rappresentare il cambiamento come un qualcosa che dovrebbe riguardare le circostanze ma non anche noi stessi. Ad esempio, quando leggo, nel suo testo, che il progresso garantito dal capitale sia dovuto “non alla sua logica intrinseca, ma ad una serie di condizioni di contorno”, dissento radicalmente. Personalmente sono convinto del contrario. In merito seguo le argomentazioni di Marx, il quale sostiene che le forme della produzione sono determinanti nel decidere della ricchezza umana a della miseria, appunto perché sono le forme di vita nel concreto. E si spinge fino al punto di sostenere che il capitale ha una funzione civilizzatrice proprio per la dinamica interna del rapporto produttivo nel quale si concretizza. Un rapporto che trascina il resto dell’umanità in un mondo nel quale non sarebbe mai spontaneamente giunto, e che tutt’ora capisce molto rozzamente.

Il pericolo connesso a questa rimozione del soggetto è confermato dalla sua affermazione che “la soluzione consisterebbe nell’uscire dal meccanismo della crescita senza fine e senza fini”, un’espressione usata anche da Latouche. Ma l’opzione dell’uscita da un modo di produzione non è logicamente rappresentabile. Si può uscire da qualcosa di meramente oggettivo, ma dalla propria soggettività la cosa è impossibile. Certo se i propri rapporti vengono concepiti come meramente strumentali, allora il passaggio appare praticabile, ma si tratta di un’illusione, perché gli individui sono i loro stessi rapporti. E, dunque, se vogliono cambiare la realtà (dei loro rapporti reciproci e con la natura) debbono cambiare se stessi. Da questo punto di vista comprendo bene che i sostenitori della decrescita spingano in questa direzione, ma a mio avviso le formule linguistiche con le quali lo fanno non sono quasi mai all’altezza del problema, con la conseguenza di ricadere in modi linguistici del passato. Da questo punto di vista, lei rappresenta un’eccezione, proprio perché è evidente che si pone continuamente il problema del linguaggio.

 

3. Lei giustamente sottolinea che il continuo appello alla crescita rappresenta oggi un’operazione meramente ideologica, un’ipocrisia, da parte delle classi dominanti, ma poi, per essere conseguente con il suo stesso orientamento, concede invece che queste potrebbero realizzare “una crescita economica che prosegua ancora a lungo con i ritmi che ha avuto nei decenni del secondo dopoguerra” (certo causando disastri, ma potrebbero). Ora, questa dissonanza del discorso deriva, a me sembra, dalla sollecitazione a tenere in piedi una formula del cambiamento semplicistica, come quella della decrescita. Nella realtà è da fine anni Settanta che la crescita è inceppata, appunto perché il suo volano del periodo postbellico – il moltiplicatore keynesiano – ha smesso di funzionare. Il regresso in atto deriva dal fatto che la produzione capitalistica è giunta al capolinea. Nel combattere contro la crescita, invece di muovere dal riconoscimento di questa agonia, si procede come se si stesse combattendo contro un potere realmente esistente. Si dà cioè vita a ciò che nella realtà si sta progressivamente dissolvendo.

Si tratta di un passaggio essenziale. Tutti o quasi, inclusa la maggioranza dei sostenitori della decrescita, ritengono che la crisi rappresenti una manifestazione del “potere del capitale”, ma, a mio avviso, la situazione si aggrava sempre di più proprio perché all’impotenza del capitale si contrappone un’impotenza ancora più grande da parte dei suoi avversari.

 

4. Sulla questione dei bisogni. Lei ha fatto riferimento alla mia critica all’intervista a Repubblica, nella quale Latouche, richiamando sinteticamente le posizioni di Sahlins, “ricordava le ricerche antropologiche secondo le quali le popolazioni dedite alla caccia e alla raccolta non erano perseguitate dal bisogno e ricche di tempo libero”. E rappresentava tutto ciò come un riferimento positivo da emulare. Ha poi aggiunto di dissentire dalla mia critica perché avrei sbagliato nel ridurre l’argomentazione di Latouche ai suoi termini letterali, mentre si sarebbe trattato solo di una metafora. In realtà, però, io criticavo proprio la metafora, e per farlo avevo bisogno di sottolineare, come ho fatto, che il riferimento era inaccettabile, perché il riferente non era come Latouche se lo immaginava. Questa proiezione del significato odierno del “tempo libero” all’alba della storia dello sviluppo umano è del tutto ingannevole. Insisto del sostenere che là dove le condizioni esterne garantiscono la riproduzione degli animali con facilità, quegli animali hanno molto tempo disponibile, ma quel tempo non è certamente usato per il loro sviluppo. Se si proietta in quel contesto una capacità di “godere dei rapporti sociali”, a mio avviso, si va oltre il ragionevole. Certo lo sviluppo umano è intervenuto in quanto i nostri antenati godevano di tempo. Ma questo è stato vero in tutte le epoche storiche, anche se la disponibilità del tempo sottratto all’attività produttiva era distribuito in forme diseguali, che però non potevano essere considerate arbitrarie, appunto perché esprimevano l’egemonia culturale della parte della società che ne godeva, che però era anche quella che spingeva gli altri al di là dei loro limiti, costringendoli sulla sofferta via dello sviluppo.

Lei argomenta in merito in maniera attenta, ma Latouche è decisamente grossolano. Basta vedere l’epigrafe apposta all’introduzione di Per un’abbondanza frugale. Non basta citare Epicuro per salvarsi dalle stupidaggini. E se si sostiene che “in quanto entrambi eliminano il dolore della fame, un cibo frugale [pane e cipolla, ad esempio] e un pasto suntuoso danno un piacere uguale”. Marx, nei Manoscritti del ’44, ha evidenziato (Bisogno, produzione e divisione del lavoro) che le cose stanno al contrario. La misura qui non è quella umana ma quella animale, appunto perché il bisogno viene concepito in forme non umane. D’altra parte lei cita la differenza tra il crudo e il cotto, rinviando forse a Lévi-Strauss, che si basa proprio su una scala di valori che misurano lo sviluppo.

Altro punto essenziale, sia lei che Latouche procedete sottolineando che la crescita dei bisogni è una “creazione”. Ma il concetto va compreso nella sua complessità. Come sostiene Marx, poiché la soddisfazione dei bisogni sfocia ogni volta in un mondo trasformato, genera di per sé altri bisogni. Vale a dire che lo sviluppo dei bisogni è intrinsecamente corrispondente alla condizione umana. Certo lo sviluppo dei rapporti capitalistici, da un certo livello in poi [che nella prima fase l’ascetismo era la regola], ha poggiato sul consumismo di massa e sulla creazione su scala allargata dei bisogni. Ma, come mi sembra che lei riconosca, si tratta di un processo che dapprima svolge un ruolo positivo (basti pensare alla stampa e alla produzione dei libri), salvo poi mostrare effetti contraddittori, che vanno approfonditi, senza cavarsela con il concetto di “frugalità”.

Secondo me stiamo attraversando una crisi proprio perché i bisogni sono cresciuti, ma il sistema economico vuole soddisfarli in una forma che preclude la possibilità di farlo e inibisce lo sviluppo necessario. D’accordo sulla sua considerazione critica sui “programmi stabiliti a priori nei dettagli”, ma cosa diversa è il ragionare sulla direzione da prendere per quanto riguarda la trasformazione dei rapporti sociali in modo da provare a soddisfare quei bisogni. A me sembra che quella della decrescita sia appunto una “direzione”, che però non contiene le rappresentazioni simboliche necessarie a tracciare il cammino. Certo lei, e gli altri sostenitori della decrescita vi sforzate, poi, di riempire la prospettiva con rappresentazione integrative, ma personalmente sperimento la procedura come una sorta di forzatura, nel senso che non percepisco alcun nesso intrinseco tra ciò che voi vi accomunate e l’indicazione della decrescita. Da questo punto di vista, ritengo che la formula che ho proposto nel 1993 (Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario) colga meglio l’orientamento con cui, col concetto di decrescita, cercate di esprimerlo. Ci sono poi brevi questioni secondarie.

 

5. Trovo impreciso sostenere che “il PIL misuri solo il prodotto oggetto di scambio”. Come quasi certamente saprà il PIL è una misura elaborata poco prima della seconda guerra mondiale ed affinata subito dopo. La sua funzione, decisamente keynesiana, era quella di misurare l’ammontare del lavoro svolto. Esso includeva, pertanto, sia la ricchezza mercantile che i servizi gratuiti offerti dalla pubblica amministrazione. E’ vero che questa misura convenzionale del “valore” di questo prodotto si basava sul valore del prodotto mercantile (risorse materiali e forza lavoro) che entrava nel processo produttivo pubblico, e dunque veniva quantificata in termini di valore di scambio. Ma la conclusione alla quale sono giunto è che questo escamotage non minava in alcun modo la base del tentativo di rappresentare (rozzamente) il contributo dei diritti sociali alla soddisfazione dei bisogni. Insomma la realtà è leggermente più complessa dell’ipotesi del sussistere di “sfere” chiaramente separate.

D’altra parte, nella costruzione dell’articolo che mi ha invitato a leggere, tutta la questione del keynesismo è in realtà ampiamente sottovalutata. Eppure buona parte del cambiamento di cui avremmo bisogno è stata avviata in quella fase storica, salvo poi bloccarsi a causa dell’incapacità di dar forma sociale coerente ai nuovi bisogni, incapacità che lo stesso Keynes aveva chiaramente anticipato.

Se è vero che il PIL è la misura della crescita che interviene nell’attività produttiva attraverso il lavoro salariato, lo è nello stesso modo in cui il metro è la misura della crescita fisica dell’individuo. E come non si può rimproverare il metro per il fatto che non tiene conto di altri parametri della salute di chi viene misurato, così non si può rimproverare il PIL di non tener conto delle contraddizioni della società e del modo in cui possono essere risolte. Se il PIL si limita a misurare la ricchezza che ha trovato compratori, è perché gli individui sperimentano questa come la forma di ricchezza che sentono propria. E’ qui uno dei maggiori motivi del mio dissenso sul modo in cui la proposta della decrescita – non sto ovviamente parlando di lei – viene formulata. La componente esteriore prevale infatti su qualsiasi ipotesi di autoattribuzione delle pratiche contraddittorie, con la conseguenza che i suoi sostenitori ritengono di poter cambiare le circostanze senza dover cambiare se stessi. La crescita sarebbe ciò che fanno gli altri, e per sottrarsi fantasticamente ai problemi che quel fare determina, ci si definisce negativamente rispetto a quella pratica, quasi sempre senza capire nulla del suo ruolo ambivalente.

Non voglio tediarla con le mie numerosissime critiche specifiche alle argomentazioni di Latouche. Ma quel signore non ha alcun rapporto critico con il suo stesso pensiero. Non capisce, ad esempio, che definire la decrescita come una “parola-bomba”, equivale a dire che si tratta di un’espressione magica. Quando richiama Boulding facendo l’apologia dell’economia del cosmonauta contro quella del cow-boy, non si rende nemmeno lontanamente conto che tra il cosmonauta e il cow-boy, chi interagisce più coerentemente con la natura è proprio il cow-boy. Quando sostiene che “in Francia ci sarebbero sui mercati 3600 varietà di mele invece delle attuali 12”, non si rende conto che in ciascun mercato ci sarebbe una ed una sola varietà di mele, perché nessun acquirente può praticare tutti i mercati di Francia. Per non parlare dell’idea di “decolonizzare l’immaginario”, che richiederebbe numerosi passaggi logici per dimostrarne la contraddittorietà, e che quindi rinuncio a svolgere.

 

Non mi aspetto, ovviamente di convincerla, e tuttavia spero di aver dimostrato che la mia resistenza nei confronti della “teoria” della decrescita non è affatto avventata.

Mi farebbe piacere provare a restare in contatto con lei nel tempo.

            Cordialmente

               Giovanni Mazzetti

 

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