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Critica della decrescita

 

Giovanni Mazzetti

Edizioni Punto Rosso, 2014

Che la nostra società sia gravida di problemi è fuori di dubbio. Che per risolvere questi problemi sia necessario individuare un nuovo orientamento del procedere sociale è certo. Che i sostenitori di quell’orientamento culturale e politico che si è dato il nome di “decrescita” siano convinti di offrire un progetto che affronti coerentemente entrambi i nodi è altrettanto innegabile. Il problema che mi pongo, e che dovremmo tutti porci, è se essi siano effettivamente in grado di svolgere il compito che hanno deciso di darsi o se, invece, le loro stesse intenzioni e aspettative non travalichino ampiamente le loro capacità.

 

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Nel concludere la nostra critica della prospettiva culturale dei sostenitori della decrescita, i cui limiti in economica esaminiamo a parte, mi soffermerò su quello che a mio avviso rappresenta l’errore capitale che sottostà all’intero sistema. Scrive Pallante, criticando i suoi critici:

“nella concezione della storia come progresso, la chiave di ogni miglioramento è il cambiamento. Se non avvengono cambiamenti rispetto a quello che c’è, non c’è progresso. Per migliorare è necessario sostituire ciò che c’è [ma anche, aggiungo io, ciò che si è] con qualcosa di nuovo. Il nuovo rappresenta pertanto un miglioramento rispetto al vecchio. Il vecchio è più arretrato del nuovo che lo sostituisce, è il peggio che viene sostituito dal meglio”. Segue la solita rappresentazione cospirativa del processo in corso: “Per diffondere questa convinzione è stato utilizzato un apparato di comunicazione di massa pervasivo, differenziato per fasce d’età, operativo 24 ore su 24, in grado di essere ascoltato da chiunque, anche da chi non fosse inizialmente predisposto ad ascoltarlo. Radio, cinema e televisione sono stati suoi altoparlanti, con il sussidio sempre meno determinante della stampa quotidiana e periodica”.

 

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Il cambiamento viene così rappresentato come un qualcosa non solo di non necessario, ma addirittura come un’imposizione arbitraria sul processo dell’esistenza. Ma nella realtà la vita stessa è inevitabilmente un continuo cambiamento. Veniamo al mondo in un ambiente amniotico, cioè in un contenitore pieno di liquido; già quando vediamo la luce dobbiamo cambiare, imparando a fare quello che non avevamo mai fatto, cioè respirare con i polmoni. Poi dobbiamo cambiare ancora imparando a nutrirci, con un comportamento che implica una nostra partecipazione. Qualche mese dopo dobbiamo cominciare a fare quello che ancora non sapevamo fare: riconoscere che c’è qualcuno che costituisce l’oggetto che ci garantisce quell’alimentazione. Ancora qualche mese e dobbiamo imparare che esistono altri oggetti nel mondo circostante diversi da chi ci cura direttamente. Non passa molto tempo e dobbiamo cambiare ulteriormente imparando a muoverci nell’ambiente circostante. Ancora un poco e dobbiamo sottostare ad un ulteriore cambiamento imparando a procedere eretti. Comincia subito dopo il cambiamento più consono alla nostra specie, imparare a comunicare consapevolmente; ciò che facciamo imparando a parlare. Poi dobbiamo acquisire i comportamenti di base insiti nel sistema culturale nel quale siamo immersi. … Qualche anno dopo dobbiamo imparare a scrivere e a leggere, e ad interagire con gruppi più ampi di nostri simili, che ci erano del tutto estranei. … Poi dobbiamo imparare a creare le condizioni della stessa esistenza, diventando produttivi. … Chi procede coerentemente con le conquiste delle ultime generazioni, dovrà poi imparare a conoscere quella parte del proprio sé che, attraverso lo sviluppo, è stato rimosso dalla propria coscienza. … Infine, dobbiamo imparare a convivere con il decadimento di alcune nostre capacità fisiche, senza che ciò determini anticipatamente la fine della nostra stessa partecipazione attiva alla vita.

 

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Poiché la vita non è altro che l’insieme delle attività che gli organismi estrinsecano per riprodursi come “viventi”, e le circostanze mutano continuamente per eventi ambientali e in conseguenza della loro stessa attività, non può esserci vita senza cambiamento. Nella realtà umana, che procede con un grado di consapevolezza nella vita, il cambiamento può essere progettato, ma non può essere preordinato perché, checché ne pensi Pallante1, l’uomo non è fatto a immagine e somiglianza di dio. Pertanto, le sue attività sono dapprima necessariamente esplorative, con la conseguenza che le trasformazioni che determinano possono sfociare in effetti che non collimano con le intenzioni e le aspettative, o che addirittura contrastano con esse. Per questo là dove c’è vita umana non possono non presentarsi delle contraddizioni, alle quali si può far fronte solo esplorando quali altri cambiamenti possano permettere di risolverle.

 

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Come scrive Marx, l’uomo moderno non può non essere ricorrentemente insoddisfatto, perché, a differenza dei suoi antenati che hanno sempre rappresentato sé stessi nei limiti di una forma data, ha scoperto il segreto della sua natura. Per questo non può pretendere di riprodursi in una situazione determinata, ma deve produrre la sua totalità, non deve cercare di rimane qualcosa di divenuto, ma deve cercare se stesso nel movimento stesso del divenire.

Ultima modifica: 02 Ottobre 2017